Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO XVI Della fantasia dei filosofi.

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CAPITOLO XVI

Della fantasia dei filosofi.

Non vi credeste, che i soli poeti ed oratori per dilettare, o per istruire, o per persuadere, facessero buon uso delle merci della fantasia. Anche i filosofi talvolta, per non dir bene spesso, ricorrono a quel medesimo fondaco, per fabbricar opinioni nel vasto regno della loro scienza. Certo è, che le opinioni sono parte dell'intelletto nostro, o di altrui, perché asserzioni formate dalla nostra meditazione, o pure a noi comunicate da altri coi libri, e colla viva voce. Allorché la mente non può raggiungere la verità e certezza delle cose fisiche, o metafisiche, o morali (il che ben sovente accade) ella mette il suo studio in raccogliere quello, che ha maggiore apparenza di verità, chiamato da noi verisimile e probabile. Sì fatte affermazioni, fondate sopra delle premesse non tutte certe, ma che sembrano accostarsi ora più ora meno alla verità, portano il nome di opinioni, mercatanzia, di cui il mondo è pieno, ed ognun di noi ha ben guernita la propria fantasia. Alcune di queste unicamente servono ad instruirci il meglio, che si può dell'esistenza, essenza, principj, cagioni, ed effetti delle innumerabili creature componenti l'universo. Altre hanno per mira il dirigere le nostre azioni per la buona condotta della vita, per la sanità del corpo, o pel saggio ed ordinato governo dell'umana società. Dobbiam dunque distinguere nella filosofia due differenti sorte di cognizioni, cioè altro essere il sapere, altro l'immaginare. Il sapere, che scienza ancora si appella, viene da principj certi, fondati sulla chiara evidenza delle cose, e dal retto raziocinio, per cui da una indubitata notizia altre si deducono di eguale certezza. All'incontro l'immaginare è bensì lavorio della mente, ma v'interviene anche la fantasia. Medita un trafficante qualche negozio, che può recargli gran lucro. Chiama perciò in rivista le immagini concernenti quel determinato oggetto, o esistenti già nella fantasia, o formate allora da lui, cioè gli accidenti favorevoli, gli ostacoli e i pericoli, e i mezzi, che possono guidare al guadagno o alla perdita, e scegliendo dopo lungo scandaglio ciò che sembra a lui probabile, immagina qual esito si possa promettere di quell'affare. Così egli va trattando di cosa, ch'è per essere, ma che non , se poi sarà a misura dei suoi desiderj. Altrettanto fa non rade volte anche il filosofo per ispiegar le cose, che realmente sono, ma non s'intende, come sieno. Giacché indagando i principj, le cagioni, le maniere, le relazioni &c. di tante cose o materiali o intellettuali, scorge, che mancano a lui, e ad altri ancora, cannocchiali e microscopj per iscoprire il vero e certo di esse: passa a maneggiar le immagini della probabilità e verisimiglianza, tanto che compone una fabrica, che può forse rappresentare il vero, ma che non va esente dal pericolo di essere fondata sul falso. Se non può giungere ad intendere e mostrare, come sieno effettivamente le cose, immagina almeno, come potrebbono, o dovrebbero essere. Ideare ed immaginare significa appunto il prendere materiali dalla fantasia, che poi la mente va rimaneggiando in maniera, che ne risulta un edifizio nuovo. Per conseguente ogni sistema ed ipotesi altro non è, che un'immaginazione, in cui ha parte ora più, ora meno anche la fantasia, se pure non li vuol taluno appellare manifatture propriamente spettanti a questa potenza.

Dello stesso calibro non sono, benché nella stessa guisa formati, i sistemi dei filosofi. Sì ben concertati compariscono alcuni di essi, che si sostentano forte contro tutte le opposizioni, spiegandosi col supposto di essi adeguatamente tutti i fenomeni ed effetti di quella tale materia. Altri poi son tanto battuti dalla sperienza contraria, o dal raziocinio, che in fine si truovano confinati nella region dei sogni, e svaniscono. E certo non mancano alla filosofia i suoi visionarj e chimerici artefici, fabbricanti di pianta castelli in aria al pari dell'Ariosto e degli altri romanzieri e poeti. Tale comparve ai suoi tempi Tommaso Burnet colla sua teoria sacra della terra, per tacer di altri suoi pari. Non sono già da chiamar tali costoro, che edificano ingegnosi sistemi, assistiti da buone ragioni di verisimiglianza, ancorché posti dipoi alla coppella si scuoprano insussistenti, o almen troppo arbitrarj. Ognun sa, con che franchezza Aristotele e i suoi seguaci una volta parlasserro dei cieli, della lor divisione, delle lor qualità, e delle varie sfere. Sa quanto tempo sia stato in voga il sistema di Tolomeo, a cui con più fortuna e probabilità è succeduto presso tutti gli astronomi quel di Copernico, conosciuto in parte anche dagli antichi, siccome abbiamo da Aristotele, Plutarco, e Cicerone, e poi accennato dal cardinale Niccolò di Cusa. I vortici dell'acutissimo Descartes, non si può negare, con grande ingegno furono ideati, ed han regnato un pezzo. Scemati poi di credito, voglia Dio, che non muojano in fine allo spedale. Così l'attrazione dei corpi, quantunque dal celebre Newton fiancheggiata con forti ragioni, e proposta con molta modestia, pure più contraddittori ha trovato finora, che lodatori. E nuova forse né pure è da dire, perché prima di lui anche il Gassendo nella sua Fisica, ove tratta della gravità, inclinò ad ammettere l'attrazion nella terra. Oltre a questi parimente il famoso Leibnizio, che tanto facile, e felice era in fabbricar sistemi, non ha già provata la medesima felicità in persuaderli ad altri. Ed ecco come gli uomini grandi per mancanza di nozioni certe delle cose vanno fantasticando, e credono impresa gloriosa l'idear colla lor fantasia ciò, che verisimilmente essere potrebbe o dovrebbe, giacché di più o di meglio sperar non si può. Di sì fatti sistemi, molti dei quali si possono chiamare con santo Agostino magna magnorum doctorum deliramenta, e di simili paradossi, e particolari opinioni, noi ne incontriamo in tutto il regno della letteratura; e chiunque ha conficcata nel suo capo, cioè nella sua fantasia, una di queste opinioni, a tenore poi di esse va pensando, e ne forma quasi uno stabile principio di altre cognizioni. Molte di esse sogliono aver voga, fintantoché venga un altro, che ne proponga una diversa o contraria con architettura migliore. La conclusione nondimeno è, che niun sistema, niuna opinione può noi condurre alla certezza della verità; e se l'intelletto nostro si appaga talvolta anche di queste apparenze del vero, fa come il povero, che veste e mangia come può, ma non come vorrebbe.

Ora finché i sistemi e lavori della mente nostra consistono in mere speculazioni, o per dir meglio immaginazioni, dalle quali niun pregiudizio e danno può provvenire alla religione, o alla sanità, o alla felicità e quiete della repubblica: sono essi da comportare, e sovente ancora da lodare. Non mancano certamente saggi, ai quali sembrano un perdimento di tempo questi immaginarj edifizj dell'intelletto umano, e riuscir solamente inutili le ricerche della filosofia e medicina sperimentale, delle matematiche, dell'astronomia, e di altri studj delle verità particolari: nel che veramente si van segnalando da un secolo in qua le Accademie Reali di Parigi, di Londra, di Pietroburgo, ed altre ancora della Germania; e sarebbe da desiderare, che l'Italia, la quale ha servito di esempio in ciò agli altri paesi colle Accademie di Roma, e Firenze, e si fa rinomare anche oggidì con quella di Bologna, ed abbonda di tanti ingegni, non fosse priva di promotori e mezzi e per sì nobili esercizj. Certamente è sembrato ad alcuni, che i filosofi dei tempi barbari non sieno dissomiglianti dagli orbi, che fanno alle bastonate. Se questo si possa dire de i filosofi di oggidì, lascerò cercarlo ad altri. Intanto non è da vilipendere così per poco, molto meno da condennare il delizioso mestiere di fabbricar sistemi, contuttoché la nostra superbia (mi sia lecito il dirlo) metta un po' la zampa in somiglianti lavori. Vergognandoci noi di profferire quel brutto non so, non intendo, vogliamo più tosto mostrar di sapere e d'intendere con figurarci le cose tali, quali le faremmo noi stessi, quasiché la mente e la fantasia nostra possano o debbano dar norma ai disegni, e voleri di Dio, e divenire scorta sicura agli altri per iscoprir tutte le occulte ruote e i segreti della natura. Il frutto vero, che avrebbe da ricavarsi dal veder venir meno le forze nostre nel voler disciferare le cagioni, le maniere, e i fini di tante maravigliose fatture, che essa natura nasconde al guardo nostro: dovrebbe essere quello di conoscere, ammirare, e benedir l'autor della natura, cioè quella mente, e potenza infinita, la qual sa e può far tante cose superiori all'intendimento nostro. Per altro quando un sistema sia così saggiamente architettato, che niuna contradizione involva, e possa soddisfare a tutti i fenomeni ed effetti della cosa proposta, non sia da defraudar di sua lode l'ingegnoso inventore.

E non è già passata la voglia di fantasticar anche nella teologia, trovandosi professori di questa scienza che si mettono a ventilare nella loro immaginativa gli arcani astrusi della divinità, della predestinazione, dell'economia della grazia di Dio; e come vedessero co' proprj occhi le tele ordite da chi ci ha formati, francamente ideano varj decreti nella mente divina, e vi fan dire le maniere tenute dall'ineffabil sua sapienza, tanto nel creare le cose, quanto nel muoverle e mutarle. Ognun si persuade d'aver col suo immaginario sistema colpito nel vero. Ma che così non sia, si può argomentar da tante guerre letterarie, che durano nelle scuole, ed han ciera di non aver da finire giammai, cotanto ci affezioniamo alle nostre immaginazioni ed invenzioni, con giungere fino a tenerle e spacciarle per iscoperte indubitate della verità. Suum cuique pulchrum est. Deh perché mai non si conchiude in fine, che più ne sa in queste sì scure quistioni l'umile ignorante, il quale si riposa nell'adorabil sapienza, bontà, e fedeltà di Dio, che governa il tutto con infinita rettitudine e soavità; e conoscendo la povertà ed infermità di noi sue fievoli creature, non cessa mai di amarci; né ci condannerà se non per colpa nostra, e si pregia in volere, che la misericordia sua vada di sopra al giudizio suo? A noi dee bastare, che se sono oscure molte cose, proposte a noi da credersi della divinità e di varj misteri della religione, sono ben chiare le regole principali del retto vivere, e le leggi di Dio per dirigere con esse le nostre coscienze ed azioni. Ma pur troppo la nostra curiosità ci porta a voler intendere ciò, che è incomprensibile; con trascurar intanto i chiari insegnamenti di Dio per la buona condotta de gli animi nostri sì per la presente vita, come per l'altra, a cui siamo incamminati. Ora è da aggiugnere essere bensì conceduto il passaporto a i sistemi e alle immaginazioni quasi poetiche de' filosofi e teologi, allorché si tratta di sole materie fisiche, e di speculazioni, le quali vere o false che sieno, niuno influsso portano seco sopra le umane azioni. Ma non son già da tollerare quegli altri, che a dirittura, o per le lor conseguenze possono tornar in danno della religione, della sanità degli uomini, o del retto governo politico, o che in altra maniera aprono l'adito alla corruttela de' costumi e all'iniquità. Merciperniciose o pericolose, come mai tollerarle nel commerzio del mondo? E pure chiunque non è forestiere negli affari della religione, della filosofia, e della politica, sa quanti di tali sistemi si sieno fabbricati ne' due prossimi passati secoli, ed anche nel presente in Germania, in Olanda, e sopra tutto in Inghilterra, dove è permesso ad ognuno di delirare in quistioni di somma importanza. Si è veduta nascere fin la setta empia de' materialisti, che non riconoscono se non la materia del mondo, confondendo in essa anche lo stesso Dio e la ridicola degl'idealisti, che sembra non ammettere materia, ma solamente idee, con somma vergogna di questi ultimi tempi. Si vede anche saltar fuori chi pretese ben fondata la pitagorica trasmigrazion delle anime. Tanto si è gridato contra l'ignoranza de' secoli barbarici: ecco il bel frutto de' secoli che noi teniamo per tanto illuminati, e ornati di sapere. Abbiam purtroppo veduto nascere anche a' nostri gran copia di sognatori e visionarj non solamente nella filosofia, ma anche nella teologia. I troppi ceppi all'umano ingegno certamente producono de i mali effetti; ma non ci è paragone co' disordini, che provengono dagl'ingegni lasciati affatto senza freno, e che truovano poi nella lor fantasia tutto quel che desiderano; e in vece di accomodare i lor pensieri al mondo, vogliono che Dio e il mondo si accomodi a i lor pensieri, o sia alle loro immaginazioni. La stessa metafisica, che pure è scienza nobilissima, si vede alle volte portata a tante astrazioni e sottigliezze, proposte con cifre tali, cioè con terminiastrusi, che sembrano non dirò lavorieri fatti nelle nuvole (il che in fine poco importa) ma lavorieri, che bene intesi ed esaminati, d'empie conseguenze si scorgono fecondi.

Chieggo licenza da' signori medici per poter dire, che anch'essi più di quel che si crede, fanno de belli e grandi edifizj nel vasto paese della fantasia. A riserva di quel che loro ha insegnato l'occhio colla scorta della notomia e chirurgia, e si sa con certezza; ed eccettuati ancora i loro utili insegnamenti, per conservar colla dieta la sanità: poco ci resta del capitale del loro sapere curativo de' mali, che non sia fondato sopra l'immaginazione, allorché entrano nella pratica della lor arte, arte per altro degna di tant'onore. Abbondavano una volta i sistemi in queste professioni, e la nostra età né pur essa n'è priva, disputandosi tanto delle febbri, della digestione, del salasso, delle cagioni de' diversi mali, e delle virtù de' medicamenti. Se volete delle belle ed erudite lezioni di medicina, le troverete senza fatica ne' libri, nelle cattedre, e al letto de' poveri infermi. Ma quanto è poi diverso il destino della pratica da quelle erudite teoriche! Quando guariscono gl'infermi, se ne eccettuate gli effetti della china china, rade volte vi potranno essi medici dire, se le forze della natura, o pur quella de i lor recipe abbia atterrato quel malore, e restituita la sanità a chi in loro confida. E ciò perché bene spesso non già scuoprono nell'interno troppo scuro de' fluidi e solidi del corpo umano le cagioni e le mine de' mali, né qual preciso sicuro rimedio s'abbia da applicare alla sconcertata armonia di questa mirabil macchina, e molto meno allorché si tratta di mali assai gravi. Tutto quel dunque, che vien pratticato da non pochi medici, si riduce a pescar nella propria fantasia ciò, che potrebbe essere, e ciò che potrebbe giovare, perscrivendo poi que' medicamenti, che son creduti più proprj, ma per lo più han fondata la lor efficacia e virtù nella sola medesima immaginazione, e che per disavventura talvolta a nulla servono, o se giovano per un effetto, possono poi nuocere per un altro. Il peggio è (e bisogna pur confessarlo, perché né pur lo niegano gli stessi medici sinceri) che l'arte loro istituita per guarire i mortali da questo o da quel male, può disavvedutamente liberarli da tutti con abbreviar la vita di chi forse senza di loro l'avrebbe prolungata. Alcuni abboriscono affatto il salasso, altri l'esercitano tanto, che svenano le persone. Forse i primi non salvano chi potea guarire; forse gli altri fan perire chi sarebbe ancor vivo. Però è da pregar Dio, che ad ognun di noi tocchi alcun di que' prudenti medici, de' quali ogni città suole averne più d'uno, che sanno secondar la natura, e non già imbrogliarla o snervarla co i lor medicamenti e salassi, di modo che l'ajutino, se è possibile, a risorgere: giacché niuno di noi ha da pretendere di vivere sulla terra per de i secoli, essendo impostura lo spacciar segreti per questo, e pazzia il prestarvi fede. Il medico franzese Pecquet, celebre per alcune scoperte di notomia, eraghiotto dell'acqua di vita o sia di vite, che non solo puzzava sempre a cagion d'essa, ma la predicava agli amici per un rimedio contro tutti i mali. Volete altro? Questa acqua di vita, (che così la chiamano i franzesi) per lui si convertì in un'acqua di morte; e lo stesso suol anche accadere a tanti altri bevitori di questo dolce veleno. Egli affrettò a se stesso il fine de' suoi giorni, e furono poi trovate le viscere sue come bruciate dal fuoco liquido d'esso liquore. Un medico, che ha saputo ammazzar se stesso, dubitarei forte io, che avesse mandato più d'uno innanzi a sé all'altra vita. Non mancano libri composti da i medici stessi in discredito della lor professione, e massimamente l'opera dell'italiano Leonardo da Capoa, e quella di Gedeone Herveo inglese de vanitatibus, dolis, & mendaciis medicorum. Ma in que' libri non son compresi i medici saggi, e studiosi della lor nobil arte, i quali possono ajutar ne' morbi la natura; e quando anche ajutar non la possano, almen sanno non nuocere.


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