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Il peristilio della casa di Teseo in Atene.
Gira intorno un ordine di colonne doriche: in fondo, tra due ante sopportanti un cornicione s'apre la prostate, dove sono alcuni seggi ed il focolare domestico.
Nel centro del peristilio è eretto l'altare ottagonale, scolpito di fregi in forma di ghirlande, teste taurine e litui sacrificali.
Su di un piccolo tavolo, poco discosto, sono i canestri d'oro con i doni votivi, il lituo con il manico d'avorio; e a terra, vicino, un orciolo pieno d'acqua lustrale, e due idrie più piccole. Un Sacerdote in preziosa veste purpurea, avvolto il capo di bianche bende, celebra il sacrifizio col ministerio di garzoni e fanciulle vestite del corto chitone bianco; sulla scena sono pure l'antica nutrice di Fedra e alcune ancelle della casa.
È l'alba: ed Espero ride nel cielo sereno.
Già tutte
l'altre stelle, occhi del cielo,
chiudonsi o Dea: ma più s'avviva il raggio
dell'astro tuo che la vermiglia Aurora
inghirlanda di rose... L'Oriente
s'ingemma del tuo lume
e ne esulta la terra, come sposa
che a nuovi gaudi il giovine marito
desta coi baci! È questa ad invocarti
l'ora più fausta o Dea,
poiché nascesti col mattino azzurro
dal sorriso del mare...
Anadiomene,
volgi propizia a noi le colorate
di ciel pupille...
Chiara
acqua lustrale
purifichi l'altare, e voi deterga
alunni della Dea,
come rugiada che dai fiori sgombra
le grigie nebbie della notte...
I
doni
sien grati al Nume tuo...
Dammi,
garzone,
il salso farro e il biondo
orzo col mele, che di timo e mirto
bruna selva odorosa in su l'altare
rapido incendii...
Sovra
le cineree
ali del fumo a te salgano i voti
nostri o Afrodite d'oro!
A me la
face... né Fedra chiamaste?
Spire d'incenso, preziose offerte,
vittime, canti, come inutil pompa
sdegna la Dea, se ai supplicati altari
giusta pietà non ferve...
Pria che s'alzi la fiamma, ella qui venga.
Ahimè!
non può la misera...! piangetela,
non mai tanto soffrì!
Ora
di tregua
non le consente il male?
Sì...
non di sonno... ahimè! senza ritorno
dalle riarse palpebre fuggito
è il dolce sonno!... ma di lenta pace
al travagliato spirito benigna
era stata la Notte... e alcuna speme
di placar l'ire della Dea col rito
lusingava l'afflitta...
già s'imperlava il cielo delle prime
luci de l'alba, allor che il nuovo sole
fausto augurò una vegliante ancella
sovra il ritorno di Teseo... d'un tratto
Fedra balzò dal talamo, fremendo,
come, a l'ombra, assopita pastorella
che tra l'erbe del prato ove riposa,
scorga un'orrida serpe...!
Le man protese, i gomiti contratti
al corpo irrigidito,
gli occhi travolse, mentre il molle petto
un affannoso anelito scoteva
fino a spezzarle il core...!
Non valse aiuto... ella con rauco grido
al suol piombò, le delicate membra
in furibondi spasimi torcendo,
e le guance rosate ed il crin d'oro
con man crudele offese...
Ahi! sventurata!
Or sul
talamo giace
come dal nembo rovere divelta,
sciolte le membra ad ogni moto inerti:
trama di spine e foco alla dolente
sembrano i freschi lini, e atroce peso
le chiome bionde, come un rivo d'oro
intorno a lei fluenti...
invan, piangendo, d'amorose cure
la confortan le ancelle...
non ode e non favella, e solo sfugge
dalle livide labbra un fioco gemito...
E
chi l'acerbo
strazio di lei narrando è sì crudele
che le lacrime tempri?!
Madre
d'Amore, voluttuoso raggio
ai viventi delizia, in che t'offese
questa mortale, per cui tanto aduni
sdegno nel petto eburneo?
Non
contra lei... non contra lei... infuria
nella stirpe del Sole
l'alta vendetta d'Afrodite ancora...
e la follìa di Pasife propaga
tetra linfa pe i rami...
(Da una porta laterale entra Ippolito seguito da atleti ed efebi compagni).
Alla
quadriga
vo' che s'aggioghin l'Enete puledre
bianche al par della spuma che i sonanti
freni inargenta, ed i quadrati petti...
Le
agiterem lungo l'Ilisso al corso,
della pungente sferza i larghi dossi
forte incalzando...
(ai celebranti il sacrifizio)
Qual
da voi s'invoca
Nume che spiani l'onda, e amico il vento
al padre mio conceda?
poiché spirato è l'anno
da che Teseo volle d'Atene in bando,
ad espiar dei Pallantidi atroci
la giusta strage, uscire:
ed oggi ei torna su la curva nave
che, di procelle esperta,
lunge sui flutti appare
bianca di vele fervide, com'ali
nel cielo aperte al volo...
Torna l'Eroe che popola di vinti
latroni e mostri le canzoni d'Ellade,
e di sua gesta infiamma
i nostri sogni e l'anime, qual selce
che di ferro percossa, una scintilla
dal duro seno esprime!
Date al carme augurale la mia voce
unir...
La
sospirata
patria riveda Quei che ai Numi è caro...
Noi per l'inferma di languore ignoto
Minoide il rito offriamo...
Per le
silenti stanze echeggiò un grido
lugubre ne la notte... Ella non dorme...
vigila insonne cura
in quel pallido volto ove scintillano
di cupo foco gli occhi... oh! da colei
quanto mutata che adornava il riso
florido delle Grazie,
quando partii d'Atene, il suo improvviso
odio fuggendo...
Oh!
se conscia t'offese,
qual castigo ne porta!
Da quel giorno un'Erine i suoi di serpi
irti flagelli ad atterrirla scuote!
Triste e muta divenne, a ognun nemica:
e la casa, e il consorte, e i figli, i figli!
ahi misera! fuggendo,
i lunghi giorni trascorrea nel tempio
che ad Afrodite estrusse!
l'agitavan fantasmi, e voci udiva
di minaccia e terrore...! Ma da un anno,
poi che, Teseo bandito, di Trezene
rientrasti in tue case,
può il suo martirio ogni inesausta sete
di vendetta far paga...
O schiava,
in cor non leggi! essa la ferrea
mia giovinezza ingentilia d'un tenero
palpito di sorella: e se difesa
or di braccio mortale...
Ma da l'ira d'un Nume quale schermo
han gli umani?!...
Pregare...!
umile prece rapida le vette
ardue d'Olimpo attinge,
e men si duole di sventure e lutti
chi pio i Numi onora!
L'inno s'intoni... e tu perché dal Coro
ti scosti?
(esitante)
Impazienti
scalpitar le puledre odo, crollando
il greve giogo...
(severo)
È
fama
che tu spregi Afrodite!
Io
gl'immortali
tutti venero e temo... ma il gagliardo
culto m'invita di colei che l'ombre
dei boschi irrigui, e l'erme rupi, e i docili
clivi fioriti anima del suo Nume...
Artemide
regina
Triforme Dea che in Ade hai regno, e accendi
l'argentea lampa de le notti in cielo,
e da l'arco sonante in terra sfreni
non fallibile telo!
Allor
che il fresco
silenzio della selva
rompe il latrato e la veloce pesta
dei veltri in caccia, e l'ansia della belva
scovata, ed ogni vita
già si tende ne l'impeto
della lotta imminente e del periglio...
io vedo, o parmi, tra i cespugli e i tronchi
biancheggiare la veste
succinta della Dea, e data ai venti
strisciar la chioma ambrosia, e il tintinnìo
della faretra d'oro odo...
Fanciullo,
fischia, terror dei cervi, l'immortale
dardo trisulco... ma fra cielo e terra,
se Citerea sorride,
scorre un divino brivido profondo
che in aerea farfalla il bruco esalta,
e dai campi di stelle
trae l'orgogliosa vergine che adori,
alle rupi di Latmo, ove, ne l'antro
folto di rose, i baci della Dea
sogna il vago pastore...
Impuro
spasimo
che contamina i corpi, e le distolte
da la meta raggiante
anime strugge in vili affanni; o concita
a negre furie...
Ed
un gaudio promette
donde sboccia la vita,
ed è vinta la morte!
che placa Stige al tenero cantore,
e la corusca Amazone a l'estrane
spiagge d'Ellade induce, della patria,
delle care sorelle e delle invitte
armi obliosa...
No...
luce di gloria
affascinò la madre mia, conquisa
pupilla da baleno!
Ah!
quelle esperte
mani e la lancia, al clipeo,
erano dolci a carezzarti, come
foglie intatte di rosa!...
Ombra
soave e pallida è il diletto
viso ne la memoria...
E
il ferro strinse
contro le guerreggianti a liberarla
dal felice servaggio
Amazoni sorelle: e poi che al dardo
contra Teseo vibrato
ella il suo core oppose,
della fuggente vita in dono offerta
allo sposo, gioiva; e dai morenti
occhi spirava Amor, sì come spada
spezzata e ancor lucente!
E tu
nato d'Amore,
tu che negli occhi e nel leggiadro aspetto
la Dea palesi, i tuoi folli disdegni
espia! Ancor tardate
lenti ministri? già guizza la fiamma...
Sul mare i
rapidi venti taceano
voli pei rosei cieli ferveano,
inni alati a l'Amore
di colombe e di rondini:
Quando dal
cerulo riso de l'Ionio
sbocciasti candida, qual di Favonio
al bacio ardente un fiore
grande di giglio schiudesi,
E la
dedalea terra, e il navigero
mare e gli spazi del vento aligero
te mirarono ignuda
con sconosciuto fremito.
Alba che
limpida pria da le pallide
vette col croceo piede le squallide
tenebre fughi e schiudi
al Sol la porta aurea...
(In fondo tra le due ante è apparsa Fedra, le chiome scomposte, pallidissimo il volto, ora fisso ora errante lo sguardo. Alcune ancelle, spaurite e dolenti, la seguono).
Voci di
sogno, rapide parvenze
via dileguanti, per i curvi cieli
nebbie leggiere, non m'irridon... desta,
desta son io!... v'ascolto...
e prieghi d'inni e canti d'imenei
con molle ritmo mi ricercan l'anima,
qual per agili dita armoniose
corde vibranti...
Fedra!
oh! chi m'intese
de i Numi? qui fra le mie braccia… reggi
l'incerto passo...! Io ti portai bambina...!
vieni, tocca l'altare...
In
roseo lume
ardon le tede nuziali… il giorno
promesso è questo! mansueta vittima
ecco, pronta è la vergine... di rose
bianche e vermiglie m'avvolgete il crine,
e, le faci squassando, alto, Imeneo,
alto, Imeneo chiamate... o triste, o lieto
m'attenda il fato...
Ascolta,
figlia diletta, guardami, son io...
io che ti chiamo e piango!
Ti circondan le ancelle, è la tua casa...
Sì... la
superba di fulv'oro e marmi,
popolosa di statue,
reggia ove nacqui, ove ignara de i mali
vissi diletta al padre oh! s'egli ancora,
Minos pari ad un Nume,
l'aer lieto spirasse, io di mie case
giovinetta felice ancor godrei!
ma vuole il fratel mio che in strania terra,
a stranie nozze io vada...
Piangono
le sue vane
parole come lacrime! l'errante
pensier richiama... sei qui la regina,
la donna di Teseo...
Famoso
nome!
gloria raggiante qual vetta baciata
da curva iri lucente... ma sventura
a le Minoidi suona!
Oh,
più ti strazii
così! nel tuo rivivono
duoli antichi obliati...
Che?!
non m'hai tu narrato
come la dolce Arianna, la sorella
simile a Driade bionda, dal materno
tronco a l'aure balzante,
da quel crudele in la deserta spiaggia
fu alla morte lasciata?
Taci,
taci,
non svegliare l'Erinni!
Ad
ingannarmi
un fantasma riveste
le forme del mio sogno? oh! men leggiadro
l'amante dell'Aurora
sopra i venti saliva
al roseo bacio della Dea, caduto
l'arco d'oro su l'erba...
Nume non
v'ha che allo smarrito spirito
luce ridoni?
È
lui, è lui, lo sposo
che alla sognante vergine
prometteva l'Amore... io lo ravviso...
l'azzurro sguardo, in ondeggianti anella
sui bianchi omeri il crin, fiera e gentile
nel cor scolpita imagine!
(piano)
Funeste
ti son le tue parole... ognun t'ascolta...
perderti vuoi?
Insonnia
delle mie notti, martirio de i giorni
quel bel volto divenne... la fragrante
sua giovinezza m'inebria e m'uccide,
come mortale effluvio
di vaghissimo fiore, e nelle vene,
fuso metallo, il sangue m'arde, acceso
dalla fiamma degli occhi...!
Qui... qui... le tempie stringimi... ed i polsi...
Su
queste care mani
spargo inutili lacrime... salvarti
or col sangue potessi, come un tempo
già ti nudrii col latte!
Ad
impetrarti
men dura vita supplici invochiamo
la Dea.
Follie,
follie!
nessuna cura han de gli afflitti umani
i superbi immortali… a lor gradito
spettacol sono i nostri mali, i pianti,
i travagli, la Morte,
come a crudel fanciullo
di straziato uccellin le strida e i palpiti...!
Vuoi con
l'empie parole aizzar l'ira
che t'affanna e t'incalza?
E
tu fra tutte
diva tremenda che in trionfo esulti
di città rovesciate e di sgorganti
flutti di pianto e sangue,
tu che spietata imperi e le divine
leggi e le umane irridi,
or contro questa misera
foglia in balìa del vento,
la tua potenza ostenti?
Trascinatela
lunge di qui prima che l'avvampante
folgore scoppi...
Ma
la carne inferma
tortura... Struggi questa
vana bellezza che il tuo sdegno irrita
ne le figlie del Sol... non vincerai!...
non vincerai!... dischiusa
resta una porta, e fuggirò per quella
il tuo furore e il mio...
Quella
fiamma spegnete... profanato
è il rito...
Dall'altare
via quell'umili offerte, e l'orzo e il mele...
Pietà... pietà... di te stessa... dei figli!
Non
delle bianche timide colombe
spargete il sangue... inoffensive e liete
s'aman pe i cieli a volo! ostia più degna
a la grande Afrodite,
me, me svenate! progenie divina
io son... vittima illustre...
Ah! non ti lascio!
(a Ippolito)
Ov'è
ov'è il coltello? e tu lo impugna,
tu, tu che m'odii e mi persegui... al core
ben dirizza il tuo colpo, e se squarciato
riveli il gran segreto...
O
sventurata,
mai d'un pensier t'offesi, ed or mi vince
tanta pietà...
Perché
dunque mi neghi
questo dono supremo?
non sai, non sai che scampo
altro non v'ha? non sai che dalla Morte
solo avrò pace, se pur nella Morte
non mi segua l'affanno...?
(Un pescatore).
Nunzio
di gioia a queste case, io degna
n'avrò mercede...
Da
pescatori in qual saetta snella
barca voganti, ed or giunti alla spiaggia,
s'accerta che la nave di Teseo
al Falero sarà pria che nel cerulo
seno di Teti la gloriosa fronte
Elios declini.
Squallida
la casa
trova l'Eroe!