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SCENA PRIMA
Limitare del carcere di Sparta.
Leonida, Anfare, Popolo che si va introducendo.
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Leon. |
Al padre l'indugio dona: mi fu forza or dianzi fin nella reggia accompagnar la figlia. Io dal fianco spiccarmela a gran pena potea, sí forte ella in pianto stempravasi |
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E che? turbato, |
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Leon. |
Agide piú, che non m'è caro il trono: ma pure, i detti della figlia, e i pianti, duri a me sono. - Eccomi all'opra: il tutto disposto hai tu? |
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limitar delle carceri mi parve fosser da porsi i seggi nostri; il loco, men capace che il foro, assai men feccia ragunerá di plebe: ma pur tanta introdur quí sen può, quanta n'è d'uopo a nostre mire. Havvi all'entrar chi veglia, e in copia ammette i nostri fidi. - Or mira; giá piú che mezzo è riempiuto il loco; né alcun v'ha quasi degli avversi a noi. Per anco il grido non s'è sparso appieno del gran giudizio: e spero, anzi che giunga a intorbidarlo con sua fera scorta |
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Leon. |
Ma, sei tu certo, che tornarne a danno or non possa tal fretta? |
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Oltre la nostra dignitá, stan per noi forze non poche. Grande accortezza, or nell'espor le accuse, vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessi dobbiamo, e del lor ben, piú che del nostro, caldi amatori. Alcun tumulto forse insorger può; previsto è giá. Ma basta per noi, che piú non esca Agide vivo di queste mura. Al primo impeto audace della plebe far fronte i tuoi soldati, e i cittadini nostri appien potranno, e degli efori il nome, e l'ardir tuo. |
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Leon. |
Ecco il senato; ecco gli efori tutti: il popol molto li segue, e par non torbido in aspetto; lieto anzi par di assistere all'accusa di un re sovvertitore. Ardire, ardire. Mentr'io gli animi lor, con opportune |
Leonida, Popolo, Efori, Senatori, ciascuno collocato ordinatamente.
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Leon. |
- Lode agli Dei! quí radunarsi veggio i cittadini veri; e non frammisti con la torbida, audace, e sozza plebe, che col numero suo voi ne strascina negli error suoi, mal grado vostro. - A Sparta inaudito spettacolo si appresta; il maggior, che ad uom libero mai possa appresentarsi: un vostro re, dai vostri efori tratto, ed accusato, innanzi a voi. Gli error ne udrete, e le discolpe, e il giudizio, di cui voi stessi parte sarete, spero. Io, benché re, con gioja pur ve l'annunzio. Ah! non ebb'io tal sorte in quel funesto a me, non fausto a Sparta, orribil giorno, in cui dal trono in bando cacciato, in forse della vita io stetti. Non accusato, e non udito, a ria forza soggiacqui allora; eppur, piú doglia che l'ingiusto mio esiglio, erami al core il sovvertito ordin di leggi, e il fero periglio in cui lasciava io Sparta. Instrutti voi stessi al fin dai vostri danni appieno, me richiamaste, e in un le leggi, in trono: Agesiláo, Cleómbroto, e i lor fidi efori, a Sparta traditori, in bando cacciaste. Agide resta: havvi chi reo nol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto, io preso il volli, e ad altro fin nol tengo, che per chiarirlo in faccia a voi. S'ei fosse reo convinto pur mai, primier mi udreste implorar pel mio genero perdono: che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza nol rende affatto or di pietade indegno. - la vera vostra maestá non sorse a dritto mai piú nobile di questo: conoscer oggi, e perdonare i falli dei vostri re: che sottopongo io pure oggi a voi l'opre mie. Prova non lieve del cor mio puro, e del regnar mio giusto, parmi, fia questa; ed io di darla anelo. A tremar delle leggi Agide insegni a Leonida re. - Ma, giá si appressa Agide al vostro tribunale: ed ecco ch'io taccio, e seggo; io, cittadino, attendo dai cittadin dell'alta lite il fine. Ben sostener d'ogni mia forza io giuro, |
Anfare, Agide fra guardie, Leonida, Popolo, Efori, Senatori.
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Spartani, efori, re, costui ch'io traggo davanti al vero tribunal di Sparta, Agide egli è d'Eudámida. Giá il regno con Leonida ei tenne; il cacciò poscia dal trono, a cui nuovo collega assunse Cleómbroto. A voi piacque, indi a non molto, ridomandar Leonida, che il seggio ritoglieva a Cleómbroto. Nel sacro asilo allor quest'Agide fuggiva: perché fuggisse, ei vel dirá. Fin ch'egli lá ricovrava, ei re non era; il trono abbandonato avea: ma non privato era ei perciò; che non avea deposta sua dignitá, né stata eragli tolta: non innocente, poiché asil sceglieva; non reo, poiché niun l'accusava. In vostra possanza il diero oggi di Sparta i Numi, senza che víolato il santo asilo fosse da alcun di noi. Lo accuso io quindi ora, a voi tutti, di mutate, infrante, tradite leggi; di tiranniche armi in Leonida e gli efori adoprate; di tiranniche mire, a cui fea base la ribellante compra infima plebe: e, per stringere in fin tutti i suoi tanti |
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- Solenne in vero, e dignitosa pompa questa fia: ma, perché di affar tant'alto Sparta non è quí testimonio intera? Perché, qual suolsi ogni accusato, al foro non son io tratto? - È ver, gli efori veggio, e un re quí stassi, e del senato un'ombra: ma pur per quanto l'occhio intorno io giri, non vegg'io cittadini, altri che pochi, potenti, e misti infra gli armati sgherri. La maestá del popolo di Sparta fia questa or forse? Io, non che Sparta tutta, Grecia vorrei quí tutta a udire intenta e le tue accuse, e le discolpe mie. Or, poiché tanta è in voi de' miei delitti l'ampia certezza, or dite: a che pur tormi, con sí gran parte d'ascoltanti, a un tempo |
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Leon. |
Per quanto il soffra il loco, assai gran folla di cittadini or vedi, Agide, accolta. Trarti dal limitar del carcer tuo, tu il sai, che fora un cimentar pur troppo la dignitá degli efori, e la stessa tua innocenza, ove l'abbi. Udiati Sparta, del tuo asilo in discolpa, addur finora, che tor cosí tu stesso alla tua plebe de' tumulti volevi ogni pretesto, e ogni mezzo di sangue: infra sue grida, |
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Questo giudicio, e il men dannoso a voi, stato sarebbe il percussor mandarmi tosto al carcer: ma questo, assai men queto fia di quel che sperate. In me non parla il timor, no; del mio destin giá certo, securo quí, del par che al foro, io vengo. Giá la sentenza mia so senza udirla: ma, non ne avrò pur danno altro giammai, che quel ch'io da gran tempo ho fermo in core di aver da voi. - Giudici; e, quai che siate, voi spettatori; io vi prevengo or tutti, ch'io, condannato in queste mura e ucciso, non perciò pace col morir vi rendo, com'io il vorrei: né voi, col trarmi a morte, |
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In nome io ti parlo degli efori; me ascolta. |
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Leon. |
io fui, nol niego, ma davanti a fera tumultuante plebe. Esser potea giudicio, quello?... |
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Al par di questo, almeno. Ma, il fuggir ti fu dato: in carcer dunque non eri tu. Mezzi a me pur di fuga non mancavan finora; e al carcer venni, ed in giudicio stommi: e, qual ch'ei fia, |
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restituir le sacre leggi io volli del gran Licurgo: elle non fur mai tolte, ma inosservate, or da gran tempo. Opporsi volle a sí giusta e generosa impresa Leonida: pria l'arte, indi la forza oprava in ciò; ma entrambe invano: allora vinto ei piú dalla propria sua vergogna, che dalla forza altrui, per minor pena ei s'imponea l'esiglio. Ei stesso il dica, se danno io poscia, o securtade e vita a lui recassi. Al suo fuggir, sol uno, di Sparta un grido, ogni oprar suo biasmava, ogni mio benediva. Allora spenti eran gl'iniqui crediti; comuni feansi allor le ricchezze; allora in bando uscian di Sparta il lusso, e i vizj insieme, e il torpid'ozio: e risorgeano, in somma, virtude allora, e libertade. Avreste voi di negarlo ardire? - Ecco i delitti del mio breve regnar, dopo la fuga di Leonida vostro. |
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Osi tu forse negare ancor, che di tai beni all'esca colti e delusi i cittadini, in breve non fosser tratti a fero strazio? I campi promessi ognora, e non divisi mai; fatti i ricchi, mendici; entrambi oppressi; negherai tu, che a trasgredite leggi, quai tu nomi le nostre, allor la cruda tirannia di te sol non sottentrasse? |
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Mentr'io per voi di Sparta in campo usciva, mentre agli Etoli in armi io pur mostrava, con danno lor, nuovi Spartani in armi; d'eforo fatto Agesiláo tiranno, ei commettea molt'opre in Sparta inique. Volete voi del suo fallir me reo? Io la pena ne accetto; ove pur colga d'alcune mie virtudi il frutto Sparta: virtú, che voi, di mal talento pieni, pur negar non mi ardite. - Offeso v'hanno, non di Licurgo le tornate leggi, (tant'io feci, e non piú) ma i crudi modi |
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A rifar Sparta, io da me sol mi mossi, perché Spartan son io. |
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un spartano Leonida, che cadde |
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Colpevol dunque tu ti confessi? |
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tu, che mi accusi? - Omai si ponga, omai fine si ponga al simulato gioco. Discolpe io do pari all'accuse. Io venni quí, per mostrare anco ai nemici miei, ch'io cittadino re, per quanto il possa soffrir l'altezza d'animo innocente, spontaneo me sottomettea pur anco |
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Nulla dei dire... |
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non rimembri, o non sai? Parlano a Sparta gli accusati, se il vonno. Odimi dunque tu stesso, e taci. - E voi, Spartani, udite. - In errar sete or da piú cose indotti: d'Agesiláo l'oprar, d'Anfare i gridi, di Leonida l'arte, il tacer mio, tutto a gara ingannovvi. A tal siam giunti noi tutti omai, che a trar d'errar ciascuno, egli è mestier ch'Agide pera. Io stesso giá potea di mia mano a me dar morte libera e degna; ma, il fuggir di vita, reo presso voi fatto mi avria. Ben certo era, e sono, in mio cor, che infamia nulla, bench'io soggiaccia a giudici qualunque, mai non fia per tornarmene. Lasciarmi trar vivo io quindi a' miei nemici innanzi sceglieva, e stovvi. Che il morir non temo, vedretel voi: ch'io vendervi ancor cara potrei mia vita ove il volessi, noto faravvel tosto di adirata plebe il terribile grido: in fin, ch'io tengo piú in pregio assai, che non me stesso, Sparta, ven fará certi il morir mio. - Vi esorto, e vi scongiuro, a trarre dal mio sangue l'util di Sparta, e il vostro. I campi, e l'oro, che la mente or vi acciecano, e di pochi in man ridotti, ai possessori al pari fan danno, e a chi n'è privo; i campi, e l'oro, per non voler dividerli coi vostri concittadini, a voi fian tolti, e in breve, dai nemici. La plebe, a voi sí vile perché mendica; la spartana plebe, che abborre voi ricchi possenti e forti piú delle leggi, è molta; aspra la stringe necessitá feroce. Ove a voi giovi rimembrar, che di Sparta e di Licurgo figli son essi al par di voi, ben ponno splendor di Sparta esser costoro ancora, e in un, di voi salvezza. In altra guisa, Sparta e se stessi annulleranno, e voi. Maturo è omai, credete a me, maturo è il cangiamento: il ciel non vuol ch'io 'l vegga; ma vuol ch'ei segua: ad affrettarlo è d'uopo d'Agide il sangue, e il sangue Agide dona. Di voi pietá, non di me, sento: e queste, parole son d'uom che morir sol brama, e che non reca altro desire in tomba, che di salvar la patria sua. Giá posto d'Agide in salvo il nome: a far me grande, ch'altri ad effetto i miei disegni adduca non fia mestier; anzi, gran parte invola a me di gloria il riuscir d'altrui, dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogo di vostra rabbia, il mio morir sia dunque; di vostra invidia spenta il frutto primo sia la virtú ripatríata, e l'alte divine leggi di Licurgo in forza |
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Grande è l'animo d'Agide: ingannati forse noi fummo... |
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Efori, or quanto vi avanza a dir, m'è noto. - Appien compito ho di un re cittadin l'ufficio estremo. |
Leonida, Anfare, Popolo, Efori, Senatori.
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Ei qual reo non favella: è forza averne maraviglia, e pietade. |
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Leon. |
sedotto ei fu da Agesiláo; par degno di perdono il suo errore. Il chieggo io stesso da voi, per lo mio genero; per quello, |
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Or stai davanti al senato ed agli efori: con essi parlar tu dei, Leonida. Le tue ragion private ai pubblici delitti non tolgon pena; né il perdon precede mai la condanna. |
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Leon. |
né pur vo' dunque. Agide a morte porre non volli io, no, benché morire ei merti. Trarlo fuor dell'asilo, udirlo, e innanzi ai giudici convincerlo; ciò solo importava, ed io 'l feci: altro non resta a far contr'esso. - Ah! se del popol voce, se del re preghi vagliono al cospetto del senato e degli efori, da loro |
Anfare, Popolo, Efori, Senatori.
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Generoso nemico, ottimo padre, buon cittadin, Leonida; compiute egli ha sue parti tutte: a noi le nostre di compier resta. - Agide è reo convinto |
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Udite?... Lo udite voi, questo fragor tremendo, che a noi si appressa? In suo favor di nuovo |
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- Con la rea sozza plebe ogni aspro incontro sfuggite intanto, o cittadini. E noi, efori, noi la maestá di Sparta con giusto ardir mostriamo. - Olá, schiudete, soldati, il passo. Andiam; né vil, né altero |