Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO XI Delle malattie particolari della fantasia umana, provenienti dalla natura, o da noi stessi create.

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CAPITOLO XI

Delle malattie particolari della fantasia umana,
provenienti dalla natura, o da noi stessi create.

Né solamente si danno malattie epidemiche nella nostra fantasia, ma ancora ne troviamo non poche particolari, cioè proprie di alcune determinate persone, che non si comunicano agli altri. Queste o le portiamo dall'utero della madre, o pure a cagion di qualche accidente si formano in noi. Quanto alle prime, cioè alle naturali, niuno ci è, che non abbia o provato in se stesso, ed osservato in altre certe antipatie, senza che chi le ha, sappia addurne ragione alcuna. Un principe de i nostri tempi, che non si sgomentava punto al suono e pericolo delle cannonate, non potea sofferir la vista de i gatti. Ad altri non pochi succede lo stesso, di modo che Arrigo ab Heer nell'osservazione vigesima nona ebbe a scrivere: Qui cattos horrori habent, passim obvii sunt. E truovansi persone, che al mirar tali bestie, anche solamente dipinte, son prese da un gagliardo tremore ed affanno, e talvolta son cadute in deliquio. Conosco io uno dei migliori amici miei, persona dotta e spiritosa, preso da sì gagliarda antipatia a i sorci o topi, che al vederli, e infin morti, si raccapriccia, impallidisce, e sbigottito fugge, con far ridere la gente, che s'incontra a vederlo in quel terribile incontro. Siccome uomo di molto intendimento ha fatto più pruove per vincere se stesso, ma non gli è mai riuscito di superar questa naturale avversione della sua fantasia. Sarebbe da vedere, se mai le madri nella gravidanza fossero state spaventate da qualche accidente di gatti, per cui avessero impresso nel feto quell'abborrimento; o pure se i fanciulli nella lor tenera età qualche danno avessero patito da tali animali, in guisa che fissato quello spiacevol fantasma nella lor fantasia, si risvegliasse poi all'aspetto de i medesimi, e commovesse gli spiriti all'orrore e alla fuga come di cosa nociva. Certamente l'avere talvolta un qualche cibo recato nocumento, basta ad unire coll'idea di quell'oggetto l'idea dell'avversione, che duri per sempre. Ma oltre a ciò si danno antipatie e simpatie, delle quali è affatto ignota l'origine. Vi ha di quelli, che il presentargli avanti de i gambari vivi o , corrono pericolo di sfinimento. Così altri portano un naturale abborrimento al formagio, a certi volatili, e ad altri cibi, al vino, o ad altri liquori. Quello che è poi contrario onninamente alle leggi della natura, si può dire il caso, che raccontano di un per altro savio ufizial militare (se pur è vero) che non potea sofferire l'aspetto delle donne ancorché belle; impallidendo tosto e sudando, se non si ritirava. Supposta la verità del fatto, l'avrei volentieri io interrogato, se mai nell'immaginazione sua si fosse impresso questo universale abborrimento per qualche tradimento, o male a lui fatto da una particolare persona; perché questo solo avrebbe potuto bastare per concertare e guastar la sua fantasia intorno agli altri oggetti della medesima specie. Ma o sia che venga da irregolari ignote produzioni della natura, o da qualche straordinario accidente di forte apprensione l'antipatia; fuor di dubbio è, che la sua sede si dee cercare nella fantasia, la quale muove immediatamente l'animo all'abborrimento: né l'anima ha forza per l'ordinato di reprimere e correggere quel fantasma, siccome abbiam vedutopure a lei permesso di fare nei fantasmi della pazzia parziale. Sembra nondimeno credibile, che in alcuni casi volendo risolutamente l'uomo vincere qualche sua antipatia, potesse farlo.

Ciò almeno può e suol succedere in alcuni fantasmi tormentatori, che non vengono da naturale inclinazione, ma bensì han principio negli adulti per qualche gagliarda impressione di una idea, che la fissa meditazione dell'anima ha imprudentemente formato, e serve poi a martirizzar l'incauta persona. L'uomo, in cui predomina la malinconia e la timidità, si truova più degli altri esposto ad albergare e conficcar nella sua fantasia cotali molestissime idee; essendo, come altrove abbiamo detto, quel temperamento atto a cagionar delle stravaganti peripezie nel cerebro umano, ed anche un veicolo alla pazzia: colpa principalmente del sangue, e di chi in vece di divertire i neri pensieri, e di cercar oggetti allegri, ritirato nella solitudine, si concentra in se stesso a contemplare ed ingrandire que' sì tetri fantasmi, che poscia con più empito a lui fan guerra. Un'occhiata agli scrupolosi. Son questi mossi da un principio buono, ma da cui talvolta vengono conseguenze cattive. Cioè sono gli scrupoli segno di un'anima, che per lo più ama Iddio, o certamente il teme; e finché essi consistono in una discreta delicatezza per non offendere il Signor nostro (il che è proprio di tutte l'anime buone) son da chiamar molle e ruote molto utili a chiunque aspira al regno eterno di esso Dio. Ma non si ferma qui alle volte l'interno movimento dell'anima scrupolosa, cioè in preservar de' peccati nell'avvenire: va anche dietro a ruminare i già commessi, spezialmente allorché l'incauta e bollente gioventù fece trascorrere in qualche fallo o in molti. La lettura di alcuni libri spirituali, o le declamazioni di qualche sacro oratore, talvolta anche indiscreto, intorno alla giustizia infinita di Dio, e alla difficultà di ben saldare i conti con lui, mercé dell'esatta confessione e del vero pentimento e dolore, eccitano delle idee terribili di Dio giudice, e della gran malizia del peccato. Impresse queste nella fantasia de' malinconici, tornano spesso davanti all'anima. In quella fantasia sta dipinta Iddio, come un fiscale rigorosissimo, e quasi dissi un agozzino, molto pronto al gastigo, poco al perdono. Vi sta anche il ritratto dell'offesa di Dio, quasi un abisso di malizia indegna di perdono, di modo che già si mirano spalancate le porte dell'inferno per ingoiar chi fu una volta peccatore, ma non vorrebbe esserlo più. Però nascono tormenti ad essa anima, ogniqualvolta ella fissa il guardo in sì tetre immagini; e questa forte sua agitazione passa alle volte ad alterare il corpo, e a cagionare morbi, e fino la stessa pazzia. Ho conosciuto femmine, che in occasion di una strepitosa sacra missione son cadute in insania, e si è poi durata fatica a rimetterle in sesto. Ah infelici, che non badono al gran torto, che fanno al sublime nostro padrone Iddio, il più amoroso, il più clemente padrone, che mai possa immaginarsi, il quale conoscendo, qual sia nel presente stato l'uomo, cioè una creatura fallibile e peccabile, ci compatisce, ci sopporta, ed ansiosamente aspetta, che pentiti delle colpe, imploriamo il perdono, per rimetterci in sua grazia, ed abbracciarci quai diletti suoi figli. Lo strepito de' sacri oratori è contro chi giace immerso nei peccati, né vuoi risorgere; e non già contro chi è risorto, & ha detestate le cattive opere sue davanti a i sacri ministri, con sentire in suo cuore un vero desiderio, e una forte risoluzione di star da innanzi unito al suo Creatore. Si cancelli dunque dalla fantasia quel brutto ritratto, che l'incauta malinconia ha impresso, e vi ha formato del nostro buon padre celeste; e un altro tutto diverso vi s'imprima con sotto questo titolo: Ecco il Padre della misericordia: che questo è, secondo san Paolo, il nome, di cui principalmente si gloria quel benignissimo signore, a cui serviamo, ed è l'oggetto caro e luminoso della speranza de' cristiani. Sanno o non sanno questi sì cupi macinatori di scrupoli e timori essere una delle più grandi offese, che si possano fare allo stesso Iddio, il disperare della misericordia sua?

Certamente non si può abbastanza ammirare la nobilissima fabbrica dell'uomo, se si medita la struttura artificiosa del suo corpo; e molto più se la sostanza spirituale, che lo anima, ed è cagion di tante scienze, arti, ed azioni sommamente lodevoli. Ma voltate carta. Questo edifizio altrettanto è suggetto ad innumerabili difetti e sconcerti, cioè il corpo a tanti malori, l'anima a tanti errori. Se l'intelletto s'inganna, egli seduce la volontà; se la volontà è guasta dalle passioni, può e suole anch'essa offuscar la luce dell'intelletto e trarlo in errore. E l'uno e l'altra poi concorrono a concepire o ad abbracciare strane e moleste opinioni, imprimendone le idee nella fantasia, le quali non lasciano poi di affliggere l'anima, ogniqualvolta si rammentano. Ma finalmente l'intelletto potrebbe, se la volontà fosse ben risoluta, correggere in gran parte i falsi fantasmi, a i quali ha dato ricetto. Vi ha persone, che al mirare il solo sangue cavato dalle vene o sue o altrui, e molto più all'aspetto di un uomo ferito, son vicine a svenire, e talvolta in fatti svengono. Altri non possono reggere alla vista di un cadavero portato alla sepoltura, di una bara, di una messa da morto. Ho parimente conosciuto un cavaliere di gran merito e saviezza, che al solo udire in una conversazione chi descriveva la giustizia fatta di un omicida, preso da un improvviso sfinimento cadde dalla sedia in terra, tanto fu l'orrore impresso nella sua fantasia. Ma quando si proponesse una persona non pazza di voler francamente sostener la vista di tali oggetti, o sia delle immagini di essi portate alla fantasia, e comandasse alla mente sua di ben riconoscere la vanità di quelle false idee, che rendono più terribile o spiacevole di quel che conviene un oggetto: chi crederà che tal persona non possa vincere quell'orrore, e mirare intrepidamente quello, che tanti altri senza scomporsi han tante volte veduto? E se non otterrà al primo colpo la vittoria intera, potrà sperarla dopo qualche pruova. Io so di una persona, che per aver veduto mozzare il capo ad un reo nella pubblica piazza, fu lungamente perseguitato in sogno da questa immagine, per cui tutto tremante si destava. Apposta per liberarsene, andò trepidamente a mirare un altro somigliante spettacolo, e tra le riflessioni fatte, e il coraggio esercitato, mai più non ne risentì molestia. Erano infami, meritavano di essere vietati i crudeli giuochi de i gladiatori presso i romani; tuttavia si avvezzava la gente a non avere ribrezzo alla vista del sangue, e servivano di noviziato a i soldati. Si ha ben da confessare, che difficilissimo è il potere resistere alla gagliardia di certi altri fantasmi, e il domarli su i principj, come accade a chi la morte rapisce un caro unico figlio, una dilettissima moglie, e così di altri simili majuscoli casi succede. Si truovava allora la fantasiapiena dell'idea di quel figliuolo, di quella consorte, con tutto l'apparato dell'altre idee congiunte con essa, cioè dei beni, che si godeano, o se ne speravano, perduti; e de i mali immaginati per cagione di tal disgrazia: che quasi sforza la mente a tener fisso il guardo in quella sola, senza che ella sappia esercitar la sua libertà, per pensare ad altre immagini, e ragioni per consolarsi. Son costoro da compatire, né alcun dee meravigliarsi, se in quel gran bisogno a nulla serve il volerli consolare. È troppo, dissi, allora difficile il divertir l'anima dal pensare a quell'oggetto, che la fantasiavivamente ed ostinatamente le presenta avanti. Certo chi sapesse allora far questa diversione, risparmierebbe a sé de i grandi affanni. Ciò si fa dopo qualche tempo, cioè dappoiché smontata la forza di quel sì molesto fantasma, luogo resta all'anima di considerar la volontà di Dio, l'inutilità dei lamenti ed affanni per avventure, alle quali rimedio non ci è, ed altre ragioni della filosofia cristiana, o morale, cioè idee contrarie a quelle, che accompagnavano il fantasma, dianzi cotanto tormentatore: in guisa che esso da innanzi o non si mira, o se si mira, non cagiona più la provata inquietudine precedente. Per conto poscia di altri fantasmi di minor polso, ma continuati, il non liberarsene, o il non ispogliarli di certi attributi dispiacevoli, o creduti nocivi, per lo più viene non da impotenza, ma da trascuratezza dell'uomo, che non si mette al forte per ben regolare la propria fantasia. Per quanta avversione abbia taluno a qualche determinato cibo, se ha fame il premerà forte, né altro vi sia, con quel cibo molto ben egli farà la pace. Così gl'infermi, pel desiderio di guarire, inghiottono alle volte medicamenti, che sani troppo abborrirebbero, e forse con ragione. Perché dunque non potrà la volontà risoluta di un uomo reprimere e modificare non pochi de i fantasmi o naturali o acquisiti, che la mente può facilmente conoscere non assistiti da ragione alcuna? Il che sempre va inteso, purché la fantasia conservi quella flessibilità, che noi tutto proviamo in noi stessi. Cioè apprendiamo varie idee di cose, o le formiamo colla mente nostra, imprimendole poi nel cerebro con gli attributi, o sia coll'altre idee di vere, di belle, o di giovevoli. Non passa molto, che sopravenendo altre migliori ragioni, facciano mutar faccia a tali idee di cose, e ce le torniamo a dipingere nella fantasia con gli attributi di false, brutte, o nocive. Regolarmente il cerebro nostro è disposto a ricevere tutte queste mutazioni d'immagini, qualora la mente ammaestrata da ragioni più vigorose, passa a mutarne gli attributi primieri. Ma perché questa flessibilità non si truova alle volte in certe persone, ancorché si tratti di fantasmi strani, che anche il volgo scorge essere insussistenti e vani: noi diciamo allora, che questi tali son divenuti pazzi, ed essere lesa la lor mente, quando per altro si avrebbe a dire, che questo è un male sopravenuto al cerebro loro, che si è, per così dire, indurito in quella sola parte, e ridotto a non ammettere più alcun cangiamento in un fantasma, che pur tutti gli altri riconoscono per ridicolo, o falso.


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