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ATTO QUARTO | «» |
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Grandi fiaccole resinose dagli alti candelabri di bronzo alternano bagliori ed ombre vacillanti lungo il peristilio marmoreo. Sulla casa grava il silenzio successo alla catastrofe: parlano sommesse e spaurite le ancelle che si aggruppano ad un lato della scena. Le ultime luci della sera, con ridere di stelle nascenti per i cieli; quindi la notte.
E nel
vergato di lucente elettro
cocchio a ruote volubili,
io deposi le bianche
ne i cavi otri farine, e le ricolme
anfore del licor dolce dell'uvo...
e già, frenando nei garretti l'impeto,
l'ardue criniere sotto il curvo bosso
squassavan le puledre
con tintinnio di morsi...
2a Ancella
E
ne' suoi occhi
come in chiare profonde acque leggesti
svelata alfine l'anima? o, percosso
di nera angoscia, era il bel volto come
nel rude soffio Aquilonar corolla
tenue d'acanto...?
In
suono
tetro di pianti gli gemeano intorno
gli afflitti amici... e immoto
pari ad arbore surta
nella spiaggia infeconda, egli guardava
il violaceo mar che, dal gran rogo
occiduo il sol di rapidi bagliori
screziava, chiome di ninfe striscianti
bionde sui flutti... A nome
un lo chiamò... si volse... e in vetta al colle
sotto veli di porpora, corrusca
d'oro e di gloria Atene
gli apparve, ed era come fiamma assurta
agli Dei, sull'altare... alto le braccia
tese allora a la patria ed un singhiozzo
lungo, fremente, gli sfuggì dal petto!
2a Ancella
O cuore
umano con tenaci avvinto
invisibili fila ai luoghi, ai volti,
e, che se infrante, sanguini!
Sul
cocchio
balzò poscia, e impugnate
le adorne briglie, a ruinoso corso
incitò le cavalle e l'inseguiano
sulle bighe i compagni...
La Cretese
E
l'incalzante
torvo Destino, qual Nibbio rapace
che fra gli artigli e con l'adunco rostro
squarcia la preda!...
Avversa
ai suoi teneri nati
io crederò la madre, incestuoso
il roseo infante alla nutrice in grembo
s'egli è reo!
La Cretese
La
vendetta,
la vendetta è su entrambi!
essa, con l'empie voci, esca allo sdegno
di Ciprigna crescea, contro le figlie
auricrinite d'Elio... e quel garzone
schivo ognora dei riti
visse, sboccianti cespiti di rose
sotto il pie' de la Dea!
2a Ancella
Struggeansi
molte
dei baci suoi, cupide invan, fanciulle
di bianche braccia...
E
ad ambo in cor la Dea
destò, irata, l'orrendo
palpito?
La Cretese
È
fama che in più ciechi errori
essa i superbi induce!
Chiusa nel mare, come d'aureo anello
nel castone una gemma, e di foreste
lieta e di fresche in limpido ruscello
acque fluenti un'isola si veste
tutta di fiori nel tempo novello,
come una sposa, che di ben conteste
ghirlande adorna il crine ambrosio e il seno,
e ride a l'alba del suo dì sereno.
Bianco e
di croco tra quei fiori un fiore
l'aure profuma e su l'erbose sponde
sboccia di rivi o di sorgenti: e muore
se, intorbidato, le sue pure fronde
più non rispecchia il cristallino umore;
ma se tu chiami il nome suo, risponde,
ne l'ombre ascose del vicino speco,
in suon di pianto armoniosa l'Eco,
Narciso è
il nome, e fu vago mortale
figlio a Liriope cerula, d'ignude
Ninfe desio: pur l'amoroso strale
più che niuna sentì colei che schiuse,
s'altri favella, il roseo labbro, e uguale
a l'udito sermone il suo conclude.
Ma la spregiò il crudele, e quella mesta
si sciolse in pianto; e sol la voce resta.
D'ira
corrusca lampeggiâr le ciglia
de l'Idalia, stellanti: E poiché sdegni,
disse, la rosa del piacer vermiglia,
senti la spina, e come invitta io regni:
Là dove sgorga in candida conchiglia
di marmi un fonte, e ai fulgidi convegni
le Naiadi aduna, in sul meriggio, stanco,
giunge il garzone, e quivi posa il fianco.
Curvo, la
sete nella gelid'onda
spegneva, e sale dall'argenteo letto
una vezzosa imago, nella bionda
chioma, e negli occhi, e nel leggiadro aspetto
simile a lui: ma più che sitibonda
di linfe sembra aver di baci affetto!
Stupì l'incauto, e come in pietra sculto,
immoto pende sul portento occulto.
S'innamora
d'un'ombra! ahi quante volte
le braccia immerse nel fallace rio,
né strinse il sogno, e turbò l'acque, e tolte
fur le amate sembianze al suo disio!
Di che lamenti risonar le folte
selve, e gli antri muscosi! e sola udìo,
a sue folli querele impietosita,
gemere ancor la fida Eco svanita!
Come la
molle cera, o ne l'ardente
bacio del sol rugiada matutina,
par che si stempri il misero, e il languente
capo sul margo virido reclina:
fugge lo spirto sospirando, e intente
pur ne lo Stige le pupille inchina!
Ma dalle membra che consunse Amore,
germoglia, onusto di fragranze, un fiore.
(dalle stanze segrete giunge, pietoso, un lamento)
2a Ancella
Ahimé!
cangiarla un Nume
volesse in marmo, in fiore! come pioggia
lieve dei cieli estivi, anch'essa in lacrime
si sciogliesse...
M'agghiaccia!
spasima ancora!!... un filtro
ordito forse da tessala maga
le serpeggia le vene? e non d'amica
voce conforto...
La Cretese
La
tremula face
sol l'angoscia ravviva... ahi! ben di ferro
o di ruvida selce ha cor chi a tanto
strazio non duolsi! Alla morta sorella
parla, alla madre, anela
i figli, a sé li avvinghia, e inorridita
le teste bionde poi dal sen respinge!
Truci spettri l'incalzano... dilata
le pupille il terror, stridono i denti...
e, convulsa le membra, vuol fuggire, né può...
(Irrompono sulla scena compagni d'Ippolito, efebi atterriti e piangenti).
Un giovane
Su...
su... correte, oziose schiave! fiaccole,
soccorso, olà!... chiamate,
chiamate il Re... Atene tutta... ogni uomo
ch'abbia viscere ed anima, che frema
ad un misfatto...
Un'Ancella
Oh!
queste grida lugubri!
triste presagio, o Numi!
sventure ancor, sventure a questa casa
ieri felice, prospera!
Le
vampe
desta, voraci... ardi le mura, i tetti!
Brace immensa sfavilli,
crolli la reggia che le porte ha schiuso
al delitto, alla morte!
Crudeli
e di quest'ansia
niuno ha pietà? parlate!
Al
miserando
spettacolo, qual fonte
viva dagli occhi il pianto
vi sgorgherà! il morto corpo recano!
Morto? come? di chi?
L'astro
nascente fulgido, l'orgoglio
dei ludi, il nostro amore!
è spento è spento Ippolito, travolto
dal Nume ingiusto sotto il ferreo calcio
delle cavalle... ed era
casto, innocente...
O
cuor presago! Tuoni
fino all'Olimpo il grido!
Ha la
nefanda prece
udita il Chiomazzurro!
Un altro
Cieco
gli sguardi e l'anima
solo Teseo non vide...
Ancor
stamane
nel gagliardo la vita
con il ritmo ferveva
d'esultante peana, da canori
petti intonato...
Un'altra
Come
terrestro umore su per le radici
d'una giovane quercia...
Un'altra
Come
spumante e redolente mosto
nel tino ben cerchiato!
Sul
timone
curvo, col grido e l'incessante sferza
irritava le storne, e gli anelava
a le spalle il Destino, e gli sbalzava
il cor ne la follia
della corsa, e la mèta ultima, bianca
era la Morte!
Piangi,
piangi il suo stame virido troncato!
Lungo
l'Egeo, fra turbini di rena,
la quadriga, vertigine
paurosa, volava, e là dond'era
scomparso il fiammeo sole,
s'invermigliava, come una ferita
il cielo, a larghi sprazzi
di sangue per l'azzurro... e non vedeva
egli l'augurio, e non le spume, candidi
fiori del mar sboccianti fra gli scogli...
e non vedea che il suo martirio...
Un altro
Quando
levò l'Enosigeo sublime
un'onda, e col fragore
di mille tuoni, contra un nero scoglio
poi l'avventò, rimbalzandola infranta
sulla spiaggia...
O spavento!
Le
puledre
s'impennarono orribili spezzando
l'asse a un macigno, ed ei dalla quadriga
si rovesciò, al pugno e al corpo avvolto
le redini...
E contro
i sassi, e fra le ruote, e sotto
le zampe, fur le giovanili membra
squarciate, il lido di cruenta striscia
solcando...
Alfine
raggiunto, sciolto... respirava ancora...
"Al padre – disse, e lo strozzava il rantolo
de l'agonia – narrate
come il non mio delitto
espio!"
Orrore,
orrore!
ahi! se tutte le voci
dei viventi ululassero...
Gemiti...
strida... di percosse mani
lugubre suon... chi piange?
Non son tutte le lacrime
inaridite? nel mio cor racchiusa
non è tutta l'angoscia, come acuta
lama nella vagina?
Altre creature soffrono? chi piange
qui... dov'è Fedra?
Un giovane
Corri!
corri! fiutasti il sangue?
ancor calda è la vittima! di strage
pasciti, inebria le pupille ingorde!
Chi
siete? Enone... Enone... altri fantasmi!
sorgono innumerevoli!
m'accerchiano… minacciano... e la colpa
dagli abissi li evoca!
No... no... torna il delirio! e voi, crudeli...
Contro
la rea, contro la rea furenti!
E terra e cielo offesi! Impallidire
vidi la sacra luce
del sole, e i vostri volti!
e il Tartaro digrigna!
ma vi dirò lo spasimo, tenaglia
rovente che mi attorce
l'anima, vi dirò... ahi! la memoria
perdei della trascorsa
età del duolo... ma vo' ridestarla,
e vi farò pietosi
a me, voi tutti, uomini e larve, un solo
tranne...
Lontana
di qui traggila, Enone...
Non mai
seno di donna
te generò, ma un'ispida leena
bramosa... tratto da una scabra roccia
fosti col ferro...
Ignota
è la pietà fra gli uomini?
(alla Nutrice)
E tu falsa.
Non
sai... non sai, Enone... è spento Ippolito!
odi il canto ferale...
Portano il corpo...
Perché
tremi? perché?
m'irridono... non vedi
limpide liete scintillar le stelle
nella quiete azzurra?
fresca è la notte, aulente come un sogno
d'amore... morto Ippolito? e sereno
placido è l'orbe, e nel mio petto vive,
palpita il cor...?
(Coro d'efebi recanti il cadavere d'Ippolito).
O
casa di Teseo!
mura d'Atene, eccelsa
opra dei Numi! e questa macchia i limpidi
lavacri de l'Ilisso
non tergeranno, e non i vasti flutti
del pelago sonanti...
No... tu non puoi... non puoi... fermati misera!
Rupi al
cielo scoscese, aperti baratri
sui miei passi... fermarmi
chi vuole? Ah! voi piangete?
ditemi i vostri affanni, gl'infiniti
mali, retaggio della terra: i padri
estinti, le sfiorite
vergini… i figli teneri perduti!
io sola, io sola il lacrimabil coro
soverchierò col grido...!
I
crini floridi
recidiamo, compagni, al morto eroe
tributo...
Ed
io? qual troverò supremo
dono? non ho più nulla!
sorrisi e forze della vita, palpiti
della
carne e dell'anima
io t'immolai... me stessa! e l'alta offerta
già consunse la fiamma!...
E qui il deposto funebre
peso, il bel volto nella morte pallido
scoprite...
O
vista che dal corso gli astri
devii, percoti le marmoree fibre
della propria terra!
(presso il cadavere)
Gelido...
muto... mi respingi ancora?
No... no... nol puoi... catena ribadita
son le mie braccia, e da la Morte scudo,
gelosa Dea, che t'ama anch'essa, anch'essa
e lasciva, il tuo fiore
desia! Svegliati, svegliati,
guardami ancora, Ippolito! cresceva
lume a i cieli, fragranze
di voluttà alla terra
il tuo sguardo... non m'odi?
ahimé! rigido è il petto, e sulla mia
la sua bocca non arde!
O
sacrilegio!
scostati, impura, o di ribrezze quella
morta spoglia rivive!
No...
no... il furor v'acceca...
voi non sapete... niuno...
non seppe egli se stesso!...
ma sul suo labbro inconscio, io la parola
bevvi, che mai più detta
sarà! mi amava! come, indocil Zefiro
ama le frondi susurranti, come
la pura stella ama l'umil corrente
che il suo raggio ha nel seno...
e quando la carezza
folle, tremenda, l'avvampò, vibrare,
come cetra percossa,
io l'ho sentito, fremere perduto
nel mio bacio!
Precipita,
volta inerte del cielo!
Torbido enigma! l'accusò... l'uccise
Dammi,
nutrice, di lucente bronzo
dammi uno specchio... se il metallo nitido
al respiro s'appanna,
ei vive, ei vive! e la sofferta angoscia
e le future, ed il misfatto, e l'onta,
questo gaudio redime!
(Teseo).
Voglio
vederlo... o fosco Enosigeo
come t'ergi sollecito
alla vendetta! no... non piangerò!
m'ha calpestato... ne la carne viva
affondato gli artigli...
l'ho maledetto... alle Vergini ultrici
consacrato il reo capo!
Ed ora è morto... era un fanciullo biondo
bellissimo... nel lampo
glauco degli occhi, nella fiera grazia
riviveva l'Amazone guerriera
molto amata! perché io l'ho cresciuto
senza la madre, e queste mani dure
a lottar coi leoni,
trovavano carezze
dolci per lui, e si quetava il turbine
della mia vita nel suo fresco riso!
Cuore
del cuore i figli! e se li svelli,
membra recise, anche recise dolgono!
È morto!
a lungo il rigoglioso corpo
straziato! no... non piangerò...
Destarlo
volete? dorme e sorride l'esangue
volto, che sogni? i prati della Morte
screziati d'asfodeli
bianchi ed azzurri, e di pallide rose...
e sotto l'elce d'oro,
la mesta amante che sospira i baci
ancora! e narra al fiume dell'oblio
la sua pena immortale!
Che? la
vampira? insaziata ancora?
perché venisti, e questa fredda spoglia
oltraggi?
Irrora
della chioma sparsa
il mio seno, reclina
qui su l'omero il capo...
Mai
varcata
avessi questa soglia
o portatrice di sventura! fosse
ne gl'imi gorghi dell'Egeo sepolta
la nave che salisti!
Sei tu?
sei tu? l'Eroe sterminatore!
i tappeti di porpora... le cetre...
cinto di lauri, ecco la tua vittoria
più insigne! esulta...
Se
tu vuoi ch'io schianti
dalle tue fibre l'anima!
O
ti strangoli
mentre mordi...
Teseo!
se mai qualche dolcezza
ella ti die'...
Né
sai,
né sai altro che uccidere? le belve...
tuo padre...! le infelici
che t'amarono... il figlio,
invidia degli Dei...
Te
sola uccidere
forse dovea! te sola,
nata de l'empia che cercò l'amplesso
del toro orrendo!
Il
figlio
come il metallo che sentì la fiamma
puro... come un'onda che d'alpestre vena
zampilla...
O
voce che nel cor profondo
parlavi! no... tu menti
ora, sempre! assetata
di sterminio e m'aizzi
qual mastino al guinzaglio! no! tuo complice
fu... gl'Immortali attesto,
e gli uomini che udirono
l'accusa infame... L'Erebo m'ottenga,
si sperda il nome, e l'alta stirpe, e il mondo,
se innocente l'uccisi!
E non
udisti e non udisti urlare
ne le negre parole
il martirio d'amore
aspro, infinito, senza scampo... o cieco
non mi vedesti inchiodata alla rupe
con bronzei ceppi, e l'aquila
pascersi del mio core? sconosciuta
t'era dunque Afrodite?
O Numi,
sempre ebbi mia guida al corso
la Legge...
Alla
sua vita
che sentiva fragranze
di giardini, d'aurore,
e di venti sul mar, m'avviticchiai
come al falcon, che l'ha ghermito, un serpe:
e poi che i nodi a frangere pugnava
ei, riluttante, io l'ho soffocato!
Squallida
Notte, le tenebre addensa!
forze divine, unitevi, scagliate
valanghe, oceani su quest'empia terra
che ci sopporta ancora!
O tu, perché sì pallido
giaci, cipresso sotto la bipenne?
Ahimé! scuotiti, scuotiti... potessi
col mio sangue un sol battito
ravvivarti nei polsi! e voi, pupille
del ciel, negate gli atterriti raggi
al parricida!
Culmine
di forza e gloria che prostrò la folgore!
Vo' che
sublime il rogo
s'alzi a l'Imetto, a l'Ossa...
e la reggia, i tesori,
la gloria di Teseo,
in alimento al fuoco!
E per le chiome trascinar costei,
costei che non ha nome,
presso la vampa, e di mia man trafiggerla
sul tuo ferètro...
Per
i tuoi ginocchi,
per la destra ch'io tocco...
È
tardi, è tardi!
vita a le ardenti Eliadi
è il sogno non raggiunto... e ridestate
muoiono!
(rapidissima trae dai capelli un lungo ago crinale)
ve'
come splende, infitto...
in mezzo al core!
O sciagurata!
Uccidi
me pure... me... soccorso!
(in agonia)
Lunge
alla terra faticosa... dove
colpa è l'Amore... e pianto...
O
Saturnia, colpisci
ora il mio capo!
Ella
muore! Ella muore!
la mia creatura! o vecchio cuore, spezzati!
Non
piangere... non piangere... soffrivo
tanto! berrò l'oblio
della funesta età... d'ogni memoria...
tranne una...
Le
mani
gelide... il sangue... ed ora più soccorrerti
non posso!
O
Re, la miseranda vista
fuggi!
Se
cento bocche
voce di bronzo avessi ad imprecarti!
Miste...
alle... sue... le ceneri...
sieno...
Figlia,
ti seguo...
teco a Dite verrò.
Dolce
è la Morte!
vedi... sull'altra sponda...
mesto sorride... chiama...
sei tu... ? sei tu...? fanciullo... ora conosci
l'Amore?
(è spirata)
Sospirando
scese all'Ade lo stanco
spirito e si compie il Fato! Ambo le vittime
donne, compagni, alzate!
(il ritmo funebre ricomincia)
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