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SCENA PRIMA
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Ecco, or di nuovo sul regal tuo seggio stai, Leonida, assiso. Intera Sparta, o d'essa almen la miglior parte, i veri maturi savj, e gli amator dell'almo |
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Leon. |
Di Sparta il re non io perciò mi estimo, finché rimane Agide in vita. Ei vive non pur, ma ei regna in cor de' molti. Asilo gli è questo tempio, il cui vicino foro empie ogni dí tumultuante ardita |
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E temi tu d'esserne or vinto? Io 'l giuro, e gli altri efori tutti il giuran meco; |
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Leon. |
Egli era da tanto giá, che co' raggiri suoi, con le sue nuove mal sognate leggi, tutto sossopra a forza aperta porre, e me cacciarne ardia del soglio in bando: ed io, da' miei fidi Spartani al soglio richiamato, or dovrò con vie coperte |
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porvi: ei genero t'è. Quel dí, che in crudo esiglio, solo, abbandonato, e privo del regio serto, fuor di Sparta andavi, umano ei t'era. Ai percussor feroci che Agesiláo crudel su l'orme tue a svenarti inviava, Agide a viva forza si oppose; e di Tegéa (il rimembri) salvo al confin ti trasse: in ciò soltanto non figlio ei d'Agesístrata, ed avverso apertamente al rio di lei fratello. |
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Leon. |
ei mi fea della vita, il dí ch'espulso m'ebbe dal seggio; e a vie piú grande oltraggio recar mel debbo. Ei mi credea nemico da non piú mai temersi? oggi nel voglio disingannare appieno. In me raddoppia l'esser egli mio genero il dispetto. Genero a me? deh! quale error fu il mio, d'avere a lui donna dissimil tanto data in consorte? Ammenda omai null'altra, che lo spegnerlo, resta. Unica figlia, Agiziade diletta, a me compagna, sostegno a me nel duro esiglio l'ebbi. Abbandonava ella il suo amato sposo, perché al padre nemico; ella i legami di natura tenea piú sacri ancora che quei d'amore: e al fianco mio trar vita |
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Pur, per quanto sia giusto in te lo sdegno, premilo in petto, se sbramarlo or vuoi. Io men di te non odio Agide altero; e la sua pompa di virtudi antiche, finta in biasmo di noi. Sparta ridurre qual giá la fea Licurgo, è al par crudele, che ambizíosa stolidezza: è tale pure il disegno suo; quindi ebbe ei quasi la cittá nostra all'ultimo ridotta: e, sconvolta pur anco, in risse e affanni egra ella sta. Ma, van cangiando i tempi: quei traditori, efori allor, che schiavi eran d'Agesiláo, piú a lui venduti che ad Agide, con esso ora sbanditi son tutti, o spenti: e sta in noi soli Sparta. Ma il popol rio, mendico, e ognor di nuove cose voglioso, Agide ancora elegge mezzo a sue mire ingiuste. A schietta forza, mal frenare il potremmo; ogni novello governo erra adoprandola. Deluso, pria che sforzato, il popol sia. Tal cura, che a cor mi sta non men che a te, mi lascia. Ecco la madre d'Agide: gran donna |
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Chi ne' miei passi trovo? oh! mentre io vado di Sparta al re, cui sacro asil racchiude, |
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Leon. |
ch'io, re di Sparta, esul di Sparta usciva, ebbi al mondo un asilo? Assai gran tempo dal trono io vissi in bando; e reo, ch'è il peggio, in apparenza io vissi. Avriami ucciso il duol, se in un coll'usurpato seggio restituita la innocenza mia non m'era appieno da un miglior consiglio di Sparta istessa. Il mio rival cacciato, quel Cleómbroto iniquo, a chi il mio scettro signor del tutto allora Agide dava, giá mie discolpe ei fece. A far le sue, che tarda Agide piú? Collega ei fummi sul trono; ancor mi è genero; e nemico mi sia, se il vuole. - Ma, cagion qual altra, |
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A Sparta, e a me, Leonida, sei noto: quai sieno i tuoi, quai sien d'Agide i falli, è brevissimo a dirsi. Agide volle libera Sparta; i cittadini uguali, forti, arditi, terribili; Spartani in somma: e a nullo sovrastare ei volle, che in ardire e in virtude. In ozio vile, ricca, serva, divisa, imbelle, quale appunto ell'è, Leonida la volle. Falli son l'opre d'Agide, perch'havvi copia di rei, piú che di buoni, in Sparta: di Leonida l'opre or son virtudi, perch'elle son dei tempi. Oggi rimembra tu almen, se il puoi, che il mio figliuol mostrossi nemico aperto del regnar tuo solo, non di te mai; ch'or non vivresti, pensa, |
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Leon. |
Vero è; nel dí, che il tuo crudo fratello a trucidarmi gli assassin suoi vili mandava, Agide, forse a tuo dispetto, per altri suoi satelliti mi fea vivo e illeso serbar: ma un re sbandito, cui l'onor, l'innocenza, il soglio tolto |
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era imprudente il dono: Agide stesso tale il credea; ma innata è in quel gran core ogni magnanim'opra. Agide eccelso contaminar non volle col tuo sangue la generosa ed inaudita impresa di un re, che in piena libertá sua gente restituir, spontaneo, si accinge. Dal perdonarti io nol distolsi: e forse tentato invan lo avrei: d'Agide madre, mostrarmi io mai potea di cor minore a quel di un tanto figlio? È ver; mi nacque Agesiláo fratello; or di un tal nome indegno egli è. Con libera eloquenza, e con finte virtú suoi vizj veri adombrando, ei deluse Agide, Sparta, e me con essi... |
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Leon. |
Ma, non me, giammai. |
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Noto e simile ei t'era. - A tor per sempre dei creditori e debitor, de' ricchi e de' mendici, i non spartani nomi, Agesiláo, piú ch'altri, Agide spinse. Vistosi poi dal nostro esemplo astretto di accomunar le sue ricchezze, ei vinto dall'avarizia brutta, il sacro incarco contaminando d'eforo, impediva la sublime uguaglianza. Il popol quindi, sconvolto e oppresso piú, dubbio, tremante fra il servir non estinto e la sturbata sua libertade rinascente appena, te richiamava al seggio: e te stromento degno ei sceglieva al rincalzare i molli non cangiabili in lui guasti costumi. Il popol stesso, avvinto in man ti dava qual Cleómbroto re pur dianzi eletto: e il popol stesso alla custodia or sola |
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Piú custodito è dalle leggi assai, che da questo suo asilo. Ei delle leggi sovvertitore, annullator, pur debbe ad esse e a noi la sua salvezza. E a noi efori veri, a Sparta tutta innanzi, ei dará di se conto: ove non reo vaglia a chiarirsi, ei non del re, né d'altri temer de' mai. |
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Leon. |
S'egli in suo cor se stesso reo non stimasse, a che l'asilo? al giusto giudizio aperto popolar me pria perché non trarre? |
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tu ti fai scudo, ei di virtude ignuda: perché tu pieno di vendetta riedi, ed ei neppure la conosce: in somma, perché i tuoi, non di Sparta, efori nuovi suonan ben altro, che terror di leggi. Nulla paventa Agide mio; ma torsi vuol dalla infamia; e darla, ancor che breve, altrui può sempre chi il poter si usurpa. |
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Leon. |
Che fará dunque Agide tuo? piú a lungo |
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nelle presenti sue strane vicende d'un de' suoi re star priva. Agide il nome tuttor ne serba; e il necessario incarco pur non ne adempie: mal sicura intanto |
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e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno i nemici di Sparta, in cui novello fea rinascer terror dell'armi nostre Agide solo. Sí, gli Etoli feri, cui disfar non sapea canuto duce il grande Aráto co' suoi prodi Achei, tremar d'Agide imberbe; antico tanto spartano egli era. - A non imprender cosa or contro a lui, Leonida, ti esorto: che se pur anco, ingiusto spesso, il fato palma or ten desse, onta non lieve un giorno ne trarresti dal tempo, e danno espresso della patria. Non so, se patria un nome sacro a te sia: ma primo, e forte tanto nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse un leggier dubbio mai, ch'anco i pensieri, non che d'Agide l'opre, al ben di Sparta non fosser volti tutti, io madre, io prima, il rigor pieno delle sante leggi implorerei contra il mio figlio. - Or dunque opra a tuo senno tu: tremar non ponno Agide mai, né chi a lui dié la vita, che per la patria lor: tu, benché in armi, |
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Leon. |
Donna, sei madre; e d'uom ch'ebbe giá scettro, il sei; quind'io ti escuso. In voi temenza non è; di' tu? meglio per voi: ma Sparta, gli efori, ed io, vi diam sol uno intero giorno, a mostrar questa innocenza vostra, sempre esaltata e non provata mai. Esca al fin egli, e se difenda; e accusi me stesso ei pur, se il vuol: tranne l'asilo, tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue, |
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Dal fresco esiglio inacerbito ei parla: ma, non ha Sparta l'ira sua. - Dovresti, |
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A farsi vile, non io, né voi, né Sparta indurlo mai non potremmo. Che del re lo sdegno non sia sdegno di Sparta, assai mel dice l'immenso stuolo di Spartani in folla presso all'asilo d'Agide ogni giorno adunati, che il chiamano con fere libere grida ad alta voce padre, cittadin re, liberator secondo, nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera esser de' in lui la sua virtú, poich'osa laudarla ancor con suo periglio Sparta; poiché, piú del terror dell'armi vostre, può in Sparta ancor la maraviglia d'essa. |
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Si affolla e grida il popolo; ma nulla opra ei perciò: né i ribellanti modi altro faran, che inacerbir piú sempre contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi, d'Agide madre, entro a spartani petti, e sovr'Agide piú: quelli (a me il credi) al cessar dai tumulti, e questo or traggi, per poco almeno, all'adattarsi ai tempi. Se il ben di tutti e il ben del figlio brami, fra víolenze e rabide contese, mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi caldamente adoprarti, e Sparta, ed io, e Leonida, a dritto allor nemici crederem voi di Sparta; allor parranno, a certa prova, i vostri ampj tesori malignamente accomunati in prezzo, non di uguaglianza, di comun servaggio. Dell'alte imprese, ottima o trista, pende dall'evento la fama. All'opre vostre generose, magnanime (se il sono) macchia non rechi il rio sospetto altrui, che giustamente voi pentiti accusa del tanto dono; e del volerne infame traffico far, vi accusa. Io tutto appieno, |
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- Tempo acquistar voglion costoro; e tempo dar lor non vuolsi. Ah! di costui la finta dolcezza, e di Leonida la rabbia repressa a stento, indizj a me (pur troppo!) son del destino e d'Agide, e di Sparta. Tutto si tenti or per salvarli; e s'anco irati i Numi della patria vonno sol placarsi col sangue, Agide, ed io, |