Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO VII Dei sonnamboli, detti ancora nottamboli.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

CAPITOLO VII

Dei sonnamboli, detti ancora nottamboli.

Alla giurisdizion de i sogni, e conseguentemente della fantasia, appartengono i sonnamboli, che nottamboli men propriamente sono appellati. Vero, ma insieme strano fenomeno, di cui restano assaissimi esempi, che non si possono rivocare in dubbio, e chiunque ha assai praticato il mondo, facilmente avrà conosciuto alcuno di questi sì stravaganti sognatori. Primieramente conviene osservare, se mai la frode potesse intervenire in chi si spaccia suggetto a questa, che senza difficultà si può chiamar malattia. Non è mancato fra i servitori, chi senza licenza del padrone, e tra i figliuoli, chi senza licenza del padre, è uscito di casa la notte per qualche suo poco lodevol fine, ch'egli ha poi cercato di scusare, con pretendersi sonnambolo. Secondariamente certo è, che si son trovate e si truovano forse in ogni paese persone, le quali dormendo fan viaggio ed azioni tali, che può trasecolarne, chi ben vi riflette. Ce ne somministrano i medici e filosofi non pochi casi. Il celebre Gassendo nel libro ottavo della Fisica, al capitolo sesto, sezione terza, racconta di aver ben conosciuto un Giovanni Ferod nella città di Digne patria sua, il quale addormentato si levava la notte, e si vestiva; ma per lo più colla sola camicia, e mezzo vestito, apriva le porte: calava in cantina, cavava del vino, od altre simili cose facea. Talvolta ancora si metteva a scrivere; e quel che è più maraviglioso, benché tutto questo operasse nelle tenebre, pure vedea così chiaramente, come se fosse giorno. Chiamato anche dalla moglie, le rispondeva a proposito. Svegliato poi che era, si ricordava dell'operato. Che se trovandosi addormentato nella cantina, o in istrada, veniva a risvegliarsi, trovavasi bensì nelle tenebre: ma sapendo dove era, se ne tornava poscia a tentone nella camera, o nel letto suo. Sempre nondimeno nello svegliarsi era sorpreso da un gran tremore nelle membra, e da una palpitazion di cuore, con cui si riduceva a letto. Parevagli alle volte ancora di non vedere assai chiaramente, ed immaginandosi di essersi levato avanti giorno, andava ad accendere il fuoco e la lucerna. Narra eziandio, che un certo Riperto dello stesso suo paese, addormentato si levò una volta di notte, e prendendo i trampoli, che noi appelliamo zanchi, e alle gambe e piedi, andò a passare un torrente gonfio, che era nella valle; ma svegliatosi nella ripa di , non osò di ripassarlo, senza aspettare il giorno, e il calamento dell'acque. Conosco io persona, che in età giovanile soleva nella stessa maniera levarsi, girar per la camera, prendere in mano varj mobili, ch'egli, tuttoché addormentato, ben vedeva e distingueva. Da a un quarto di ora se gli oscurava la fantasia, e quasiché fosse colto da improvvise tenebre, si svegliava, e stupido se ne tornava a letto. Così un servitore, suggetto a simili strani movimenti, cercato una mattina qua e , fu ritrovato addormentato sul cornicione della chiesa. Ebbero giudizio in non risvegliarlo, perché in siti pericolosi il destar questi tali, costa loro ordinariamente la vita. Racconta in fatti il Bodino, che cercato un di questi sonnamboli, fu ritrovato, che nuotava in un fiume. Il chiamarono e svegliarono; ed egli preso dalla paura si affogò. Altri poi son caduti giù da qualche luogo, o urtando si son rotti il capo, e ad altri è succeduto di peggio. Essi poi ordinariamente nulla si ricordano di aver fatte queste passeggiate al contrario de i sogni, de i quali spesso ci sovviene, appena siamo svegliati. Se ciò però accada a tutti i nottamboli, nol so dire.

Fra gli altri casi spezialmente merita attenzione uno assai circonstanziato, che vien riferito dal signor Vigneul Marville nel secondo tomo du Melange di histoire & de letterat. Perché egli stesso ne fu testimonio, voglio riferirlo colle medesime sue parole tradotte dal franzese. Un mio amico, dice egli, mi aveva invitato a passar le vacanze ad una sua bella casa nel paese della Brie, che si chiamava una volta il Paradiso dei Partigiani. Vi trovai buona compagnia e persone di distinzione. Fra l'altre un gentiluomo italiano appellato il signore Agostino Torari (forse è scorretto questo cognome) che era sonnambolo, cioè, che faceva dormendo le azioni ordinarie della vita, che si fanno vegliando. Parea avere non di più di trenta anni, uomo secco, nero di uno spirito freddo, ma penetrante, e capace di scienze più astruse. Gli eccessi del suo sregolamento il prendevano ordinariamente nel calar della luna, e più forte nell'autunno e verno, che nella state. Io aveva una somma curiosità di vedere ciò, che se ne raccontava; e perciò mi accordai col suo cameriere, il quale me ne diceva delle maraviglie, promettendo di avvisarmi, allorché egli fosse per fare questo galante essercizio. Una sera sul fine di ottobre dopo cena ci mettemmo a giocare a varj giuochi. Il signor Agostino giocò al pari degli altri, poi si ritirò, e andò a letto. Un'ora avanti mezza notte il cameriere venne a dirci, che il suo padrone sarebbe sonnambolo quella notte, e che venissimo a vederlo ed osservarlo. Io il riguardai lungo tempo con candela accesa in mano. Egli dormiva supino, e con gli occhi aperti ed immobile: che questo era il segno sicuro del suo accesso, come mi dissero. Io gli toccai le mani, e le trovai freddissime; e il suo polso eralento, che sembrava il sangue non circolare. Noi giocammo al trictrac aspettando il tempo o l'apertura di questa commedia. Circa la mezza notte il signore Agostino tirò bruscamente le cortine del suo letto; si levò; si vestì assai propriamente. Io me gli avvicinai, ed avendogli messa la candela sotto il naso, il trovai insensibile con gli occhi sempre aperti ed immobili. Prima di mettersi il cappello, prese la sua bandoliera, che stava appesa presso il letto, e da cui era stata levata la spada per timore di qualche accidente, perché talvolta questi signori sonnamboli menano le mani a diritto e a rovescio. In questo equipaggio il signore Agostino fece più giri per la camera, e s'avvicinò al fuoco; si pose in una sedia, e poco di poi entrò in un gabinetto, dove era la sua valigia; cercò in essa lungo tempo; scompigliò tutti i panni, e dopo averli rimessi in buon ordine, serrò la valigia, e si mise la chiave in saccoccia, da cui trasse una lettera, ch'egli pose sopra la cornice del cammino da fuoco. Ito alla porta della camera l'aprì, e calò giù dalle scale. Quando fu al basso, essendo caduto uno di noi con rumore, egli parve spaventarsi, e raddoppiò il passo. Il suo servitore ci avvisò di andar piano, e di non parlare; perché quando il rumore vicino a lui si mischiava coi suoi sogni, egli diventava furioso, e talora si metteva a correre, come se fosse inseguito. Egli traversò tutto il cortile, che era vasto. Andò diritto alla stalla, vi entrò, fece carezze al cavallo, gli mise la briglia; e cercò la sella per mettergliela; ma non avendola trovata nel sito solito, ne parve inquieto. Montò a cavallo, e galoppò fino alla porta della casa, che trovò serrata. Sceso da cavallo, avendo preso un sasso, batté più volte nella porta: dopo varj inutili sforzi rimontò a cavallo, e il condusse all'abbeveratoio, che era nell'altra facciata del cortile; gli diè a bere, e dopo averlo attaccato a un palo, s'inviò assai tranquillamente per tornare alla sua camera. Al rumore, che faceano i servitori in cucina, divenne più attento; si avvicinò all'uscio, e mise l'orecchio al buco della chiave. Poi passando in fretta all'altra parte, entrò in una sala bassa, dove era un bigliardo. Fece molte andate intorno al gioco, e tutte le positure di un giocatore. Di passò a mettere le mani sopra un clavicembalo, ch'egli sapeva sonar molto bene, e vi fece un po' di disordine. Infine dopo due ore di esercizio risalì alla sua camera, e si gittò tutto vestito sul letto, dove noi il trovassimo la mattina seguente tre ore prima del mezzo nella medesima positura, in cui l'avevamo lasciato; perché ogni volta, che l'eccesso il prendeva, egli dormiva otto o dieci ore continue. Il suo servitore ci disse, che non vi erano se non due maniere di far cessare i suoi accessi, l'una di soleticargli i piedi e l'altra di suonar cornetti o trombette a i suoi orecchi.

Ed ecco uno de i più stravaganti fenomeni, che si possono osservare nella natural costituzione dell'uomo. Ordinariamente non si osserva questo accidente se non negli ultimi uomini, e questi giovani, andandone esente l'età matura, perché in quelli abbonda maggiormente il sangue di spiriti animali, al gagliardo movimento, de i quali ci è ben permesso di attribuire il principio di così stravagante azione dell'anima e della fantasia. Ma come ciò si faccia, non arriveremo forse giammai a bene intenderlo. Ecco ciò, che ne posso dir io. Certo è, che i nottamboli son presi dal sonno, e dormono; cioè son turati i cammini, per li quali passano col mezzo de i sensi al cerebro le idee de i corpi esterni; ligamento nondimeno tenue per gli spiriti animali dell'udito e della lingua, perché non impedisce il sentire talvolta chi canta o parla, e l'articolar molte parole, e il rispondere in sonno a chi interroga, con essersi per tal via scoperti alcuni arcani da chi non avea voglia di rivelarli. In secondo luogo non solamente l'anima, o sia la mente, assiste come nei sogni alla commozion della fantasia dei sonnamboli; ma vigilante di gran lunga si scuopre in essi, che negli ordinariamente sognanti, di modo che si può appellar l'affezion di costoro un sogno vigilante. Tuttavia certo è, che essa allora non esercita le funzioni del giudizio, perché i nottamboli nullamente apprendono o concepiscono i pericoli, ai quali si espongono. Se poi sia l'anima, o pur la fantasia agitata dagli spiriti animali, che metta in moto il loro corpo, e lo tragga alle azioni sopra descritte, pare, che non sia in nostra mano il conoscerlo. Tutte e due senza fallo vi concorrono, ma senza saper noi, se la volontà, quando la libertà dell'anima è legata dal sonno, possa comandare al corpo, né come il corpo allora ubbidisca alla volontà. Tuttavia è da dire, che la sperienza dimostra, esser mosso il corpo dei sonnamboli a far solamente quelle operazioni, alle quali sono assai accostumati vegliando, e a camminar per quei luoghi o strade, dove tante altre volte hanno l'uso di andare. Noi talvolta ci vestiamo, mangiamo &c. col pensiero altrove, cioè coll'anima applicata ad altri oggetti. Però sembra poter noi inferire, che può l'anima attenta ne i sonnamboli, o pure la fantasia commossa, muovere le membra a quegli atti, a i quali da tanto tempo noi siamo avvezzi. E per conseguente non sembra per sé stessa azion prodigiosa quella del levarsi, vestirsi, e passeggiar per una camera, come spesso avviene a questi tali.

All'incontro può parere un prodigio il di più, che fanno i nottamboli, cioè lo scendere le scale, senza andare a tastone; il trovar francamente tanti oggetti; e il camminar per le strade, senza rompersi il collo, e il non urtare il corpo nelle pareti. Il che spesso accade, ma non sempre, sapendosi che alcuni di costoro vi hanno incontrata la morte, o pure ne han riportato gravi percosse ed incomodi al loro corpo. Non si accordano gli scrittori intorno al vedere e non vedere di questi tali. Il Villis medico pretende, che essi non solamente odano, ma anche veggano. Carlo Musitano dall'osservar le loro strane azioni, ne inferì, che l'esterno occhio li ajutava. Ma questo non è sciogliere la quistione. Certamente i più sostentano, non apparire, che gli organi della vista servano a i nottamboli per riconoscere nelle tenebre oggetti esterni; ed ancorché tengano aperti gli occhi in quell'esercizio, non perciò col mezzo di essi conoscono ciò, che è fuori di loro; e quando anche tenessero aperti gli occhi, giacché li supponiam dormienti, non possono questi servire alla visione, essendo allora turato il passaggio alle specie visive. E pure se non ne vedessero, come potrebbono essi con tal franchezza calar per le scale, trovar gli usci, aprire forzieri, salir su i tetti, e far simili altre azioni, che richieggono la luce per distinguere i corpi e i siti? Ora quando si supponga vero, come io tengo per fermo, che il nottambolo non vegga: questo è un arcano, a disciferare il quale, non so se alcuno si possa promettere l'occorrente penetrazione. Pensate ad un cieco, o pure a chi dotato di buona vista vuol operare e camminar nelle folte tenebre. Contuttoché l'anima sua sia affatto allora vigilante e libera, e sia egli pratico dei siti, e de i corpi, che ivi sono: tuttavia gli conviene andare a tentone colle mani o col bastone, e prendere più precauzioni per non fallare; per trovar ciò che cerca, e per non farsi male. All'incontro i sonnamboli sogliono operar quasi colla stessa franchezza, come se fossero vigilanti, e assistiti dalla luce eterna. Come mai questo? Noi sappiamo ancora di alcuni, che iti al tavolino, si son messi a scrivere, e svegliati han poi trovata quella scrittura, senza ricordarsi di averla fatta. Narra il suddetto Villis eziandio, che trovando qualche ostacolo per viaggio, lo schivano, e lo tolgono di mezzo. Ma se effettivamente non veggono, non è credibile, che si accorgano degli impedimenti. Col tatto solo se ne potranno accorgere: altrimenti inciamperanno, e correran pericolo di nuocere a se stessi. Potrebbesi forse immaginare, che la fantasia facesse loro distinguere gli oggetti, nella guisa che succede ne i sogni. Noi sognando, non vi ha dubbio, miriamo, come se fosse giorno, illuminati gli oggetti: il che non è tanto difficile ad intendere; perciocché la luce appunto per via de i nervi ottici porta al cerebro, o sia alla fantasia, gli oggetti irradiati, ed ivi si viene ad imprimere non meno la configurazione e idea di quei corpi, ma anche la stessa luce, senza di cui l'occhio non avrebbe potuto recar quell'ambasciata. Per conseguente l'anima al presentarsele davanti in sogno quelle idee, le vede illuminate. Quindi parer potrebbe, che l'anima de i nottamboli, mirando nella fantasia l'idee di quelle scale, di quelle strade, e di quei corpi, che tante volte l'occhio ha veduto, con tale scorta potesse camminar francamente, come se in fatti vedesse, per esse scale e strade, e mettere la mano sopra quello, che vuol trovare.

Ma cotal riflessione non parmi, che possa mai appagare. La luce, che rende visibili nella nostra fantasia sognante gli oggetti, non esce già fuori di esso capo, onde possa l'anima valersene per discernere i corpi posti fuori di noi nelle tenebre. Nella notte scura noi possiam ben osservare entro la nostra testa l'idea di una torre, di una strada, e distinguere in essa idea le figure di quell'edifizio, i palagi, i portici, le piazze, e botteghe corrispondenti a quella via coll'ordine loro. Ma non per questo ci riuscirà nelle folte tenebre, per quanto si aprano gli occhi, di mirar quella torre, palagio, portico, via, né di distinguere in essa gli oggetti; perché, siccome dicemmo, nella fantasia appariscono irradiate le immagini de i corpi da noi già veduti, e in quel gabinetto l'anima le contempla. Ma fuori del gabinetto non esce la luce; e i corpi reali, se sono affatto ottenebrati, non possono tramandare ai nostri occhi raggio alcuno, che ce li faccia discernere. Resterebbe dunque da dire, che quantunque i nottamboli non abbiano in quello stato forza visiva, facciano nondimeno le loro azioni nelle tenebre colla forza della memoria. Cioè l'anima fissamente mirando nel cerebro le idee usuali de i corpi, e della lor situazione, e de i luoghi, pe i quali si è tante volte camminato, regoli a norma di esse la direzion de i passi, ed ogni altra sua azione. In fatti se costoro s'incontrano in qualche corpo non solito a trovarsi per quei luoghi, vi urtano dentro, e talvolta cadono in precipizj. Galeno stesso confessa di aver dormendo fatto il viaggio di uno stadio, ed essersi destato, perché inciampò in un sasso. Cento venticinque passi formavano allora uno stadio. Sempre nondimeno dovrebbe parer cosa maravigliosa, quanto di sopra abbiamo inteso di quel signore Agostino, che tante azioni facea con tanta franchezza. Non le faremmo noi nella scura notte, benché svegliatissimi, e colla mente ben attenta a tutti i movimenti. Potrebbe anche dire, procedere la lor franchezza, perché gli addormentati camminando per le vie note, e operando cose, alle quali sono tanto accostumati, non han timore, né fanno esame, né apprendono alcun pericolo, e però si lasciano condurre dalle immagini della fantasia. All'incontro l'anima nella vigilia considera i pericoli di chi va ed opera al bujo, e però procede con paura e precauzione. Ed appunto nel destarsi i sonnamboli, si empiono tosto di timore, perché allora solamente si avveggono del pericolo, a cui stavano esposti: al che la mente in sogno non potea riflettere. Ma non lasciano per questo di essere mirabili ed intelligibili le azioni di questa gente, sempre sul supposto che l'organo della vista sia impedito in essi come è in chiunque dorme. E per far maggiormente conoscere, che astrusa materia sia questa, ho riserbato fin qui uno di questi più strani casi assai recente, che si legge distesamente scritto nel tomo vigesimo quarto della raccolta degli Opuscoli del padre Calogerà dal signor don Marziale Reghellini vicentino. Questi fu, che diligentemente ne osservò nell'anno 1740 in Vicenza tutte le circostanze; e siccome ben istruito della filosofia e notomia, era capace di dar sicure notizie del fatto, che è tale.

Al servigio del marchese Luigi Sale in figura di staffiere serviva, e tuttora serve Giam-Batista Negretti, giovane allora di circa ventiquattr'anni, impetuoso nell'operare, quando è svegliato, e non meno allorché fa il mestier di sonnambolo, a cui fin dalla tenera età l'ha portato il natural suo temperamento. Nella sera del sedici di marzo 1740 addormentatosi in cucina sopra di una panca, parlato che ebbe di varie cose, si rizzò in piedi: e dopo aver passeggiato più volte, andò verso la sala, e di asceso al secondo appartamento, si fermò dove stava apparecchiata la tavola per la cena de i suoi padroni. Ivi dato di piglia ad un piattello, e postosi dietro ad una scranna, era presto ad ogni servigio, come se vegliasse, e come se ivi cenassero le consuete persone. Passato qualche tempo, quasi che fosse terminata la cena, sfornì la tavola, e raunate la salviette con altre cose in una cestella, e scese due scale, quelle nel solito armadio ripose, avendolo prima aperto colla chiave senza veruno imbarazzo o confusione. Entrò in cucina, e preso uno scaldaletto, si portò, come suo ufizio era, in una camera; dove piegata a molte doppie la sopracoperta, e toltala dal letto, questo riscaldò. Poscia chiuse le finestre e gli usci, s'inviò per andare a casa; ma ritrovata chiusa la porta di strada, passò alla camera di un suo conservo, a piè del cui letto postosi ginocchioni, ed allestendosi per coricarvisi, venne risvegliato. Interrogato, se delle cose fatte si ricordava, rispose di no, anzi restò confuso e maravigliato. Alcuna volta nondimeno si truova, che se ne ricorda. Nella sera del diciotto di esso mese fece lo stesso esercizio addormentato, con aggiungervi l'apparecchio della tavola, per la quale in più fiate portò tutto il bisognevole, cioè piattelli, lumi, salviette, ed altro: in cucina cercò la sua cena; e mentre stava attentamente osservandolo il signor Reghellini con alcuni cavalieri mossi da giusta curiosità per vederlo mangiare, uscì in un atto di ammirazione, e disse: quasi mi scordava, che oggi fosse venerdì, e che avessi destinato di non cenare. Dopo di che riposto il piattello in un armadio, e rimessosi a sedere, dormì quieto lunga pezza senza far altro. Nella sera poi del ventiquattro, dormendo, effettivamente cenò, col mangiare tre pani, e molta insalata, ch'egli avea dianzi ricercata dal cuoco. Calò in cantina con lume acceso, dove presa una scodella, e smosso uno spinello, tirò con cautela il vino, che gli bisognava, e se lo bevve, replicando la stessa cosa per due volte.

Tutte queste operazioni fece il sonnambolo con tanta destrezza e franchezza, che meglio non le avrebbe fatte ben desto. Nell'apparecchiar la tavola non confondeva né il luogo delle forchette e coltelli, né le varie scranne solite a prepararsi. Portava il vino, come se vi fosse il padrone con altri, servendosi or di una tazza, or di un'altra, secondo il costume delle persone, che dovevano bere. Quello che maggiormente facea stupire gli astanti era, che nel portare un'asse, sopra cui erano molte caraffe pel vino, oltre al dovere ascendere una lunga scala in due rami divisa, arrivato alla porta della stanza, dove si mangiava, che non è larga quanto è lunga l'asse, pronto si volgeva in fianco per ischivare l'impedimento. In tutto questo tempo, dice il signor Righellini, ho veduto tenere il giovine chiuse constantemente le palpebre, e chiuse con gran forza, come dalle molte loro grinze si comprende; né per quanto si alzasse la voce, egli punto udiva. Oltre a ciò volendo egli spazzar le tele de i ragni appese ad un trave di una sala, come egli era stato comandato, si portò dormendo in tempo di giorno circa le ventitré ore in un largo cortile, e presa la scopa, questa all'estremità di una lunga pertica legò strettamente con corda, e nel salire per le scale non potendo per la lunghezza della pertica aggirarla nel secondo ramo, la depose, e prestamente aprì una finestra, che luce alla scala, fuor della quale tanto la prolungò, che poté farla passar oltre. Il che fatto, ritornò a chiudere la finestra, ed eseguì poi quanto gli era stato ordinato. Una notte, mentre dormiva, disse di voler andare col lume avanti alla carrozza per servigio de i padroni. Ed avendolo seguito il signor Reghellini, osservò, che nel voltar delle strade si fermava colla torcia spenta in mano, fintantoché la carrozza, la qual non vi era, potesse aver fatto il giro maggiore. E quando arrivava a quei siti, dove si volge dal cammino retto, era prontissimo a fermarsi, come quando vegliava. Fu veduto ancora andare in cucina, dove prese una secchia, e questa appese ad un uncino unito ad una corda di pozzo profondo; e dopo aver tirata l'acqua, passò in una camera, dove era una caldaja preparata dianzi da lui stesso, e in replicate volte quasi interamente la empié. In tali occasioni non tralasciava le picciole cose, che occorrono alla giornata, come di soffiarsi il naso, sputare, prendere tabacco, e alcuna volta facea ancora le sue funzioni naturali. Talvolta ride, parla, canta, si compassiona, va in collera; e se alcuno il tocca, si rivolge con empito, menando pugni con gran forza (il che si legge di molti altri a lui simili) e difendendosi, quando gli vengono impedite le sue azioni. Per questi motivi una sola volta riuscì al signor Reghellini, ma con gran fatica, di toccargli destramente i polsi, che ritrovò deboli e duri. Finalmente, egli nota, che quantunque le azioni fin qui descritte sieno state fatte a perfezione dal sonnambolo, non è però, che alcuna volta, o per istanchezza del lungo operare, o per alcun altro accidente non le guasti, e non dia del capo e delle mani nei muri: come fece in una occasione; che giocando addormentato alla mora, percosse così fortemente il muro, che per più giorni portò la mano gonfia e addolorata. Abbiamo anche un'altra più recente descrizione delle stravaganti scene di questo sonnambolo, fatta e stampata nel 1744 dal dottore Giovan-Maria Pigatti vicentino, e dedicata al celebre e chiarissimo sig. abbate Conti, cioè a chi forse è per esaminar questa materia coi migliori microscopj della filosofia.

A me restava tuttavia qualche dubbio intorno a questo sonnambolo, dopo aver veduto fatte da lui alcune azioni, alle quali potrebbe essere stato ajutato o dalla luce del giorno, o dal lume della lanterna di chi gli teneva dietro, o dal barlume delle stelle. L'Etmullero scrive, che i nottamboli operano clausis oculis, ma con ammettere altri operanti oculis conniventibus. Tutto, secondo me, il mirabile di costoro si riduce al sapere, se veramente, oltre al dormire, tengano gli occhi ben chiusi, o tenendoli aperti, come nel primo esempio, pure per essi non sia portata la luce degli oggetti al cerebro loro. Perciocché se punto apparisse, che la virtù visiva secondasse le loro azioni, cesserebbe ogni meraviglia. Avendone io perciò scritto al sig. Reghellini, mi confermò egli, che il giovane vicentino opera ad occhi chiusi, con aggiungere di aver fatto la pruova di accostargli una candela accesa in vicinanza degli occhi, senza aver veduto segno alcuno nelle chiuse di lui palpebre, onde credere si potesse che quegli apprendesse il lume. Aggiunge di averlo più volte osservato discendere per le scale, ed anche correndo, senza che vi fosse alcun lume, di modo che parea impossibile, che non dovesse precipitar dalle stesse. Quel che è più notabile, molte volte ancora francamente calava in cantina per una scala affatto scura ed irregolare. Le azioni sue per lo più nel principio non lo son molto franche, perché tocca ora in un luogo, ora in un altro; e poscia opera aggiustatamente. Che non vegga lume, si può anche dedurre dall'esser egli uscito una volta di una camera a terreno, e quantunque vi fosse lume, urtò in un castrone, che passeggiavali davanti, e cadendo in terra si fece un tumore nella fronte. Ho provato (seguita egli a dire) di chiudergli la porta della camera, onde era uscito addormentato; e volendo egli rientrarvi, in essa andava ad urtar colla testa, sforzandosi poi dopo qualche toccamento di aprirla. In quello stato abbenché sia chiamato ad alta voce; non ode; ma bensì è pronto a rivolgersi e a dibattersi qua e , quando si sente toccato da taluno. Trovandosi in luogo, del quale non possa aver avuto, quando era svegliato, distinta idea, dappoiché ha toccato colle mani le cose vicine, opera confusamente, né a dividere ivi movimento alcuno regolato, siccome per lo contrario nei luoghi, de i quali ha una distinta e chiara idea, opera con gran possesso, e senza confusione. E il signor Pigatti scrive che, volendo costui nella notte del 15 di marzo uscire all'anticamera, durò molta fatica prima d'imboccar la porta: cosa che per l'addietro non gli era mai accaduta. Finalmente il signor Reghellini aggiunge, aver questo sonnambolo un picciolo figliuolo, che parla dormendo, e talvolta si leva in piedi, e molte cose chiede alla madre con ordine di fanciullesco discorso. Così il signor Reghellini. Ho io ancora parlato con chi in età giovanile era soggetto a questo bizzarro fenomeno, ed inteso, che entro la lor camera faceano francamente tutte le funzioni usate, come quando vegliavano. Ma se per avventura venivano svegliati, restavano confusi, né sapeano truovar la via per ricondursi a letto.

Ora posto come punto accertato, che le operazioni de i sonnamboli si facciano ad occhi ben chiusi; o se aperti, nulla nondimeno operanti per informar la fantasia e la mente degli oggetti esterni: conviene per necessità riferire la direzion de' loro movimenti ed azioni ad un principio interno, cioè alla mente, o sia all'anima, ovvero alla fantasia. Che la mente vi assista (torno a dirlo) non si può negare: ma senza poter ella esercitare allora tutte le sue forze, cioè quelle del giudizio. Con isvegliar la persona, allora vien rimessa la mente nel suo libero esercizio: e conoscendo i rischi, ai quali era esposto il suo corpo nel sonnambolare, naturalmente si raccapriccia, ed è presa da timore e confusione, come chi pensa ad un grave pericolo, a cui si è poco fa fortunatamente sottratto. Sembra all'incontro motrice e regolatrice principale la fantasia delle operazioni e dei movimenti di tali persone. Dormendo noi, questa facoltà certo non dorme, assicurandocene i sogni, di parte dei quali ci ricordiamo, e degli altri non ci resta memoria. Sognano appunto gli addormentati nottamboli di trovarsi in quei siti, e di far quelle azioni, che vegliando sogliono praticare. La vivacità del sangue lor giovanile (giacché in tale età per lo più succede la loro stravaganza) eccita gagliardi sogni nella fantasia, e la fantasiafortemente commossa, mette anch'essa in moto il corpo in maniera tale, che vengono fatte al sonnambolo quelle stesse azioni, nelle quali si era dianzi abituato vegliando, ed effettuati con movimenti esterni i movimenti ideati internamente dalla fantasia. Si crede, che gli spiriti animali col tanto andare e riandare per le stesse vie, producano la facilità di esse azioni: del che io lascerò disputar chiunque vuole. Mentre altri si studierà di spiegar meglio il fenomeno de i sonnamboli, e di additarcene le più verisimili cagioni, io torno sempre a ripetere, non essere punto da maravigliarsi di molti di essi, che restringono tutto la lor cavallerizza alla propria camera. Stupore bensì a me recano gli esempi sopra riferiti dell'italiano in Francia e dell'altro in Vicenza. Immagini chiunque vuole, che svegliandosi nella fantasia sognante le immagini di quelle camere, sale, cortile, e che so io, dove si è solito a mettere il piede, e di tutti quegli oggetti, che ivi tante fiate si son veduti toccati, e maneggiati: queste immagini servono di direzione al nottambolo per far que' giri ed azioni, per la precedente assuefazione. Ma quando si fa attenzione al bisogno della natura per camminare al bujo, non si sa più intendere, come costoro possano senza cadere, senza urtare, girar per le contrade, scendere le scale. Ritien la loro fantasia le idee di quei luoghi: è vero; ed ha anche presenti quegli oggetti, e si muove in quei siti medesimi. Ma non si truovano in essa le idee della larghezza e del numero degli scalini; né quante braccia sia lunga una contrada, per saper quando s'abbia a voltare, né quando sia largo un portico; né quanti passi si ricerchino per passare dall'una parte di un cortile all'altra, dove è per esempio la scuderia o la cantina. Queste notizie minute non le può dar la fantasia, perché mai non vi si è fatta mente. L'occhio solo aperto, e la luce son per questo necessarie. Figuratevi un sonnambolo, che voglia correre, come abbiamo inteso del vicentino, per una scala. Qualora non misuri bene i suoi passi, e metta il piè un poco troppo avanti sopra un gradino: eccolo precipitare. A noi vegliando non avviene, perché stiamo attenti coll'occhio; e questo ajuto manca al nottambolo. Abbiamo anche avvertito, che gli affatto ciechi suppliscono al difetto della vista, attenendosi colle mani al muro, o a qualche altro regolatore. Che se chi è privo degli occhi, come allora son da dire i nottamboli, si avvia per una contrada, o per qualche portico senza ajutarsi colle mani: troppo è facile, che la direzion del suo corpo si volga alla sinistra o alla diritta. Ora ogni poco che la linea diritta di esso corpo si torca, per necessità progredendo ha da condurre quel cieco a dar della testa nel muro, o nelle colonne. Si può rispondere, che noi talvolta sovra pensiero, cioè colla mente intenta a qualche importante affare, nulla badiamo alla strada; e pur camminiamo, e facciam le occorrenti volate: ma allora vediamo, ed ogni picciolo ajuto dell'occhio ci è scorta: altrimenti potremmo talvolta andare dove non vogliamo. Si può aggiungere, trovarsi in Bologna una persona civile cieca, che liberamente passeggia per quella città senza valersi delle mani o del bastone per guida. Ma convien prima chiarire, se sia affatto in tal persona estinta la forza degli occhi. Ogni poco di luce potrebbe giovargli. E quando pur sia onninamente cieca, avrà sempre qualche ciera di prodigio il suo franco operare. In somma secondo il mio debole sentimento, si dovrebbe conchiudere, che il sonnambolo si truova continuamente esposto al rischio di urtare, di precipitare, e di perdere anche la vita, come a non pochi è accaduto; e dee sempre dirsi una maraviglia, qualora questi addormentati ambulantifrancamente, e senza alcun loro danno operano ciò, che di essi abbiam riferito di sopra. Il ripiego che ho veduto praticare per un signor grande soggetto a somiglianti trasporti, fu di chiudere all'intorno con rete di corda il suo letto: con che vano restava ogni suo tentativo di andar a cercare il malanno. Mi è stato similmente riferito dal sig. dottore Pozzi, uno de' primarj e più eccellenti medici di Bologna, e medico del regnante pontefice Benedetto XIV esservi un sacerdote, che ogni due mesi si fa tagliare i capelli. Se nol fa, è condannato ad essere sonnambolo. Chi può mai spiegare tutte queste scene della natura umana?


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License