Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO XIV De gl'idoli cari della fantasia.

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CAPITOLO XIV

De gl'idoli cari della fantasia.

Fra le umane miserie ci è ancor questa, che, quasicché mancassero guai ed affanni veri a chi soggiorna sulla terra, scioccamente ne fabbrichiamo non pochi noi stessi con formar idee false, e adottar senza esame alcuno opinioni fondate sulla vana immaginazione altrui, ed anche sull'impostura, che poi impresse nella nostra fantasia servono a tormentarci al pari de i mali non finiti. Troviamo, chi presta fede a gli strologhi; bada a gli augurj; fa caso de i sogni; immagina larve, folletti, stregherie; non si attenta in certi giorni a far viaggio; paventa qualche disgrazia dall'urlare di un cane, o dal notturno gridar d'una civetta; crede alcuni santi vendicativi, se non solennizza la lor festa, benché non comandata dalla Chiesa; s'inquieta se ad un convito tredici sieno i commensali, se il sale a caso si rovescia sulla mensa, e così discorrendo. Da queste false disgustose idee passiamo alle opposte, cioè a quelle, che sono atte a dilettarci, e dalle quali suol anch'essere ben fornito il magazzino della nostra fantasia. Di queste ve ne ha non poche vere; ma non ne mancano delle false; e queste ultime ancora a noi possono recar piacere. Sì fatte immagini dilettevoli sia lecito a me il chiamarle idoli della fantasia, perché ce li teniam ben cari, li veneriamo, e non abbiam piacere, che alcun tenti di levarceli di capo. Fra le persone nobili figuratevene una (e certo più d'una se ne troverà) che forma colle replicate sue riflessioni una ben vantaggiosa idea della sua nobiltà, e le un buon posto nella sua fantasia. Per lui quella è un caro idolo. Volta non ci è, ch'egli non se ne ricordi, cioè, ch'ei miri questo adorato fantasma, che non se ne rallegri, e non se ne paoneggi, con riguardare se stesso come superiore di grado non al solo popolo, ma anche a tanti altri, che si chiamano nobili. A fabbricar questa sì graziosa idea saran forse concorse molte favole, molti vani supposti, e le adulazioni troppo una volta familiari a i genealogisti. Non importa; ancor queste han da passare per verità contanti; e chi si arrischiasse a parlarne diversamente, il men che gli potesse , sarebbe da tirarsi addosso l'odio di lui. Per conto delle idee dispiacevoli niuno ci è ordinariamente, che non goda d'essere disingannato, e non ami chi l'ajuta a correggerle o deporle. Ma trattandosi d'idee dilettevoli, tuttoché false, pochi son coloro, che restino tenuti a chi cerca di abbattere que' lor cari castelli, fabbricati non di rado nel solo vasto paese dell'aria. E non già da dire per quello, che la nobiltà, purché fondata su vere pruove, sia non altro che una chimera. Essa è, convien confessarla, un'idea intellettuale, a cui non manca buon fondamento di ragione, ed ha il suo pregio e la sua utilità. Il male è, che per magnificar questa idea se ne fabbricano dell'altre, e a quella s'uniscono: come sarebbe l'immaginare, che col sangue passino le virtù de' maggiori ne' discendenti; che il nobile anche senza virtù, ed anche con visibili vizj, abbia da riscuotere da ognuno quella stima, ch'ebbero li suoi gloriosi e virtuosi antenati; e che la nobiltà niun pregiudizio debba risentire dall'esercizio d'ufizj vili, e da una povertà, che conduca l'uomo a far delle male azioni; e in fine che sia lecito al nobile, il soperchiar l'ignobile, l'andare tronfio e pien di vanità e di fasto, e lo sprezzar chiunque non ha nelle vene un sangue pari al suo: che certo vi dee essere gran differenza fra l'un sangue e l'altro. Tutte queste vane idee congiunte con quella della nobiltà, e impresse nella fantasia, formano una tal maestosa idea, e sì cara ad alcuni, che qualunque volta la mirano, non possono di meno di non riguardar se stessi come sommamente privilegiati dalla fortuna, o sia dalla superiore provvidenza del cielo.

Ma qui è da avvertire, che il nostro amor proprio, se non istiam bene in guardia, è un ingegnoso architetto di somiglianti idee, sregolate bensì, ma da noi con gelosia conservate, & idoli da noi sommamente venerati. L'idolo principale e più caro è quello di noi stessi, dipinto per lo più nella nostra fantasia con colori vivissimi e vantaggiosi, il quale ci sta sempre davanti, e per cagione di cui abbiamo una gran stima di noi stessi, e sembra a noi, che non minore l'abbiano anche da avere gli altri. Allorché l'anima nostra si specchia in questa idea, rappresentante l'oggetto io, che pure da lei fu formata, truova per lo più in essa più ingegno, più sapere, più merito, più bontà, di quel che porta la verità, e così discorrendo degli altri lodevoli attributi, che possono convenire ad una determinata persona; anzi spesso vi truova quello, che mai non vi fu. All'incontro non suole ivi l'anima discernere attributi svantaggiosi, né mancamenti: così ben sa dipingere l'amor nostro col suo adulator pennello noi a noi stessi. Viene uno, e si mette a farci conoscere, che abbiamo operato in quella tal congiuntura; che c'inganniamo in quell'altra, e che la sentenza da noi tenuta in un consulto, in un libro, in un affare, è falsa e dannosa. Allora diam nelle smanie, perché costui ci niega quell'ingegno, e quella avvedutezza, che noi pure miriamo concatenata coll'idea di noi medesimi. Non possiam sofferire chi vuol guastare e correggere un idolo a noi sì caro, e ridurre quel ritratto più somigliante al vero, con farci scorgere, falso essere, che abbiam tanta penetrazione di mente, tanta letteratura, come ci siam figurati, perché sedotti dall'amore di noi stessi. Può stendersi questa vantaggiosa idea a tutte le nostre azioni, a i nostri genj, a quel che possediamo, a quel che pretendiamo e speriamo. Certamente non si può dire, che caro idolo sia quel della gloria ne' letterati, e in molti guerrieri. Idolo, che li sprona a grandi fatiche, e li espone a tanti pericoli. Similmente osservate, che amabile, che specioso oggetto sia nella fantasia di alcuni un cappello cardinalizio, o altro posto assai cospicuo, per cui si credono di avere il merito, e tengono giustizia il conseguirlo. Se poi sia caro ad un amante profano il ritratto della persona amata, non dirò già dipinto in tela, ma il vivamente impresso nella sua immaginazione, ve ne saprà dar conto chiunque impiega tempo e pensieri in tal esercizio, purché i fantasmi, che mettono in testa l'anima, sieno innocenti ed onesti, ancorché consistano in mere immaginazioni, prive affatto, o in parte di fondamento e suggetto: pure si può perdonare a chi con sì poca spesa mena a spasso il suo cervello, e cava l'allegria dalle commedie della sua fantasia, come si fa dall'altre, che si recitano ne' teatri. Ma qualora questi cari fantasmi manchino d'onestà, e possano incitar noi a desiderj, o ad azioni illecite, ovvero col passar dalla fantasia ne' ragionamenti nostri ci possano rendere ridicoli, in una parola nuocere a noi, o ad altri: la ragione vuole allora, che l'anima si guardi, o si liberi da esse, o le rettifichi ed emendi.

O s'io trovassi un tesoro, fra se stesso dice quel tale. E come se l'avesse già trovato, ne forma nella sua fantasia un idolo, passando poi a considerare i comodi e piaceri, che gliene verrebbero, e si delizia in questi pensieri. Perdoniamola anche a costui. Può egli spender meno, e stare allegro? Così un altro vagheggiando l'idolo di un utile matrimonio, e dell'acquisto d'una bella persona, o d'un ufizio lucroso, ch'egli spera: si ringalluzza tutto, e si sente scorrere pel cuore un'aura soave, talmente che per un pezzo non invidia i campi Elisi. Saran sogni di chi veglia (e ne fa spesso degli allegri, chiunque non è ipocondriaco e di umor malenconico); ma Dio sa, se riusciranno: non importa. Sogni almeno gustosi son questi; e benché sia lecito a noi il chiamarli brevi pazzie, pure si possono comportar nella buona gente, che converte anche l'ombre in propria contentezza. Si lagnava il pazzo d'Orazio di chi l'avea rimesso in sanità, perché si vedea tolto il continuato piacere de' fantasmi del suo precedente stato. La sciocchezza nostra è, che talvolta diam corpo a i vani fantasmi, e come se contenessero verità, operiamo poi senza riflessione in conformità di questo da noi fabbricato inganno. O pure all'idee di veri oggetti attacchiamo tante altre idee sregolate o false; che queste poi servono a farci prorompere in errori perniciosi o all'anima, o alla sanità, o alla roba, o alla riputazione nostra, ovvero all'altrui. Anche a' nostri più d'uno si può mostrare, che o per aver tanto letto in libri, o udito parlar da altri del mirabil segreto Lapis Philosophorum, creduto bensì da loro difficile a scoprire per le cifre, sotto le quali viene insegnato da gli adepti, ma nondimeno scopribile: vanno a piantar nella lor fantasia questo bell'idolo. Ed oh che idolo caro, ben degno de' lor pensieri, e della lor venerazione, da che per esso si sperano le due importantissime arti di tramutare i metalli, e di prolungar la vita terrena oltre a' termini consueti. Ma quello è un idolo onninamente falso, è un fantasma illusorio e seduttore, fabbricato da' soli rapporti de' ciurmatori, e della vana avidità della gente troppo credula, la quale poi soffia, spande e spende, ed altro non acquista per l'ordinario, che povertà e più d'un incomodo e danno alla sanità del suo corpo. Né altra pruova occorre, che la sperienza stessa, perché dall'un canto se all'arte di far l'oro tanti e tanti fossero giunti, come spacciano i libri dell'alchimia: egli è impossibile, che alcun de' principi e re non avesse per amore o per forza estorto questo segreto; e trasmessolo per eredità a i suoi discendenti. Noi sappiamo, onde i monarchi traggano l'oro, senza ch'io di più aggiunga. Dall'altro canto, chi sia vivuto le centinaja d'anni per virtù de' decantati elissiri, niuno si mostrerà con verità, fede non meditando su questo qualche mercadante d'inganni. Non fallerebbono gli uomini, se tenessero salda questa sì ragionevol massima, cioè: non essere credibile, che chi fa l'oro, sia di bisogno di mendicar l'oro altrui: e che costui possedendogran segreto, voglia per poca mercede insegnarlo ad altri. Nella mente e fantasia della gente avveduta e saggia non si ferma punto questo dilettevol sì, ma falso e pernicioso fantasma.

Oltre a ciò si danno idee sussistenti, e rapresentanti qualche oggetto o nozione vera, ed insieme utile e degna stima. Tale è l'idea dell'onore, di cui alcuni han sì piena la testa e la bocca, ancorché per lo più resti loro da imparare ciò, che significhi questa parola, e in che consista il vero e falso onore. Egli è desiderabile, che ognun ci stimi e rispetti tanto colla voce, che coi fatti, o almeno che non ci sprezzi, o ci faccia ingiuria. E questo è un bene, di cui non si può negare che giusta e lodevole sia l'idea. Ma riscuotere questo rispetto e stima della gente non si può con ragione senza un'altra idea, col figurarsi dovuto questo tributo solamente a chi opera secondo la virtù, ed ha abborrimento ad ogni azione malfatta. Chi sente in sé tal disposizione, ha un'idea vera e giusta dell'onore, e benché nell'esterno mancasse alla gente la stima, che gli è dovuta, pure non lascia per questo di essere degno di onore, perché nell'interno suo ne ha il vero fondamento. Al contrario di certi altri, che esiggono la stima e l'onore esterno, quando nel medesimo tempo fanno azioni, che meritano censura e sprezzo. Non è già regolarmente lecito per questo di perdere il rispetto ai viziosi stessi; ma ciò non ostante non lascia la falsa idea dell'onore in certuni di produrre dei mali effetti, perché diventano superbi, puntigliosi, ed esattori di ogni menoma convenienza con attacar liti per cose e parole, alle quali non bada chi è saggio e virtuoso; e pure tanto più di essi è meritevole di ogni stima e riguardo. Abbondano poi le persone, che non si lasciano punto affascinare dall'idolo della propria bellezza, perché sanno accoppiarlo e temperarlo colle idee della virtù, cioè di una bellezza superiore all'altra. Ma non ne mancano di quelle, nella fantasia delle quali troppo è dominante quest'idolovistoso. Voi perciò mirate in esse, non già quell'alterigia discreta e perdonabile, che merita più tosto il lodevol nome di contegno, atto a tenere in freno e rispetto la temerità dei tentatori; ma quella bensì, che propriamente si appella superbia od alterigia, per cui si credono tante regine, e si paoneggiano per avere, e saper sempre più accrescere gli adoratori. Se poi queste regine sieno mai capaci di qualche viltà, io non saprei dire. La vanità per altro non è male delle sole femmine, e passa molto bene anche nell'altro sesso.

Sarebbe pertanto da desiderare, che noi prima di affezionarci a certi fantasmi, provenienti in noi o per via delle sensazioni, o per lavorio della nostra mente, potessimo e sapessimo ben esaminare la verità, la bontà, le cagioni, e gli effetti, considerando, se abbiano sussistenza di ragione sì o no, e quale influsso possano avere nella teoria dei nostri pensieri, desiderj, e passioni. Può essere, che senza questo esame ci siamo imbarcati, ed abbiano sì fatti fantasmi coi caratteri delle passioni loro aderenti presa radice nella nostra fantasia. Ciò non ostante è a noi permesso, anzi comandato dalla retta ragione il chiamarli anche dipoi all'esame, per liberarcene, o per rettificarli. A disingannarsi potrebbe e dovrebbe bastare per la gente dozzinale il solo esempio delle persone conosciute da tutti per saggie, e dotate di migliore intendimento. La mente nondimeno quella sempre è, che avendo per poca avvertenza, o per debolezza, o per altri motivi permesso, o fatto, che si alloghino nella fantasia delle idee false, o se non false in se stesse, almeno sfigurate per l'accessorio di altre incompetenti idee: essa, dico, è, a cui tocca di rinvangare i conti, tornando a considerare più attentamente, se per avventura c'ingannassimo, o ci fossimo ingannati in accettare a fabbricar quel tale fantasma, che suscita o sveglia in noi questa o quella gagliarda passione, e ci spinge a pensieri, volizioni, ed azioni peccaminose, e perniciose a persona dotata di ragione, che per istituto di sua natura ha da proccurare la propria felicità, e non già l'infelicità. Basterà qui un esempio solo. Il giuoco è uno degli eccessi e malori, forse più familiare, o certamente più universale nei tempi nostri, che nei precedenti. Se talun prendesse ad esaminare la varietà dei giuochi, e più chi li pratica, e chi permette, e non si frena, comporrebbe un grosso libro, ma libro, che potrebbe dispiacere ai principi della terra, e dal quale verisimilmente poco o niun frutto si ricaverebbe. Sente una persona parlare del Lotto di Genova, o di Milano, e che con poche monete si possono cogliere centinaja di scudi. Eccoli immantenente svegliarsi nell'anima un segreto desiderio di sì bel guadagno. Viene a sapere, che fra cento mila e più persone un certo tale con un ambo, o terno felicemente ha colpito, ed ha in mano una bella somma di danaro, guadagnato con sì poco. Al desiderio si aggiugne allora la speranza, cioè una passion lusinghiera, che sembra dire: se colui è stato sì ben favorito dalla fortuna, perché non posso sperare anch'io, perché non promettermi altrettanto? Ecco ben fitto il fantasma di questo giuoco nella fantasia, e corteggiato dall'idolo del guadagno, e della sua possibilità, forse anche da quello della facilità, perché l'amor proprio è un grande immaginatore di quello, che noi vorremmo.

Maggiore eziandio divien la vivacità di questo fantasma, qualora il lotto sia formato di vasi di argento, specchi, e somiglianti altri vistosi lavori, che danno forte nell'occhio, e più efficacemente imprimono nel cerebro la loro immagine, onde poi vien commossa l'anima di chi per la sua povertà o per altri motivi si mette tosto ad amoreggiare l'originale. Che fa poi questo fantasma? Non posa all'anima, torna di tanto in tanto davanti alla mente, e sto per dire, la perseguita, rappresentando sempre il guadagno possibile, di maniera che quando essa mente lasci nel suo essere quel caro vigoroso fantasma, cede finalmente al suo impulso, portando la volontà a cercare il danaro occorrente per tentar la fortuna. Questo danaro (volesse Dio, che non fosse così) per chi non l'ha, bene spesso si cerca coll'impegnare, col rubare, con iscialaquar la pudicizia, o con altri abbominevoli, o troppo dannosi mezzi. Sulla falsa credenza poi di pervenire alla vincita, si bada ai sogni, a gli augurj, si ricorre alle superstizioni. Una pazzia maestra se ne tira seco dell'altre. Ma non cade in questi reti, chi è saggio ed ha mente superiore a i brutti giuochi della fantasia; perché o pondera sul principio gli inganni ascosi sotto la bella apparenza dei giuochi; o pure se nel principio non ha ben esaminate l'idea di essi, andando innanzi, meglio la pesa, tanto che scorge la vanità delle speranze fondate sopra un sì spropositato azzardo. Vero è, che il tale ha guadagnato; ma centinaja, anzi migliaja ne sono usciti burlati, e colla borsa vuota. Si può, è vero, cogliere un terno, o un pezzo di argento; ma secondo le pruove algebraiche essendo quel terno confuso con migliaja di combinazioni inutili, e il biglietto di un pezzo di argento mischiato fra migliaja di biglietti vani: quasi lo stesso è l'esporre in simili giuochi il suo danaro, che l'essere certo di perderlo. Questo solo esempio servir può per farci conoscere la necessità di ben considerare qual influsso possa avere nelle nostre azioni la nostra fantasia, per correggerla, se occorre, osservando come quel fantasma ci stimola ad opere illecite; quell'altro ad opere nocive alla nostra sanità, all'economia, all'onore; ovvero tanti altri, che ci turbanoforte, rubandoci la tranquillità dell'animo, per rimediarvi se mai si può. Ma perciocché i fantasmi nostri bene spesso altro non sono, che un'opinione figlia dell'intelletto e fitta nella fantasia, o pure vengono accompagnati da qualche opinione, che può e suol muovere l'anima nostra a varie operazioni ora lodevoli, ora biasimevoli: già si è detto, quanto utile e necessario sarebbe il chiamarle ad un rigoroso esame, per esentarci da varj inganni, nei quali tutto cadiamo.


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