Vittorio Alfieri
Agide

ATTO PRIMO

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ATTO PRIMO

 

 

SCENA PRIMA

 

Leonida, Anfare.

 

Anfar.

Ecco, or di nuovo sul regal tuo seggio

stai, Leonida, assiso. Intera Sparta,

o d'essa almen la miglior parte, i veri

maturi savj, e gli amator dell'almo

pubblico bene, a te rivolti han gli occhi,

per ottener dei lunghi affanni pace.

Leon.

Di Sparta il re non io perciò mi estimo,

finché rimane Agide in vita. Ei vive

non pur, ma ei regna in cor de' molti. Asilo

gli è questo tempio, il cui vicino foro

empie ogni tumultuante ardita

plebe, che re lo vuol pur anco, e in trono

un'altra volta a me compagno il grida.

Anfar.

E temi tu d'esserne or vinto? Io 'l giuro,

e gli altri efori tutti il giuran meco;

Agide mai non fia piú re. Ma, vuolsi

oprar destrezza or, piú che forza...

Leon.

Egli era

da tanto giá, che co' raggiri suoi,

con le sue nuove mal sognate leggi,

tutto sossopra a forza aperta porre,

e me cacciarne ardia del soglio in bando:

ed io, da' miei fidi Spartani al soglio

richiamato, or dovrò con vie coperte

la vendetta pigliarne?

Anfar.

Un velo è forza

porvi: ei genero t'è. Quel , che in crudo

esiglio, solo, abbandonato, e privo

del regio serto, fuor di Sparta andavi,

umano ei t'era. Ai percussor feroci

che Agesiláo crudel su l'orme tue

a svenarti inviava, Agide a viva

forza si oppose; e di Tegéa (il rimembri)

salvo al confin ti trasse: in ciò soltanto

non figlio ei d'Agesístrata, ed avverso

apertamente al rio di lei fratello.

Sol del pubblico bene or puoi far dunque

a tua vendetta velo.

Leon.

Infame dono

ei mi fea della vita, il ch'espulso

m'ebbe dal seggio; e a vie piú grande oltraggio

recar mel debbo. Ei mi credea nemico

da non piú mai temersi? oggi nel voglio

disingannare appieno. In me raddoppia

l'esser egli mio genero il dispetto.

Genero a me? deh! quale error fu il mio,

d'avere a lui donna dissimil tanto

data in consorte? Ammenda omai null'altra,

che lo spegnerlo, resta. Unica figlia,

Agiziade diletta, a me compagna,

sostegno a me nel duro esiglio l'ebbi.

Abbandonava ella il suo sposo,

perché al padre nemico; ella i legami

di natura tenea piú sacri ancora

che quei d'amore: e al fianco mio trar vita

misera volle errante, anzi che al fianco

del mio indegno offensore in trono starsi.

Anfar.

Pur, per quanto sia giusto in te lo sdegno,

premilo in petto, se sbramarlo or vuoi.

Io men di te non odio Agide altero;

e la sua pompa di virtudi antiche,

finta in biasmo di noi. Sparta ridurre

qual giá la fea Licurgo, è al par crudele,

che ambizíosa stolidezza: è tale

pure il disegno suo; quindi ebbe ei quasi

la cittá nostra all'ultimo ridotta:

e, sconvolta pur anco, in risse e affanni

egra ella sta. Ma, van cangiando i tempi:

quei traditori, efori allor, che schiavi

eran d'Agesiláo, piú a lui venduti

che ad Agide, con esso ora sbanditi

son tutti, o spenti: e sta in noi soli Sparta.

Ma il popol rio, mendico, e ognor di nuove

cose voglioso, Agide ancora elegge

mezzo a sue mire ingiuste. A schietta forza,

mal frenare il potremmo; ogni novello

governo erra adoprandola. Deluso,

pria che sforzato, il popol sia. Tal cura,

che a cor mi sta non men che a te, mi lascia.

Ecco la madre d'Agide: gran donna

ogni piú degli Spartani in core

si fa costei: temer si debbe anch'ella.

 

 

 

SCENA SECONDA

 

Agesistrata, Leonida, Anfare.

 

Agesis.

Chi ne' miei passi trovo? oh! mentre io vado

di Sparta al re, cui sacro asil racchiude,

quí intorno io veggo irsi aggirando or l'altro

re di Sparta novello?

Leon.

E il fero giorno,

ch'io, re di Sparta, esul di Sparta usciva,

ebbi al mondo un asilo? Assai gran tempo

dal trono io vissi in bando; e reo, ch'è il peggio,

in apparenza io vissi. Avriami ucciso

il duol, se in un coll'usurpato seggio

restituita la innocenza mia

non m'era appieno da un miglior consiglio

di Sparta istessa. Il mio rival cacciato,

quel Cleómbroto iniquo, a chi il mio scettro

signor del tutto allora Agide dava,

giá mie discolpe ei fece. A far le sue,

che tarda Agide piú? Collega ei fummi

sul trono; ancor mi è genero; e nemico

mi sia, se il vuole. - Ma, cagion qual altra,

che il suo fallir, chiuso or nel tempio il tiene?

Agesis.

A Sparta, e a me, Leonida, sei noto:

quai sieno i tuoi, quai sien d'Agide i falli,

è brevissimo a dirsi. Agide volle

libera Sparta; i cittadini uguali,

forti, arditi, terribili; Spartani

in somma: e a nullo sovrastare ei volle,

che in ardire e in virtude. In ozio vile,

ricca, serva, divisa, imbelle, quale

appunto ell'è, Leonida la volle.

Falli son l'opre d'Agide, perch'havvi

copia di rei, piú che di buoni, in Sparta:

di Leonida l'opre or son virtudi,

perch'elle son dei tempi. Oggi rimembra

tu almen, se il puoi, che il mio figliuol mostrossi

nemico aperto del regnar tuo solo,

non di te mai; ch'or non vivresti, pensa,

se cittadino ei piú che re, tua vita

non ti serbava, ed in suo danno forse.

Leon.

Vero è; nel , che il tuo crudo fratello

a trucidarmi gli assassin suoi vili

mandava, Agide, forse a tuo dispetto,

per altri suoi satelliti mi fea

vivo e illeso serbar: ma un re sbandito,

cui l'onor, l'innocenza, il soglio tolto

vien dal rival, fia ch'a pietade ascriva

la mal concessa vita?

Agesis.

Al par che grande

era imprudente il dono: Agide stesso

tale il credea; ma innata è in quel gran core

ogni magnanim'opra. Agide eccelso

contaminar non volle col tuo sangue

la generosa ed inaudita impresa

di un re, che in piena libertá sua gente

restituir, spontaneo, si accinge.

Dal perdonarti io nol distolsi: e forse

tentato invan lo avrei: d'Agide madre,

mostrarmi io mai potea di cor minore

a quel di un tanto figlio? È ver; mi nacque

Agesiláo fratello; or di un tal nome

indegno egli è. Con libera eloquenza,

e con finte virtú suoi vizj veri

adombrando, ei deluse Agide, Sparta,

e me con essi...

Leon.

Ma, non me, giammai.

Agesis.

Noto e simile ei t'era. - A tor per sempre

dei creditori e debitor, de' ricchi

e de' mendici, i non spartani nomi,

Agesiláo, piú ch'altri, Agide spinse.

Vistosi poi dal nostro esemplo astretto

di accomunar le sue ricchezze, ei vinto

dall'avarizia brutta, il sacro incarco

contaminando d'eforo, impediva

la sublime uguaglianza. Il popol quindi,

sconvolto e oppresso piú, dubbio, tremante

fra il servir non estinto e la sturbata

sua libertade rinascente appena,

te richiamava al seggio: e te stromento

degno ei sceglieva al rincalzare i molli

non cangiabili in lui guasti costumi.

Il popol stesso, avvinto in man ti dava

qual Cleómbroto re pur dianzi eletto:

e il popol stesso alla custodia or sola

di un asilo abbandona il giá amato

Agide, il riverito idolo suo.

Anfar.

Piú custodito è dalle leggi assai,

che da questo suo asilo. Ei delle leggi

sovvertitore, annullator, pur debbe

ad esse e a noi la sua salvezza. E a noi

efori veri, a Sparta tutta innanzi,

ei dará di se conto: ove non reo

vaglia a chiarirsi, ei non del re, né d'altri

temer de' mai.

Leon.

S'egli in suo cor se stesso

reo non stimasse, a che l'asilo? al giusto

giudizio aperto popolar me pria

perché non trarre?

Agesis.

Perché d'armi e d'oro

tu ti fai scudo, ei di virtude ignuda:

perché tu pieno di vendetta riedi,

ed ei neppure la conosce: in somma,

perché i tuoi, non di Sparta, efori nuovi

suonan ben altro, che terror di leggi.

Nulla paventa Agide mio; ma torsi

vuol dalla infamia; e darla, ancor che breve,

altrui può sempre chi il poter si usurpa.

Leon.

Che fará dunque Agide tuo? piú a lungo

racchiuso starsi omai non può, s'ei teme

la infamia vera.

Anfar.

E molto men può Sparta

nelle presenti sue strane vicende

d'un de' suoi re star priva. Agide il nome

tuttor ne serba; e il necessario incarco

pur non ne adempie: mal sicura intanto

e dentro e fuori è la cittá; sossopra

gli ordini tutti; e manca...

Agesis.

Agide manca;

e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno

i nemici di Sparta, in cui novello

fea rinascer terror dell'armi nostre

Agide solo. , gli Etoli feri,

cui disfar non sapea canuto duce

il grande Aráto co' suoi prodi Achei,

tremar d'Agide imberbe; antico tanto

spartano egli era. - A non imprender cosa

or contro a lui, Leonida, ti esorto:

che se pur anco, ingiusto spesso, il fato

palma or ten desse, onta non lieve un giorno

ne trarresti dal tempo, e danno espresso

della patria. Non so, se patria un nome

sacro a te sia: ma primo, e forte tanto

nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse

un leggier dubbio mai, ch'anco i pensieri,

non che d'Agide l'opre, al ben di Sparta

non fosser volti tutti, io madre, io prima,

il rigor pieno delle sante leggi

implorerei contra il mio figlio. - Or dunque

opra a tuo senno tu: tremar non ponno

Agide mai, né chi a lui dié la vita,

che per la patria lor: tu, benché in armi,

ed in prospera sorte, entro al tuo core

conscio di te, sol per te stesso tremi.

Leon.

Donna, sei madre; e d'uom ch'ebbe giá scettro,

il sei; quind'io ti escuso. In voi temenza

non è; di' tu? meglio per voi: ma Sparta,

gli efori, ed io, vi diam sol uno intero

giorno, a mostrar questa innocenza vostra,

sempre esaltata e non provata mai.

Esca al fin egli, e se difenda; e accusi

me stesso ei pur, se il vuol: tranne l'asilo,

tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue,

digli, che al nuovo Sparta il tiene

piú per suo re, né per collega io il tengo.

 

 

 

SCENA TERZA

 

Agesistrata, Anfare.

 

Anfar.

Dal fresco esiglio inacerbito ei parla:

ma, non ha Sparta l'ira sua. - Dovresti,

tu cui son cari Agide e Sparta, il figlio

piegare ai tempi alquanto, e indurlo...

Agesis.

A farsi

vile, non io, né voi, né Sparta indurlo

mai non potremmo. Che del re lo sdegno

non sia sdegno di Sparta, assai mel dice

l'immenso stuolo di Spartani in folla

presso all'asilo d'Agide ogni giorno

adunati, che il chiamano con fere

libere grida ad alta voce padre,

cittadin re, liberator secondo,

nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera

esser de' in lui la sua virtú, poich'osa

laudarla ancor con suo periglio Sparta;

poiché, piú del terror dell'armi vostre,

può in Sparta ancor la maraviglia d'essa.

Anfar.

Si affolla e grida il popolo; ma nulla

opra ei perciò: né i ribellanti modi

altro faran, che inacerbir piú sempre

contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi,

d'Agide madre, entro a spartani petti,

e sovr'Agide piú: quelli (a me il credi)

al cessar dai tumulti, e questo or traggi,

per poco almeno, all'adattarsi ai tempi.

Se il ben di tutti e il ben del figlio brami,

fra víolenze e rabide contese,

mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi

caldamente adoprarti, e Sparta, ed io,

e Leonida, a dritto allor nemici

crederem voi di Sparta; allor parranno,

a certa prova, i vostri ampj tesori

malignamente accomunati in prezzo,

non di uguaglianza, di comun servaggio.

Dell'alte imprese, ottima o trista, pende

dall'evento la fama. All'opre vostre

generose, magnanime (se il sono)

macchia non rechi il rio sospetto altrui,

che giustamente voi pentiti accusa

del tanto dono; e del volerne infame

traffico far, vi accusa. Io tutto appieno,

qual cittadin, qual eforo, ti espongo;

non qual nemico: a voi l'oprar poi spetta.

 

 

 

SCENA QUARTA

 

Agesistrata.

 

 

- Tempo acquistar voglion costoro; e tempo

dar lor non vuolsi. Ah! di costui la finta

dolcezza, e di Leonida la rabbia

repressa a stento, indizj a me (pur troppo!)

son del destino e d'Agide, e di Sparta.

Tutto si tenti or per salvarli; e s'anco

irati i Numi della patria vonno

sol placarsi col sangue, Agide, ed io,

per la patria morremo; a lei siam nati. -

Pur che risorga dal mio sangue Sparta.


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