Vittorio Alfieri
Agide

ATTO SECONDO

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

ATTO SECONDO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Agide.

 

Pietosi Numi, a cui finora piacque

dal furor di Leonida sottrarre

l'innocenza mia nota, omai non posso

piú rimaner nel vostro tempio. Asilo

volli appo voi, perché la patria inferma

piú víolenze, e piú tumulti, e stragi

a soffrir non avesse: or v'ha chi ardisce

a' miei delitti ascriverlo, al terrore

di giusta pena? ecco, l'asilo io lascio. -

Oh Sparta, oh Sparta!... esser fatal dei sempre

ai veri tuoi liberatori? Ah! data

fosse a me pur la sorte, che al tuo primo

padre eccelso toccò! piú che il perenne

bando, a se stesso da Licurgo imposto,

morte non degna anco scerrei, se al mio

cader vedessi almen rinascer teco

il vigor prisco di tue sacre leggi!...

Ma, chi ratto a questa volta?... Oh cielo!

Chi mai veggio? Agiziade? La figlia

di Leonida? oimè!... la mia giá dolce

moglie, che pur mi abbandonò pel padre?

 

 

 

SCENA SECONDA

 

Agide, Agiziade.

 

Agiz.

Che veggo! Agide mio, fuor dell'asilo

tu stai? ratta a trovarviti veniva...

Agide

Qual che ver me tu fossi, amata sempre

consorte mia, perché i tuoi passi or volgi

verso un misero sposo?...

Agiz.

Agide;... appena...

parlare io posso;... io riedo a te con l'aspra

mutata sorte: il tuo stato infelice

staccarmi sol potea dal padre. Il core

io strappar mi sentia, nel che i nostri

figli, e te, sposo, abbandonar dovea,

per non lasciar nel misero suo esiglio

irne solo il mio padre: né piú vista

tu mai mi avresti in Sparta, or tel confesso,

se ai crudi strali di fortuna avversa

ei rimanea pur segno. In alto ei torna,

tu nel periglio stai: chi, chi potrebbe

tormi or da te? teco ritorno io tutta:

e te scongiuro, per l'amor mio vero;

(pel tuo, non so s'io l'abbia ancor) pe' figli

che tanto amavi, e per la patria tua,

(amor che tu tanto altamente intendi)

io ti scongiuro, almen per ora, a porre

tue nuove leggi in tregua. Amor di pace,

dei beni il primo, a ciò t'induca: il freno

ripigliar con Leonida ti piaccia

della cittá, qual per l'addietro ell'era...

Agide

Donna, d'amare il padre tuo, chi puote

biasmarten mai? conoscerlo, nol puoi;

l'arte tua non è questa: ottima ognora,

e costumata, e pia, tu raro esemplo

fra' guasti tempi di verace antico

e filíale e conjugale amore,

altro non sai, magnanima, che farti

fida compagna a chi piú avverso ha il fato.

Se mai cara mi fosti, oggi il vederti

a me tornar, quando me lascian tutti.

certo piú assai mi ti fa cara. Io meno

dal tuo gran cor non mi aspettai; null'altro

temea, fuorch'ebro di sua lieta sorte

Leonida, non forse or ti vietasse

il ritornarne a me.

Agiz.

Tu ben temesti.

Tre giorni or son, ch'ei vincitore in Sparta

riposto ha il piè; tre giorni or son, ch'io seco

pugno per te. Né, per negar ch'ei fesse

a me l'assenso, era io perciò men ferma

di ritrovarti ad ogni costo. Ei stesso,

cangiato al fine, or dianzi a te mi volle

messo inviar di pace: ei, per mia bocca,

piena or te l'offre; e supplica, e scongiura,

che tu, lasciato omai l'asilo, in opra

vogli con lui porre ogni mezzo, ond'abbia

Sparta una volta e intera pace e salda.

Agide

Ei mi t'invia? sperare a me non lascia

nulla di lieto il suo cangiar ratto.

Ma, che dich'io? sperar, se in se non spera,

Agide può? ch'altro a temer mi resta,

quando è piú sempre la mia patria serva?

quando è piú sempre dal poter suo prisco,

dalle giá tante sue virtú lontana? -

Io spontaneo (tu il vedi) avea l'asilo

abbandonato giá: ragion tutt'altra

le astute brame or prevenir mi fea

di Leonida... Ah! : fia questo un giorno

grande a Sparta, ed a me; funesto forse

per te, se m'ami... O fida mia consorte,

dubitar non ne posso... Ma, se fede

presti al mio schietto dir, tu d'altro padre

degna, deh! invan non lo irritar; ten prego.

Serbati ai figli nostri; ad essi scudo

contro alla rabbia sii del padre fero:

gli alti pensieri, ond'io ti posi a parte,

e che ben sentivi, aggiunti agli alti

innati tuoi, che dell'amor di figlia

son la essenza sublime, in lor trasfondi

, ch'ei crescano a Sparta e al padre a un tempo.

Non assetato di vendetta io moro,

ma di virtú Spartana; ancor che tarda,

purch'ella un dai figli miei rinasca,

ne sará paga l'ombra mia...

Agiz.

Mi squarci

il core... Oimè!... perché di morte...?

Agide

O donna;

Spartana sei, d'Agide moglie; il pianto

raffrena. Il sangue mio giovar può a Sparta;

non il mio pianto a te. Rasciuga il ciglio;

non mi sforzare a lagrimar...

Agiz.

So tutte

del tuo sublime, umano, ottimo core

l'atre tempeste; i generosi tuoi

retti disegni entro alla mente io porto

forte scolpiti; e se, a compirgli appieno,

del mio padre la intera alta rovina

d'uopo non era, ad eseguirli presta

me prima avevi, e del mio sangue a costo...

Oh quante volte il padre, diverso

da te, m'increbbe! oh quante volte io piansi

d'essergli figlia! ed io pur l'era; e il sono,

ahi lassa!... e fra voi due stommi infelice:

e fra voi debbo esser di pace io 'l mezzo,

o perir deggio.

Agide

Esser di Sparta figlia,

e di Spartani madre esser dovresti,

se in altri tempi e d'altro sangue nata

tu fossi in Sparta. Il non spartano padre

non io però voglio a delitto apporti.

L'indole tua ben nata, ottima, ed alta,

ma non diretta, udia di padre e sposo

sol ricordar, non della patria, i nomi:

qual fia stupor, se tu piú figlia e sposa,

che cittadina, sei? Ma, qual sei, t'amo;

né al tuo pensar niente spartano io volli

forza usar niuna, che il mio esemplo, mai.

Pel nostro amor quindi ti prego, e, s'uopo

fia, tel comando; oggi a mostrar ti appresta,

che madre sei piú ancor che sposa o figlia. -

Ma, qual si appressa orribile tumulto?

Qual folla è questa? oh! quali grida? Oh cielo!

La madre? e in armi immenso stuol di plebe

segue i suoi passi?

 

 

 

SCENA TERZA

 

Agide, Agesistrata, Agiziade, Popolo.

 

Agesis.

Figlio, e che? giá fuori

stai dell'asilo? in chi t'affidi? in questa

rea figlia di Leonida? Ben io

piú certo asilo, ecco, ti adduco; ognora

costor fien presti...

Agide

O madre, Agide meglio

tu conoscer dovresti: o in me mi affido,

o in nulla omai. Questa, che figlia appelli

di Leonida, è moglie, è amante, è parte

del figliuol tuo. - Spartani, ove pur tali

vi siate voi, che minacciosi in armi

tumultuar quí di mia fama a danno

veggio; Spartani, or parla Agide a voi. -

Io, contro a Sparta, in mio favor, non voglio

armi nessune; asil nessuno io cerco;

null'uomo io temo. A dimostrar la mia

piena innocenza, io basto: a vincitrice

farla davver della malizia altrui,

coll'arme no, ma con piú fermi sensi,

potuto avreste un di voi stessi darmi

giusto un soccorso: ma fia tardo, e vano,

e reo (ch'è il peggio) ogni presente ajuto.

Agesis.

E inerme esporti alla maligna rabbia

d'un Leonida vuoi? d'efori compri

agl'iniqui raggiri? Ah! no, nol soffro;

né il soffriran questi Spartani veri,

che quí son presti a dar la vita or tutti

pel loro re.

Popolo

Per Agide, noi tutti

presti a morir veniamo.

Agide

Agide e Sparta

fur giá sola una cosa; or ben distinti

gli ha in due la sorte; or, che a far salva Sparta,

forse è mestier ch'Agide pera. Il sangue

sparger non vuolsi mai; vie men, qualora

rigenerar virtú non puote il sangue.

Per me morir, voi nol potreste omai,

senza uccider molti altri: e in un le vostre

e le altrui vite in Sparta, al par son tutte

della patria, non vostre. Havvi, nol niego,

de' traviati cittadini molti:

ma, per ritrargli al dritto, alto un esemplo

memorabile appresto. A lor far forza

potrò con esso; e vie piú sempre voi

farò con esso di fortezza amanti.

Agiz.

Misera me! tremar mi fai. Che dunque

disegni?...

Agesis.

Donna; or per chi tremi? parla;

pel marito, o pel padre?

Agide

Ah! tu non sai,

madre, qual rechi a me dolor, l'udirti

trafigger la mia sposa! Ella, piú cara

che mai nol fosse, appunto a me si è fatta,

per la sua vera filíal pietade.

Madre, consorte, popolo, mi udite. -

Ho fermo in core di convincer oggi

anco i maligni, e gli invidi, e i piú rei,

ch'io della patria sono amator vero.

Ai cittadini, io cittadino e padre,

io cittadino e re, null'altro apparvi;

se non m'inganno io pur: ma in altri forse

da pria destai, con víolenze, io stesso,

dubbio alcuno di me: fu quindi ascritto,

non a saviezza, a coscienza rea,

e a vil timor di meritata pena,

questo mio scelto asilo. Agide n'ebbe

di volgar re la insopportabil taccia?

Qual sia 'l mio core, oggi il vedranno. Oh dolce

periglio a me, quel che affrontar m'è d'uopo,

per ischiarir qual bene io far tentassi,

e l'empia invidia di chi il ben non brama!

Per la pubblica causa io re mostrarmi

seppi, ed osai; per la privata mia,

oso anch'esser privato: e, non ch'io creda

convincer ora i tanti iniqui; in core

essi giá il son pur troppo; ma coprirli,

di Sparta tutta alla presenza, io deggio

di vergogna e d'infamia. Essi vorranno

accusar me, lo spero: io piú coll'opre,

che non co' detti, a discolparmi imprendo:

soltanto a Sparta i miei disegni esporre

vo' schiettamente pria, soggiacer poscia...

Popolo

Tu soggiacer? no, mai non fia. Noi tutti

farem prestarti da quei vili orecchio...

Agide

Non voi, deh! no: sol per mia bocca il vero

fará prestarmi orecchio. E, se a voi cale

punto il mio onor; se presso a voi mai nulla

io meritai; se nulla in me, se nulla

nella memoria almen dell'opre mie

sperate poi, pregovi, esorto, impongo

di depor l'armi, e meco sottoporvi,

quai che sien essi, agli efori. Il tiranno

di Persia, allor che apertamente insorti

entro il suo regno a se nemici ei trova,

col dispotico brando a lor favella:

ma il re di Sparta, a lor di se conto;

e alla calunnia egli da pria ragioni

oppon; se invano, imperturbabil alma

vi oppon di re. - Duolmi, e dorrammi ognora,

che lo stesso Leonida che assale

or me cosí, dalla cittade vostra

espulso andava, e inascoltato. Ei forse

mal di se dato avria ragion; né il volle

pure tentar; ma glien doveva io 'l mezzo

ampio prestare. Agesiláo la forza

volle adoprarvi; io mi v'opposi indarno:

non tutti il sanno: Agesiláo vien quindi

meco indistinto. Io da quel , ma tardi,

vedea, ch'egli era uno Spartan mentito:

ma mi stringeano il tempo, e l'alta brama

d'oprare il bene, a cui l'ostacol tolto

di Leonida fero, il campo apriva.

Quindi l'esiglio suo, giusto, ma inflitto

in modo ingiusto, a pro di Sparta usai.

Popolo

E chi non sa, che a lui la vita hai salva?...

Agiz.

, per lui sol l'aure di vita ancora

spira il mio padre. Io nel crudel periglio,

io stessa, il vidi; agli inumani messi

d'Agesiláo giá in mano ei stava quasi,

quando opportuni d'Agide gli amici

gli ebber fugati, e noi ritratti illesi

in securtá.

Agesis.

Quindi pagar nel vuole

Leonida oggi, a lui togliendo, iniquo,

non che la vita, anca la fama...

Agide

E questa

mai non sta nel tiranno: in me, nel mio

solo operar, sta la mia fama.

Agesis.

E nasce

sol dal tuo oprar l'altrui livore, e il fermo

empio pensier di opprimerti. Ma, viene

Anfare a noi? degno consiglio e amico

di Leonida...

Agide

Udiamlo.

 

Agiz.

Oh cielo! io tremo...

 

 

 

SCENA QUARTA

 

Agide, Agesistrata, Agiziade, Anfare, Popolo.

 

Anfar.

Fuor del tuo sacro asilo, Agide, in mezzo

d'una tal turba io non credea trovarti.

Ma pur, piú grati testimon di questi

io bramar non potea. Vengo ad esporti

di Sparta i sensi.

Agide

E son?...

Anfar.

Di pace.

Agide

E quale?

Anfar.

Vera: ove pace alle tue mire avversa

non sia pur troppo; ove in tumulti e risse

securtá tu non cerchi e in un grandezza.

Agide

Io discolparmi or presso a te non deggio:

forse il farò presso a chi il deggio. Udiamo,

di Leonida udiam la pace intanto.

Anfar.

Son io messo del re? Di Sparta io sono

eforo; e a te parlo di Sparta in nome.

Ove piegarti ai cittadin tu vogli,

(ai veri e saggi) e la cittá tranquilla

rifar, dannando ogni tua nuova legge

tu stesso; il seggio, onde scaduto sei

col tuo fuggirne, Sparta oggi ti rende.

Agesis.

Agide...

Agide

Madre, a te son figlio; or posa

secura in me. - Tu, che di Sparta in nome,

pur ch'io indegno men renda, il trono m'offri;

pregoti, al re Leonida in risposta

reca, ch'io seco favellar vorrei,

pria che in giudicio a Sparta innanzi io parli.

Agiz.

Io pur ten prego, Anfare, vanne al padre,

e a ciò lo induci: a lui ritorna in mente,

che senz'Agide in vita ei non sarebbe;

ch'ei la diletta unica figlia sua

diede ad Agide in moglie...

Agide

A lui null'altro

non rammentar, fuorché di Sparta entrambi

siam cittadini; e che il comun vantaggio

vuol, ch'ei mi ascolti.

Anfar.

È dubbio assai, s'ei possa,

o venir voglia ad abboccarsi teco,

fin ch'ei non sa, se tu i proposti patti

nieghi, od accetti.

Agide

In guisa niuna ei puote

negar d'udirmi, e nol vorrá. L'asilo

io per sempre abbandono; a me dintorno

corteggio nullo io vo'. - Spartani, ad alta

voce vel grido; io rimaner quí voglio,

solo, ed inerme, ed innocente1 - Il vedi,

Anfare, il vedi; il tempo, il loco, il modo,

opportuno or fia tutto. Io fra brev'ora

tornerò in questo foro; e quí non sdegni

venirne il re. Solo sarovvi; egli abbia

al fianco i suoi satelliti: veduti

sarem da quanti cittadini ha Sparta,

ma non sarem da nessun d'essi uditi.

Anfar.

Poiché tu il vuoi, tosto a recarne avviso

a Leonida volo.

 

 

 

SCENA QUINTA

 

Agide, Agesistrata, Agiziade.

 

Agide

Io ben sapea

con qual esca allettarlo. - Or, donne, intanto

io con voi riedo alla magione, e ai figli.

Godrò fra voi brevi momenti estremi

d'alcun privato dolce, infin ch'io torni

al fatal parlamento.

Agiz.

Oh cielo!...

Agesis.

O figlio,

che speri tu dall'empio re?

Agide

La sorte

di Sparta ei tiene; e tu mi chiedi, o madre,

quel che da lui sperare Agide possa?





1      Il popolo si va allontanando, e disperdesi.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License