Vittorio Alfieri
Agide

ATTO QUINTO

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

ATTO QUINTO

 

 

SCENA PRIMA

 

Interno del carcere di Sparta.

 

Agide.

 

 

Fere urla io sento, e un immenso frastuono

intorno al carcer mio. - Numi di Sparta,

deh! salvatela voi. - Duolmi, che un ferro

io non serbava, onde troncare a un tempo

con la mia vita ogni tumulto. A lungo

pur tardar non dovrian quei che a svenarmi

mandati avrá Leonida. - Consorte,...

diletti figli,... amata madre,... addio.

Piú non vedrovvi!... A voi, memoria cara

lascio di me... Ma, per la madre io tremo:

sta in poter di Leonida... Che ascolto?

Chi vien? Si schiude il carcere!... Che miro?...

O mia sposa...

 

 

 

SCENA SECONDA

 

Agide, Agiziade.

 

Agiz.

Son teco, Agide amato...

Dalla reggia del padre or mi sottraggo,

ove a custodia ei mi tenea. La plebe,

del tuo carcer la strada hammi disgombra;

e di vietarmen l'adito i soldati

non ebber core. - Al fin son teco. - Io vengo,

sposo, a salvarti, ove salvarti io possa;

o a morir teco io vengo.

Agide

Oh dolce sposa!...

Il cor mi squarci... Oh quanto il rivederti

mi è gioja,... e pena!... A conservar mia vita,

(ch'io 'l potrei, se il volessi, con la morte

di cittadini assai) l'amor tuo vero

trarmi or solo potria. Ma, il sai, che amarti

piú che la patria mia, donna, nol deggio,

e tu stessa nol vuoi. Me dunque lascia

morire; e tu, serbati in vita; i cari

pegni tu salva, i figli nostri...

Agiz.

Invano

di Leonida al fero odio sottrargli

io tenterei: barbaro padre; appieno

nella prospera sorte ora il conosco;

nell'avversa ingannommi. A me null'arme

riman, che il pianto; egli nol cura: i nostri

figli salvar dalla sua rabbia, o il puote

Sparta con l'armi, o nulla il può. - Ma padre

dovresti almen mostrarti; e, pe' tuoi figli,

serbar tua vita...

Agide

Oh ciel! qual mai mi porti

terribil guerra in questo punto estremo?

Amo i figli, e tu il sai: ma, non ben certo

è il morir loro; e certo fia, che a rivi

dei cittadini scorrerebbe il sangue,

s'io di forza mi armassi. E questi, e quelli,

son figli miei; ma i cittadini sono

di un giusto re figli primieri. - O donna,

meglio di me, se sopravviver m'osi,

tu puoi . Quel sublime, a un tempo

tenero ardir, con cui seguivi il padre;

quello, con cui del mio destin ti eleggi

farti or compagna; quell'ardir sia scorta

a te, per porre i figli nostri in salvo.

Per quanto reo Leonida e crudele

esser possa, ei t'è padre: ove i tuoi figli

fra tue braccia tu stringa; ove il tuo petto

agli innocenti miseri sia scudo;

cuor non avrá di trucidarli. Ah! corri,

vola al lor fianco, in lor difesa veglia;

per essi vivi, o sol con essi muori;

che al viver piú, nulla ti sforza allora.

Agiz.

Lassa me!... che farò?... S'io te lasciassi,...

serbarmi a forza il duro padre in vita

vorria;... qual vita! orba di te... Ma, s'anco

vivi ei pur lascia i figli nostri, il trono

a lor fia tolto... Ah! morir teco io voglio...

Agide

Donna, deh! m'odi, e acquetati... Saresti

madre or men forte, che giá figlia t'eri?

L'ira mia non temevi, il che il padre

seguivi; e i figli, e il tuo consorte amato

per lui lasciavi; or, di quel padre istesso

tremerai tu, quando pe' figli il lasci?

Fuggir tu puoi con essi: assai grand'arme

hai contra lui; la tua virtude: hai mille

mezzi a tentar, pria di morire. Ah sposa!

te ne scongiuro, tentali; ripiglia

l'alto tuo core, e non mi torre il mio,

coi non maschi lamenti. Or, deh! vorresti

ch'io morissi piangendo? ah! no. - Se degna

d'Agide sei, non mi sforzare a cosa

che sia d'Agide indegna.

Agiz.

E di qual padre

fu indegno mai l'amar suoi figli, il porgli

a se medesmo innanzi?

Agide

Ai figli innanzi

la patria va. Sacro il mio sangue ad essa

ho da gran tempo; ai nostri figli amati

tu dei, s'è d'uopo, il tuo donar: ma prova

d'amor ben altro ad essi e a me tu dai,

se a lor ti serbi in vita. Ancor può molto,

piú che nol pensi, il pianger tuo: la plebe,

se Leonida no, pietade avranne;

e senza spander sangue, a lei fia lieve

porre in salvo i miei figli. In somma, pensa,

che, te viva, non muore Agide intero.

In volgar donna ammirerei, qual prova

d'amore immenso e di valor sublime,

il non voler sorvivere al consorte;

ma da te spero, e da te chieggio, e il dei

d'Agide moglie, ad infelice vita

tu dei serbarti, intrepida, pe' figli...

Piangendo io 'l chieggo; e ti rimanga in core

questo mio pianto... Ah! per te sola al fine,

e pe' fanciulli nostri, Agide hai visto

lagrimar oggi.

Agiz.

Irrevocabil dunque

fia il tuo morir?..

Agide

La mia innocenza è certa. -

Prendi l'ultimo amplesso; e ai cari pegni

recalo, in nome mio. Di' lor, ch'io moro

per la patria; di' lor, ch'ove al mio seggio

pervenissero adulti, altra vendetta

non faccian mai della morte del padre,

che rinnovar su l'orme sue le leggi

del gran Licurgo: e se in ciò pur, com'io,

hanno avverso il destin, com'io da forti,

nell'alta impresa perdano la vita.

Agiz.

Parlar non posso... Io... di lasciarti...

Agide

Un fido

consiglio avrai, nella mia degna madre;...

s'ella pur resta! - Or via; lasciami; vanne.

Moglie, regina, madre, cittadina,

Spartana sei; tuoi dover tutti adempi.

Agiz.

Per sempre?... oh ciel!...

Agide

Deh! cessa.

Agiz.

Il piè tremante

mal mi regge...

Agide

Deh! vieni: uscita appena,

troverai scorta, e appoggio.

Agiz.

Oimè!... Si schiude

la ferrea porta...

Agide

Guardie, a voi la figlia

del vostro re consegno.

Agiz.

Agide... Ah crudi!...

Lasciar nol voglio... Agide!... addio...

 

 

 

SCENA TERZA

 

Agide.

 

 

- Me lasso!...

Misero me!... quante mai morti in una

aver degg'io?... Dolor qual mai si agguaglia

al duol di padre, e di marito? - O Sparta,

quanto mi costi!... Eppur, Leonid'anco

è padre: in cor grato un presagio accolgo,

che alla sua figlia ei donerá i miei figli.

- Or basta il pianto. - Al mio morir mi appresso:

da re innocente, e da Spartano, io deggio

morire... Oh come vien lenta la morte!

- Ma un'altra volta, ecco, ch'io strider sento

del mio carcer la porta?... e raddoppiarsi

odo anca gli urli a queste mura intorno?...

Che mai sará?... Chi veggio?

 

 

 

SCENA QUARTA

 

Agesistrata, Agide.

 

Agide

O madre... Oh cielo!...

Agesis.

Figlio, mancarti all'ultim'uopo mai

non ti potea la madre. Io quí ti arreco

libertá, di noi degna. - In altra guisa

dartela volli; ma quand'era il tempo,

ogni mezzo tu stesso a me n'hai tolto.

Agide

E che? vuoi tu con le spartane grida?...

Agesis.

Sparta invan grida. Il traditor tiranno

ben munito ha di soldati il loco,

che nulla or ponno i fidi nostri: indarno

tentan sforzarli; perditor respinti

sono, ed inerti, ed avviliti. Innanzi

io mi spingeva a' rei soldati in mezzo;

fere voci suonavanmi da tergo,

per me gridando: «Empj, alla madre ardite

tor l'accesso?». Mi vide Anfare allora;

loco fe darmi, e quí son tratta.

Agide

Iniquo!

Te pur fra lacci ei volle. Ahi madre! a quale

rischio inutil per me?...

Agesis.

Rischio? che parli?

Appo il mio figlio, a certa morte io vengo.

Vedine, in prova, il don ch'io reco.

Agide

Un ferro?

- Oh madre vera! - Altro desio, che un ferro,

per salvar Sparta, e me sottrarre al colpo

d'infame man, non accogliea nel petto:

e tu mel rechi? oh gioja! - Or dammi...

Agesis.

Scegli:

due ferri son; quel che tu lasci, è il mio.

Agide

Oh cielo!... E vuoi?...

Agesis.

Donna mi estimi, o madre

d'Agide, tu? Pochi mi avanzan gli anni

di vita: Sparta, che invan salva speri,

serva è giá: la tua madre, ov'ella resti,

di Leonida è serva. Or parla; io t'odo:

osi tu dirmi, che a tai patti io viva?

Agide

Che posso io dir? son figlio. - O madre, almeno

soffri che primo io pera: ancor che serva,

Sparta estinta non è; quindi ancor salva,

altri può farla. In libertá il mio sangue

potrá ridurla forse: ma s'io, vile,

per non versare il mio, lasciato avessi

sparger per me dei cittadini il sangue,

giá piú Sparta or non fora.

Agesis.

In te (pur troppo!)

Sparta or si estingue. - Ed alla patria, al figlio

sopravviver vorrá spartana madre?

- Figlio, abbracciami.

Agide

Oh madre!... Anco m'avanzi

nell'altezza dei sensi. - Or dammi, e prendi

l'ultimo amplesso. Io lagrimar non oso

nell'abbracciarti; che il tuo pianto io veggo

da viril forza raffrenato starsi

sopra il tuo ciglio.

Agesis.

Agide mio,... sei degno

di Sparta in vero;... ed io di te son degna. -

Ch'io ancor ti abbracci... Oh! qual fragore?...

 

 

 

SCENA QUINTA

 

Leonida, Anfare, Soldati col brando ignudo, Agide, Agesistrata.

 

Leon.

Al fine

vinto abbiam noi.

Agesis.

Che fia?

Agide

Deh! non scostarti

da me.

Anfar.

Soldati, ucciso Agide sia,

pria della madre2.

Agide

Il tuo pugnal nascondi,

com'io, per poco; ed aspettiamgli; e taci3.

Anfar.

Or, chi v'arresta? a che indugiate? A forza

disgiungeteli tosto.

Agide

In noi por mano

qual di voi, qual, si attenterebbe? - Il vedi,

re Leonida, il vedi? anco i tuoi stessi

compri soldati, instupiditi stanno

d'Agide a fronte immobili. - Ma, voglio

trarti tosto d'angoscia. A te sol'una

cosa richieggo.

Leon.

E fia?

Agide

Che intento vegli

su la tua figlia, affin che me non segua.

Leon.

T'ama ella tanto?

Agide

Piú che non mi abborri. -

Ma te pur ama, e ten dié prova; e in somma,

tu sei pur padre: i detti ultimi miei

fur questi4. - Io moro. - Pur... che... a Sparta giovi.

Anfar.

Un ferro egli ha?

Agesis.

Due ne recai5. - Ti seguo,...

o figlio;... e morta... sul tuo... corpo... io cado.

Leon.

Di maraviglia, e di terror son pieno...

Che dirá Sparta?...

Anfar.

I corpi lor si denno

alla plebe sottrarre...

Leon.

Ah! mai sottrarli,

mai non potrem, dagli occhi nostri, noi.

 

 





2      I soldati si muovono contr'Agide.



3      I soldati vedendo Agide immobile che gli aspetta, a un tratto tutti si arrestano.



4      Brandisce in alto il ferro, e si uccide.



5      Palesa anch'ella il suo ferro, e si uccide.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License