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Sogliono per lo più i nostri sogni essere composti d'idee incoerenti, cioè che niuna connessione han fra loro, simili a que' rabeschi, che vecchiamente si dipigneano nelle camere, dove si vedeva un angelo che tenea un testone, alla cui inferior parte col becco si attaccava un'aquila; al piede dell'aquila una scimmia, e così progredendo. A noi sognando sembra di parlar con uno, e tutto ad un tratto quell'uomo non è più desso, e ci troviamo in un altro luogo, diversificando gli oggetti e le azioni più o meno, secondo il maggiore o minor moto, che è nella fantasia. Però lasciando per ora andare i sogni degl'infermi, de' frenetici, e simili, possiam dire, che ordinariamente i nostri sogni son di due sorte; cioè o placidi ed ordinati, o pure agitati e disordinati. Allorché la sanità ci accompagna, e gli umori del corpo sono in calma, né passione alcuna violenta ci sconvolge la fantasia, né lo stomaco è aggravato da soverchio cibo o vino: sovente avviene, che placidamente dormendo formiamo anche de i placidi e curiosi sogni di oggetti, che ci rallegrano, o non ci turbano punto. Anzi suol darsi, che si vien a filare un'azione continuata per molto tempo, senza mutar personaggi e scena, con botte e risposte: e senza che resti in noi ricordanza alcuna di aver mai in alcun tempo della nostra vita veduto quell'avvenimento, o fatto quel tale colloquio. Accade talvolta in più, cioè che ci svegliamo, e pure tornando a dormire, la fantasia sognante ripiglia quella stessa interrotta azione, e seguita a dilatarla con competente ordine, e buon concerto di quella sua commedia. All'incontro, quando qualche gagliarda passione ci turba, o gli spiriti del sangue sono per qualche cagione in troppo moto, o lo stomaco si truova aggravato da indigestione: i sogni nostri riescono disordinati; la fantasia salta da un oggetto all'altro; solamente spropositi si osservano nelle sue scene. Considerando io la diversa condotta di questi sogni nella mia Filosofia morale, dimandava a me stesso: la mente assiste ella ed interviene al nostro sognare, o pur non v'interviene, né vi assiste? Se mettiamo che sì: come poi succede, che si formino sogni sì spropositati, indegni certo di una potenza ragionevole? Posto poi, che la mente non vi abbia parte, noi cadiamo in un più pericoloso imbroglio, con dar troppo alla fantasia, certo essendo, che si dan sogni ingegnosi, con accidenti ben intrecciati, con riflessioni, con furberie. Se la fantasia fosse capace di tanto, scorge ogni saggio, che funeste conseguenze se ne potrebbono dedurre. Non cercai allora di più, e solamente proposi questo quisito ad uno insigne filosofo dei nostri tempi, cioè al vivente allora don Tommaso Campailla, patrizio di Modica in Sicilia, autore celebre pel suo filosofico poema dell'Adamo, il qual poscia ne' suoi Opuscoli filosofici stampati nell'anno 1738 in Palermo, trattò questo argomento con indirizzare a me la sua risposta. Confessa egli astruso il fenomeno; tuttavia con quella diligenza e modestia, che è propria dei grandi uomini, si studia di spiegarlo. Mette egli per cosa evidente, che la mente concorre a i sogni, perché non può darsi, che a caso si accozzino insieme i fantasmi con tal regolatezza, che formino nuovi concetti, ragionamenti, e accidenti sì ben concertati. Anche ne' pazzi, anche negli ubbriachi intervien la mente, ancorché prorompano in tanti spropositi, perché non lasciano di parlare di tanto in tanto rettamente, e con sensate riflessioni. E che la mente intervenga anche a i sogni disordinati, dice egli questo è manifesto, perché alle rappresentazioni di tali idoletti fallaci, ed immagini false, pur ella talvolta le discorre, le giudica, le crede, le vuole. E come mai può discorrersi, giudicare, credere, volere, senza che sia la mente, che discorra, giudichi, creda, e voglia? Ma come poi la mente possa credere a que' falsi avvenimenti, ed assentire a quei chimerici oggetti, con ingannarsi sì spesso e sì lordamente ne' sogni disordinati: egli crede ciò facile e naturale, e da non istupirsene punto. Imperciocché non avendo la mente altri mezzi per essere sicura, che fuori dal suo carcere sieno esistenti altri corpi reali a sé presenti, se non per mezzo delle impressioni, che ne sente; delle immagini, che ne vede, le quali son portate da i sensi esterni: qualunque volta succede, che nel sogno le si rappresentino tali impressioni & idee, che ne vengono da i sensi esterni, ma per altra via, la mente non sapendo esser colà introdotta per istrade indirette, ma supponendole arrivate agli ordinarj condotti de' nervi sensorj, non può far di meno di non prestar loro piena fede, e credere, che fuor del suo corpo sieno a lei presenti gli obbietti, di cui ne vede e sente le immagini, e le impressioni entro il suo senso comune. Così quell'ingegnoso filosofo, nella cui morte gran perdita fece la repubblica letteraria.
Avrei desiderato io, che questa ispiegazione mi soddisfacesse, ma finora non ho potuto ottener dalla mia testa, ch'essa ne resti appieno soddisfatta. E ciò perché, se la mente ritenesse ne i sogni l'uso delle sue facoltà, cioè del volere, del discernere, e del giudicare, non si sa capire, come essa non si accorgesse di tanti spropositi, ed azioni incredibili e ridicole, che succedono nelle commedie della fantasia sognate. Quanto più poi se ne avvedrebbe la mente dei filosofi, che sa per lo più conoscere vegliando, se il senso le reca delle false ambasciate? Ora finché venga, chi più chiaramente spieghi l'economia de i sogni, e lo scuro fenomeno della parte, che in essi ha la mente nostra: sia a me permesso di esporre quel poco, che mi va per capo. Tengo dunque anch'io per massima certa, che non si formi sogno, che la mente nostra non solo ne sia consapevole, ma che ancora vi assista. Allorché in esso noi succedono sogni vivaci, e massimamente se di curiosi avvenimenti, svegliati che siamo, se vi riflettiamo, con facilità ci ricordiamo di quella fantastica azione, e delle parole allora dette, che han lasciata qualche impressione nella fantasia. Quando la mente non vi fosse intervenuta, non riconoscerebbe ella punto quei fantasmi, come formati nel sogno passato. Il ricordarsene ella, lo stesso è, che far intendere una precedente apprension de i medesimi, siccome avvien di tutti gli altri oggetti, de i quali intanto ci circondiamo, in quanto prima ne passò l'idea alla fantasia con coscienza della mente. Se noi chiedessimo, chi muova i sogni, la mente, o la fantasia: potrebbe talun rispondere, secondo il sistema cartesiano, che pensando sempre la nostra mente, cioè ruminando i fantasmi posti nella fantasia, parrebbe, ch'ella fosse la motrice dei sogni. Ma sembra ben più probabile, che senza alcuna licenza della mente sieno commossi i fantasmi nei sognanti dagli spiriti del sangue, o degli altri fluidi del corpo umano; e che la scena succeda poi sotto gli occhi, per dir così, della mente stessa. Quel sì gran saltellare e variare di oggetti, che fa allora la fantasia, e non di rado con tanti disordini, senza che alcun freno la ritenga, non convien punto alla mente, la quale se vegliando fa talvolta de i castelli in aria, cioè se va immaginando avventure possibili, gustose e disgustose, li fa con ordine, e con troppa dissomiglianza da quei della fantasia, che sogna.
Secondariamente, che la mente non solo sia spettatrice dei nostri sogni, ma che v'intervenga ancora come attrice, non si può negare. È indubitato, che nei sogni placidi si osservano azioni ben guidate e continuate con de i colloquj proprj di chi veglia, e parla a tuono. È succeduto ad alcune persone di formare de i bei versi dormendo. Il padre Ceva fra gli altri nella vita del Lemene poeta italiano celebre, ci assicura, ch'egli sognando ne fece degli assai belli. Anzi io posso attestare, che nella notte precedente all'ultimo dì dell'anno 1743 sul far del giorno mi parve di vedere un cavaliere assai nobile, benché niuno di quella famiglia fosse di professione ecclesiastica, il quale salito ad una gran dignità, cortesemente mi esibiva la sua protezione. Commosso anch'io dal suo dire, mi raccomandava a lui, e mi venne fatto il seguente pentametro:
Et quum multa queas, fac quoque multa velis.
Svegliato lo scrissi tosto; e per quanto cercassi nella mia memoria, se mai avessi, o fatto altra volta o letto in alcun autore quel verso, non poté sovvenirmi cosa alcuna. Ed erano ben moltissimi anni, ch'io non avea composto versi latini. Noi non possiamo mai figurarci nella fantasia, che è potenza materiale, l'abilità e forza di concentrare avvenimenti ben filati, e ragionamenti ben pensati, e molto meno di far versi. Conseguentemente la mente ha da mettersi anch'ella per attrice nei sogni. Ma se ciò è, onde poi avviene, che per lo più nel nostro sognare accadono tanti spropositi, tante scene ridicole, e ci par di volare, di passare sopra fiumi a piede asciutto? Supponendo noi la mente mischiata in quelle sregolate commedie, come mai ella non frena la spropositata fantasia? Come sembra allora a noi, cioè ad essa mente, che azioni tali sieno vere? E se ne dubita (il che veramente qualche volta accade) non è poi da tanto liberarsi dall'inganno; anzi talvolta ci sembrano così vere le cose sognate, che anche svegliati stiamo un pezzo a deporre quella vana credenza, e a riconoscere la falsità di quei fantasmi. Sicché torna sempre in piedi la difficoltà primiera, cioè come possano intervenire tanti ridicoli errori ed inganni, dove ha luogo la mente, potenza che ha sì grande autorità sopra la fantasia, e sa raziocinare, e sa nella vigilia scoprire, se gli oggetti, che a lei si presentano, contengano verità, o bugia.
Intorno a ciò a mio credere si dee considerare aver Dio unite nel capo dell'uomo vivente le due sopra descritte potenze, cioè l'anima ragionevole (la cui principale facoltà è la mente) e la fantasia; quella spirituale, questa materiale. Il loro commerzio si truova chiaramente comprovato dalla sperienza. L'istituto della natura, o vogliam dire dell'autor della natura, si scorge essere questo, cioè che la mente comandi, la fantasia serva. In fatti vegliando noi, essa mente va scegliendo quei fantasmi, che ella vuole per formare il ragionamento, per combinar insieme le diverse idee. Contuttociò la verità si è, che queste due potenze han cadauna la lor propria forza; e questa forza è quella, che determina il predominio fra elle, non potendosi negare, che l'empito della parte materiale, sia talvolta cagione di gravi disordini alla spirituale. Intanto è da osservare, che i sensi portano alla fantasia qualche oggetto, regolarmente non può la mente esentarsi dal conoscere quell'idea o immagine, che va a fissarsi nel cerebro. Noi parimente proviamo non rade volte, che la mente nostra vuol contemplare qualche oggetto, o sia pensare all'idea, che essa ha scelto. E pure l'importuna fantasia fa forza, e cerca di distrarre la mente di là, mettendole davanti un altro oggetto, a cui non si vorrebbe allora pensare. Noi stando in chiesa per orare, contro nostra voglia sentiamo, che il pensiero ci scappa agli affari domestici, alla lite, e ad altre idee. La fantasia allora colla sua forza strascina altrove i guardi dell'anima. Altri esempli non occorre apportare; perché ognun ne fa pruova sovente in sé stesso; e questo, allorché vegliamo. Né questo già deriva da un'anima sensitiva, condominante in noi coll'anima spirituale. Viene o dal bollore del sangue, o dal moto di altrui fluidi; o pur viene (e questo è il più frequente) dalla vivacità delle idee accompagnate da qualche passione d'interesse, di amore, di odio, di paura &c. Sì fatte idee, per così dire, dimandano udienza, anche quando non vogliamo, e distraggono la mente dalla contemplazion di altri oggetti meno interessanti. Andiamo ora ad esaminare il sonno e i sogni, perché gli spiriti animali e vitali si van consumando per il moto del corpo, e per l'esercizio dei sensi, la maniera istituita dal supremo artefice per sostituirne de i nuovi, quella è, che dimandiamo il sonno, cioè la quiete di esso corpo, e insieme de i sensi, i meati de i quali restano allora chiusi in buona parte all'impressione de i corpi esterni. Che né l'anima, né la fantasia riposino allora, i sogni de i quali abbiam parlato finora, ce ne assicurano. Ma ben diverso è lo stato dell'anima nel sonno e ne i sogni, da quel che si osserva in lei, quando vegliamo. In che gabinetto essa si ritiri, e come si truovi anch'essa non già dormigliosa, ma come in una specie di volontario riposo, non ci è occhio, che possa discernerlo.
Tuttavia si può con sicurezza asserire, che in primo luogo è allora sospeso l'esercizio della volontà per consenso di tutti i teologi e filosofi. Può ben l'uomo addormentato e sognante profferir bestemmie, dire ingiurie al suo prossimo, offendere la riputazione altrui, dilettarsi d'immagini lascive, con provar anche nel corpo suo de i laidi movimenti. Niun peccato commetterà, perché la libertà dell'arbitrio allora è in lui sospesa, né l'anima può dissentire. Quelle idee biasimevoli son commosse a caso dalla fantasia, né l'anima ha assai di forza per resistere. Secondariamente allora si truova la mente nostra senza l'esercizio del giudizio, voglio dire, non può ad arbitrio suo scegliere nella fantasia quelle idee, che vorrebbe nella vigilia per combinarle con altre, e riconoscere se contengono il vero o il falso. Unicamente ella guarda quelle idee, che la fantasia mossa commuove, senza aspettarne ordine alcuno dalla volontà dell'anima. Ne abbiamo una chiara prova. Se vegliando noi ci vedessimo comparir davanti nostro padre, un amico, un parente, già defunti, e della morte de i quali siam più che certi: ci si arriccierebbono i capelli; l'orrore e la paura sarebbero incredibili. Tornate ora a chi sogna. Verrà allora davanti alla mente l'immagine del padre, o dell'amico, o del parente, benché non sieno più viventi: pure non ne faremo maraviglia alcuna, non ne risentiremo verun timore, né pure ci sovverrà, che quella persona sia passata all'altra vita. E perché? Perché la fantasia ci rappresenta solamente quell'idea, che ne formammo, e che tante volte ci fu picchiata in capo, quando erano in vita; né ci lascia veder l'altra, che ricevemmo alla lor morte, e durò pochissimo tempo. A me è accaduto, rarissime volte nondimeno, di veder sognando persona defunta, e di aver fatto qualche poco di riflessione dubbiosa di averla veduta morta, ma senza passar oltre per chiarir quel dubbio, e con seguitare a riguardarla placidamente come viva. Segno è questo, che l'anima allora non può esaminar le cose, non combinarle con altre idee, cioè non ha in moto le forze del giudizio. Mi è avvenuto ancora di veder persone a me note a cavallo corbettar per l'aria, senza che io punto me ne maravigliassi, come pure avrei dovuto fare, se la mente avesse coll'uso del giudizio considerato un sì strano spettacolo, diverso dall'Ippogrifo dell'Ariosto. Nel mio picciolo studio ognun può credere, ch'io so il sito, dove tengo la scrittura. Sognando, ho ordinato per certa difficultà, che me la portino. Non avendola trovata, son io stesso andato a cercarla. Ma dove? In certa sala colonnata, da me non mai veduta; e in certe scanzie a me affatto ignote; e senza ch'io mi accorga e stupisca di tal novità.
Sicché la funzion della mente ne i sogni si riduce alla semplice apprensione degli oggetti, che le schiera davanti la fantasia, senza giudicar della loro verità o falsità, del loro ordine o disordine. Talora vi sarà sembrato di volare, di trovarvi in un paese lontano, di cui avrete letta dianzi la descrizione, di parlare ad un gran monarca da voi non mai veduto. L'anima nel sonno priva della sua libertà e vivacità, per far l'esame della ridicola falsità di quelle idee, le ha unicamente apprese, quali le venivano rappresentate dalla material potenza, non potendo essa allora impedire né quel movimento d'idee, né correggere il loro disordine. In fatti noi bene spesso proviamo, che nei sogni la fantasia ci fa saltare da questo a quel luogo, e da quello ad un altro, e sgarbatamente cangia in un momento le persone e le azioni; né la mente riflette punto o stupisce per sì disparate scene, sembrando allora più tosto una potenza passiva. Contuttociò bisogna pur confessarlo: ne i sogni placidi noi osserviamo accidenti curiosi, ben filati, e colloqui di persone, e talvolta risposte argute, e saggie riflessioni. Da per sé non può la materia, cioè non può la fantasia ordinare quelle azioni, somministrar quei discorsi. Adunque in sogni tali sarà molto da attribuire alla mente; e perciò l'assistenza sua non si dee restringere ad una semplice apprensione. Per altro convien ripetere la reciproca forza della mente e della fantasia, per cui ora l'una, ora l'altra divien predominante, con obbligar la più debole a tenerle dietro. Vi diranno gl'innamorati di qualche persona, o i perduti dietro all'acquisto della roba, che anche vegliando non possono non menare a spasso, come si suol dire, il loro cervello. Cioè la lor fantasia trasporta la mente a pensare a quell'oggetto amato, o pure ad un gran guadagno o tesoro, con figurare a sé stessa accidenti gustosi, col concertare interrogazioni e risposte, che infine son tutte idee vane e finzioni, alla falsità e insussistenza delle quali non bada allora l'anima; e può solamente riconoscerla, da che la mente alzandosi sopra la fantasia, e tornata per così dire in sé, scuopre quali delirj le facea commettere l'altra potenza. Sogni di chi veglia noi sogliam chiamare queste scappate della nostra fantasia. Tanto più questo accade nel sogno. Mancante allora la mente del libero esercizio della volontà e del giudizio, divien allora come serva della fantasia, unendosi seco a mettere in azione e in ragionamenti quelle figurette, ma senza poter discernere il vero o il falso di quel romanzo; il che è riserbato all'anima di fare subito che con cessare il sonno, essa libera da quei ceppi, ripiglia la sua autorità e avvedutezza. Noi vedremo fra poco essere l'anima costretta a far ben peggio nei deliranti, ne i pazzi, negli ubbriachi. E se la mente nel sogno non può discernere la vanità di quei fantasmi, né come la fantasia la trasporti or qua or là con sì sregolati salti; non resta più luogo a noi di maravigliarci, perché essa mente intervenendo a i sogni, non ne ravvisi e non ne impedisca i disordini e gli spropositi. Questi nascono dalla fantasia e non da lei. Quel che ci è di buono e di grazioso nei sogni, vien dall'anima; gli sconcerti e il ridicolo dalla fantasia. Per chi poi è avvezzo a ben parlare ne i familiari ragionamenti, e a comporre in versi: non è cosa difficile, che presti delle buone parlate a quell'interna commedia, e gli scappi ancora composto qualche verso. Ma conviene in fine conchiudere, che l'anima di chi sogna non può liberamente esercitare allora il giudizio, perché mira le sole idee, che a lei presenta a suo talento la fantasia; né ha forza di sceglierne dell'altre per considerarle tutte, come fa vegliando. E quantunque possa formar qualche raziocinio su queste immagini, che le van saltellando davanti: pure perché non può valersi di altre necessarie per ravvisar la verità e le relazioni delle cose; perciò troppo le manca per poterne rettamente giudicare.