Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO XIII Della maniera, con cui i fantasmi giornalieri possono turbar l'anima, e sconvolgere la ragione.

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CAPITOLO XIII

Della maniera, con cui i fantasmi giornalieri possono
turbar l'anima, e sconvolgere la ragione.

Siccome abbiam detto più volte, la mirabil fabbrica dell'uomo è una sommamente ingegnosa ordinanza e connession di ruote, che non potea mai formarsi se non da un architetto d'inesplicabil potere e sapere. Tutte queste ruote hanno la lor forza particolare. L'anima ragionevole (poiché l'ammettere nell'uomo anche un'anima sensitiva distinta dall'altra non sembra assai tollerabile pretensione) l'anima, dico, o sia lo spirito indivisibile, intelligente, immortale, è la principal ruota, che ha vigore attivo e principesco per muovere con un sol cenno la materia organizzata del corpo ad assaissimi quotidiani ed azioni, avvegnaché finora lo sforzo de' filosofi non sia giunto a riconoscerne la maniera. Essa anima ancora abbiam veduto, che muove a suo piacere la fantasia, cioè le immagini esistenti in essa, formandone le meditazioni e i ragionamenti suoi. I nervi, i muscoli, i tendini, le fibre, esercitano anch'essi la lor forza per eseguire i comandamenti dell'anima. Né minore è la forza degli umori e de' fluidi d'esso corpo, e principalmente del sangue, essendosi già osservato, che non rade volte mettono in moto le fibre del cerebro, e la stessa fantasia. Qui a me solamente occorre di richiamar di nuovo alla considerazione nostra essa fantasia; perché abbiamo bensì osservata in varj fenomeni la forza sua, ma non già in tutta la sua estensione. La materia per se stessa non è che una sostanza passiva, e priva di moto; ma se ella è messa in movimento, riceve quella forza, che han tutti i corpi, capaci allora, che son mossi, di muovere altri corpi di minor resistenza. Però in essa fantasia si truovano forze impulsive, atte a commuovere non solo il corpo, ma anche l'anima, fino a predominarla, se quella non istà ben cauta, con trarla ancora ad azioni sconvenevoli ad uno spirito dotato di ragione. Andiamo a vederlo.

Due sorte d'idee, siccome abbiam detto, si vanno a scrivere nella nostra fantasia, cioè quelle degli oggetti fisici, e quelle degl'intellettuali. Le prime ci rappresentano tutto ciò, che di materiale apprendiamo per via de' sensi; le seconde tutto quello, che non cade sotto i sensi, ed è o formato o riconosciuto dalla contemplazione dell'intelletto, come gli assiomi, gli universali, le relazioni, le opinioni, e tutte le nozioni metafisiche, matematiche, e morali. Noi cominciamo ad osservar la forza di tali idee negli stessi fanciullini, perché non tardano a sentire ciò, che reca loro piacere e dispiacere, per appetir l'uno, ed abborrir l'altro. I cibi son quei primi, de' quali è portata l'impression alla lor fantasia, come del latte, e susseguentemente di cibi più sodi. Questa idea del latte, accompagnata dall'attributo di essere cosa che piace, se vien commossa dalla fame, o dall'aspetto della madre lattante, commuove tosto l'anima ad appetire, e cercare con ansietà e grida quel cibo. Divenuti più grandicelli, un frutto da essi mirato mette la lor anima in ismanie per ottenerlo. Crescendo poi l'età, e crescendo anche le cognizioni dell'anima nostra, parrebbe, che questa acquistasse maggior autorità sopra la fantasia per comandarle sempre e resistere in ogni tempo a gli empiti delle immagini sue; e così dovrebbe essere; ma ne i più degli uomini non è già così. L'appostolo ci fece già sapere un combattimento interno fra lo spirito e la carne con dire, che abbiamo un'altra legge nelle nostre membra, la quale ripugna alla legge della nostra mente. Aggiunse ancora, che la carne concupisce contro lo spirito: che il corpo aggrava l'anima: dal che presso i teologi venne il celebre e citato nome della concupiscenza. Mi sia lecito il dire, che l'appostolo avvezzo a valersi di graziose metafore, anche ivi metaforicamente usa il vocabolo di concupire, cioè di desiderare con ardenza; perciocché la carne, cioè il corpo, per essere materia, non è capace di formar desiderj. Però la fantasia altro non è a mio credere, che il mantice della concupiscenza, perché ad essa muove l'anima colla forza impulsiva delle immagini sue, la quale se non è raffrenata dal maggiore potere dell'anima (e questa assistita dalla grazia di Dio può farlo, se vuole) conduce l'anima stessa ad operar cose indecenti alla sua dignità. Vero è, che gli umori dal nostro corpo noi li proviamo secondo la lor varietà incitanti alla libidine, all'ira, alla malinconia. Ma il movimento d'essi o viene dalla stessa fantasia, o pure va a terminare in essa fantasia. Cioè o qualche immagine ivi impressa commuove essi umori, ovvero svegliano essi umori co i loro spiriti qualche immagine della medesima fantasia, la quale appresa o considerata dall'anima, la trae a pensieri o voleri di lussuria, di collera, di tristezza, e simili.

Che nella nostra fantasia s'imprimano idee semplici & indifferenti, cioè, che non producono piacere o dispiacere, mirate che sieno dall'anima nostra; lo proviamo tutto . Per lo più nondimeno a chi ben vi riflette, con essa sta unita qualche specie, o attributo capace di produrre più o men di utilità o danno, di piacere o dispiacere nell'anima, e di eccitar in essa qualche passione o di amore o d'odio, di timore o di speranza, e simili. Che questo carattere vi sia impresso con subitanea o matura riflessione della nostra mente, la qual tosto scorge essere quell'oggetto in qualche maniera o dilettevole, o utile, o bello, o curioso, o strano &c. o pure l'opposto: sembra più conforme alla ragione, perché abbiamo detto non potersi attribuire alla fantasia virtù alcuna conoscitiva o appetitiva. Secondo le apparenze è vero, che coll'idea delle cose esterne passano alla fantasia talvolta unitamente i contrasegni d'essere grato o ingrato, utile o nocivo, e così discorrendo. La vista d'una serpe, di una fiera slegata e simili, si potrebbe dire, che portasse seco l'abborrimento e il terrore nella fantasia; e per lo contrario molte cose belle ed amabili vi portassero il piacere. Così un meccanico natural movimento, e non una riflession della mente, sembra l'inclinazione e simpatia del maschio verso la femmina, e della femmina verso il maschio, allorché son giunti ad una competente età. Non è da molti accettata l'attrazione fra i corpi del Newton in vece della gravitazione; ma che si dia fra i due diversi sessi una qualche naturale attrazione, si potrebbe non senza fondamento immaginare, che ben regolata dalla ragione e da' precetti della religione si converte in beneficio dell'umana natura. Contuttociò più probabile o certo è, procedere questa creduta simpatia da un pronto raziocinio della mente, la quale giudica, se l'oggetto, rappresentato dall'idea, è vero o falso, bello o brutto, giovevole o nocivo, amabile o sprezzabile, e così d'altre simili idee astratte metafisiche, o morali, le quali essa unisce dipoi in maniera a noi incognita con quella idea, che è il loro suggetto. Ora quanto più la mente nostra, prendendo la direzione dall'amore di noi stessi, cioè dal primo principio intrinseco, o sia dal primo mobile delle nostre azioni morali, osserva, quali sieno le cose, che possano conferire al nostro bene, o divenire a noi cagione di male, nascendo da tal riflessione qualche passione; tanto più vivacemente essa imprime nella fantasia queste sue idee, per rallegrarsi e godere, se può, del bene, e per suggerire il contrario. Ordinariamente la sola impressione di una idea o dilettevole o spiacevole non cagiona tal vivacità e forza, che possa rapire a sé i guardi dell'anima quasi sforzandola. Si ricerca in oltre, che sia ripetuta e ricalcata, e che a quella idea se ne sieno aggregate moltissime altre o dipendenti da essa, o relative alla medesima, che dieno moto a qualche vigorosa passione; di modo che tutte queste idee unite empiano, per nostro modo d'intendere un largo campo della fantasia. Allora, siccome un gran palazzo attrae più a sé l'occhio, che le basse case; così l'occhio interno dell'anima si sente tirato a contemplare quel fantasma, ampliato da tanti altri seco uniti.

Entriamo un poco nella fantasia d'un amante profano. Osservate ivi impressa l'idea dell'oggetto, ch'egli va vagheggiando in lontananza, quando non può avere il contento dell'originale presente. A questo oggetto poi ivi dipinto fan corteggio moltissime altre idee, delle quali se bramaste informazione, dimandatela a messer Francesco Petrarca, e ad altri poeti, che sono, o fingono d'essere innamorati. Essi han trovato mille bellezze in quegli occhi, altrettante dolcezze in quel parlare, una mirabil leggiadria nel riso, ne' gesti, nell'andare. I diletti, ch'essi si figurano di avere a godere, se potran giungere al possesso di questa da loro spropositamente appellata divina bellezza, han da essere inesplicabili. Tali meditazioni, ed altre innumerabili, hanno essi fatto sopra quell'idolo; e tutte queste idee si sono aggiunte alla primaria, di modo che la lor fantasia ne è principalmente ripiena; e tutte queste son dilettevoli per lo più, da esse perciò risultando movimenti di passioni, cioè di amore, di desiderio, di speranza, di gaudio. Ve n'entrano poi anche delle disgustose, come son le gelosie, i timori, ed altre pene de' folli martiri del mondo. Ma queste ancora aumentano quell'apparato d'idee, ciascuna coerente alla principale suddetta. Che maraviglia è dunque, se alla mente di questo mondano amante si affacciaspesso un fantasma corteggiato da tanti altri, e per così dir dominante nella fantasia? Quando egli si truova in mezzo agli affari, quando va per orare in chiesa, quando è a tavola, in una parola dapertutto, questo orgoglioso e dilettevol fantasma comparisce davanti all'anima; e s'ella il caccia, poco sta a ritornare in campo; e sin quando egli dorme, il più delle volte i sogni vanno a terminare in qualche avventura appartenente a quell'idolo stesso. Voltate carta. Un tale ha ricevuto un affronto da un suo pari, o pur sa, che colui è dietro a scavalcarlo dal possesso di qualche onorevol posto, o che gli ha usato un tradimento. In somma il riguarda come un suo nemico. Questa dispiacevole idea si fissa nel cerebro suo, né già ella sola. L'odio, lo spirito maligno della vendetta, l'ira, ed altre riflessioni a poco a poco formano una folla d'altre idee, tutte concernenti l'abborrito nemico, e tutte formanti nella fantasia un grosso squadrone, che ha forza di muovere l'anima, anche quando essa non vorrebbe, a mirarlo, a pensarvi. Non è da meno di questi tali una persona ardentemente innamorata di Dio, e avvezza a meditare. Leggiamo dei santi, che in mezzo ai rumori del mondo, e ai più dilettevoli oggetti della terra, non poteano trattenere il lor pensiero, che non vagheggiasse quell'idea nobilissima ed amatissima, ch'essi portavano, per parlare col popolo, scolpita in cuore, voglio dire altamente impressa nella lor fantasia, con tante belle, divote, e vere nozioni, tutte concatenate con essa. Sembra alla gente dozzinale, che il suo pensiero vada a trovar l'amico, la casa, il podere, che son lontani; ma altro viaggio non fa il pensiero, cioè il moto dell'anima, che di mirare i fantasmi presenti di que' lontani oggetti, perché scritti nella fantasia.

Ecco dunque come questa potenza arriva ad esercitarla sua forza sopra la mente, rallegrandola con gli oggetti piacenti, e turbandola ed affligendola con i dispiacenti. Qui nondimeno non è finita la festa. Le passioni si possono chiamar modificazioni e movimenti dell'anima nostra, la quale formati che gli ha, ne imprime in certa guisa le traccie o idee nella fantasia, coerentemente a quella, che è interesse suo di meditarla, perché di bene o di male a lei spettante. Come ciò si faccia, nol so dire; ma che si faccia, pare, che non sia da dubitarne. Possiamo immaginare, che sì fatte passionate idee s'imprimano più forte, più profondamente o con più estensione nel cerebro: ferita, che a poco a poco suol poi venire saldata dal tempo. Qualunque volta dunque, siccome abbiam detto, quella principale idea si fa vedere all'anima, per lo più, se non sempre, risveglia in lei quelle stesse passioni o gustose o disgustose, con cui nacque e crebbe, ed eccita gli appetiti innati nell'uomo, cioè i desiderj corrispondenti a quelle passioni. Affezioni poi sì poderose, ove non sieno raffrenate e moderate, ognun sa, a quanti precipizj possano trarre l'anima nostra, cioè a quanti vizj e peccati, ovvero tenerla immersa in essi, senza trovar la via di risorgere. Avrete conosciuto uomini perduti nell'amore o amorazzo di qualche loro amica. Immagina talvolta la buona gente, che costoro non se ne possano distogliere per qualche malìa, che gli abbia affascinati. A niun'altra cagione si dee attribuire questo sì forte lor legamento, che all'idea di quell'oggetto, circondata da tutte l'altre idee di piaceri (forse anche illeciti) che da essa ridondano, parendo a costui, che la maggior sua felicità sia riposta in quella amicizia, e che ne morrebbe di spasimo, ove se ne volesse troncare il filo. Lo stesso avviene agli abituati nell'amore soverchio del vino, del giuoco, della gola, e simili. Così la dominante idea del guadagno torna spesso davanti all'anima del mercatante, e del non mercatante, e molto più dell'avaro, per tacer altri esempi. Dall'aspetto di così poderosi fantasmi agitata poi l'anima, sente un'impulso interno ad operar quello, che si accorda con essi, lodevole o biasimevol che sia. Tale è quest'urto ed impressione, che fa il dominante fantasma nell'anima; che quantunque a noi non possa levare la libertà dell'arbitrio essenziale all'uomo, e non manchino ajuti sopranaturali al cristiano; pure essa anima turbata o non fa l'esame convenevole delle cose per eleggere l'onesto, e schivare il vizio; ed ancorché la mente le rappresenti le ragioni di non operare secondo quell'oggetto, pure si lascia trasportare ad azioni discordi dalla retta ragione, e conforme ad esso seduttore fantasma. Quella medesima agitazione e molestia, ingenerante nell'anima un forte desiderio delle cose, la quale dicemmo provarsi da un fanciullo all'aspetto d'un frutto o cibo a lui caro, la pruova anche l'adulto goloso al ricordarsi d'una vivanda, assaggiata da lui ben saporita, e più al vederla, o pure all'udir la descrizione d'un lauto convito. Così avviene di tante altre idee, che han preso possesso nella nostra fantasia, e al nostro dispetto si presentano alla mente, e cagionano tante nostre distrazioni, e spesse volte fan peggio. Si può loro resistere; ma per nostra disavventura e colpa insieme sovente non si resiste. L'anima per levarsi d'attorno quel molesto pizzicore, facilmente allora s'abbandona, cedendo a questi malnati fantasmi, de' quali purtroppo abbonda la corrotta natura nostra, e noi ne proviamospesso gl'insulti. E chi coll'abito gli ha fortificati, e renduti quasi indomiti, maggior difficultà pruova, che gli altri a impedirne l'accesso, e a sostenerne gli assalti.


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