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Si vedrà il gineceo: ampia sala senza colonne, coperte le pareti a lastre di rame: corre intorno un fregio di metallo ceruleo.
Una porta in fondo, dal limitare di bronzo e adorna di anelli d'oro, s'apre nella prostate: ai lati altre due porte più piccole.
Sparsi intorno sedili intarsiati di avorio e metallo, e coperti di pelle; ciascun seggio ha innanzi un polito sgabello.
Sul pavimento marmoreo e fra mano alle ancelle sono canestri ritondi d'argento e conocchie auree filanti lane purpuree.
Su una piccola kline, lettuccio a due spalliere, d'acero intarsiato d'oro e dai piedi ben torniti è Fedra, assopita.
La vegliano alcune ancelle; taluna di queste ha il chitone, una è vestita alla foggia cretese.
Ora un
divino sonno agli occhi e al core
un Dio le infonde: o da gran tempo ignota
all'incessante palpito dell'anima
dolcezza alta del sonno!
Parlate
piano, sì che dalle stanche
pupille esso non fugga,
sovra le tacit'ali, nero augello
impaurito...
La Cretese
Ahimé!
vigila il fato
mentre essa dorme! il fato che percosse
la sorella e la madre.
Era
costei
come le due deiformi figlie, anch'essa
per bellezza famosa?
La Cretese
Ah! non
il biondo fascino d'Arianna,
non la voluttuosa
grazia irrorante il bel corpo di Fedra
anzi che il negro male
sì la struggesse; era l'ardente in Pasife
ignea virtù del Sole
agli sguardi funesta.
E
fu creduta
figlia del sole aurifiammante.
La Cretese
Ancora
benché fanciulla io fossi,
vedo nel crin di viola il volto bianco
qual neve in alpe che vestigia umana
non calpestò; ma gli occhi, gli occhi, mai,
sotto ciglia mortali,
sì vive fiamme balenaron, come
da opposte gemme al sole iridescenti
luci rifratte...
E
di sua forma insigne
insuperbita provocò lo sdegno
d'Afrodite gelosa?
La Cretese
No!...
di radice più profonda surse
e frondeggiò tant'ira.
Spaventosa
fama ne suona; e come, e quando al core
la gran follia s'apprese?
La Cretese
Fior de l'armento, gl'irrigui declivi de l'Ida pasceva,
delizia di giovenche gnosie e cidonie, un toro:
bianco qual fervida spuma di latte, ora munto da Pale,
men che fra l'ardue corna, di fulva macchia impresso.
Mentre di florida vacca il tergo, anelando, premeva,
Pasife il vide e osceno ne le perverse fibre
mostruoso spasimo accese l'amplesso ferino. Tremende
cose ma certe narro. Né Creta di ben chiuse
cittadi altrice le nega. Del talamo regio obliosa,
de la stirpe titania e de i figli, persegue
l'armento, e come incitata baccante per valli e per gioghi
va la misera. Verdi coglie gramigne e timi
al fiero amante e carezze gli prodiga e baci, crescendo
esca a la fiamma infame. Veste preziosi pepli
o rose intesse nel crine, ahi! folle, perché la vagheggi
il toro, e le di grandi occhi e lunate corna
giovenche invidia, ed al giogo le
danna e a la scure,
[gelosa
La Cretese
Poi ne la vacca fallace godé,
simulata, lo stupro,
donde la paurosa prole biforme nacque!
Tutta
scevra di mali
hanno la vita gli Dei, ma volge un'ora
a ruinoso corso
d'uman destino il placido torrente!...
Deh! non
er'io seduta a una romita
sponda, e sostegno al fianco
porgea d'un'elce ben chiomata il tronco
verde di musco e d'ellera?...
Sognava...
un sogno uscito da la porta d'oro
e l'abbiamo destata!
Io
queta udivo
mosse da un lieve brivido di vento
sussurrar l'alte frondi,
ed in sommesse note di bell'acque
un rio cantar tra l'erbe e i fiori... o fresche
onde a spegner la sete!...
Nel
cortile
ti condurremo, e la cinta di marmi
fonte perenne...
Aborro
io quella fonte... piange
ora... ed il ritmo lugubre
segna de la mia vita... al sacro Ilisso
portatemi, a l'Ilisso impetuoso
corrente, là, presso lo stadio, dove
nudi e lucenti della bionda oliva
s'addestrano gli atleti,
e con i venti rapidi nel corso
i destrieri gareggian...
(piano)
L'inquieto
spirto affatican strane voglie.
Anch'io
dalla quadriga d'oro,
reggerò il morso e l'agili puledre,
m'inebrierò della fischiante in volto
aura all'aspra carezza, e nelle chiome!
Via queste molli bende...
(Da una de le porte laterali entra la Nutrice).
Ah!
vieni! vieni!
saggia Enone nutrice!
scossa dal breve sonno,
ecco s'agita ancora, e di puledre
parla e di cocchi per lo stadio in corsa
volanti...
Figlia...
(agitata)
Che
dissi? che dissi?
che rivelai? sognavo... e tu non eri
qui, presso a me? Ripeti
quel che io dissi...
Parole
vane e null'altro: placati, riposa
tranquilla, dormi ancora.
E voi, restate, pigre ancelle, inerti
a novellare in crocchio,
quai stridule cicale inebriate
di sole e canto, ma dell'opra immemori
e dell'inverno?
Le Ancelle
(timide)
E non
udiste che pria del tramonto,
stanco di mare e gloria,
oggi ritorna all'alta casa il Re?
Or via, taluna con porosa spugna
nitide torni del grand'atrio umbratile
le colonne e i sedili
altra i lavacri tiepidi e le bianche
tuniche appresti ed i vellosi manti,
non senza il chiuso in rilucente ampolla
biondo licor d'oliva, sì che sgombro
d'ogni fatica il corpo,
esca dal bagno, uguale a un Dio, l'Eroe:
ed altra infine in bell'ordin le dapi
sulle mense disponga, e i pani candidi,
e l'anfore del vino, che, versato
poi nei crateri, fervido spumeggi...
E volevi
ch'io sola
dormissi ancor mentr'ei veleggia in vista
d'Atene già, tanto obliosa io sola
del ritorno di lui?
Come
gravata
vacillante colonna, il triste pondo
più non sostenta l'anima!
Ad
ognuna
hai commesso l'ufficio, e come aereo
sciame di pecchie industri,
si son disperse con ronzio giocondo.
Ed io?... ed io?... non sai quale è serbata
a casta moglie e fida,
cura pietosa? Il vaporante zolfo
dammi, ch'io purghi d'ogni infausta macchia
la casa e il focolare!
No, non
vaneggio o buona Enone, o certo
cuor, non vaneggio più!
fulvo leone apparso al viandante,
mi si svela il tremendo
volto del mio destino... pauroso
non è tanto il Gorgone! oh! almen conversa
io fossi in pietra inerte!
No, no,
taci, non dire, non tremare
più, non tremare... io ti salvo... dovessi
queste mie vecchie membra a brano a brano
ardere! io mi frappongo
fra il tuo male e te stessa,
come lorica fra la lancia e il petto!
Sì...
strappa al mare il naufrago
quando a le stelle avventa la mugghiante
furia dei flutti... sulla via di fuoco
ferma tu la scrosciante
folgore già sovra il mio capo!
Ascolta,
non disperare... a queste grigie chiome
credi, all'antico senno...
dalla morte la vita, e spesso il bene
rigermoglia dal male!
Oh!
invan pietosa
vuoi di soave miel spargere gli orli
alla coppa mortale! Enone... Enone...
mentre agonizzo io qui come inseguita
cerva colta nel laccio,
Egli dall'alta prua naviga lunge
col guardo il salso mare,
e fra un lontano nereggiar d'olivi
ecco si scopre Atene,
bianca, raggiante in faccia al sole, Atene!
e sbalza il core, e si gonfia la vela
di tutto il suo desio... Già esulta l'inno
celebrante l'Eroe... ascolta ascolta!
è la sua voce... o suono
di morte! dalla soglia
propiziante gli Dei: splende il convito
d'auree faci, trabocca
la gioia e il vino... del canoro aedo
squilla arguta la cetra... pari a un Nume
siede Teseo, fuori del mare in pace
nella sua casa... accolto
da la sua donna... Ma nel cor di lei (con forza)
gaudio e sospiro de l'Eroe, s'annida
un pensier mostruoso...! attosca l'aria,
il pane, il vin, contamina l'altare
dei domestici Dei, il focolare,
il talamo, la vita!!
e mi soffoca già nelle sue viscide
spire... e lui stesso soffoca... ed i figli
miei... ed il suo!
O
tre volte funesta,
o tre volte funesta ora che il piede
su questo suol fermasti!
Ora
dimmi se deve
spirare ancora questa tetra lue
sterminatrice... dimmi tu s'io debbo
vivere ancora...
O
mia diletta! Pure
hai vissuto così... gran tempo...
Come,
di che ho vissuto? di brame nefande
inappagate... di vani rimorsi...
da quel dì che, per gioco,
io gli negava un frutto
di melograno, ed ei mi giunse, e stretta
fra le braccia mi tenne, e la follia
ne le radici della vita urlò!
sull'abisso sospesa,
disperata lottai… contro la Dea
imperiosa, contro il tristo errore!
incrudelii... finsi a Teseo che in odio
m'era il figliuol de l'Amazone... Sai,
sai tu perché bianco di marmi e d'agili
colonne là su quell'aereo colle,
alzai il tempio ad Afrodite? Sai
perché vi trascorrea,
io, solitaria, i giorni?
Da quel ciglio vedea, rosea all'occaso,
fra i monti azzurri, Trezene, Trezene!
la città che ospitava il mio perduto
amor... perduto anzi che mai gioito
n'avessi... dal mio folle
voler bandito...! Ippolito fuggente
per me d'Atene! ahi come
ai neri falchi roteanti, l'ale
invidiava io celeri, e i ginocchi
al simulacro della Dea stringendo,
supplicava che un'ora
un'ora sola, un attimo concesso
mi fosse dell'ebbrezza
suprema... invan sognata...
e poi la Morte... il cieco
carcere... la vendetta...
e rigavan le lacrime
l'inflessibile marmo...
O sventurata!
Ma poi
che egli tornò... centuplicato
s'è da allora il tormento; quale giorno
quale ora fu ch'io non piangessi? Tento
fuggirlo ed un'oscura
violenza mi spinge
sovra i suoi passi... aborro
il mio perverso palpito... ma freme
tutta la carne s'ei m'è presso, bello
come un giovane Dio! e non ho forza
più di mentire, e soffocare il grido
che mi strappa lo spasimo! e che inteso
ben fu da te stamane...
presso l'altare... e forse...
No...
no... vigile, acuta
è la cura materna, e m'agghiacciava
già da tempo il sospetto! ma l'arcano
senso del tuo delirio
niun penetrò...
Tornare
può quel delirio, poi che sfuma l'anima
s'egli mi guarda, come incenso al foco!
E se Teseo mi scruta in fondo al core
la ragione del male? se mi vince
fra le sue braccia il ribrezzo: se il nome
di suo figlio sorprende
sul mio labbro... nel sogno?
O
spaventoso
pensiero! o figlia, o figlia!
Perché
piangi... perché? senti la ferrea
ora imminente? le voci chiamanti
minacciose nell'ombra?
Va... va... recami i figli... il giorno avanza!
voglio baciarli.... e tu abbine cura:
prega ad essi gli Dei
più clementi che a me! il mio martirio
fa che ignorino sempre... i figli... ognuno...
Ma se Imeneo, fiorito il crine, a Ippolito
una vergine guidi
pari a rosa sbocciante,
pria ch'ei le sciolga il cinto, e dei suoi baci,
oh! sete inestinguibile! la inebri...!
digli che un'altra donna arse per lui
d'una fiamma vietata, orrenda, come
divoratrice folgore,
appresa ai sensi, all'anima, alla vita!
Digli che il grande fremito del mare,
dei venti l'urlo se fra terra e cielo
la bufera imperversi, ella chiudeva
nel sen profondo, e che di questo Amore
ella morì...
Morire!?
oh! con più nodi
a te m'avvinghio ch'ellera tenace!
te pure, te, vuol la fiumana torbida
che travolse tua madre,
tua sorella... ma salda
più che tigre la preda
io ti stringo... vivrai... se questo è il prezzo
di tua vita... vivrai...
Una
parola
t'è sfuggita... ripeti...
Si...
sì... t'ho dato il latte...
ho vegliato le notti... sei la gioia
unica... il solo affetto...
ho bisogno di te... del tuo respiro!
Ma queste leggi agli uomini maligne
chi impose? chi? amano liete e libere
le belve, e agli Immortali
non è vincolo il sangue! in altra terra
d'altra gente sei nata... ei non t'è figlio
non t'è fratello...
O
Nemesi derisa!
consigliera d'infamia, inaridita
la tua lingua non s'è? questa parola
non fu dal cielo udita? Ei non m'è figlio,
non m'è fratello?! è figlio del mio sposo,
mi dà nome di madre!!
Ecco l'altera Eliade, di stirpe
divina, figlia al giusto Re, Minosse,
sposa a Teseo... concubina d'Ippolito
che de l'amplesso calda
ancor del padre, va lasciva ai baci
del figlio!... incestuosa
sotto gli occhi incolpevoli
de le mie creature... ed un sol tetto
copre tanta vergogna!
Ad
altra plaga
per gran mare divisa, ad inaccesse
creste di monti chiedi
rifugio... oblio... con lui... Dalla memoria
dilegueranno questi antichi mali,
vani spettri nell'alba!
(con disperazione)
Oh! un
tal delitto è come folta nube
che, al sole opposta, di mesta ombra offusca
tutta la terra, e il tempo...
e le genti non nate...
Vasta è
la terra, più vasta che i nostri
piccioli affanni, ed il tempo veloce!
ma nell'Ade profondo invan sospirano
le inani ombre il fiore
di loro età perduta!
Il
suo parlare
velen sottile e rapido s'infiltra...
ahi folle! ahi folle! e Ippolito?! Superbo
calice intatto e ognora al sol converso!
Ha la gloria nel core... eroiche gesta
sogna... ed il padre venera... di orrore
fremerà... di ribrezzo...
Come
polla
d'acqua offerta alla sete in lui rigoglia
la giovinezza... egli è la primavera
che ascolta ogni canora
voce, e l'acri fragranze
a tutti i venti prodiga! ... Tu stessa
a lui parla... fra poco...
forse verrà... promise...
Ah!
questo hai fatto?
o turpe schiava! tradita... ludibrio
tu m'hai resa d'ogni uom!... tutta le reggia
sonerà del mio fallo...
(Un'ancella dalla porta in fondo).
Il
figliuol dell'Amazone domanda
di te, Regina...
Un istante...
Dove,
dove fuggire? da ogni lato,
tranne uno, è l'abisso!
Deh! per pietà! per questo esausto seno
che ti nutriva... per la tua diletta
destra ch'io tocco... è la vita, è la vita,
che invan costringi, e ferve
licor possente in preziosa e fragile
anfora!... Egli attende
là... e del tuo desio
langue forse...
Narragli
il tuo
divino male... è qui.
(esce)
Non
sdegnarti regina: a la tua fulgida
soglia da me non venni...
quella schiava mi disse che parlarmi
t'era nel core...
O
voce alata! un sogno
è la vita... il dolore...
Ma
se udirmi
e vedermi t'è grave...
No...
no... fermati... Ippolito... voleva...
sì... ti chiamai... Volea dirti che avverso
mi rapì il senno un Dio... presso l'altare
d'Afrodite… stamane; il sacrifizio
contaminai... la Dea offesi, e te...
forse... non so... obliai...
poi che sul labbro non parlava l'anima,
che non conosci!
(accorato)
Un'altra
Fedra io conobbi! O di limpidi cieli
vision nel tedio di brumosi giorni
svanita! fiore di fragranza ignota
ad allietar la nostra ferrea casa
sbocciato, la mia dura
età, senza dolcezza
di donna...
Un'eco
di gioie perdute
nel rimpianto sospira!
Fanciul
ritroso e schivo, io la straniera
quasi temeva che, nata dal Sole,
ci veniva dal mare!
ma la tua fresca grazia, la carezza
della tua voce e delle bianche mani,
m'affascinaron come
riso d'aurora sui prati fioriti...
vista appena, t'amai...
Volo
di fiamma
che abbagli e non ti vedi!
E mi fu
dolce confidarti i miei
piccioli affanni e l'audaci speranze,
e stanco e lieto del sudato alloro
nella lotta o nel corso,
meritar la tua lode...
Taci...
taci... non più... vedi... si stempra
in non mai piante lacrime
il duol gelido, antico... Oh! la memoria
di sì dolce stagione è radiosa
unica stella nella fosca notte!
Dalla patria divisa, e dai cognati
del sangue, fra diversa
gente quasi smarrita...
sposa all'Eroe severo in alte assorto
cure di guerra e imperio, la tua florida
giovinezza m'arrise
come fiaccola viva a chi sperduto
per la selva s'aggiri, fra le tenebre!...
Dì... dì... rammenti le storie narrate
al bel fanciullo intento
dalla figlia del Sol, dei miti esperta
lieve aleggianti sull'isola antica
dei sogni e degli Dei
ove son nata? e la fonte marmorea
con la sommessa melodia de l'acque
l'ore amiche cullava...
E se talvolta a ritrovar nel sogno
e le Ninfe e gli Eroi, la pura fronte
su i miei ginocchi reclinavi, immota
silenziosa restavo...
e nel tuo viso si perdeva l'anima,
qual di chi guardi l'infinita, azzurra
serenità del mare!
E
quando, un giorno,
o la memoria ti fuggì dal core?
tornai ferito da un cignal rubesto,
quasi smarrita sulla piaga i succhi
tu dell'erbe spargevi, e le tue lacrime...
Qui, su
l'omero... qui...
e a farti cauto ti narrai d'Adone,
il biondo amore d'Afrodite ucciso
dalla belva gelosa...
Sì...
sì... come ha potuto
impetrarsi il tuo core? in che t'offesi?
quale perversa Erine in te la subita
forza dell'odio accese? mi scacciasti
dalle mie case... il fanciul senza madre
dividesti dal padre... da te stessa!
con le tue mani infranta
quella che desta ai più gentili affetti
avevi corda in me...!
Ahi!
crudele, crudele! e il mio tormento
non ha voce di bronzo?! e se un periglio
spaventoso, mortale,
minacciava il sereno
tuo giorno... se mi dolse
di te, solo di te?! e in olocausto
diedi il core, la vita...!
E
a questo ignoto
nemico, a te da un Dio svelato, oppormi
non potev'io con l'armi,
anzi che i giorni nella muta casa
languir, de l'avo, in Trezene...
Premeati
tanto desio... della regale Atene...
di noi... di me?! ah! ripeti... ripeti...
né sorriso di donna
ti fiorì nell'esilio?
Altra
non vidi
simile a te, di tua paterna luce
diva Eliade raggiante,
né più d'ambrosia all'anima fragranza
immortale spirò...
Ancora,
ancora
nel fresco intatto calice racchiuso
è il giglio, ignaro dei baci che fremono
ansiosi ne l'aure...
Ah! fiorisci, fiorisci! è tempo... senti
la primavera intorno? un infinito
gaudio ha la terra... invidia
degl'Immortali... sospiro de l'Ade...
come un altare eretto
agli altissimi cieli, che le erranti
stelle veston di raggi, e al pie', tra mille
di languenti corolle effluvi, ed inni
di supreme armonie,
fumano offerte preziose, ognora
rinnovellate...
M'ardono
le tempie...
in un turbine t'odo
come d'ebbrezza violenta... ignoto...
Chiedilo
a questo spasimo che stringe
i nostri corpi vicino... a le mani
cariche di carezze...
Una
pantera
ieri uccisi... nel bosco...
e sotto i miei ginocchi
si tendeva così... e mi guardava
con i tuoi occhi...
E
su la bocca, forte
ti mordeva così...
(dal porto, lontano giungono confusi clamori e il nome di Teseo)
(sciogliendosi con impeto)
Orrore! Orrore!
lasciami... o tremendo
nome del padre!... dal delirio infame
l'anima torna... lasciami... ti strozzo
d'ogni belva più atroce...
Sì...
sì... uccidimi... sì... sotto i ginocchi...
nel cerchio delle braccia...
O
delitto, o delitto!
dal profondo del Tartaro rimbomba
alle stelle già il grido...!
era teso l'agguato... e la caduta
certa, mortale! e quell'immonda schiava!
Stolto! dal turpe fascino guardarmi
dovea! dal sangue di colei che il toro
orrendo amò!
Pietà...
pietà...! uccidimi
qui ai tuoi piedi...! abbreviami il supplizio...!
sì... sì... t'amo... così! lama rovente
nella carne m'è fitta!... la tortura
che voce non esprime, il desiderio
insaziato insaziato!... e solo
con il respiro si svelle dal petto!
E voi
figli del Cielo! Onnipresente
occhio del Sole! io non vidi il serpente
sulla soglia aggroppato!
O sciagurato! ecco la gloria e l'ardua
gesta sognata...! violar del padre
lontano, il letto... figlio
incestuoso! Ritorna ritorna
a far vendetta, giustizia! tu sei
d'uccider mostri esperto...!
Apriti o terra! o folgori veloci!...
E vengo ad incontrarti...
(esce)
Vieni...
vieni... salviamoci! il furore
gli ho veduto nel volto...
il baleno selvaggio...
E tu, e
tu che fai ? arda la reggia
ora! l'Ellade introni
della ruina e del mio grido! un ferro
dammi, un ferro, una fiaccola!
E
la nave
è entrata nel Falero!
Sì...
ritorna, ritorna, tu che uccidi
i mostri, e fai giustizia!
O potenze dell'Erebo, sanguigne
Erini cinte di serpenti, al core
spiratemi le fiamme... una vendetta
che me stermini, e lui e... l'universo!