Lodovico Antonio Muratori
Della forza della fantasia umana

CAPITOLO XX Della cagioni fisiche degli insulti perniciosi della fantasia, per quel che riguarda le azioni morali, ed altri mezzi per frenarli.

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CAPITOLO XX

Della cagioni fisiche degli insulti perniciosi
della fantasia, per quel che riguarda le azioni morali,
ed altri mezzi per frenarli.

Non ci è persona, che abbia la mente sana, non ci è filosofo di qualunque setta ch'ei sia, il quale non riconosca, che il vivere secondo la norma della virtù, è lo stato convenevole a chi ha avuto in parte sua la ragione, e desidera quella felicità, di cui è capace il mondo nostro mischiato di tanti guai; e che la vita de' viziosi è di troppo sconvenevole alla natura umana, e regolarmente conduce all'infelicità. Ma niuno altresì ci è, che non senta le difficultà ad essere buono, e la facilità a divenir cattivo. La cagione di ciò l'abbiamo dalla teologia cristiana. Ne abbiamo di sopra accennata anche l'origine fisica. Ora convien osservare (e l'osservò anche Orazio) essere minore per lo più l'impressione, che fanno nella fantasia le idee portate dall'organo dell'udito, che le procedenti dall'organo della vista. Quando anche non se ne sappia conoscere la cagione e la maniera, poco importa. Basta bene, che la sperienza ce ne assicuri. Il racconto della bellezza altrui, di una battaglia, della magnificenza di un monarca, certamente produce idee, che possono imprimersi vivamente nel cerebro nostro; ma non sarà mai tanta questa impressione, quanta ne verrebbe dell'oculare ispezione di que' medesimi oggetti. Oltre a ciò noi osserviamo un differente effetto nella stessa vista, perché se miriamo un oggetto reale, vanno le specie di esso a conficcarsi forte nel cerebro; ma non han già ugual forza quegli oggetti, se li vediamo solamente dipinti, o se ci vengano rappresentati in uno specchio, perché presto ne spariscono le specie, verificandosi ciò, che nella canonica sua Epistola scrisse san Giacomo appostolo, di chi considera vultum nativitatis suae in speculo. Consideravit enim & abiit, & statim, oblitus est, qualis fuerit. Delle cose parimente da noi vedute in sogno non si ritengono i vestigj, se pure non eccitassero un gagliardo terrore, o dilettazione nell'anima.

Quel che più merita qui considerazione, si è la notabil differenza, che passa tra le idee sensibili e le intellettuali. Possono queste a noi venire anche per via de' sensi, cioè o leggendo libri, o ascoltando i maestri; ma non perciò lasciano di essere intellettuali. I nervi degli occhi altro allora non fanno, che portare alla fantasia quelle lettere e parole; e i nervi degli orecchi altro non vi portano, che il suono di quelle parole. L'intelletto solo discerne poi ciò, che vien significato da quelle parole e voci. Ora se noi consultiamo l'operar degli uomini, troviamo, non aver bene spesso tanta forza impulsiva le idee mentali, quanta ne han le sensibili. Figuriamoci uno, che sappia e confessi la bellezza della virtù, la deformità del vizio; che abbia anche apprese i più nobili assiomi de' savj antichi e della moral filosofia, e conosca la ragionevolezza di tutte queste dottrine, ben avvertite dalla sua mente. Con tale apparato d'intellettuali idee dovremmo credere, che costui riporterà sempre vittoria contro le sensuali idee, incitanti lui alla lascivia, alla vendetta, a contratti di guadagno illecito, ad eccessi di gola. Così dovrebbe essere, e pur sovente è così. Aggiungasi, che chiunque professa la santa religione di Cristo, certamente ha una conveniente idea di Dio, del paradiso, e dell'inferno; sufficientemente sa, quali azioni dispiacciono al divino nostro Legislatore, e qual gastigo sia preparato a i violatori delle sue leggi. E pur tanti si ritruovano, che ad onta di queste salutevoli idee della verità e giustizia, delle quali è persuasa la lor mente, la dan vinta alle tentazioni, cioè si lasciano talvolta o spesso rapire a i peccati dalle idee provenienti da i sensi, dandosi anche in preda a i vizj, e dormendo in essi, tuttoché non lasci la coscienza, o sia la mente stessa di andarli avvertendo della sregolatezza di quel vivere, dell'ira di Dio, e de' presenti mali effetti dell'iniquità, e de' maggiori riserbati nell'altra vita. Che possano avere la stessa forza le idee intellettuali, che le sensibili, per muovere l'anima nostra alle operazioni, non credo, che alcuno lo possa negare, da che la sperienza ci fa veder tanti altri, che condotti solamente da gli assiomi della morale, o da i documenti della religione, che sono pascolo dell'intelletto, vivono saggiamente, vincendo tutte le suggestioni degli oggetti sensibili; ed altri seguono varie opinioni, anch'esse parti dell'intelletto operano in sì diverse maniere. Anzi maggior vigore dovrebbero sempre aver le idee formate dalla mente, che le apprese per via de' sensi, considerata la superiorità dell'anima rispetto al corpo. E pure, torno a dirlo, la pratica ci fa vedere il contrario.

Ora tre a mio credere sono le segrete fisiche cagioni, per le quali la fantasia può trarre l'anima ad eleggere i beni sensibili, benché riprovati dalla ragione e a noi nocivi, senza attenersi all'idee dell'intelletto, che ci dovrebbero dirigere, e possono illuminarci per eleggere il vero onesto bene. La prima è, che ne' beni sensibili, sieno utili o dilettevoli, non si dura fatica a tosto riconoscere l'utilità o la dilettazion, che ne può provenire. Appartiene certo alla mente il riconoscere negli oggetti i caratteri dell'utile e del dilettevole: ma ogni lieve pratica e sperienza delle cose sensibili ne può fare avvertita la mente. Osservate i fanciulli con quanta facilità imparino a conoscere per bene utile, l'aver denaro e regali, per cosa dilettevole la musica, i divertimenti, le belle vesti, e certi cibi e bevande. Così chi è cresciuto in età, agevolmente intende il diletto o l'utilità, che può risultare da certe azioni spettanti al tatto, dal posseder molta roba, dal comandare ad altri, e così discorrendo. L'uso ancor della vita ci fa del pari assai esperti a distinguere in tanti oggetti ciò, che è ingrato o nocivo. Non è già a noi così facile il discernere il bene onesto, cioè qual bene o utile o dilettevole convenga alla retta ragione, perché questo, siccome puramente intellettuale, esige raziocinio e speculazione: al qual mestiere molti son disadatti, alcuni quasi impotenti, ed altri per loro negligenza non li vogliono applicare, per non iscomodar la quiete del loro intelletto. Non è dunque da stupire, se noi facilmente corriamo ad eleggere quegli oggetti, che al primo aspetto ci promettono utilità o dilettazione, senza punto riflettere, se sia conforme alla ragione cotale elezione, e senza considerare le perniciose conseguenze, che ordinariamente tengono dietro alle azioni illecite. Colpa del nostro intelletto, che non fa il suo dovere, è quella biasimevol elezione, e non già della fantasia, la quale secondo le leggi della natura opera, anche quando ci rappresenta oggetti ed azioni riprovate dalle leggi della morale cristiana, ed anche della filosofia. A questo disordine massimamente son soggetti i giovani, perché in essi grande l'energia dell'immaginativa, feroci gli spiriti animali del corpo, e debole all'incontro la ragione, siccome gente mal provveduta di lumi, di sperienza, di freni. Voi perciò mirate questi sbrigliati polledri, senza fare riflessione alcuna alle cose cattive e alle pessime lor conseguenze, pricipitar nelle voragini della lascivia, lasciarsi portare dall'ira a pericolosi sconcerti, o dalla vanità o dal giuoco a scialacquar quelle sostanze, che non tornano più. In alcuni si vede fare naufragio nel medesimo tempo l'anima, la sanità, la riputazione, e la roba.

La seconda cagione dell'impulso delle idee sensibili consiste nella presenza degli oggetti, rappresentati in esse idee. Natural proprietà è questa delle nostre idee, sieno intellettuali o sensibili, che se l'oggetto di esse è lontano o di tempo o di luogo, non commuovono l'anima, cioè i nostri appetiti con quella gagliardia, che fa l'oggetto vicino o presente. Niun bisogno di pruove ha questa verità, perché tutto sperimentiamo, succedere in noi una viva apprensione delle cose presenti, superiore alla cagionata dalle lontane. Che se talun dicesse, darsi mercatanti, che fan lunghi viaggi, mossi dalla speranza di un guadagno lontano; e tanti, che si muovono dall'Europa per andare in cerca de i sì rimoti tesori dell'Indie: si ha da rispondere, che la grandezza di un bene lontano sperato può essere equivalente o superiore alla forza di un bene minore presente. E in oltre venire principalmente la commozion dell'appetito in questi tali non da i tesori lontani, ma dalla vista e dall'esempio di altri mercatanti e di altre persone, che si sono arricchite ne' viaggi suddetti. Il mirar la buona fortuna di costoro serve di sprone e d'incitamento a gli altri per un simile tentativo. Finalmente se a costoro fosse proposto, non dirò un eguale, ma anche un molto minor bene presente e facile a conseguirsi, lascerebbono tosto andare il lontano per attenersi al vicino. Ora molte delle idee puramente intellettuali ci rappresentano oggetti, che a noi sembrano assaissimi lungi da noi, e perciò non producono nell'anima nostra quella commozion, che viene dalla presenza delle cose. Ci può egli essere più efficace freno contro le tentazioni cioè contro gl'impulsi della nostra fantasia incitanti al male, che la memoria di quei, che appelliamo i novissimi dell'uomo? Pur questi per l'ordinario non fanno quell'impressione e frutto, che dovrebbono. Non per altro, se non perché l'inferno e il paradiso ce li figuriam lontani le migliaia di miglia; e noi sogliam lusingarci, che fra noi e la morte e il giudizio di Dio avrà a passare una ben lunga fila di anni. Nella stessa guisa perché l'utilità o il diletto proveniente da qualche rea azione è presente, ci solletica all'elezion di essa, né basta ad impedirla l'apprension de' mali, danni e che ne possono nascere, perché lontani. E tanto più siamo spinti ad abbracciare il bene presente, allorché abbiamo, o ci figuriamo di aver anche maniera di schivare i mali lontani, o di non perdere i beni, che l'anima mira in lontananza, cioè riserbati all'altra vita.

Per terza cagione del forte impulso degli oggetti sensibili, si ha da considerare l'ordinaria moltiplicazione degli atti, per gli quali diventano sempre più vivaci nella nostra fantasia le loro idee, e la maggior forza della consuetudine per commuovere l'anima alle passioni e agli appetiti. Che ciò fisicamente avvenga, non è da dubitarne, benché non assai si conosca in ciò la maniera, con cui operi la natura. Quanto più un amante mira il volto, e ode le parole della persona amata, tanto più questa idea acquista vigore per commuovere gli appetiti suoi. Sia perché maggiormente si conficchi ed affondi una tale idea nel cerebro, o perché i replicati guardi e colloquj vadano movendo sempre nuovi assalti all'anima, o pure per altra a noi occulta ragione: la verità è, che se ne pruova questo effetto. Il medesimo avviene al conquistatore, e che divora co i desiderj il paese vicino; all'amante dell'osteria: al ladro, al vendicativo, e ad altri. Non succede già la medesima fortuna all'idee intellettuali della giustizia, della temperanza, della mansuetudine, e dell'altre virtù. Quando anche non manchino queste al libro della fantasia di molti, almeno son ivi scritte con caratteri deboli, perché non vi si fa mentespesso, come alle sensibili; laonde non essendo rinforzate di tanto in tanto, non portano quella vivacità, che occorrerebbe, per resistere all'empito degli oggetti utili o dilettevoli, moventi l'anima alle operazioni viziose. Chi sappia, oltre a queste, altre cagioni fisiche, dalle quali proceda, che sì sovente prevagliono i fantasmi delle cose sensibili alle idee del bene onesto, non diròperdutivizj, e negli scapestrati ed abituati ne' peccati, ma in chi ancora abborrisce le azioni mal fatte e peccaminose, e sa valersi della sua ragione in altri affari: le potrà aggiugnere a queste. Intanto dopo aver noi scoperta l'origine fisica delle nostre azioni moralmente cattive, resta da vedere, oltre al soccorso delle tre filosofie di sopra accennate, se resti altro mezzo di ajutar l'anima, affinché non soccomba all'urto delle idee seduttrici, inclinanti al male. Dissi inclinanti al malfare, dovendo noi tenere per certo, che non può mai la possanza della nostra immaginazione incatenare e soggiogare il libero nostro arbitrio in maniera, che l'anima non possa ripulsarne l'empito, o ripigliare il dominio che sopra di essa fantasia a lei compete. Imperciocché la volontà nostra naturalmente ritien la possanza di sospendere l'assenso suo a qualsivoglia proposizione, che le venga fatta dall'intelletto, per meglio esaminare occorrendo, se quella contenga il vero o il falso, il giusto o l'ingiusto, l'onestà, o disonestà, l'utilità o il danno. Non facendolo noi, e consentendo ad occhi chiusi al fallo, all'ingiustizia, e precipitando in azioni contrarie alla ragione, alle leggi di Dio, e al nostro vero bene, come potremo poi scusar la negligenza e colpa nostra? Felice pertanto, chi sa per tempo avvezzarsi a rompere il corso impetuoso della fantasia, e sa conservare una tal quiete e libertà di mente, per cui può pacatamente pesare i motivi di operar più tosto nella maniera confacevole alla ragione, che a' nostri brutali appetiti. Queste ragioni non mancano mai a chi saggiamente ama se stesso, e cerca il suo vero bene. Accenniamo dunque in poche parole ciò, che suol giovare all'uomo nel continuo combattimento dello spirito col corpo, ed è a noi insegnato in tanti libri, e massimamente in quei de i santi.

In primo luogo è da desiderar la buona educazion de' figliuoli, argomento trattato da varj eccellenti maestri. Chi ben alleva quelle tenere piante, può sperarne buon frutto a suo tempo. Convien dunque piantar di buon'ora nel loro capo delle salutevoli idee, ispirando ad esse le massime sante del Vangelo, l'amore delle azioni buone, l'abborrimento alle cattive, e mostrando loro la bellezza ed utilità delle prime, la deformità e le perniciose conseguenze dell'altre, con dipingere spezialmente agli adulti, la saviezza di questo o di quel giovane, e gli spropositi ed eccessi di quegli altri. Perché tanto può nella nostra corrotta natura, e sopra tutto in quella de' giovanetti portata all'imitazione l'esempio altrui: troppo è necessario il buono de' genitori, e il difendere quell'imprudente età dall'apprendere dal cattivo esempio altrui le idee della superbia, della lascivia, dell'intemperanza, del giuoco grosso, e di altri dilettevoli, ma dannosissimi vizj. Parlo di lezioni, che ognun sa, e pure non si veggono da tanti e tanti messe dipoi in pratica. Fortificata per tempo l'anima giovanile con li saggi documenti, e colle idee della virtù, e tenuta lungi dall'aspetto di certi lusinghieri vizj, finché sia formato il giudizio: si può dir provveduta di armi potenti per far fronte a i fantasmi incitatori del malfare. Non è già per questo, che sia in salvo la rocca dell'anima, osservandosi tanti giovani ben allevati, ben educati, i quali appena son lasciati in balìa del loro cervello, e spezialmente se di focosa natura, che si mettono a rompicollo per la via dell'iniquità. Resta nulladimeno speranza, che cessato il bollor dell'età, e il seme suffocato delle idee di sapienza risorgerà, e darà in fine buona messe. Non mancano i traviati, ne' quali le buone massime bevute nella verde età, ed unite a i disinganni, servono a rimetterli nel buon cammino. Si dice di una nazione, le cui persone fino all'età di quaranta anni operano da pazzi, ed allora solamente cominciano a vivere da saggi. Questa è un'iperbole, perché ivi ancora tanto dell'uno che dell'altro sesso più sono senza paragon coloro, che menano con saviezza la lor vita non meno nella gioventù, che negli anni seguenti. Comunque nondimeno sia, sempre sarà un gran vantaggio l'aver di buon'ora imparato, e fissato nel cerebro, che il nostro vero bene altronde non può venire, se non dall'amore e dalla pratica della virtù, e non già da i vizj e peccati.

Secondariamente, perché si è veduto qual possanza abbiano per muovere l'anima nostra le idee sensibili, qual debolezza le intellettuali per resistere ad esse: chiunque ama di esser saggio e vero seguace di Cristo, dee far quanto può per accrescere il vigor di quelle massime, e di quei soli principj del retto operare, che sono insegnati dalla santa religione, e dalla miglior filosofia, né vengono dai sensi, ma solamente son dall'intelletto nostro appresi, e riconosciuti per veri, convenienti alla retta ragione, ed atti a produrre la vera nostra felicità. La maniera di aumentare il vigore e la vivacità delle salutevoli idee intellettuali spettanti alla morale e alla fede cristiana, per quel che riguarda il rozzo ed ignorante popolo, poco atto al raziocinare, consiste in presentare alla lor fantasia idee sensibili, che sveglino la memoria delle intellettuali. Le sacre funzioni della Chiesa sommamente per questa ragione giovano ad eccitare e corroborare in essi la venerazione dovuta a Dio, la necessità di ricorrere per ajuto a lui, di amarlo, di chiedere e sperare il perdono ai nostri falli. Mezzo di gran lunga più efficace non solo per apprendere le salutevoli idee, e i più utili e documenti della sapienza, ma per fissarli forte nel capo nostro, si è l'udire le prediche e i sermoni dei sacri ministri della Chiesa di Dio. Ne ha bisogno non solamente l'ignorante popolo, ma chiunque ancora ben fa le dottrine tutte del Vangelo e della morale filosofia. Non si può abbastanza ripetere: le idee spirituali non s'imprimono nella fantasia materiale con quella forza, che osserviamo nelle idee provenienti da i sensi. A fin dunque che acquistino maggior vigore, conviene con replicati e moltiplicati colpi picchiarle nella nostra testa; e dappoiché si crederà di aver fatto assaissimo, sempre si ha da tenere per fermo, che se non si continua a battere il chiodo, l'imparato non servirà al bisogno. Chi ci è, per esempio, che non sia persuaso dell'inevitabil sua morte? E pur di questa sembriamo come dimentichi, e male viviamo, quasi che non si avesse mai a morire e comparire al tribunal di Dio. Però necessaria cosa è l'udire di tanto in tanto i sacri oratori, che ci ricordino questo gran punto e le sue conseguenze. Le immagini delle cose sensibili, oltre all'imprimersi naturalmente con assai vigore nella fantasia, ricevono anche maggior possanza dai medesimi sensi, perché questi tornano tante volte a mirare, o ascoltare, o gustare &c. e con ciò a riferire quegli stessi oggetti, che comparisconoutili o dilettevoli. Di simili atti replicati abbisognano eziando le massime & idee intellettuali, se han da muovere con energia l'anima nel conflitto contra delle corporee. E ciò si ottiene coll'udir sovente la parola di Dio, ch'è la filosofia e medicina più efficace delle menti nostre.

Un eguale, anzi maggior profitto si può ricavar dal frequente studio delle divine scritture, le cui sante parole ed istruzioni venute dal cielo hanno una particolar virtù per ispirare a noi, e fortificare in noi la conoscenza e l'amore del retto operare, e di tutte le virtù. Ha ben da rimproverare ed accusar se stesso di una supina trascuraggine, chiunque può leggere ed intendere quei sacrosanti libri, e fa in coscienza sua di non averli mai letti una volta in vita sua, contento di quel poco, che se ne trova sparso altrove appresso alla lettura dei Santi Padri, e dei migliori libri ascetici, o sia la divozione, utilissimo pascolo sarà per alimentar le buone massime del viver cristiano e per renderle più familiari all'anima, allorché vuol farle guerra l'immaginazione coi fantasmi degl'illeciti sensibili oggetti. Dissi dei migliori libri, perché questo utilissimo ed importante argomento al pari di ogni altro compreso nella sfera delle cose scientifiche, ha prodotto un'eccessiva copia di volumi, di libercoli, di novene di orazioni, buona parte de' quali, siccome opere superficiali, meglio sarebbe, che non fosse mai venuta alla luce. Non già che nuocano o meritano condanna, ma per essere cagione che l'anime buone non cerchino i libri magistrali della divozione, dove si trova il sugo sostanziale della pietà e l'unzione dello spirito. Incomparabilmente poi crescerà il profitto dell'anima per chi alla lettura dei buoni libri potrà e saprà aggiungere la contemplazione e meditazione dei sacrosanti misterj e dei divini insegnamenti della religion cristiana. Beati per questo i santi, felici tante persone pie, che si applicano a sì fruttuoso esercizio. Piena è la lor testa d'idee della religione; di quel Dio, che tanto amano della vita di quel divino Salvatore, che serve di norma alla lor propria; e di quel paradiso, a cui continuamente aspirano, e che sperano dall'infinita clemenza di Dio per gli meriti del suo benedetto figliuolo. Questi sono i lor familiari fantasmi, tutti consiglieri delle virtù. La meditazione sempre più la va avvalorando. Non è già, che talvolta non possano loro affacciarsene anche dei maligni procedenti dai sensi, e massimamente per chi vive nel secolo. Ma risvegliando l'anima quelle opposte massime, che han tanto polso, vantaggioso suol riuscire il combattimento, non difficile la vittoria.

Una particolare ispezione poi merita la virtù della continenza. Per certa sorta di persone, e spezialmente per chi si dedica al celibato, non basta una buona provvision di quelle salutevoli idee spirituali; d'uopo è ancora il fuggire, per quanto si può, le contrarie portate dai sensi. Può ben chi si truova in tale stato guernirsi di buone armi, ma ove non si cessi di frequentar persone di stato diverso, egli ne riporterà delle immaginifocose, che metteranno a rischio ogni suo buon proponimento. Anche i santi, e le persone più rintanate nei chiostri, perché non possono bandir le idee sensuali portate dal secolo, o apprese nei tener anni, son suggetti a pericolose battaglie: quanto più poi chi le va sempre più accumulando e invigorendo coll'andare a caccia nel civile commerzio? E ciò perché anche gli umori del corpo segretamente concorrono a mettere in moto le piacenti immagini della fantasia, talmente che la ragione pena a resistere. Però ritiratezza per questi tali, applicazione allo studio delle lettere, od occuparsi in altri onesti esercizj, con sopra tutto ricordarsi, che l'ozio è un veleno, massimamente per chiunque ha temperamento vivace e spiriti rigogliosi. Ad alcuni ancora gioverà, o sarà necessario il mutar paese, accioché la varietà degli oggetti e la novità dei fantasmi faccia smontar la ferocia di quelli, che aveano preso troppo possesso nell'immaginazione, e cagionavano quei sintomi nell'anima.

Finalmente dopobell'apparato di mezzi fin qui rammentati, parte utili e parte necessarj per rintuzzare l'orgoglio della nostra fantasia, allorché ci sollecita coi suoi fantasmi a prevaricare: ci resta una dolorosa confession da fare. Cioè che noi siam creature imperfette, vasi di creta troppo esposti alla fragilità, con appetiti innati, che ci portano alla lussuria, all'interesse, all'invidia, alla vendetta, all'impazienza, alla superbia, alla gola, e ad altri eccessi; e ci troviamo attorniati da tentazioni, cioè da oggetti sensibili, i quali portati alla fantasia, non può astenersi l'anima dall'apprenderli, e dal provarne commozione. E contuttoché niuna cagion si dia interna o esterna, che la necessiti poi ad eleggere il male morale, pure proviamo in noi un grande pendio ad eleggerlo. Tale è il nostro presente stato, di cui si dolgono anche i santi; di modo che niun di noi, finché vive sulla terra, sia quanto si voglia dotato di virtù, gode il privilegio dell'impeccabilità. Che ripiego dunque resta, per non inciampare e cadere? Ce l'ha insegnato il divino Salvatore nostro, cioè l'orazione a Dio, utile non solo, ma necessario mezzo in questa vita per resistere alle tentazioni. Non ostante la debolezza nostra, assaissimo potrà, chi ricorre di buon cuore per ajuto a chi può tutto. Egli è quello, che invocato con viva fede, non permetterà, che noi soccombiamo. Egli è, e in ogni occasione, ma spezialmente in questa, ha da essere la speranza nostra. Però il mestier nostro dovrebbe dirsi quello di volgere gli occhi e le voci nostre, allorché ci sentiamo assaliti da perversi fantasmi, al nostro buon Padre Iddio, e al dilettissimo suo figlio Cristo Gesù, affinché ci porga la mano, e ci guardi dalle cadute. Fra tanti bei salmi e preghiere, che a questo proposito ci somministra la Chiesa santa, affinché imploriamo il necessario ajuto di Dio, a me sembra pure espressiva la seguente orazione: Deus, qui nos in tantis periculis constitutos pro humana scis fragilitate non posse subsistere: da nobis salutem mentis & corporis, ut ea, quae pro peccatis nostris patimur, te adjuvante vincamus. Cioè: o Dio, il quale sapete, che noi posti in mezzo a tanti pericoli, non possiamo a cagion della nostra fragilità tenersi ritti, deh concedeteci salute di mente e di corpo, acciocché coll'ajuto vostro arriviamo a vincere le tentazioni e tribolazioni, a noi cagionate dai nostri peccati. Da questo soprannaturale soccorso ha da venire la principal nostra fiducia di rimaner superiori alle suggestioni della fantasia, delle cui forze altro non mi resta a parlare.

IL FINE.

 


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