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Della pazzia e del delirio,
deplorabili effetti della fantasia.
Allorché il volgo e più di uno ancora, che è sopra il volgo, s'incontra a vedere un pazzo, nulla attinente a sé, e ne ode gli stravolti concetti, e mischiato talvolta il sodo col ridicolo, difficilmente si astiene dal ridere, e si prende anche spasso in eccitar quelle povere teste a continuar la tela degli spropositi. Inconsiderati che sono! Non vi ha spettacolo, che maggiormente deggia umiliare la superbia nostra, che il mirare un uomo impazzito e fuor di sé, cioè un uomo divenuto simile alle bestie insensate. Ma chi disse simile? Peggio, peggio, che bestia è un uomo, qualora perde l'uso della ragione, non fa che azioni sregolate, e parla e sparla sovente fuor di proposito; e se lo sconcerto del suo capo divien maggiore, sempre si truova in pericolo la vita sua, o l'altrui. Men male farebbe la morte, che il vivere in sì deplorabil stato. Tale certo non possiam dire, che sia quel delle bestie, le quali regolatamente di ordinario operano, cioè a tenore di quelle leggi, che il sapientissimo autore del tutto ha prescritto ad ogni specie di creature irragionevoli semoventi. Però a tale aspetto, almeno internamente si rattrista ogni saggio, perché sa essere misericordia di Dio, s'egli è sano di mente, e mancare ad ognuno la sicurezza di andare sempre esente da sì enorme calamità. Quanto a me, sì disgustosa impressione fa nella mia mente la considerazion della pazzia, e del delirio, che ho fin ribrezzo a voler per poco accennare la lor cagione, e i lor perniciosissimi effetti; perché troppo deforme vista fa un animal ragionevole, cotanto privilegiato da Dio, ridotto colla pazzia, non dirò ad essere, ma a parer privo di ragione. Ciò non ostante, dirò essere il delirio un impetuoso sconvolgimento delle immagini del cerebro, per cui, vegliando l'uomo, la fantasia divien disubbidiente alla mente, forzandola in certa guisa a mirar quelle sole disordinate idee, ch'essa le mette davanti, senza che la mente possa allora valersi della sua libertà ed autorità di scegliere quelle che vuole. La pazzia poi è uno sconvolgimento ordinariamente pacato di alcune particolari idee: con questa differenza, che il delirio suol essere breve: laddove la pazzia, se la medicina non è possente a guarirla, può e suol durare fino al fine della vita. Perciò la sede di queste gravi malattie si dee cercare nel cerebro nostro, che abbiam veduto essere l'officina di essa fantasia. O il sangue troppo acceso ed agitato della bile, o gli spiriti tramandati dall'umore melanconico, o pure il solo bollore del sangue nella febbre, possono con tal forza salire al nostro cervello, che ne turbino l'economia, e ne sconvolgano la buona armonia. Ciò succedendo, le idee impresse nella massa del medesimo cerebro si slogano, si mettono in confusione, e perdono quell'ordinanza e quiete, che dianzi godeano. La mente sana nel corpo sano, siccome proviam tutto dì, trasceglie dalla fantasia ubbidiente quelle idee, che vuole, perché già in essa impresse; e ne accozza delle disparate, per formare non men le meditazioni sue, che i familiari nostri ragionamenti. Essa allora esercita il suo despotismo sopra la potenza materiale, destinata dall'istituzion naturale per sua ministra e serva. All'incontro, siccome abbiam veduto ne' sogni placidi, la fantasia fa in certa guisa da padrona, mettendo davanti alla mente quelle immagini, che son commosse dagli spiriti del sangue, e mutandole a suo talento, senza che la mente possa regolarla, o impedir quelle mutazioni di scene. Ciò non ostante la mente unita colla stessa fantasia suol formare in sogno delle commedie non di rado ordinate, curiose, e graziose. Se poi la fantasia è fortemente agitata, anche la mente resta involta in quella burasca, e ne escono sogni tetri, sogni affatto disordinati, e talvolta sì spiacevoli, o minacciosi, che si rompe il sonno con restare per qualche poco di tempo il terrore, e il frequente battimento di cuore nella persona svegliata. Ma finalmente cessando questi sogni, cessa ancora la turbazion della mente, e tutto l'uomo torna alla quiete primiera.
Non va già così nella frenesia, o sia nel delirio, e nella pazzia, perché la tempesta della frenesia può durar giorni e settimane, e quella della pazzia mesi ed anni. E l'anima allora, benché non sieno legate dal sonno le sue forze, pure partecipa del disordine dell'altra potenza, in guisa tale che nel delirante e nel pazzo noi troviamo imbrogliata la facoltà del raziocinare, e giudicare; e conseguentemente impedito all'anima l'uso del libero arbitrio della volontà, finché dura lo sconvolgimento della fantasia disordinata e predominante. Abbiam detto altrove, che può prevalere anche la forza della potenza materiale alla spirituale. Questo eccesso pur troppo accade nella frenesia e pazzia, giacché si sente e conosce, non poter l'anima allora impedire i moti violenti, e lo scompiglio della fantasia; anzi per la intrinseca unione, che ha con esso lei, è rapita anch'essa a formar seco della chimere, e a prorompere in riflessioni ridicole, e in concetti spropositati. Né può essere altrimenti, perché l'anima nostra nelle azioni sue ha bisogno di consultare continuamente il magazzino della fantasia, prendendo di là le idee tanto materiali, che intellettuali ivi deposte, e parimente le parole e frasi, cioè i segni destinati dal precedente consenso dei popoli a significare ed esprimere colla voce le idee suddette. Ma se questo magazzino si truova messo sossopra, scompigliato l'ordine di quelle immagini, come può mai la mente esercitar con quiete e libertà le sue funzioni? Se ella cerca e vuol trascegliere qualche idea, la fantasia bollente nel delirio, disordinata nella pazzia, gliene presenta dell'altre molto diverse. Né può ella fermarsi a meditare, cioè a contemplar le idee, perché l'altra potenza posta in gran movimento muta spesso scena, e mena altre idee in campo. Sicché noi troviamo bensì l'anima mischiata nel delirio e nella pazzia, perché i suggetti a sì grave sconcerto del loro cerebro li udiamo parlare di tanto in tanto a tuono, e talvolta scorrere in ingegnose riflessioni e spiritosi concetti; ed anche lo stesso loro spropositato ragionamento non può farsi senza l'intervento ed influsso dell'anima. Contuttociò essendo in quel bollore impedita ad essa anima la libertà di eleggere e volere, e tolta a lei l'opportuna posatezza, per esaminar la idee, e la quiete necessaria al giudizio, per discernere la verità o falsità, la bontà o malizia delle cose, conseguentemente per quanti spropositi dica il farneticante o l'impazzito, per quante azioni faccia sregolate, ed anche per sé stesse peccaminose, egli non pecca, né offende Dio; e degno è di compatimento presso gli uomini, finché sussiste il disordine della fantasia suddetta. Aggiungasi, che venendo in noi queste malattie senza colpa nostra, è di dovere, che né pur ci siano attribuiti a colpa i lor cattivi effetti.
Se noi volessimo qui ascoltare l'ordinario linguaggio degli uomini, noi avremmo tutto il mondo pieno di deliranti e pazzi. Lo stesso saggio nelle divine scritture non ebbe difficoltà lo scrivere, che il numero degli stolti è infinito. E fra stolto e pazzo noi facciam poco o nulla differenza. Certamente tuttodì udiam dire: quegli è un pazzo; e pazzie vengono appellate tante azioni, che si possono osservare nella gran fiera de i mortali; Ma è da dire, nulla più significare in casi tali il nome di pazzo, che l'uomo operante con poca o niuna prudenza, perché nuoce a se stesso o ad altri, quando l'istituto della natura richiede, ch'egli abbia, per quanto si può, da giovare a se medesimo, o al prossimo suo. Però il nome di vera e propria pazzia, la quale scusa dal peccato, solamente convien all'uomo, allorché la nostra fantasia patisce un sì fatto naturale involontario sconcerto, che giunge ancora a recar danno o impedimento alla libertà e alle funzioni dell'anima ragionevole. E tale sconcerto è vario nei suoi gradi, cioè del più e del meno, e nelle maniere, e negli effetti. Dassi un totale sconvolgimento di fantasia ne i più potenti delirj, facendosi allora una gran confusione di quasi tutte le immagini fitte nel cerebro. Ma vi ha de i delirj parziali, nei quali un solo fantasma troppo vigoroso induce l'anima a parlar fuori di proposito. Dimando io licenza di poter qui riferire ciò, che a me stesso una volta accadde, perché forse potrebbe riuscir utile ad alcuno de i lettori. Nell'anno 1717 cominciai la fabbrica della parrocchiale mia chiesa della Pomposa in Modena, e nel 1720 tornai ad ufiziarvi. In quasi tutto questo tempo io sentiva la mia sanità traballante. Osservai, che contra il mio solito io non sognavo più. Di certi moti involontarj degli umori del corpo in dormendo io più non mi accorgeva, quando mi erano sensibili in addietro. Dopo la settima battuta del polso una ne mancava. In somma si potea scorgere infetta la massa del sangue; ma io non ne feci mai caso, finché nell'anno 1720 si attaccò fuoco alla macchina, ed ebbi una lunga e pericolosa malattia di febbri maligne. Il gran bere dell'acqua e il sudare fu quello, che mi rendé la salute, e rimise nella primiera armonia il corpo. Ad altro non seppi attribuir la cagione di questo mio malore, che alla stessa fabbrica, o per gli effluvj delle calci, o per quei dei fondamenti cavati in siti, dove erano materie putride e puzzolenti. Anche tutti di mia famiglia un dietro all'altro s'infermarono. Però guardatevi dal fare spesse visite a somiglianti fabbriche. Oltre al mio ne ho io osservato qualch'altro funesto esempio. Mi colse quella malattia in tempo, che si ragionava forte di certuno, che avanzandosi molto nella corte del Principe nostro, io assai prevedeva, che arriverebbe ad essere in essa il fac totum, e a introdurre la discordia nella ducal famiglia, e ad inventar nuovi aggravj in danno del pubblico; cose, che poi avvennero tutte, dappoiché fui guarito. Delirio, cagionatomi dalla febbre, questo era il fantasma, che predominava. Tutti i sogni, più di gran lunga allora tormentosi a me che la vigilia, sempre battevano in questo; poscia svegliato mi andava accorgendo del mio delirio.
Più frequentemente nella pazzia accade, che un solo primo fantasma turbi talmente la fantasia, che ne venga a patire anche il lume dell'intelletto. Questo malore, quando arriva ad essere totale, cioè a disordinar tutto il cerebro, e le idee ivi impresse, allora è nel suo maggiore accesso. Ma per lo più noi troviamo veri pazzi, che sensatamente parleranno per qualche tempo, né voi vi accorgerete della loro infermità, se non toccate certe corde, il suon delle quali fa poi conoscere, ch'è guasta l'interna armonia con discapito della stessa ragione. Siccome poco fa accennammo, se per operare talvolta imprudentemente, e far danno a sé medesimo, si avesse tosto ad incorrere la taccia di pazzo, a pochi pure si ridurrebbe il numero dei savj! Per veri pazzi adunque noi coloro solamente intendiamo, nel cervello de' quali si formano e tenacemente si conficcano alcuni ridicolosi e falsi fantasmi; riconosciuti per tali da ciascuno, fuorché da chi gli alloggia, di modo che ad espugnarli non è più bastante la mente seco unita, né qualsivoglia ragione altrui. Un solo dissi di così strani fantasmi basta a guadagnare all'uomo la malveduta patente di pazzo. Andate agli spedali delle gran città, dove si raccolgono i pazzerelli: quegli si è cacciato in capo di essere papa, o re. Quell'altro di essere generale di armata, o pur figlio di erede di qualche nobil famiglia. L'uno si tiene perseguitato da sognati nemici; e l'altro è persuaso, che una gran signora è spasimata per lui, e che la prepotenza de i suoi rivali gli ha tirato addosso quelle manette e catene. Così altri si son veduti ostinati in credere di avere il capo di vetro, di essere trasformati in qualche bestia, e così discorrendo. Delle più stravaganti follìe & idee è capace la fantasia di ogni uomo, o per qualche infermità, o per qualche violenta passione, per un improvviso terrore, per una grave mutazion di stato, per una gran fallita speranza, o per altri non pochi accidenti e disavventure della vita umana. E spezialmente si truovano suggette a sì deplorabili insulti le persone di temperamento melanconico ed ipocondriaco, e quelle di sangue troppo adusto, e le fantasie troppo vivaci, o troppo deboli, per tacere altre disposizioni naturali, e i varj accidenti possono sconcertare il buon ordine dell'intero gabinetto dell'anima umana.
Ora ognun può avvertire, che nella fantasia è situato il malore della pazzia e cagione, come abbiam detto, di una o di più spropositate idee, che quivi si piantano al dispetto della detta ragione. Ma che fa allora la mente, di cui pure dovrebbe essere uffizio il reprimere la potenza corporea, e il riordinare i suoi disordini? Certo è, che manifestamente si osserva il vigore di essa mente anche negl'impazziti per tanti ragionamenti ben filati, per le ingegnose e sode riflessioni che fanno. Notissimo ancora è, che buona parte di essi gode de i lucidi intervalli di tanto in tanto, nel qual tempo possono fare azioni ragionevoli e di molto senno. Tuttavia tale è la forza di quei falsi fantasmi, profondamente impressi nel cerebro, che supera la forza dell'anima, cioè della sostanza pensante, di modo che essa anima non solo non può correggere in quella parte la fantasia guasta, ma né pure avvedersi del falso e del ridicolo di quella seduttrice immagine. Potreste voi, e mille altre eloquenti persone sfiatarvi per convincere un pazzo, che non vi ha chi voglia avvelenarlo, che il suo capo non è di cera; che s'inganna a credere, che fosse a lui dovuta per conto alcuno quella pingue eredità, per cui ha perduto il senno. Egli vi riderà dietro, sapendone assai più di voi. Ci è di più. Non la sola gente dozzinale e rozza, da che le si è intraversata in capo una di queste sì stravaganti idee, è incapace di lasciarsi persuadere, e di superar quell'inganno; ma alla medesima pertinacia e disavventura son sottoposti gli uomini di grande ingegno, e di non minor sapere. Come caso raro merita qui di essere rammentato quello, ch'io già rapportai nel mio Trattato del buon gusto; cioè del padre Sgambati gesuita, uomo provetto nelle scienze, e autore di alcuni libri. S'immaginò egli di essere stato creato cardinale, né più si trovò maniera, né valsero parole per farlo rinvenire da così bello e gradito fantasma. Quel padre provinciale, che gli tenne un sodo ed amichevol ragionamento, per desiderio e speranza di fargli mutar parere, n'ebbe per risposta questo dilemma. O vostra riverenza mi tien per pazzo, o no. Se no, mi fa un gran torto, parlandomi in questa maniera. Se poi mi crede un pazzo, mi perdoni, se le dico, esser ella più pazzo di me, perché si figura di poter guarire un pazzo con sole parole. A riserva poi di questa sola piacevol persuasione, egli riteneva il senno per le materie scientifiche, e a quei giovani studenti, che ricorrevano a lui per le difficoltà occorrenti, purché la petizion cominciasse dal titolo di Vostra Eminenza, egli rispondeva con allegra affabilità, ed apriva tutto l'erario della sua dottrina. Sarebbe guarito, se un papa avesse avuta in carità di crearlo davvero cardinale.
Ma, Dio buono! come mai la mente di un uomo, che tanto sapeva ed avea lume per le astruse verità delle scienze, non era poi da tanto, che potesse emendare un fallo sì patente della sua fantasia? E pure questo vigor le mancava. Ora tanto per lui, come per altri suoi simili, di fantasia non in tutte le sue parti lesa, ma da un solo strano e ridicolo fantasma oppressa, si potrebbe forse dire, che avvenisse ciò, che sovente accade a coloro ancora, che son di mente sana. Nelle scuole e ne i tribunali dei giudici, e in altre occasioni, si truovano talvolta persone, che dopo aver fissata una massima, o addottata per sua una sentenza, non ci è argano, non ci è ragione in contrario, che le possa smuovere. Gente caparbia e cocciuta, che troppo crede a se stessa, ed è priva di quella flessibilità di giudizio, di cui tutti abbisogniamo per pesare senza parzialità e con esatte bilance le ragioni delle cose, a fin di distinguere il vero, o il giusto dal falso o dall'ingiusto, e l'apparenza dalla sostanza. La differenza, che passa fra questa gente sì pertinace nei suoi sentimenti, e chi sta scritto nel ruolo dei pazzi, certo non è picciola. Impercioché i primi si fan forti in materie disputabili, nelle quali bene spesso non si scorge con evidenza qual partito si abbia a prendere, potendo nondimeno darsi, chi si ostini nel suo parere contro l'evidenza medesima: laddove l'ostinazion del pazzo consiste in sostener per vero ciò, che fino la più zotica gente chiaramente può conoscere, che è falso. Ciò non ostante per conto della pertinacia l'esempio de i primi può condurci ad intendere la disgrazia de i secondi. Tanto gli uni che gli altri piantano per così dire a due mani nel loro cerebro una massima, sentenza, od opinione, come certa, certissima; e però indarno si adoperano poi squadre di ragioni per far loro mutar sentimento. Quanto a quel buon religioso, (quantunque fosse stata la cagione, che io non so, di riputarsi cardinale) ognun vede, che questo fantasma si era impresso nella sua fantasia, come un'evidente ed innegabil verità. Se uno o più gli parlavano in contrario, alla mente sua subito si affacciava quel dominante fantasma vestito del carattere della certezza; e però non dava luogo ad altri opposti fantasmi. Se a me cento persone volessero far credere, che io son senza naso, o guercio, o che la torre marmorea di Modena (forse la più vaga di quante ha l'Italia) non è quadra dal fondo fino alla metà, mi riderei di essi, perché so ad evidenza il contrario. Non son da meno i pazzi. Lor disgrazia fu sulle prime aver dato udienza a quella falsa, e ridicola opinione, e l'averne sì tenacemente fissata l'immagine nel loro cerebro. Da lì innanzi non è più da maravigliarsi, se ragion non vale per disingannarli. Aggiungasi che il cerebro stesso di chi impazzisce, o in tutto o in parte dee trovarsi sconcertato da qualche umor peccante travasato, o da spiriti animali di natura morbosa; ed essendo l'anima impotente a conoscere e correggere quel vizio, perché a tanto non arriva il nostro guardo interno: ciò né pure si accorge di essere ingannata da i fantasmi della guasta fantasia. Ora il malore, in cui consiste la pazzia, nei più è incurabile; in alcuni cede alla cura de i medici. Nell'insigne Spedale di Napoli a sì tenue dieta son tenuti i pazzarelli, che diventano come scheletri. A poco a poco crescendo la dosa del cibo, tornano in carne; e smaltiti i cattivi umori, e mutato tutto il sangue, credo, che alcuni di essi restino col capo sano. Come si ha dalle Transazioni dell'Accademia Reale d'Inghilterra all'anno 1667 un pazzo inveterato in Parigi, per quanti salassi a lui fossero dati, non ne provò mai giovamento. Bensì la trasfusione del sangue di un vitello nelle vene di lui il guarì. Facea gran rumore allora questa invenzione, che poscia è scaduta, e niuno ne parla più. A quei poscia, che patiscono pazzia parziale, cioè, che si truovano occupati da un solo pernicioso fantasma, suol servire di medicamento l'ingannarli nella medesima qualità d'inganno. Era saltata in capo ad uno la ridicola specie, che gli fossero nate le corna, e non si arrendeva a ragioni. Si esibì un medico di guarirlo, purché se le lasciasse tagliare, promettendogli di farlo con tutta destrezza. Ne portò seco nascostamente un pajo, e dopo un bell'apparato di seghe e ferri, che fecero tremare il cuore al paziente, si venne alla grande operazione. Saltarono in terra segnate quelle due armature, e fra il plauso degli astanti saltò su il buon uomo guarito, e di altro umore, che chi resta scornato. Così a guarir la fantasia di chi teneva per fermo di avere in corpo un serpente, o altra pericolosa bestia, si adoperavano somiglianti inganni, e con frutto. Volesse Dio, che si potessero con egual facilità correggere tanti altri minori fantasmi, che non fan già impazzire le persone, ma che turbano talvolta la quiete pubblica, e bene spesso quella de i privati, e son cagione di gravi sconcerti e passioni nel cuore e nella mente de i mortali. Di questi tornerà occasion di parlare andando innanzi.