Vittorio Alfieri
Agide

ATTO QUARTO

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ATTO QUARTO

 

 

SCENA PRIMA

 

Limitare del carcere di Sparta.

 

Leonida, Anfare, Popolo che si va introducendo.

 

Anfar.

Tardo assai giungi; e il tempo stringe.

Leon.

Al padre

l'indugio dona: mi fu forza or dianzi

fin nella reggia accompagnar la figlia.

Io dal fianco spiccarmela a gran pena

potea, forte ella in pianto stempravasi

per lo suo sposo. Assai gran doglia in core

il suo pianto mi lascia.

Anfar.

E che? turbato,

commosso sei? Piú della figlia forse

ti cal, che non di tua vendetta?

Leon.

Abborro

Agide piú, che non m'è caro il trono:

ma pure, i detti della figlia, e i pianti,

duri a me sono. - Eccomi all'opra: il tutto

disposto hai tu?

Anfar.

Nol vedi? In questo vasto

limitar delle carceri mi parve

fosser da porsi i seggi nostri; il loco,

men capace che il foro, assai men feccia

ragunerá di plebe: ma pur tanta

introdur quí sen può, quanta n'è d'uopo

a nostre mire. Havvi all'entrar chi veglia,

e in copia ammette i nostri fidi. - Or mira;

giá piú che mezzo è riempiuto il loco;

né alcun v'ha quasi degli avversi a noi.

Per anco il grido non s'è sparso appieno

del gran giudizio: e spero, anzi che giunga

a intorbidarlo con sua fera scorta

l'ardita madre, avrem compito il tutto.

Leon.

Ma, sei tu certo, che tornarne a danno

or non possa tal fretta?

Anfar.

Oltre la nostra

dignitá, stan per noi forze non poche.

Grande accortezza, or nell'espor le accuse,

vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessi

dobbiamo, e del lor ben, piú che del nostro,

caldi amatori. Alcun tumulto forse

insorger può; previsto è giá. Ma basta

per noi, che piú non esca Agide vivo

di queste mura. Al primo impeto audace

della plebe far fronte i tuoi soldati,

e i cittadini nostri appien potranno,

e degli efori il nome, e l'ardir tuo.

Tempo intanto si acquista; e avrem dal tempo

piena poi la vittoria...

Leon.

Ecco il senato;

ecco gli efori tutti: il popol molto

li segue, e par non torbido in aspetto;

lieto anzi par di assistere all'accusa

di un re sovvertitore. Ardire, ardire.

Mentr'io gli animi lor, con opportune

adesco, al carcer entra, e in breve

Agide a noi ben custodito traggi.

 

 

 

SCENA SECONDA

 

Leonida, Popolo, Efori, Senatori, ciascuno collocato ordinatamente.

 

Leon.

- Lode agli Dei! quí radunarsi veggio

i cittadini veri; e non frammisti

con la torbida, audace, e sozza plebe,

che col numero suo voi ne strascina

negli error suoi, mal grado vostro. - A Sparta

inaudito spettacolo si appresta;

il maggior, che ad uom libero mai possa

appresentarsi: un vostro re, dai vostri

efori tratto, ed accusato, innanzi

a voi. Gli error ne udrete, e le discolpe,

e il giudizio, di cui voi stessi parte

sarete, spero. Io, benché re, con gioja

pur ve l'annunzio. Ah! non ebb'io tal sorte

in quel funesto a me, non fausto a Sparta,

orribil giorno, in cui dal trono in bando

cacciato, in forse della vita io stetti.

Non accusato, e non udito, a ria

forza soggiacqui allora; eppur, piú doglia

che l'ingiusto mio esiglio, erami al core

il sovvertito ordin di leggi, e il fero

periglio in cui lasciava io Sparta. Instrutti

voi stessi al fin dai vostri danni appieno,

me richiamaste, e in un le leggi, in trono:

Agesiláo, Cleómbroto, e i lor fidi

efori, a Sparta traditori, in bando

cacciaste. Agide resta: havvi chi reo

nol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto,

io preso il volli, e ad altro fin nol tengo,

che per chiarirlo in faccia a voi. S'ei fosse

reo convinto pur mai, primier mi udreste

implorar pel mio genero perdono:

che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza

nol rende affatto or di pietade indegno. -

Efori, senatori, cittadini,

la vera vostra maestá non sorse

a dritto mai piú nobile di questo:

conoscer oggi, e perdonare i falli

dei vostri re: che sottopongo io pure

oggi a voi l'opre mie. Prova non lieve

del cor mio puro, e del regnar mio giusto,

parmi, fia questa; ed io di darla anelo.

A tremar delle leggi Agide insegni

a Leonida re. - Ma, giá si appressa

Agide al vostro tribunale: ed ecco

ch'io taccio, e seggo; io, cittadino, attendo

dai cittadin dell'alta lite il fine.

Ben sostener d'ogni mia forza io giuro,

qual ch'esser possa, la immutabil santa

libera vostra unanime sentenza.

 

 

 

SCENA TERZA

 

Anfare, Agide fra guardie, Leonida, Popolo, Efori, Senatori.

 

Anfar.

Spartani, efori, re, costui ch'io traggo

davanti al vero tribunal di Sparta,

Agide egli è d'Eudámida. Giá il regno

con Leonida ei tenne; il cacciò poscia

dal trono, a cui nuovo collega assunse

Cleómbroto. A voi piacque, indi a non molto,

ridomandar Leonida, che il seggio

ritoglieva a Cleómbroto. Nel sacro

asilo allor quest'Agide fuggiva:

perché fuggisse, ei vel dirá. Fin ch'egli

ricovrava, ei re non era; il trono

abbandonato avea: ma non privato

era ei perciò; che non avea deposta

sua dignitá, né stata eragli tolta:

non innocente, poiché asil sceglieva;

non reo, poiché niun l'accusava. In vostra

possanza il diero oggi di Sparta i Numi,

senza che víolato il santo asilo

fosse da alcun di noi. Lo accuso io quindi

ora, a voi tutti, di mutate, infrante,

tradite leggi; di tiranniche armi

in Leonida e gli efori adoprate;

di tiranniche mire, a cui fea base

la ribellante compra infima plebe:

e, per stringere in fin tutti i suoi tanti

delitti in un, di aver tradita e lesa

la maestá di Sparta, a voi lo accuso.

Agide

- Solenne in vero, e dignitosa pompa

questa fia: ma, perché di affar tant'alto

Sparta non è quí testimonio intera?

Perché, qual suolsi ogni accusato, al foro

non son io tratto? - È ver, gli efori veggio,

e un re quí stassi, e del senato un'ombra:

ma pur per quanto l'occhio intorno io giri,

non vegg'io cittadini, altri che pochi,

potenti, e misti infra gli armati sgherri.

La maestá del popolo di Sparta

fia questa or forse? Io, non che Sparta tutta,

Grecia vorrei quí tutta a udire intenta

e le tue accuse, e le discolpe mie.

Or, poiché tanta è in voi de' miei delitti

l'ampia certezza, or dite: a che pur tormi,

con gran parte d'ascoltanti, a un tempo

della vergogna mia cosí gran parte?

Leon.

Per quanto il soffra il loco, assai gran folla

di cittadini or vedi, Agide, accolta.

Trarti dal limitar del carcer tuo,

tu il sai, che fora un cimentar pur troppo

la dignitá degli efori, e la stessa

tua innocenza, ove l'abbi. Udiati Sparta,

del tuo asilo in discolpa, addur finora,

che tor cosí tu stesso alla tua plebe

de' tumulti volevi ogni pretesto,

e ogni mezzo di sangue: infra sue grida,

come or vorresti al suo cospetto andarne,

e un giudicio ottener libero e queto?

Agide

Questo giudicio, e il men dannoso a voi,

stato sarebbe il percussor mandarmi

tosto al carcer: ma questo, assai men queto

fia di quel che sperate. In me non parla

il timor, no; del mio destin giá certo,

securo quí, del par che al foro, io vengo.

Giá la sentenza mia so senza udirla:

ma, non ne avrò pur danno altro giammai,

che quel ch'io da gran tempo ho fermo in core

di aver da voi. - Giudici; e, quai che siate,

voi spettatori; io vi prevengo or tutti,

ch'io, condannato in queste mura e ucciso,

non perciò pace col morir vi rendo,

com'io il vorrei: né voi, col trarmi a morte,

in sicurtá vi rimanete. - Or sia

ciò ch'esser vuole. Udiam le accuse.

Anfar.

In nome

io ti parlo degli efori; me ascolta.

- Agide, hai tu, senza né udirlo, astretto

all'esiglio Leonida?

Agide

Chiamato

ei fu in giudicio; e sen fuggia.

Leon.

Chiamato

io fui, nol niego, ma davanti a fera

tumultuante plebe. Esser potea

giudicio, quello?...

Agide

Al par di questo, almeno.

Ma, il fuggir ti fu dato: in carcer dunque

non eri tu. Mezzi a me pur di fuga

non mancavan finora; e al carcer venni,

ed in giudicio stommi: e, qual ch'ei fia,

no, nol pavento. Io 'l desiava, e godo

di udire al fin; di farmi udire io godo.

Anfar.

Infrante hai tu le patrie leggi?

Agide

Intere

restituir le sacre leggi io volli

del gran Licurgo: elle non fur mai tolte,

ma inosservate, or da gran tempo. Opporsi

volle a giusta e generosa impresa

Leonida: pria l'arte, indi la forza

oprava in ciò; ma entrambe invano: allora

vinto ei piú dalla propria sua vergogna,

che dalla forza altrui, per minor pena

ei s'imponea l'esiglio. Ei stesso il dica,

se danno io poscia, o securtade e vita

a lui recassi. Al suo fuggir, sol uno,

di Sparta un grido, ogni oprar suo biasmava,

ogni mio benediva. Allora spenti

eran gl'iniqui crediti; comuni

feansi allor le ricchezze; allora in bando

uscian di Sparta il lusso, e i vizj insieme,

e il torpid'ozio: e risorgeano, in somma,

virtude allora, e libertade. Avreste

voi di negarlo ardire? - Ecco i delitti

del mio breve regnar, dopo la fuga

di Leonida vostro.

Anfar.

Osi tu forse

negare ancor, che di tai beni all'esca

colti e delusi i cittadini, in breve

non fosser tratti a fero strazio? I campi

promessi ognora, e non divisi mai;

fatti i ricchi, mendici; entrambi oppressi;

negherai tu, che a trasgredite leggi,

quai tu nomi le nostre, allor la cruda

tirannia di te sol non sottentrasse?

E tirannide, in ciò piú ria di tanto,

che a se di leggi fea mendace velo.

Agide

Mentr'io per voi di Sparta in campo usciva,

mentre agli Etoli in armi io pur mostrava,

con danno lor, nuovi Spartani in armi;

d'eforo fatto Agesiláo tiranno,

ei commettea molt'opre in Sparta inique.

Volete voi del suo fallir me reo?

Io la pena ne accetto; ove pur colga

d'alcune mie virtudi il frutto Sparta:

virtú, che voi, di mal talento pieni,

pur negar non mi ardite. - Offeso v'hanno,

non di Licurgo le tornate leggi,

(tant'io feci, e non piú) ma i crudi modi

d'Agesiláo? che fare altro vi resta,

che me svenare, e proseguir mie imprese?

Anfar.

E a disfar Sparta Agesiláo ti mosse?

Agide

A rifar Sparta, io da me sol mi mossi,

perché Spartan son io.

Anfar.

Di'; riconosci

per vero re Leonida?

Agide

Conosco

un spartano Leonida, che cadde

in Termopile morto, con trecento

Spartani, a pro di Sparta.

Anfar.

In cotal guisa

rispondi tu? La maestá poco

del senato e degli efori rispetti?

Agide

La maestá di Sparta osservo, e adoro,

nel risponder cosí.

Anfar.

Colpevol dunque

tu ti confessi?

Agide

E me colpevol tieni

tu, che mi accusi? - Omai si ponga, omai

fine si ponga al simulato gioco.

Discolpe io do pari all'accuse. Io venni

quí, per mostrare anco ai nemici miei,

ch'io cittadino re, per quanto il possa

soffrir l'altezza d'animo innocente,

spontaneo me sottomettea pur anco

delle leggi all'abuso. - Or, quai che siate,

udite, o voi, le mie parole estreme.

Anfar.

A udir, che resta?

Agide

Assai, ma in brevi detti.

Anfar.

Nulla dei dire...

Agide

Eforo tu, le leggi

non rimembri, o non sai? Parlano a Sparta

gli accusati, se il vonno. Odimi dunque

tu stesso, e taci. - E voi, Spartani, udite.

- In errar sete or da piú cose indotti:

d'Agesiláo l'oprar, d'Anfare i gridi,

di Leonida l'arte, il tacer mio,

tutto a gara ingannovvi. A tal siam giunti

noi tutti omai, che a trar d'errar ciascuno,

egli è mestier ch'Agide pera. Io stesso

giá potea di mia mano a me dar morte

libera e degna; ma, il fuggir di vita,

reo presso voi fatto mi avria. Ben certo

era, e sono, in mio cor, che infamia nulla,

bench'io soggiaccia a giudici qualunque,

mai non fia per tornarmene. Lasciarmi

trar vivo io quindi a' miei nemici innanzi

sceglieva, e stovvi. Che il morir non temo,

vedretel voi: ch'io vendervi ancor cara

potrei mia vita ove il volessi, noto

faravvel tosto di adirata plebe

il terribile grido: in fin, ch'io tengo

piú in pregio assai, che non me stesso, Sparta,

ven fará certi il morir mio. - Vi esorto,

e vi scongiuro, a trarre dal mio sangue

l'util di Sparta, e il vostro. I campi, e l'oro,

che la mente or vi acciecano, e di pochi

in man ridotti, ai possessori al pari

fan danno, e a chi n'è privo; i campi, e l'oro,

per non voler dividerli coi vostri

concittadini, a voi fian tolti, e in breve,

dai nemici. La plebe, a voi vile

perché mendica; la spartana plebe,

che abborre voi ricchi possenti e forti

piú delle leggi, è molta; aspra la stringe

necessitá feroce. Ove a voi giovi

rimembrar, che di Sparta e di Licurgo

figli son essi al par di voi, ben ponno

splendor di Sparta esser costoro ancora,

e in un, di voi salvezza. In altra guisa,

Sparta e se stessi annulleranno, e voi.

Maturo è omai, credete a me, maturo

è il cangiamento: il ciel non vuol ch'io 'l vegga;

ma vuol ch'ei segua: ad affrettarlo è d'uopo

d'Agide il sangue, e il sangue Agide dona.

Di voi pietá, non di me, sento: e queste,

parole son d'uom che morir sol brama,

e che non reca altro desire in tomba,

che di salvar la patria sua. Giá posto

d'Agide in salvo il nome: a far me grande,

ch'altri ad effetto i miei disegni adduca

non fia mestier; anzi, gran parte invola

a me di gloria il riuscir d'altrui,

dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogo

di vostra rabbia, il mio morir sia dunque;

di vostra invidia spenta il frutto primo

sia la virtú ripatríata, e l'alte

divine leggi di Licurgo in forza

tornate, e la spartana eccelsa gara

di patrio amor, di libertade, e d'armi.

Popolo

Grande è l'animo d'Agide: ingannati

forse noi fummo...

Anfar.

Il sete, ora, da questi

sediziosi detti...

Agide

Efori, or quanto

vi avanza a dir, m'è noto. - Appien compito

ho di un re cittadin l'ufficio estremo.

Io riedo al carcer mio, dalle cui mura

nulla uscirá d'Agide omai, che il nome.

 

 

 

SCENA QUARTA

 

Leonida, Anfare, Popolo, Efori, Senatori.

 

Popolo

Ei qual reo non favella: è forza averne

maraviglia, e pietade.

Leon.

È ver, Spartani:

sedotto ei fu da Agesiláo; par degno

di perdono il suo errore. Il chieggo io stesso

da voi, per lo mio genero; per quello,

che la vita salvommi...

Anfar.

Or stai davanti

al senato ed agli efori: con essi

parlar tu dei, Leonida. Le tue

ragion private ai pubblici delitti

non tolgon pena; né il perdon precede

mai la condanna.

Leon.

Io, non che darla, udirla

né pur vo' dunque. Agide a morte porre

non volli io, no, benché morire ei merti.

Trarlo fuor dell'asilo, udirlo, e innanzi

ai giudici convincerlo; ciò solo

importava, ed io 'l feci: altro non resta

a far contr'esso. - Ah! se del popol voce,

se del re preghi vagliono al cospetto

del senato e degli efori, da loro

vedrassi (io spero) di clemenza, in breve,

nobile al par che memorando esemplo.

 

 

 

SCENA QUINTA

 

Anfare, Popolo, Efori, Senatori.

 

Anfar.

Generoso nemico, ottimo padre,

buon cittadin, Leonida; compiute

egli ha sue parti tutte: a noi le nostre

di compier resta. - Agide è reo convinto

di maestade lesa: a lui, qual pena

giusta si aspetti, efori, il dite.

Efori

Morte.

Popolo

Efori, ah! grazia or vi chieggiam noi tutti,

purch'ei lo stato omai non turbi...

Anfar.

Udite?...

Lo udite voi, questo fragor tremendo,

che a noi si appressa? In suo favor di nuovo

giá tumultua la plebe. Agide vivo,

e queta Sparta? ella è lusinga stolta.

Efori

A morte, a morte il traditor ribelle;

Agide muoja...

Anfar.

Ei morto fia, vel giuro.

- Con la rea sozza plebe ogni aspro incontro

sfuggite intanto, o cittadini. E noi,

efori, noi la maestá di Sparta

con giusto ardir mostriamo. - Olá, schiudete,

soldati, il passo. Andiam; né vil, né altero

sia il nostro aspetto. Il non temer la plebe,

tosto in se stessa a rientrar la sforza.


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