Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO XVII Del commerzio dell'anima col corpo, e della concupiscenza dell'uomo.

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CAPITOLO XVII

Del commerzio dell'anima col corpo,
e della concupiscenza dell'uomo.

Essendo formato l'uomo di due sì diverse sostanze, cioè dell'anima ragionevole, indivisibile, e puro spirito immateriale; e del corpo, cioè di una macchina artificiosa, tutta di materia divisibile: i filosofi, che conoscono il commerzio quotidiano, che passa fra questi due componenti, finché stanno insieme uniti, si mettono poi curiosamente a cercare, come questa materia organizzata muova l'anima, e vicendevolmente l'anima muova il corpo. Che un corpo messo in moto partecipi questo suo movimento ad un altro corpo, non è sì facile ad intendere. Tuttavia si va sufficientemente spiegando in considerar le leggi e forze della meccanica. Ma che un corpo muova uno spirito, che non ha parti: e che uno spirito dia moto ad un corpo, che ha una natural quiete e resistenza: non si sa intendere la maniera, e tuttavia sì fatta quistione è scura. Hanno gli aristotelici immaginato un influsso fisico fra l'anima e il corpo. Meglio fatto credette il Descartes di ricorrere qui alla divinità, figurandosi, che la volontà di Dio intervenga in forma particolare a qualsivoglia movimento fra il corpo e l'anima, rifondendo perciò in Dio, e non già in noi, la forza motrice di questi due principj. E questo si noma il sistema delle cagioni occasionali, che il padre Malebranche sottilizzando accrebbe con immaginare, che noi miriamo nello stesso Dio le idee delle cose. Venne il Leibnizio, che rigettati questi due sistemi, inventò quello dell'armonia prestabilita, con figurarsi, che formandosi pensieri nell'anima, da lui chiamata automa spirituale, nel medesimo punto si facciano dei movimenti nel corpo, non per alcuno impulso dell'una sostanza sull'altra, ma per la determinazion precedente di questa armonia già stabilita dal divino artefice nel principio e sin dalla creazione del mondo. Qual di questi tre sistemi sia da preferire, non è qui luogo di cercarlo. Forse niun di essi può appagare. Contra del primo han suscitate i moderni tante difficultà, che oggidì non ha più spaccio. Quello del Descartes vien creduto, come dicevano gli antichi, Deus in machina, essendo facile ad ognuno, l'immaginar Dio a dirittura operante ciò, che noi non sappiamo spiegare negli arcani della natura. L'armonia poi del Leibnizio ha trovato tanti contradittori, pretendenti infino, che con essa si tolga la libertà dell'arbitrio, e si cada nel baratro dell'empio Spinosa, che lo stesso Wolfio, gran settatore del Leibnizio, non si è attentato di professar chiaramente un tal sistema, ancorché altri creda, aver egli con termini equivalenti insegnata la sentenza medesima.

Qui a me altro non appartiene, che di solamente esporre qual funzione ed ufizio abbia la fantasia nel commerzio fra l'anima ed il corpo. Si può con ragione appellar la fantasia la più nobile ed importante parte del corpo umano, perché con essa lo spirito nostro tratta continuamente tanto nella veglia, che nei sogni. Se gli organi della sensazione portano al cerebro l'idea delle cose materiali, e delle varie modificazioni, azioni, e passioni tanto dei corpi animati, che degl'inanimati: l'anima tosto apprende quelle idee. E solendo queste rimaner impresse nella fantasia, l'anima poi leggendo quel libro, sceglie quelle, che le occorrono pel ragionamento, sa combinarle insieme, può formare anch'essa delle nuove e delle puramente spirituali, col raziocinio, coll'astraere, e con altri effetti della sua mirabil potenza. Figuratevi l'anima stessa simile ad uno, che sta in luogo alto alla vedetta, e può osservar tanti e così varj oggetti, ora uno ora l'altro, che stanno al basso e all'intorno, e i movimenti di questa o di quella persona. Tutto ciò, che costui mirerebbe in vasto spazio, l'anima lo rimira in un picciolissimo: che tale è la fantasia. Noi non facciam riflessione ad uno, che pure dee dirsi mirabil lavoro dell'arte e della natura, e di cui abbiam l'obbligo a chi tutto fece con una sola parola: cioè agli specchi di cristallo, e ad altri corpi lisci, e all'acqua stessa, che possono riflettere la luce. Se ad essi si affaccia qualunque oggetto illuminato: eccoti subito comparire in quello specchio l'immagine sua colle sue proporzioni e colori, talvolta al naturale, ovvero ridotta in compendio. Lo stesso abbiam già veduto accadere nella fantasia, in cui portata dagli spiriti dei nervi sensorj si va ad imprimere un'infinità d'immagini, delle quali poi si serve l'anima per le funzioni sue, leggendo in quello specchio, tanto più maraviglioso degli specchi artifiziali, perché in sì picciolo sito raccogliesterminata copia d'idee sensibili ed intellettuali. Questo è il commerzio, che fa l'anima col corpo, e lo fa per mezzi naturali, cioè con quegli strumenti, e quelle virtù, che Dio nel fabbricare il corpo umano, e nel congiungere seco una sostanza di dignità tanto superiore, come è l'anima ragionevole, diede all'uno e all'altra, acciocché unitamente, l'uno servendo, e l'altra comandando, operassero ciò, che si conviene all'uomo. Dio, che è intelligenza infinita, nel formar noi ad immagine e similitudine sua, conferì ancora all'anima nostra una particella della facoltà di pensare, intendere, raziocinare, e far altre azioni competenti solamente ad una sostanza spirituale ed intelligente. Ma niuna necessità par che vi sia di un particolare ajuto di esso Creatore a i moti dell'umana volontà, posto sempre l'ajuto ed influsso universale, per cui Dio conserva le cose create, e concorre a tutti i movimenti delle creature animate ed inanimate; e noi non dobbiamo senza necessità moltiplicare gli enti. Non si troverà implicanza alcuna in dire, che Dio nel crear le anime nostre, abbia loro compartita un'intrinseca forza di muovere ad alcune funzioni il corpo, suo compagno, o servo che sia, giacché ancor questa è una porzione del privilegio del libero arbitrio, di cui egli l'ha arricchita. E se non intendiamo questa forza, come ci par d'intendere quella dei corpi mossi, che muovono gli altri; né si toglie la difficultà con dire, ch'ella si serve da alcuni sottilissimi spiriti: che importa? Tante altre cose dell'anima nostra le troviamo scurissime, e pur son vere. Certamente lo stesso Dio è uno spirito, e ciò non ostante muove a suo talento i corpi. Oh si dirà, questo farsi da lui colla sua onnipotenza. Ma si torna a ricordare ch'egli in volendo formar l'uomo ad immagine e similitudine sua, è da credere, che avrà anche compartita una particella della sua potenza alla di lui anima, tanto per intendere e raziocinare, quanto per comandare al corpo destinato a servirla. Se poi l'anima comandi a dirittura ai nervi, ovvero eserciti il suo despotismo per mezzo della fantasia, motrice possente del corpo nostro, per la communicazione, che il cerebro ha col cuore e con tutti i nervi: nol saprei dire.

Ben so, che quando vegliamo, passa un continuo commerzio fra l'anima e la fantasia; e si è anche veduto, che qualora sognamo, comunicano insieme queste due potenze, ma in maniera diversa. Ora perché ho detto di sopra, che la concupiscenza nostra ha sua sede nella fantasia, convien ora spiegar questo. Si concupiscenza buona, ed è allorché desideriamo secondo la retta ragione cose naturali o sopranaturali. Con ragione amiamo il nostro corpo, i cibi, i comodi della vita, e così discorrendo. Qualora nondimeno si nomina concupiscenza, o si dice concupiscenza della carne, noi intendiamo un male e difetto, che nel presente stato è in noi, perché combatte bene spesso collo spirito, cioè contro le leggi interne della nostra ragione. Si dee intanto ripetere, che il corpo o sia la carne, perché materia, non è capace di desiderare. Questo appartiene alla sola anima, in cui riconosciamo la volontà, e gli appetiti innati, che dovrebbero sempre portarci al bene, ma che per miseria e colpa nostra ci portano anche al male. Sogliono i filosofi assegnar nell'anima una parte superiore, ove dicono stare l'appetito ragionevole, e l'inferiore, a cui attribuiscono l'appetito sensitivo. Tutte immaginazioni. L'anima non ha parti, l'anima è una sostanza semplicissima & indivisibile. La stessa in vigore della sua libertà, ora saggiamente elegge e vuole il bene, ed ora stoltamente vuole il male, credendolo bene. Né può la division di appetito in ragionevole e sensitivo dirsi adeguata, perché possiamo anche appetir le cose sensibili con ragionevole appetito. Come ciò succeda, non sarà difficile il chiarirlo, coll'osservare attentamente i movimenti interni del nostro pensare e volere. Allorché i sensi rapportano alla nostra fantasia le immagini delle cose sottoposte alla loro giurisdizione, l'anima non può far di meno di non essere avvisata di quell'oggetto. Imperoché, siccome osservò dopo Epicarmo anche Cicerone nel primo libro delle Tusculane, e come insegnano altri saggi filosofi, non è il senso, non è la fantasia, ma bensì l'anima, che ode, che vede, che gusta, che odora, che tocca. Se nulla a noi importa l'idea di quell'oggetto, niuna riflession di ordinario vi facciamo sopra. Ma se ha qualche menoma attinenza a noi, e ai nostri pensieri, l'anima per lo più prontamente riflette, e giudica, se esso è dilettevole o spiacevole, se vero o falso, se bello o brutto, se utile o disutile, se giovevole o nocivo: il che facendo, attacca alla suddetta idea quell'attributo, ch'essa ha con ragione, o pur con errore, ravvisato in tale oggetto. Perché la bellezza e l'utilità sogliono produrre diletto e piacere, perciò l'anima facilmente passa ad appetire, cioè a desiderare quell'oggetto, ora con picciolo, ed ora con gran movimento, a proporzion del maggiore o minor piacere ed utilità, che ne può venire, e della maggiore o minor facilità di conseguirlo. Essendo impressa nella fantasia una tale idea con gli aggiunti ad essa fatti dal giudizio o retto o erroneo della mente: naturalmente avviene, che ogni qualvolta essa torna davanti al guado dell'anima, si risveglia sempre l'appetito. Anzi allorché, siccome altrove abbiam detto, si spera dal possesso di quell'oggetto sensibile un gran bene, questo fantasma non lascia, per così dire, giammai in posa l'anima, tantoché la medesima dal desiderio, che è un volere incoato, passa al volere assoluto, se si tratta di cosa, che sia in mano nostra di fare od ottenere; o pure a cercar tutti i mezzi per conseguire quel fine. L'anima è quella, che appetisce, ma non è picciolo l'influsso della fantasia per muoverla a tali appetiti. Un contrario movimento, cioè avversione, o odio, succede poi, se gli oggetti sensibili rapportati all'anima si scorgono da essa per brutti o nocivi. Gli aristotelici hanno ideata nell'anima la concupiscibile per gli primi movimenti del piacere, e l'irascibile per questi altri dell'avversione.

Ma la teologica concupiscenza abbraccia tutti e due questi contrarj movimenti dell'anima. E perciocché sappiamo, che essa ci sollecita a desiderj peccaminosi, ed azioni sconvenevoli alla dignità dell'uomo, ed opposti agl'insegnamenti della religion naturale e rivelata, e purtroppo sentiam tutti entro di noi questo brutto pendio; convien ora volgere gli occhi non meno all'anima, che alla fantasia nostra. Secondo gl'insegnamenti della santa religione, che professiamo, nella natura innocente l'anima umana, avendo ricevuto da Dio forze grandi, comandava pienamente alla fantasia; e chiaramente imbevuta dell'onestà delle cose ed azioni, e in oltre spinta dall'inclinazione al solo vero bene, niuno impulso grave sentiva dalle immagini rappresentate da i sensi. Ma nella natura corrotta è di troppo scemato il vigor dell'anima nostra, calato il conoscimento e l'amore del bene onesto, ed è cresciuto il pendio verso il bene utile e dilettevole, che facilmente riconosciamo negli oggetti sensibili, a noi rappresentati dalla fantasia. Pertanto questa nostra inclinazione alle cose sensibili, e la facilità ad appetirle, senza por mente, o senza far caso, se ciò, che apporta utile o diletto, sia anche onesto, si chiama concupiscenza; e per vincerla e per regolarla, abbiam tutti bisogno dell'ajuto speziale di Dio. Ma benché la concupiscenza sia una modificazione o movimento dell'anima, gran parte nondimeno ha la fantasia nostra in eccitarla, talmente che, siccome dicemmo di sopra, si può ella appellare il mantice della concupiscenza viziosa. Qual forza abbiano, cioè qual impulso dieno alla mente nostra le immagini delle cose sensibili, ove sieno corteggiate dall'attributo di una grande utilità o voluttà corporea, troppe pruove ed esempli ne abbiamo. Né altro son quelle, che il cristiano chiama tentazioni, se non l'impulso di queste immagini. Al loro aspetto l'anima si mette in agitazione, e un gagliardo appetito si sveglia di ottenere quel dilettevole o lucroso oggetto; ed accade, che nulla si pensa, se onesta sia ed approvata dalla ragione quella tale azione, né se possa nuocere alla sanità, alla riputazione, o a gl'interessi domestici, né se sia contraria alla legge di Dio. E quando anche la mente ecciti queste riflessioni & idee, pure l'appetito gagliardamente commosso va innanzi, e vuole quel creduto bene, ancorché la mente gliel rappresenti per vero male. E tanto più grave riesce l'impulso delle idee sensibili, se l'abito v'interviene, facendo l'uomo con facilità quello, ch'è usato a fare. Datemi un abituato coi compagni all'osteria, o in possesso di qualche lascivo amore, o dedito al giuoco, al furto, o avvezzo a giudicar male del prossimo: basta che si presenti quell'idea, perché l'appetito corra ad appagarsi, se può. Ma qualor si tratta di azioni riprovate dalla religione, o dalla retta ragione, chi non sa, niuno essere scusato da colpa o peccato? perché essendo sempre in potere dell'anima, il sospendere l'elezione o sia la volizione, per ascoltar la voce della ragione, ed esaminar la risoluzione, che si è per prendere, noi nulla badandovi, eleggiam quello, che si avrebbe a rigettare e vilipendere. Nel che i giovani, perché forniti molto di fantasia vivace, e poco di prudenza, son più degli altri esposti a prevaricare con aggravio della lor coscienza davanti a Dio, o con perdita della lor sanità, o col dissipamento delle lor sostanze, e in fine con tirarsi addosso il biasimo di tutti i buoni e saggi. Vi ha poi di quelli, che son sempre giovani in tutto il corso della lor vita. Ed ecco il principal de' mali, che può recar la vivace e focosa fantasia dell'uomo, che non istia ben in guardia di sé stesso.


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