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Appartiene ancora alla giurisdizione della fantasia quel fenomeno, che in alcune persone dell'uno e dell'altro sesso, ma spezialmente del femminile, talvolta accade, ed è significato col nome di estasi. Ne han trattato varj autori, massimamente i teologi. A me ancora sia permesso di dirne qualche poco. Noi intendiamo per estasi una gagliarda astrazione dell'anima da i sensi, e dalle cose sensibili, che son fuori di noi, per contemplare internamente le sole idee e immagini raccolte nella fantasia. La sperienza ci fa conoscere, che talvolta sì fissamente il nostro pensiero, o per dir meglio la sostanza pensante è applicata a qualche oggetto, di cui la fantasia conserva l'immagine, guatandolo con la medesima chiarezza, come se avesse davanti agli occhi realmente lo stesso oggetto; sì fissamente, dico, che l'ufizio de' sensi resta allora sospeso. Quel suono, che allora si fa, nol sentiamo; quelle persone, che abbiam dintorno, o che passano davanti agli occhi nostri aperti, non le riconosciamo punto; e così degli altri sensi. Questa si chiama astrazione di mente, che in alcuni più, e in altri meno, possiamo spesso osservare; e può appellarsi un sogno di chi veglia. Più senza paragone è gagliarda l'astrazione dell'estasi, perché allora non solamente resta sopito ogni senso, come nel sonno, ma anche abbandonato il corpo; di modoché, qualora l'astrazione sia totale, se non concorre una forza sopranaturale a sostenerlo, esso cade a terra. In questo mentre l'anima, non più occupata dalle funzioni de' sensi, e concentrata nell'interno suo gabinetto, contempla le idee della fantasia, discorre, e forma di esse varie combinazioni, nella guisa stessa, come se noi vegliando, ma astratti, ci figurassimo di vedere un gran principe venire a casa nostra, o di trovare un tesoro, o di essere promossi a qualche cospicua dignità. Allora la mente darebbe corpo a questa idea, immaginando tutto il corteggio di azioni, di riflessioni, e di parole, che verisimilmente concorrerebbe in questo ideale e non reale né vero accidente, con formare un breve gustoso romanzo.
Altrettanto e più avviene nell'estasi. Il celebro signore Leibnizio cercava, se si potesse formare negli uomini un'arte di astrazione sì forte da i sensi, che ne pur si sentissero i tormenti allora inferiti al corpo. Tanto prima di lui il Cardano avea non solamente proposto questo problema, ma anche asserito, che può l'uomo colla natural sua forza alienarsi da i sensi, e passare all'estasi, allegando nel libro ottavo de Varietat. al capo quarantesimoterzo, l'esempio di se stesso, che a suo talento si metteva in una tale astrazione, che appena udiva leggiermente le voci di chi parlava, senza però capirne il senso. Dice di più santo Agostino nel libro decimoquarto al capitolo vigesimoquarto de Civitate Dei, cioè essere vivuto ai suoi dì un Restituto prete, il quale, quando gliene veniva la voglia, o era pregato dagli amici, si alienava da i sensi, e giaceva simile ad un morto, in maniera tale che non solo non sentiva, chi il solleticava o pungeva, ma alle volte ancora scottato col fuoco, non ne provava dolore alcuno, se non dappoicché era tornato in se stesso, e sentiva la ferita. L'attribuire questo insolito caso al diavolo, come ha voluto decidere taluno, altro nome non merita, che di troppo precipitosa sentenza, e propria solamente degl'ingegni minori, che non sapendo spiegare gli stravaganti fenomeni della natura, ricorrono tosto agli aggenti sopranaturali. Deus in machina, dicevano gli antichi. Santo Agostino, che riferisce questo caso, e ne sapea più di certi teologi peripatetici, non si avvisò già d'introdurre il diavolo in questa scena e in altri casi strani, che egli ivi racconta. Da lui sappiamo ancora, che quel Restituto nello stato suddetto, udiva anch'egli le voci degli uomini chiaramente parlanti, se non che a lui pareva, che fossero lontane. Come poi non sentisse allora una scottatura, par difficile a credersi; né santo Agostino l'avea co i proprj occhi veduto, sapendolo solo per relazioni altrui. Che poi nelle astrazioni estatiche l'anima pensi, e formi raziocinj e ragionamenti, movendo con ordine e giudizio le immagini occorrenti della fantasia, evidentemente si raccoglie da quanto avveniva al principe de i poeti epici italiani, cioè a Torquato Tasso, uomo di temperamento sommamente malinconico, quello appunto, che più degli altri porta a strani effetti della fantasia, potendosi credere, tale essere la forza di essa, che spinga la mente ad abbandonare i sensi, per badare unicamente a ciò, che essa con troppa vivacità le rappresenta. Ecco parte di quel che si legge nella Vita di lui scritta da Giam. Battista Manso.
Sosteneva esso Tasso di veder chiaramente uno spirito buono, che gli appariva, e seco disputava di altissime dottrine. Gli era opposto, ciò essere un trasporto della sua fantasia, ed egli rispondeva: Che se le cose ch'egli ode e vede, fossero fantastichi apparimenti, dalla sua stessa immaginativa composti, non potrebbero esser tali, che sopravvanzassero il suo sapere; perciocché l'immaginativa si fa col rivolgimento degli stessi fantasmi, o delle spezie, che nella memoria si conservano delle cose da noi in prima apprese; ma che egli nei molto e lunghi e continuati ragionamenti, che con quello spirito ha tenuto, ha da lui udite cose, che giammai prima né udì, né lesse, né seppe, che altr'uomo abbia giammai sapute. Laonde conchiude, che queste sue visioni non possono essere folli immaginazioni della fantasia; ma vere e reali apparizioni di alcuno spirito, che qualunque se ne sia la cagione, se gli lasci visibilmente vedere. Alle quali cose contradicendogli io, e replicando egli all'incontro, ci conducemmo un giorno a tale, ch'egli mi disse: Poiché non posso persuadervi colle ragioni, vi sgannerò coll'esperienza, e farò, che voi con gli occhi stessi veggiate quello spirito, di cui non volete prestar fede alle mie parole. Io accettai la proferta, e il seguente giorno stando noi tutti soli a seder presso il fuoco, egli rivolto lo sguardo verso una finestra, e tenendolovi un pezzo fisso, sicché rappellandolo io, nulla mi rispondeva: alla fine ecco mi disse, l'amico spirito, che cortesemente è venuto a favellarmi. Miratelo e vedrete la verità delle mie parole. Io drizzai gli occhi colà incontanente; ma per molto che io gli aguzzassi, null'altro vidi, che i raggi del sole, che per gli vetri della finestra entravano nella camera. E mentre io andavo pur con gli occhi attorno riguardando, e niente scorgendo, ascoltai, che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con cui che sia. Perciocché quantunque io non vedessi, né udissi altro che lui, nondimeno le sue parole or proponendo, ed or rispondendo erano, quali si veggono essere fra coloro, che di alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento. E da quelle di lui agevolmente comprendevo, coll'intelletto l'altre, che gli venivano risposte, quantunque per l'orecchio non l'intendessi. Ed erano questi ragionamenti così grandi e maravigliosi per le altissime cose in essi contenute, e per un certo modo non usato di favellare, ch'io rimaso da nuovo stupore sopra me stesso innalzato, non ardivo interrompergli, né addomandare Torquato dello spirito, ch'egli additato mi aveva, ed io non vedevo. In questo modo ascoltando io mezzo tra stupefatto ed invaghito, buona pezza quasi senza accorgermene dimorammo, alla fin della quale partendo lo spirito, come intesi delle parole di Torquato, egli a me rivolto: Saranno oggimai, disse, sgombrati i dubbj dalla mente tua. Ed io: Anzi ne sono di nuovo più che mai dubbioso, perciocché molte cose ho udito degne di maraviglia, e niuna veduta ne ho di quelle, che per farmi da i miei dubbj cessare, mi prometteste di mostrarmi. Ed egli sorridendo soggiunse: assai più veduto ed udito hai di quello, che forse. E qui si tacque. Bisogna ben credere, che si fosse altamente fitto nella fantasia del Tasso, ciò che si racconta del genio, o sia dello spirito di Socrate. Nelle sue grandi e gagliarde astrazioni parea al Tasso, gran filosofo anch'esso, di parlar con un altro, ed egli parlava e rispondeva a se stesso. L'astrazione sua faceva, ch'egli sognasse vegliando di mezzo giorno al pari degli addormentati sognanti di mezza notte. Ma non lascia per questo di essere sommamente stravagante e raro un tal fenomeno.
Fin qui abbiamo veduto darsi estasi, o vogliam dire straordinarie astrazioni, originate da cagion naturale. Comune sentenza ancora è, che ce ne son delle sopranaturali, cioè provenienti da interna azione di Dio che rapisce l'anima dalla percezion delle cose esterne, acciocché questa consideri nell'interno quelle verità e notizie, che egli vuol comunicarle. Testimonj di ciò son le vite di varj santi, e massimamente di sante donne, le quali più spesso troviamo, o per dir meglio stimiamo sopranaturalmente rapite in estasi, e illuminate dalla rivelazion di Dio. Che sì fatte estasi, chiamate divine, possano succedere, non si de' avere difficultà di crederlo. Dio può comunicare anche nella vita presente queste grazie a i suoi buoni servi. Che se ne dieno ancora delle provenienti dal demonio, lascerò che altri lo cerchi, e ne chiarisce ben la verità. I segni indicanti, che le estasi non vengano da Dio, si truovano registrati da varj teologi, dal medico Zacchia, e da altri. Cioè quando i moti di costoro somiglianti sono a quei, che si osservano nel delirio, nell'epilessia, nell'apoplessia, nella frenesia, ed in altri simili morbi, che portano seco urli, storcimenti di volto e di membra, pallidezza, parole disordinate, lamenti, ed altre figure non convenevoli ad una mozione di Dio. Lo stesso è da dire, se ne proviene offuscazion di mente, dimenticanza delle cose passate, o tristezza; e se la persona a talento suo si aliena da i sensi, e ritorna in se stessa, o pure se i suoi depravati costumi l'accusano per immeritevole di quelle grazie, che Dio riserba per gli suoi cari. Tutte queste distinzioni si veggono riferite dall'eminentiss. Lambertini (oggidì BENEDETTO XIV pontefice regnante) che ex professo e magistralmente ne ha trattato nel terzo libro, capitolo quadragesimo nono De servorum Dei beatificatione; e son diligentemente da osservare per non cadere in inganno, con attribuire gli effetti naturali a cagion sopranaturale, e ad un movimento miracoloso della grazia di Dio. Pongasi nulla dimeno l'estasi in persone di somma conosciuta pietà, e senza che v'intervenga alcun di quei segni esterni di deformità o morbosità, che abbiamo accennato: si cerca tuttavia, se s'abbiano a credere naturali, o pur sopranaturali somiglianti astrazioni, e le rivelazioni, che di cose di Dio, e spettanti alla divozione, ci han lasciato molte sante donne, e vergini sommamente pie. Si dee mettere per cosa certa, che tali persone, nelle quali non cade sospetto menomo di bugia o d'impostura, stante la loro vita innocente, piena di virtù, e ardente d'amore di Dio, dicono la verità, allorché narrano quanto è loro avvenuto nell'estasi. Ma perciocché altri non vi ha, che esse, consapevoli di quegli interni ragionamenti, e perciò resta precluso a i saggi estimatori di questi affari l'esaminar precisamente la maniera e il valore de i lor colloquj, e delle immagini, che si presentano loro davanti in quel ritiramento dell'anima: riesce per conseguente troppo difficile l'accettare la qualità di sì fatte astrazioni e rivelazioni, essendo solamente certo, che Dio può in queste sì straordinarie maniere parlare a i suoi buoni servi e rivelar loro cose occulte.
Ma per conoscere, se veramente v'intervenga la mozion di Dio: due soli sicuri segni veggo io. Cioè qualor la piissima persona estatica si vegga in quel frangente rapita ed alzata da terra in alto; perché non potendo ciò procedere dalle forze della natura, né da influsso del demonio in persone di santa vita, dee perciò venire da Dio. O pure che essa nell'estasi apprenda cose contingenti lontane o avvenire, poscia avverate, delle quali sia riserbata la cognizione al solo grande essere, che è presente a tutti i luoghi e tempi. A me fece inarcar le ciglia ciò, che si legge nella vita del venerabil padre Giuseppe da Cupertino, non dirò de i ratti, ma de i voli, ch'egli facea; e ben verificati quei fatti, non si può negar in essi la visibil mano dell'Altissimo, trattandosi di persone di tanta pietà, colle quali il diabolo non ha che fare. Eccettuati questi due casi, il primo dei quali è anche dubbioso presso di alcuni: le altre estasi e le rivelazioni concernenti le cose passate, e i misterj della religione, restano suggette a dubbj; né può l'intelletto guardingo trovar in esse evidenza o certezza; se naturalmente, ovvero per sopranatural cagione succedano. I motivi di dubitare, eccoli. Allorché alcune vergini, o altre anime innamorate di Dio, si danno alla meditazione della vita del divino Salvator nostro, o di altre verità spettanti alla religione, convien supporre, che le medesime han già pieno il capo di quelle sacre dottrine e divote idee, per la continua lettura di libri ascetici, per le prediche udite, e per le lezion lor fatte da uomini dotti e pii: sicché nulla manca di materiali alla lor fantasia e mente per formar lunghi, ingegnosi, od affettuosi colloquj nel loro interno, e per immaginar cose nuove col maneggio delle precedenti idee, deducendo una dall'altra, e figurando le azioni divine, degli angeli, e degli altri beati, quali il lor divoto affetto stima più probabili e convenevoli al suggetto della lor contemplazione. Senza alcun miracolo, senza particolar cooperazione di Dio voglio dire naturalmente, tutto questo può avvenire. Bastante è l'anima piena di sacro affetto colla fantasia ricca di tante idee per sì fatto lavoro: del che possono somministrar qualche esempio gli amanti profani, che fantasticando intorno all'idolo loro, fabbricano varie belle proposte e risposte, e gioiose avventure, come se si trovassero a tu per tu colla persona amata. Essendo poi vivacissima la fantasia delle donne, e massimamente delle giovani, gagliardissimo ancora l'affetto verso Dio e verso i suoi santi delle vergini o donne di straordinaria pietà: a poco a poco sì intente diventano talvolta le lor meditazioni, che l'anima, abbandonato il commerzio co i sensi, tutta si concentra nella contemplazion di quei santi e cari oggetti, nascendone con ciò le loro estasi. Se esse poi tornate in sé, e ricordevoli delle cose meditate, le mettono in carta: ecco ciò, che vien poscia tenuto per rivelazione di Dio, o della madre di Dio, o degli angeli, o de i santi del paradiso. Si forma poi l'abito di tali astrazioni, in maniera che alla vita de i divini misterj, o tornando esse alle consuete meditazioni, facilmente la lor mente assorta si mira in quei pensamenti, sembrando loro di avere realmente, e non immaginariamente, presenti Cristo Signor nostro, di abbracciarlo bambino, di accompagnarlo nella passione, e di fare altre simili azioni. Di gran cose ci dicono qui i mistici. Ma finché non si pruovi concludentemente, che la fantasia non entri in quelle rivelazioni, o non abbia forza l'anima colle immagini della fantasia di formar de i nuovi divoti edificj, sempre si potrà dubitare della qualità di quelle visioni e rivelazioni. Né basterà il dire, che esse visioni sono intellettuali, e senza immagini di cose corporee; da che sappiamo esserci delle sante vergini, che ad un elevato ingegno uniscono un gran sapere nelle materie teologiche; e però possono nelle loro astrazioni formar concetti mentali, e sottilissimi, e massimamente dopo aver appreso da i maestri, o da i libri la tanto sottile mistica teologia. Essendo per conseguente uniformi nel loro massiccio le estasi e visioni, quando non vi sia una caratteristica evidente sopranaturale azione, sempre con ragione dee restar diffidenza, che ciò, che pare opera di Dio, non sia veramente tale; e dubbio, che sia un natural fenomeno delle persone tendenti ardentemente a Dio. Confessano gli stessi mistici, esser qui l'anima sottoposta a non pochi inganni.
Per questo avvertono i teologi, essere ben difficile il poter con franchezza decidere, che l'estasi o visione venga da miracolosa influenza di Dio, o pur dalle forze e dalla disposizion naturale dell'intelletto e della fantasia delle persone assuefatte a fitte meditazioni delle sante cose. Veggasi nel sopracitato luogo quanto vien detto questo dal suddetto eminentissimo Lambertini, e dal cardinal Bona, e da varj altri autori. Nella mia filosofia morale ho anch'io prodotto due esempj di buone persone, che si credevano di trattar in estasi con Dio, quando solamente trattavano colla propria divota fantasia. Nelle Efemeridi germaniche medico fisiche, anno primo, della decuria seconda, si leggono somiglianti casi, e presso altri autori. Riceva qui il lettore quel solo, che non ha molto, cioè nell'anno 1740 scrisse don Tommaso Campailla, celebre filosofo siciliano nel secondo de i suoi Opuscoli filosofici. Ragionando egli al numero vigesimo, di chi rilascia il freno alla sua fantasia, per cui fa cento castelli in aria, vien dicendo: che ciò sovente succede in alcune persone divote visionarie. Queste abituate a contemplar per via d'immagini con fisse composizioni di luogo, come per altro son malinconiche ed infermicce, nel maggior fervore di loro divote contemplazioni, alcuni attuosi effluvj si elevano dalle viscere poco sane, e per via de i nervi dipendenti dal cerebello ascendono ad aggirare i di lui spiriti, i quali sortendo dalle protuberanze orbiculari, per le braccia duretane del fernice nel setto lucido, trasportano tutte le immagini, che truovano nelle fantasia, introducendole nel senso comune. E allora quelle semplici persone deluse, credono di aver delle vere visioni, e delle reali apparizioni di Gesù Cristo, e suoi angeli, e di quei misterj, che stavano contemplando, o di altri fatti da essi dipendenti. E le raccontano poi per vere visioni e rivelazioni; e ciò con tutta sincerità; e benché non intendano ingannare, ingannano, perché s'ingannano. Di qui pertanto nasce quella somma circospezione, con cui procede in Roma nei processi intorno alla beatificazione de i servi di Dio; perché quantunque le estasi e visioni delle persone di straordinaria pietà, concorrendo insieme molte circostanze, sieno indizio di santità: pure non se ne fa ivi gran caso: anzi, come insegna il cardinal di Lauria nell'opuscolo quinto De Oratione, e seco il sopralodato cardinale Lambertini nel luogo poco fa citato, ab Apostolica Sede numquam pro miraculis specialibus approbantur, nisi evidenti aliquo supranaturali signo sint adminiculatae.
In fatti erano una volta in gran voga queste visioni e rivelazioni, e venivano ricevute tutte, come gioje cadute dal cielo. Anzi l'ignoranza di allora facea prestar fede a qualsivoglia sogno divoto delle persone dabbene, e fino alle finzioni ed imposture, delle quali non vi era inopia. Chi legge la storia di quei tempi, ne incontra parecchie, ed ammira la semplicità delle buona gente. Si sono poi aperti gli occhi; e fattone un più severo esame, oggidì simili merci non godono quel passaporto, che una volta loro con troppa facilità si dava. Si è anche veduta la Santa Sede e la Sorbona non approvar quelle di suor Maria di Agreda per varie ragioni, che non occorre mentovare. Io stesso ho conosciuta una verginella, mancata di vita con ben fondato concetto di santità, la quale lasciò bensì dopo di sé un gran fascio di rivelazioni, ma con poca fortuna di esse nel saggio tribunale, che presiede a sì fatti esami. E qui sopra tutto converrebbe considerare, quanto sul fine del prossimo passato secolo, e nel principio del presente, accadde in Francia per conto di Giovanna Maria Bouvieres de la Mothe Guion; la cui morte avvenne nell'anno 1717. La Vita sua da lei medesima scritta, fu stampata in Colonia nel 1720. Piena essa era della mistica teologia; i suoi costumi ed affetti tendevano tutti a Dio, da lui diceva ella di avere ricevuto il dono dell'orazione interiore, e restano non pochi libri divoti, da essa composti. Ora in quella vita essa non appruova le visioni, le estasi, le rivelazioni, siccome cose pericolose e suggette all'illusione. Solamente esalta quel genere di estasi, in cui l'anima è tirata da Dio, astratta affatto dalle cose umane, e assorbita in Dio, come in suo centro. Ed appunto a questa gran felicità diceva ella di essere giunta, con raccontar poscia il beato suo commerzio con Dio. Ma questa donna accusata degli errori del Molinos, e di varie illusioni, provò delle gravi vessazioni dal celebre vescovo di Meaux Bossuet; e dall'arcivescovo di Parigi Harlay; non le mancò la prigionia; e in fine tutte le sue estasi e rivelazioni rimasero screditate e proscritte. Nei tempi barbarici questa facilmente sarebbe stata tenuta per santa; ma non già ne i nostri, che adoperano meglio la pietra del paragone. Un tale esempio dee ben servire a noi per aprir gli occhi, e farci camminar cauti. Il che sia detto, non già per condennare alla rinfusa tutte le apparizioni e rivelazioni, perché se il credere troppo è un eccesso, può essere non meno eccesso il creder nulla.
Primieramente se esse per l'ordinario non compruovano la santità, né pur la pregiudicano. Non mancano altre legittime pruove, che alcun sia santo; e quando anche fossero lavori dell'anima e fantasia divota le estasi di tali persone, convengono esse sempre a chiunque ripone la sua delizia nel pensare a Dio, e nel meditare i suoi misterj. Secondariamente meritano particolare stima i bei sentimenti ed affetti divoti di simili libri, potendo la lettura di essi giovar non poco ad alimentare e ad accrescere la divozion del cristiano. Per questo pregio ancora sopra l'altre sono prezzabili le opere della mirabil serva di Dio Santa Teresa, piene d'ingegno, piene di unzioni. E questa medesima maestra dell'orazione in più luoghi insegnò alle sue religiose, che non son da cercar, né da desiderare i ratti, le visioni, e certe grazie particolari di Dio, riconoscendo anch'ella i molti inganni, che possono intervenire in così fatto esercizio. In terzo luogo, tuttoché manchi per lo più alle rivelazioni de' buoni servi di Dio l'indubitato carattere d'influenze sopranaturali, ciò non ostante temerità sarebbe il vilipenderla, posto sempre che in esse non apparisca una grossolana semplicità o un odore affettato di qualche scuola particolare. Perché non sappiamo, in quante maniere la divinità comunichi le sue grazie e i suoi lumi alle anime de' suoi cari, perciò disdirebbe lo stendere un decreto condennatorio di tutto quanto raccontano le pie persone delle lor visioni. Quello bensì, che dovrebbe religiosamente osservarsi, sarebbe di non portar mai sui pulpiti, né di adoprar per pruove della religione, somiglianti apparizioni e rivelazioni. L'infallibil rivelazione l'abbiamo nelle divine scritture, e molto di questo ancora è stato a noi tramandato colla tradizione de' primi secoli del Cristianesimo, e riconosciuto e confermato da i sacri concilj. Non si dee avvezzare il popolo a tener per fermo ed eguale agl'insegnamenti certissimi della Chiesa di Dio quello, che è incerto, né porta seco l'innegabil sigillo della verità rivelata da Dio, potendo essere unicamente parto delle fantasie divote. Certamente niun bisogno ha di questi dubbiosi appoggi la santa religione, che professiamo; anzi a lei ne può venir più tosto del danno presso i nimici, con figurarsi eglino, che abbia credito presso di noi al pari della divina rivelazione tutto quello, che le sante e pie donne asseriscono rivelato loro da Dio: il che troppo è lontano dalla verità. Bene sarà, che in questo proposito il lettore apprenda ancora ciò, che l'abbate di Fleury lasciò scritto nel tomo vigesimo della Storia ecclesiastica, dove disapprova il prendere per rivelazioni e cose miracolose le meditazioni di alcune per altro sante donne; con aggiungere, essere di qui nata la teologia mistica, professione sottoposta a molti errori ed abusi; e doversi attenere la pietà e divozione cristiana a i documenti infallibili delle divine scritture, e a praticar le virtù, per le quali tanti hanno acquistato con sicurezza il titolo di santi. Certamente chi ha letta la vita di Antonietta Burignon, nata cattolica in Lilla di Fiandra, morta non si sa di qual religione nel 1680 e tanto esaltata dal visionario calvinista Jurieu, e quante rivelazioni ella spacciasse, e quanti libri componesse: dee bene aprir gli occhi in queste materie, e conoscere a quante illusioni sia sottoposta la fantasia divota delle femmine: disgrazia, da cui non sono andati esenti alcuni ancora uomini di rara pietà.
Questi pochi avvertimenti mi piace di chiudere con due altre avventure, acciocché si vegga, di che mirabili sintomi sia capace l'anima e la fantasia umana nelle astrazioni ed alienazioni di mente. Nell'anno quinto della decuria seconda, osservazione centesima vegesima nona delle Efemeridi germaniche, racconta Gian. Lodovico Hannemanno, che nell'anno 1684 una donna maritata ad un colonnello della nobil casa Ranzov, presa da febbre maligna, era, come diciamo, fuori di sé. Ma in quel delirio cantava con voce gagliarda, e insieme con tal dolcezza e garbo alcune canzoni rimate, che esso medico attesta di non aver mai udita più soave melodia. Quello, che parve ancora più maraviglioso, essa componeva quelle canzoni, e dava loro il tuono, senza che si trovassero in libro alcuno. Nel Zodiaco medico gallico al gennajo osservazione prima parimente si legge che una nobil fanciulla per ardentissima febbre venne ad un furioso delirio: cessato questo, rimase senza senso e moto, di modo che fu creduta morta, né si pensò ad altro, che a prepararle il funerale. Ma dopo qualche tempo gittò un sospiro, ed accorsi gli astanti con liquori spiritosi, e con iscaldarla tanto fecero, che ella tornò in se stessa. Non il ringraziò ella punto di questo beneficio, anzi proruppe in lamenti, perché avessero distolta l'anima sua giunta ad uno stato d'inesplicabil tranquillità e felicità, a cui alcuno non può giungere in terra, e che niun gaudio e piacere di questa vita potea paragonarsi al provato da lei. Aggiunse di aver ben sentito coll'orecchio i gemiti de i suoi genitori, e i ragionamenti intorno al suo funerale; ma che questo nulla avea interrotta la sua tranquillità; ed essere stato sì profondamente immerso l'animo suo in quelle delizie, che più non pensava alle cose del mondo, e né pure a conservare il suo corpo. Parlasi ancora di una epilepsia estatica nelle suddette Efemeridi germaniche anno quarto, osservazione ottantesima prima; e di due altre all'anno sesto della decuria seconda, osservazion duecentesima prima, e ducentesima vegesima nona. Il che fa vedere, che né pure in quel sì terribil morbo cessa l'anima di pensare, ancorché ordinariamente gli epileptici non si ricordino di avere allora pensato.
Tutte queste cose rammento io, acciocché si possa considerare, quante inesplicabili azioni si faccino dall'anima e dalla fantasia nel capo nostro per opera della natura, senza che v'intervenga cagion sopranaturale. Però torno a dire essere il partito migliore quello di sospendere il giudizio, ogni volta che c'incontriamo in accidenti straordinarj, perché abbiam tuttavia da imparare, fin dove si stendano le forze dell'anima e della fantasia, e ciò che Dio, quando vuole, operi in noi. Ma ricordiamoci sempre, che l'entusiasmo può essere cosa naturale, e ne abbiamo esempli antichi e moderni tanto negl'infedeli, che negli eretici. Che anche persone buone cattoliche possano cadere naturalmente in simili trasporti di mente e giuochi di fantasia, niuno, credo io, lo negherà, che ben esamini sì fatte materie. Molto ci sarebbe da dire intorno ad esso entusiasmo, il quale più di quel, che crediamo stende le fimbrie sue; ma a me basta di averlo solamente accennato. Certamente che nella contemplazione, o sia nella mistica teologia, la quale esclude tutte le immagini della fantasia, possano intervenir varj perniciosi errori, potrà il lettore impararlo da un'operetta del celebre padre Segneri il vecchio, e da altre dell'insigne vescovo di Meaux, Bossuet. Vi ha eziandio un trattato franzese di autore anonimo, intitolato Le Christianisme Eclairci, e stampato nel 1700 dove con acutezza d'ingegno è maneggiata questa materia, e mostrato, non doversi già con general sentenza riprovare i mistici; ma essere ciò non ostante suggetta a varj pericoli e molti errori la lor professione. Intendo ancora, che nel presente anno 1744 il p. Amort canonico regolare abbia pubblicato in Augusta una sua opera de Apparitionibus, Visionibus, & Revelationibus privatis. Cosa egli scriva, nol so. Finalmente sapendo noi, che l'apostolo san Paolo fu favorito da Dio di sublimi rivelazioni, ma delle quali, dice egli, non licet Homini loqui: si dimanda, come le persone date alla mistica, e che forse anche godono somiglianti favori, credano poi lecito di pubblicarli, quando S. Paolo nol giudicava lecito a se stesso? E ciò basti intorno a questo argomento; lasciando io volentieri ad altri la cura di ben esaminare, e di produrre ragioni sode, perché si truovi più facilmente nel sesso debole, che ne' maschi, la disposizione a sì fatte estasi. Appunto per la sua debolezza, dirà taluno. Dica quel che vuole: che io per me non oso dire di più.