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Si vedrà la scena del I° atto.
Nel peristilio entrano e si dispongono in giro cori di cittadini, di guerrieri, di efebi. I cittadini hanno il chitone bianco, l'imation: alcuni reggono lo scettro. I guerrieri sono armati di lorica e d'elmo con alti cimieri: sulla lorica alcuni portano spoglie irsute di belve. Gli efebi, coronati di rose, circondano citaristi ed auleti.
Appare quindi l'Araldo, inghirlandato d'alloro, nelle mani le bianche bende ed il ramo d'ulivo.
È il vespro: quindi i primi fulgori del tramonto.
O Atene,
sacra all'Occhiglauca Dea
che il frondeggiante ulivo
a questo suol ferace educa, e folte
di spelta e d'orzo, come ondoso pelago
le messi al sol riscintillanti: e voi
figli egregi di Cecrope, vestiti
di bronzo, esperti a palleggiar la lancia
e a maneggiare il remo,
me de gli Dei, e dei mortali, sacro
Araldo udite! Il morso arduo dell'ancora
patì la sabbia del Falero, e alfine
pari ad un grande uccello
stanco del volo a sera,
chiuse la nave l'ali affaticate
di tempesta e di gloria!
(di efebi)
Lode al
chiomante Enosigeo che emerso
dal mar canuto, addormì l'onda, e amica
spirò un'aura alla vela, alzata verso
Or dalla
rossa prora
disceso, i passi a questa reggia affretta,
fra vasto urlio di popolo,
il vostro Re, colui che le disperse
stirpi Erettidi adunò in ben costrutta
cerchia di mura, e forza
alla città diede di leggi e d'armi:
Teseo, pari ad un Nume...
(di guerrieri)
Poi che,
solo pugnando, il Re di morte
punì l'insidia dei cinquanta insani
figli del reo Pallante, del consorte
sangue
le mani
terger gli piacque e l'anima, cercando
aquila insonne di pupille e artigli,
dodici lune della patria in bando,
Ora al
Tonante, e alla Fortuna amica
grazie rendete, e lo scettrato Eroe
alto fremer di cetre
accolga e d'inni, ché dolce al guerriero
suona la lode, ed ei n'esulta in core.
(di cittadini)
Solco di
stella che l'azzurra sera
riga d'argento, e pare sì, né cade,
splenda la fama de l'Eroe più altera
in ogni etade.
A lui
urgeva il vasto cuor le gesta
d'Eracle e il plauso che la gente argiva,
squillo di tromba che gli echi ridesta
E già,
squarciate tra i due curvi pini,
pendean le membra, orribile trofeo,
del Pitiocampte, che sui lidi Eusini
Come al
crudel, che in la caverna oscura
i viandanti sovra il letto atroce
stendea, inflisse con ugual tortura
Né
contra l'arme, che parea divina
forza trattasse nella pugna strana,
valse ai Centauri l'irta forma equina,
Arme che
già, come sanguigno lampo
in notte di tempesta, agli occhi e al core
delle guerriere vergini, nel campo,
(Con regale corteggio di compagni e di popolo entra Teseo. Sul chitone rosso lampeggia la piccola lorica d'oro: dall'omero affidata al balteo pure di oro, pende la spada, aspra l'elsa di argentei chiodi. Porta l'elmo simile a quello della statua di Atena Paternia: ma sui due grifoni ondeggia fieramente il cimiero di rosse creste equine. Annodata intorno al collo, porta, ad imitazione di Eracle, una fulva pelle di leone).
Signor
del tuono che il gran soglio adergi
sulle tremule stelle,
Tritonia diva, non fra doglie impure
generata da l'utero,
ma tutta armata dal maschil cerebro,
come il pensier, balzante,
se ai vostri altari di primizie agresti
e di candido armento ognor tributo
Atene offriva ed il suo Re, propizi
ora i miei voti udite!
Non io nel sangue dei congiunti volli
tinger la spada, e se, rami stroncati
da la furia del turbine, a' miei piedi
l'un sovra l'altro giacquero i Pallantidi,
il sangue sparso su quell'empia stirpe
ricada, avversa ai patri Numi e al Re!
Pure il non mio delitto
ad espiar, lunge da questa sacra
diletta Atene, e dai soavi affetti
che ogni uomo ha in cor, gran tempo errai per aspri
boschi frementi al ruggito di belve,
per selvagge contrade,
tra fiere genti che non legge umana
governa, o pio di Numi culto e onore:
per mari ignoti e procellosi, ai venti
date le vele e l'anima:
né senza gloria su remote spiagge
sonò d'Ellade il nome!
Ma nei duri cimenti,
nelle vigilie sotto nuove stelle,
con muta angoscia oscura,
sempre il pensier dell'esule tornava
alla patria, alla sposa, alla fiorente
età dei figli!... Ed ora
che, proteggendo i Fati,
bacio quest'alma genitrice Terra
e queste soglie sospirate, o Numi,
fausto il ritorno io prego, e la sventura
lontana da mie case!
(di cittadini)
O Sire,
o tu che alla virtute accendi
come fiaccola, il core, e per sentiero
battuto da la Morte, al sogno ascendi
che solo è vero,
ma che,
raggiunto, più alto s'invola,
né trovi tu che un ramicel d'alloro,
qual nome il carme ti darà che vola
pei
sacri cieli d'Ellade, se fronda
di quercia ombrosa che sempre rinverde,
raggio di sol che l'ampia terra inonda
né si disperde,
È la tua
gloria? E con desio d'amore
sì come volo di falcon lo sguardo
segue, compagno ti veniva il core
d'ogni gagliardo.
Ora a'
suoi pie', di porpora tappeti
spiegate, e il bistro che de l'or lampeggia;
squillin le cetre, ed echeggi di lieti
No, non
vogl'io di barbaro signore
la pompa, o amici, o, come un Dio, di porpora
su gli strati passar, che a sdegno i Numi
han l'orgoglio mortale!
Scordaste voi come altra volta il bieco
volto del Fato balenò fra i lauri,
e spirò il carme trionfale in lugubre
singhiozzare di pianti?
(di efebi)
Deh!,
con che immenso giubilo plaudendo,
e rispondeva eco dal mar possente,
le genti accolser, dal tributo orrendo
te
vincitor della biforme belva
che il toro e l'uom nel gemino sembiante
unia, d'opaca inestricabil selva
E me
superbo della palma illustre
allora un Dio percosse!
Ché quando incontro al volto della nave,
naiade emersa da l'azzurro Egeo,
venne Atene, ne l'alba,
folle! scordai d'issar la bianca vela
segnale di vittoria!
e il padre mio dall'erma rupe in mare
si scagliò, disperato,
credendo ucciso il figlio!
Sai che
non lice di tristi memorie
contaminar giorno augurale...
E
infausti
oggi gli auspici m'attendean sul lito!
Mesta è la fronte dei congiunti... Ippolito,
il figliuol molto caro,
torvo, tremante si sciogliea da l'ansie
braccia paterne... né dal limitare
udii la voce alata
che più che niuna mi sonava al core
dolce...! ov'è Fedra?
la mia donna?
Un'Ancella
Un
diro
morbo travaglia... in odio
m'avrai pel fiero annunzio?
Signor, le membra della tua consorte
e l'anima... non dorme,
piange, infuria, si duole,
anche vaneggia... ed ora
nel gineceo, pallida, muta, inerte,
in un torpore simile alla Morte.
(Dalla prostate, fra le due ante, appare Fedra: gli atti, il volto, lo sguardo rivelano il supremo tumulto dell'anima. È con lei la Nutrice).
No...
non la Morte... io vivo... la suprema
ora invocata! e si prostra il Destino
vinto al mio pie', come ribelle schiavo
incatenato!
Ahi!
di vorace pianto
caro volto solcato! o mia diletta!
vincea le Aurore degli ignoti cieli
la tua apparita imagine nei sogni
dolci e vani... mutata
ti rivedo così!
Ella
non t'ode
Signor... l'agita insania...
O
in agguato
ira d'un Dio nemico!
Fedra?! son io... son io... innanzi al vento
volava il mio desio... sforzava il tardo
remo!... non t'è sfuggito
Teseo dal cor?
Non
mai
naufrago ansante fra i marosi scorse
nave o spiaggia così... né sulla preda
freme, recata dalla fulva madre
prole di belva...
Parla...
dimmi l'affanno... e se t'incalza un Nume
gli svenerò vittime opime... un tempio
gl'innalzerò...! Di fulgid'auro e bronzo
ricca ho la casa, e di floride greggi
copia m'allevan negli erbosi paschi
i mandriani accorti...
Vieni... vieni con me...
Oh!
non toccarmi!
o alle tue mani l'atro
velen s'apprende che m'infetta e rode!
Qui, nella polve, qui, come le cose
più vili, immonde...
Chiudi
chiudi l'orecchio e l'anima... o, se l'odi
Signor, negale fede!
non lei, non lei, parla il suo mal perverso!
Scaccia,
scaccia costei! essa t'inganna...
per salvarmi t'inganna!
Oh!
ch'io non soffro
di vederti così! Alzati... Fedra...
Fa' che
s'apra la Terra,
sì che m'ingoi il Tartaro profondo!
e sulla spoglia impura
s'aderga un monte sette volte il Pelio,
fino alle stelle! se la mia vergogna
vuoi sepolta con me!
Taci
schiava! tremi ne i polsi? in lei procede
il tumulto de l'anima
da un terribile arcano... e lo conosci
tu... e ne fremo io stesso...
E
se diventi
ogni fibra uno spasmo, e di roventi
spire ti stringa...
Per
gli Dei! mi preme
insoffribile angoscia... alzati… parla...
il tuo sposo te l'ordina...
Né
senti
arderti il labbro a questo nome? chiama,
chiama tua sposa la più vile schiava
trastullo d'un esercito... l'oscena
meretrice dei trivi... essa men turpe
vive di Fedra!
Taci!
No... no... quest'è follia... vituperoso
suono d'infamia! va... nelle sue stanze
traetela...
Non
m'odi?
Mentre lo sguardo nella bianca alata
Vittoria affiso, sotto il curvo rame
tu del clipeo sudavi, empio ladrone
penetrò nel secreto
del tuo lare ed il giglio
che v'educavi profumato orgoglio,
sfiorato fu!
Martellano
le tempie!
le parole m'infigge
come strali nel petto!
Fedra... pel Cielo! Vuoi tu che t'uccida?
Oh! la
mia vita è l'ultima favilla
d'un rogo arso... l'anelito
breve, ch'io stessa spegnerò fra poco!
ma l'aer tuo respira, al tuo vicino
sbalza quel cor che nel delitto, acre,
infuriò... colui
che per violenza oltraggiò la tua donna
vive ancora, m'intendi?!
O Domator di mostri!
Rugge il
turbine intorno, o Cielo e Terra
crollano in ridda vorticosa al Caos?
Ogni parola ha la parvenza, il suono
del vero stesso, ed esprime un'atroce
incredibil follia!... l'anima introna
come incudine al maglio! Ella vaneggia...
ditemi voi ch'ella vaneggia... taciti
siete... smarriti... v'atterrì l'accusa
dunque...
Tra essi è il reo.
Ah! per
lo Stige! per il truce abisso!
dimmi quel nome...
Il
crine
irto alle tempie, urlerai come tigre
ferita...
Armi
il suo braccio
lo spavento del tuono;... abbia Gorgonee
sembianze e forza di mille Titani...
Vorrai non
esser nato!
Vedrai le anguicrinite
figlie a la Notte e a l'Erebo,
fiamme spiranti...
Il
nome, il nome, prima
ch'io ti strappi la vita!
Fra le
braccia pur dianzi
teneramente lo stringevi, avvinto
alle fibre del core...
con la tua donna si congiunse a forza
il figlio tuo.
Ah! trucidarti è poco!
Rientra
in te... Signore...
il senno un Dio le offese... egli è tuo figlio.
No...
lasciatemi... voglio
torcere a brani quella carne immonda
per saziare i cani... e chi frapporsi
osa...
(a Ippolito)
Non appressarti!
(facendosi largo e prostrandosi al padre)
Nessun
di voi mi tocchi!
Padre, sono ai tuoi pie'... ed al supplizio
pronto! Tu sei la legge...
non macchiarti le mani... a la vendetta
sarò strumento io stesso, e non un grido
udrai...
Sola,
nel talamo,
me sorprese, dormente....
O
sacrilegio!
no... no... la inferma un incubo
fallace illude... e mi trascina il suo
delirio...
Sul
lido
torbido in mezzo, all'esultante coro
muto al gaudio paterno… ah! folle anch'io
divento! Egli è mio figlio! a una colonna
sì... legatemi... sì, con infrangibile
fune di bronzo, e voi,
e il popol tutto, ed i monti, e l'Oceano
tra il parricidio e me!
E tu giura, discolpati!
chiama gli Dei, lo Stige!
dimmi perché t'accusa
costei, te solo fra le genti innumeri
accusa!
Padre,
è la menzogna stessa
costei... la bocca, il volto
menzogna, e il core, che una vampa affoca,
bagliore d'Ade, e dilania una fiera
simile al Can trifauce...
Chi? la
gioconda, come al sol trillante
lodola arguta tessitrice d'inni,
e d'auree tele cui pingean l'esperte
dita di storie e sembianze di Numi?
Essa, fregio alla casa? e qual sorella
tu l'avevi diletta...
E
non te solo,
gli Dei, la legge offese!
e me travolse, vortice di fiume
che tronchi e corpi sbatte!
In delirio non parla... è la vendetta,
è l'acre furia ancora...
ma trascinarmi nel nefando eccesso
con lubric'arte...
(strappandosi vesti ed armi)
Tenebra
di sangue
folta... più folta... via, cerchio che al petto
mi costringi l'affanno!
Sei tu quel casto, quel d'egregie prove
impaziente Ippolito, virgulto
sano, cercante il puro aere e il sole?
Torci l'accusa... ma ritrosa o pronta,
era costei la donna
del padre tuo?
Fu
l'anima polluta,
il corpo no…
Ei
si fuggì satolla
iena dal pasto!
Chi
di voi le ferree
pene che Aletto ai parricidi appresta
ora m'evoca? ruote,
macigni, sfere di serpenti... Figlio!
egli è mio figlio! o maledetto il nome
di padre!... ora esecranda
che mi nascesti! isterilite un Dio
le fonti avesse della vita in me!
Giorni
di lutti e senza nubi apparso
all'oriente! O su l'eroico volto,
duolo a vedersi! lacrime...
La
Morte
vestita di terrore... ho la mia casa
veduta in fiamme ed i cognati estinti,
e non ho pianto... ma per ogni lacrima...
mi stava in core qual serbata gemma
nello scrigno dedaleo poi ch'io l'ebbi
dalla fedele che per me la Morte
amò! era il ricordo
vivo del sogno che mai più si sogna,
la speranza sorrisa dalla stessa
gloria...
Pietà!
Pietà! trova un supplizio
più rapido...
Nutrito
m'avessi un serpe velenoso in seno!
sentirei meno acerbo
il dente! ma schiacciarti
voglio sotto il tallone.
Spaventosa
lenta agonia! abbreviami quest'ora!
Mi
ritempravo nella sua puerizia
come in alito d'alba... ingagliardite
gli ho membra e core io stesso, e m'era gioia
il suo giovane ardir nella palestra
o nelle caccie! ma se, belva aizzata,
su l'incauto ruggiva
il periglio, una voce
trepida udivo, supplicava un volto
esangue, d'ombra... il volto
che vedo ancora o sciagurato, e ucciderti
per tua madre non so!
Or nel
suo petto come atleti avvinti
con le robuste braccia,
pugnano affetti ed ire...
Reggia
d'infamia, hai le colonne erette
nel granito incrollabile? che tardi
o vendetta del fuoco
a inabissarti su la nuova razza
di mostri osceni?
(a Fedra)
Ah!
questo tuo furore!
ben so, ben so quale a tua stirpe rabida
antica lue attosca
il sangue... e forse... no, essa è la vile
femmina incerta più che tenue fumo
al capriccio del vento!...
(a Ippolito)
Sei
tu... sei tu, l'ulcera negra, aperta
nella mia carne, a corroder la vita!
(una pausa)
Va,
fuggi pria che si ridesti l'impeto
omicida... ribrezzo
ho di schiacciarti, serpe!
Fuggi oltre i monti, i mari, al tenebroso
iperboreo confine... oltre il ricordo
del tuo turpe misfatto!
O me
perduto!
pianta alle sue radici
al suol natio sterpata,
ove errando ne andrò, fra quali al profugo
genti estrane, nimiche?
Cerca
una terra ove atroce pasto
siano ai figli le membra
dei padri uccisi.... ove sua cieca il maschio
lussuria sbrami su quel corpo stesso
che il generò!
Dolce
in patria la morte,
tra i mesti amici, argenteo di note
stelle il ciel che l'Aurora
spargea di rosee speranze, appassite
nel corusco tramonto!
(di efebi)
Ahi,
di che strazio
geme quest'ora! egli ghirlanda e specchio
all'animosa gioventù: veloce
falco alle vette, alle nubi, stroncate
l'ali aperte dal dardo!
Né per
boscaglie viridi stormire
più la tua caccia udrò, né della sferza
il sibilo incalzante
gl'irrequieti alipedi...
Nel
pugno
stringea la scotta, e ghignava al timone
l'Erine, quando veleggiasti a Creta
o nave di sventura! ambo le Eliadi
vittime! azzurro fiore
del loto, o dolce palpitante Arianna,
su l'inospite spiaggia
preda alle belve da costui gittata,
ed io, ed io che morrò inulta, scherno
ai mortali e agli Dei, io, concubina
al padre e al figlio!
E
voi lampi sulfurei
accecate i suoi occhi:
vapori dei pantani che la sferza
avvelena del sol, contaminate
le sue giovani membra! arda la terra
sotto i suoi passi e gli neghi ristoro
la inorridita onda dei fiumi... aborra
egli, vampiro putrido, dal giorno,
e la notte si popoli
di lemuri volanti e di fantasmi
crudeli al parricida!
Bacio le
orme tue, padre, Signore
che senza colpa offesi...
bacio la soglia che varcò mia madre
fulgida in arme uscendo,
senza ritorno, e varca il figlio oppresso,
maledetto, scacciato,
senza ritorno anch'esso...
(esce)
O casa
del mio Re dall'alta scossa
ira del fato, pari a monte ignivomo,
che si ridesta ed ai suoi piedi stermina
città fiorenti, e campi, e stirpi umane!
(bruciando su l'altare l'incenso)
Re di
tempeste, Enosigeo che, irato,
di flutti urlanti al ciel montagne avventi,
o li sprofondi in liquide
spaventose voragini schiumanti
nel cieco urto dei venti,
tu che con cupo rombo alle radici
il creato percoti, o Scotiterra...
Sulle
chiome sparse
tracce di sangue... sulla bianca stola,
smorto il labbro, sbarrate
le cerulee pupille...
Se
di negri
tori e vellose agnella a Te fumanti
ecatombi sacrai, se ancor proteggi
come un figlio Teseo...
Sei
tu... sei tu... quel tuo sorriso diafano
di chiarore lunare
in cor serbai fanciulla... e mite Arianna,
sorella del destino,
sì... sì... verrò, mi chiami... ah! dimmi, dimmi
se ne' prati d'asfodeli germoglia
l'oblio, se nella morte
ha pace il cor...
Compi
la mia vendetta
o Tridentato! io non volli quel sangue
sulle mie mani! ma se in odio a i Numi
è chi insozza la testa
grigia del padre...
Ahimé!
non appressarti!
or minaccia lo sguardo...
stridono i denti... soccorso... soccorso!
i serpenti nel crine!
Veda il
corruccio sul tuo fosco ciglio,
e il terrore s'avvinghi
a' suoi fianchi... la colpa
qual nera Arpia gigante,
sovra il petto gli segga, e lo soffòchi,
e muoia disperato!
È
l'Erine, è l'Erine... ah! dove fuggo?
salvami tu!... pietà...
O
figlia, figlia!
io nulla vedo...
Fiamma
il respiro, gli artigli... mi trascina
io muoio, io muoio... i flagelli roventi...
Figlie a
la notte... Ministre del Fato
in negri panni avvolte,
Ultrici dei misfatti...