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I.
Nil mihi de fatis thalami. Superisque relictum est,
Magne, queri nostros non rumpit funus amores.
Due cavalieri, sul cadere di una sera di estate, cavalcavano lungo la difficile spiaggia di Salerno, e propriamente per quel dirupato sito che la divide dalle montagne di Amalfi e di Sorrento. Onde godere del piacevole fresco del mare, avevano appesi alla sella gli elmi, e la testa coprivano di quei berretti che allora si dicevano mortai. Vestivano giacchi di maglia, serravano al fianco la spada ed il pugnale. E' sembravano intesi a premuroso favellare, da poichè di tanto in tanto il cavaliere che precedeva nella angusta callaia faceva sostare il cavallo, e volgendo la faccia all'altro restava ad udire. Spesso però si fermavano entrambi per dar ordini alle scolte, che vigilavano alla custodia degli alloggiamenti militari, stesi a foggia di semicerchio intorno Salerno, o a guardare il naviglio dalla bandiera amalfitana che ancorava nella perigliosa rada. Di tal che il loro andare era lento anzi che no, tra perchè favellavano e speculavano il campo, tra perchè la stradicciuola, praticata per mantenere la comunicazione tra le truppe sul dorso della brulla montagna che domina Salerno, era aspra ed ingombra di ciottoli. Da su quei gioghi però bello era contemplare questa città, la quale, a cavaliero di una cima di roccia dirupata, quasi nido d'aquila, aveva castello di gotica architettura, sul cui merlato scintillavano i ferri delle lance delle sentinelle, e tutti ricinti di mura merlate erano anche que' gioghi, popolati da soldati che a lento e misurato passo vi passeggiavano. Dalla città non partiva rumore nè fumo. Non si distingueva alcuno per quelle case aggruppate le une alle altre come alveoli di arnia, triste, nericce, squallide. Sembrava grande sepolcreto. Ben altrimenti intanto poteva giudicarsi di coloro, che novella città di tende le avevano rizzata intorno, scintillanti di vivi colori - le tende appunto che appartenute avevano, non era guari, ai Saracini di Sicilia. Quel popolo di soldati brioso si recava da un padiglione ad un altro, e dai padiglioni alle galee che si cullavano voluttuosamente sul mare tranquillo. Canzoni guerresche, rumori di armadure, nitriti di cavalli, un movimento, una vita, una gioia, quasi quivi non fossero convenuti per osteggiare la città e quindi dare e ricevere la morte, ma per tornar bello un corteggio di principessa che andava a marito. Questo insomma era il campo di Roberto Guiscardo, il quale assediava il principe Gisulfo II, suo cognato, constretto a ricoverarsi tra le mura della città. I due cavalieri cavalcavano adagio, considerando, nel tempo stesso che discorrevano, da qual punto si potesse assaltare la piazza, quale fosse il lato meno difeso; avendo per fermo che, a lungo andare, non fosse stato che della fame, la pazienza dei cittadini si sarebbe stancata - posto ancora che agli urti replicati e testardi degli assalitori avessero saputo resistere. Per lo che esaminavano le baliste; i mangani da rovinare la città con un diluvio di pietre, le torri mobili per avvicinarsi alle mura e pugnare di fronte a fronte: comandavano vigilanza e coraggio a quei prodi normanni, i quali non sentivano meno il pungolo della gloria che quello della preda doviziosa loro promessa dal sacco di Salerno. Si apparecchiava pel domani novello assalto.
La sera era splendida. Il tramonto cangiava il sottile vapore, che impregnava l'aria, in una polvere di oro. Le montagne di Amalfi si disegnavano a sinistra, a tinte violette e frangiavano l'orizzonte. Il mare che si confondeva con l'infinito del cielo era calmo e voluttoso, come il seno di una fanciulla che non abbia ancora palpitato di amore. Non uno spiro di vento. Non uno di quei susurri arcani della natura vergine. Le ultime allodole che fendevano il cielo si ritiravano. La campagna di Salerno si dileguava, grigia più che verde, sotto il progressivo invadere delle ombre. Le prime stelle nel cielo, le prime lucciole sulla terra cominciavano a corruscare. Solo un ronzio d'insetti invisibili animava gli ultimi aneliti della vita del dì. Soave, irresistibile languore s'insinuava nel corpo; l'anima s'innalzava nel vago, negli spazi illimitati di Dio. Un cristiano avrebbe creduto, un poeta vaneggiato, una donna avrebbe soccombuto a qualunque parola di amore, un uomo avrebbe perdonato.... I due viaggiatori non si accorgevano di nulla.
- Tutto va bene, diceva uno dei cavalieri; vedremo se questi marrani di Longobardi sapranno sostenere ancora le picchiate di domani, chè in fede mia, Guiberto, ti prometto io, vorranno riuscire belle e sonore. Già quei di dentro sono disperati, ed il martello della fame li travaglia, così che faranno i diavoli e peggio. Questi nostri, che sono inaspriti dalla lunga resistenza e spasimano cacciare le unghie nei tesori del nostro bel cognato, non si terranno le mani alla cintola, e la chirintana vorrà tornar graziosa. Staremo a vedere, per ora non posso dichiararmi scontento.
- Ma! non dirà altrettanto madonna Sigelgaita, messer duca, rispondeva l'altro cavaliere. Alla fin fine, il principe Gisulfo le è fratello, e questi disgraziati di Longobardi sono della sua nazione.
- Bah! tutto sta che Sigelgaita senta i primi squilli delle chiarine, e veda che si cominciano a menare le mani davvero con la grazia di Dio; chè poi il suo demonio tutelare s'incarica del resto. Se l'avessi veduta, Guiberto, alla presa di Palermo! Giuro pel santo sepolcro che saresti dato in dietro della paura. Sicuro che uccise di sua mano meglio di cento Saracini.
- Qual differenza da quell'altra! sclama fra sè Guiberto, quasi meditasse le parole del duca Guiscardo, perocchè desso appunto era il cavaliere che precedeva. Alberada non reggeva alla vista del sangue. Eppure l'avevano allevata dentro il pavese di suo padre, in mezzo ai soldati.
- A proposito, ser priore, dimanda Roberto; si ha novella alcuna di lei? Te l'han dunque menata via compiutamente?
- Voi mi toccate una piaga cruenta, monsignore.
- Sai che più ci penso e più mi persuado che quel mastro Ildebrando debb'essere un birbante bello e pulito!
- E ben altro ancora, monsignore. Quell'uomo lo conosco sol io - e voi pure, Roberto, se vorreste un po' rammentare perchè motivo ripudiaste Alberada, potreste congetturarne alcuna cosa.
- Non andiamo rimuginando nel passato, priore. Ti basti avermi tolto in pace che la fosse stata accolta da te, una donna cui io aveva discacciata, e non te ne dimandassi ragione di maniera qualunque.
- Con la vostra sopportazione, messer duca, avreste avuto gran torto. Dopo la fatale storia di quello sventato dell'abate di Cluny, voi mandaste via Alberada, pizzicato da gelosia. Vi apponeste, Roberto. Gli è vero che nell'anima mia io aveva amata Alberada; ma Iddio stesso, neppure Iddio sapeva di quel segreto. Alberada aveva l'anima immacolata di tutt'altro affetto che non fosse stato il vostro. Per modo che, monsignore, voi potreste giurare che giammai donna vi ha amato, e vi amerà più fortemente e con verecondia maggiore di quella giovane. Se l'aveste udita a singhiozzare....
- Mai no, monsignore, piangeva d'amore; chè, la Dio mercè, io so bene distinguere il grano dalla saggina. Se non vi avesse amato, l'avreste udita prorompere in lamenti ed ingiurie, quando a mensa, in presenza della sua rivale, le furono gittate sul volto le vostre seconde nozze con sì poco garbo e carità che n'ebbe a stringere a tutti il cuore del dolore e della sorpresa. Ed ella non disse altro motto, che: Iddio vi perdoni, messer duca! Poi baciò sulla fronte il figliuolo Boemondo, il quale svenuto le cadde ai piedi, e lasciò il castello sul fatto, senza togliere una pezzuola, senza fermarsi un momento.
- L'è vero! sclama Roberto abbuiato.
- E vi ricorderete, continuò Guiberto, con qual rassegnato contegno, uscendo dal castello di Melfi, rifiutasse le profferte di vendetta che il suo paggio Baccelardo le presentò. A piedi, digiuna, per notte orribile, in mezzo a fitto uragano, attraversò gioghi e campi, e giacque sfinita di stento e di paura innanzi la porta di tristo abituro; perocchè tutti, a timore di voi, monsignore, le rifiutavano asilo, quasi fosse stata tocca dal gavocciolo.
- Tutti - meno che voi, pietoso priore.
- Vi domando mercè, monsignore. Ella si riparò fra le mura del chiostro di Grotta Minarda. E solamente là, come sapete, io la rividi quando saccheggiai la badia, ed usai alle monache il giuoco di farle sorprendere dai diavoli. La strappai dalle grinfe dei soldati che l'avevano adunghiata, e come la più vezzosa se la disputavano a colpi di daga. La posi sulla groppa del mio cavallo, e la condussi al priorato di Lacedonia. Quivi la sposai in tutta regola. Ma non saprei dirvi quanto mi avessi da penare per indurla a nozze novelle, e quale resistenza la mi opponesse. Mi penso perciò, monsignore, che non vi debba dolere di alcun modo se me l'abbia tolta a moglie. Niuno oltraggio soffrì mai la donna che sposa fu prima di voi. Poi, se io non sono mica duca non sono neppure un paltoniere.
- Sta bene, te ne rendo anzi mercè, sclama Roberto pensoso, se vero gli è pure che quella donna mi abbia amato mai. Non veggo però che tu ne abbia fatto assai buon governo, e che molto ti stesse a cuore il decoro di una donna che era, è d'uopo lo confessi, anche a me stata carissima, e forse....
Roberto Guiscardo gittò un sospiro e si arrestò a mezza frase. Guiberto soggiunse:
- Ed anche in questo, col vostro permesso, monsignore, voi prendete fallo. Come ebbi inteso della venuta di Alessandro e del suo cancelliero a Montecasino, compresi di leggeri che tanto contro di voi come contro di me non si sarebbe mancato portare solenni accuse.
- Non occorreva essere Isaia per profetarlo.
- Nè santo per affliggersene. Ma se io, a vero dire, non dormo meno tranquillamente sotto le censure della Chiesa, i miei vassalli non la pensano come i vostri, Roberto. Così che mi misi alquanto in angustie, e confessai ad Alberada le mie dubbiezze. Ella, che voi sapete quanto sia generosa, si offerse rappattumar tutto col papa, meglio col suo cancelliero Ildebrando. Dell'animo di costui ella aveva capito alcun poco là a Cariati, in quella trista nostra dimora. E forse non solo me ella pensava in quel suo proponimento, monsignore, ma altresì voi, voi che parimenti avevate brighe col pontefice.
- Bah! sclama Roberto levando le spalle. Si direbbe, glorioso priore, che tu vorresti regalarmi dei rimorsi.
- Eh! perchè no? i rimorsi sono anch'essi una voluttà per le anime malate e angosciate.
- Allora conservali per uso tuo, susurra Roberto sforzandosi a comporre il viso a gaiezza.
- Partimmo dunque divisati da frati. Ella era risoluta dimandare un abboccamento ad Ildebrando fuori del chiostro, sapendo quanto e' fosse sollecito delle regolarità claustrali. Quel disgraziato di Baccelardo aveva guastato tutto. Ildebrando, onde destare dal torpore il pigro Alessandro II, aveva indotto il giovane andarlo a vilipendere di vigliaccheria proprio nel baciamano, e trascinarlo a mezzi di violenza contro di entrambi noi.
- Costui l'avrò dunque sempre tra i piedi, sclama torvo Guiscardo, digrignando i denti, quasi parlasse fra sè.
Guiberto continuò senza far vista di porgli mente:
- Nè messer Ildebrando fece i conti falliti, come sapete. Io che appostava a San Germano seppi di quello sproposito di placito, e scrissi la mia difesa. Del fatto vostro voi già stavate sicuro, sia che non tanto mastro Ildebrando vi aveva sul liuto come me, sia che vi difendeva il principe Gisulfo. Alberada quindi ebbe a presentarsi al placito e far leggere il foglio da me diretto al pontefice.
- Chi le avrebbe creduto tant'animo! mormora Roberto, sempre sopra pensiero.
- L'è vero. Però, voi sapete che succedesse colà, e come sotto pretesto di avere violate le leggi del chiostro ella fosse menata a Roma da Ildebrando per essere giudicata.
- Prete sciagurato!
- Chi sa se solamente sciagurato! riprende Guiberto sospirando. Ma la vendetta mi sta scritta nel cuore, monsignore; e voglia Iddio condannarmi a finire i miei giorni in un lebbrosaio, se non la torrò tale che se ne abbia a menar rumore per tutta Italia. Aspetto solo che ci sbarazziamo da questi ostinati di Longobardi, che poi andrò io a Roma, e in un modo qualunque farò visita a mastro Ildebrando.
- E niuna novella ve n'è arrivata da poi? dimanda Roberto dopo essere restato alcun tempo concentrato. Spero in Dio che non le abbiano fatto vitupero; dappoichè se così fosse, Guiberto, ti giuro per la mia santa corona di duca....
- Che sperate tramutare in quella di re.
- Taci. Ebbene, ti giuro in somma, che neppur io me ne starei indifferente, e l'insulto di una donna normanna sarebbe pagato a peso di sangue.
- Io non so, monsignore, se l'abbiano ingiuriata; solamente vengo assicurato di fermo da quello scimione di Laidulfo, non ha guari tornato di Roma, di avere inteso dire che l'avevan messa a languire nelle prigioni di qualche castello o monistero di là.
- Cosa è quell'aggrupparsi di soldati che corono, lì, verso borea?
- Qualche torneatrice che balla sulla corda, o qualche frate che predica il giudizio finale.
- No, non mi pare. Si affollano di troppa pressa, e tornano addietro troppo malvogliosi. Andate a vedete, Guiberto, e venitemi a raggiungere alle tende dove mi reco.
- Non è d'uopo che vada io, perocchè già un centurione trae alla nostra volta. E veggo...
- Due frati in un bel gruppo di lancieri con le picche calate. Che mai sarà?
- Io l'indovino, dice Guiberto, quei di dentro han cominciato a sentir troppo caldo dalla nostra vicinanza ed han dimandato soccorso.
- Eh! non può darsi. Io conosco la tempra ostinata di Gisulfo, e quanto superbo ei sia. Ho per sicuro che alcun altro vorrà venirci a guastare il giuoco ed a cacciare il suo cucchiaio nella nostra pentola, come fecero le dannate memorie di Nicolò II e Leone IX per le faccende di Puglia. Sta a vedere se la cosa non sia così. Qui ci menano due frati.
- Ebbene, centurione? dimanda Guiberto al soldato che loro si approssimava.
E quegli facendo cenno di saluto ai due cavalieri, si volge a Roberto Guiscardo e risponde:
- Monsignore, papa Gregorio VII manda due legati che dimandano tosto essere ammessi alla vostra presenza. Che dobbiamo fare di costoro?
- Frustateli, mormora il priore alzando le spalle e spingendo il cavallo per ritornare alle tende del duca.
Ma Roberto resta un tratto a pensare, poi ordina:
- Guidateli al nostro maestro di palazzo, monsignor di Bovino, che egli li provveda di alloggiamento per questa notte, e che dimani sieno presentati al nostro padiglione.
Ciò detto sprona il cavallo e raggiunge il priore che di male umore era partito.
II.
D'ottenerla da voi. Se nulla ottiene,
Il rifiuto di Roma egli a Cartago
È costretto tornar6. Giurollo.
Trasportiamoci ora per un momento a Roma.
L'abate di Cluny, preceduto dal castellano e seguito da un uomo ravviluppato in bianco mantello, attraversarono parecchie sale della Tomba di Adriano, o Castel Sant'Angelo, come dal XII secolo si addimandò, fino a che non giunsero ad un appartamento all'angolo settentrionale di esso. Quivi, innanzi ad una porta centinata, il castellano si volge all'abate e dice:
- Ella è qui.
- Sta bene, risponde l'abate; aprite, ed attendete di fuori.
Il castellano obbedisce. Allora l'uomo avvolto nel mantello passa innanzi, entra, e si richiude l'uscio alle spalle.
Il castellano, che era restato a guardare, gitta un sospiro ed esclama:
- Senza neppure confessarla!
- Non paventate, bravo vecchio, risponde l'abate, se avrà giudizio non le sarà fatto alcun male, io credo; perchè negli occhi vi ha una mutazione secundum esse spirituale, come dice quel santo padre di Aristotile, e gli occhi di lei...
- Spero in Dio che così avvenga, lo interrompe il castellano; mi ci era affezionato, e mi porti il diavolo se non l'amava come figliuola. La si mostrava sì buona, sì dolce che neppure i martiri, Dio mi perdoni! io penso fossero stati più rassegnati.
L'abate non risponde e resta del capo appoggiato al muro a meditare.... Sa il cielo cosa meditasse l'abate di Cluny, perchè da tutti allora veniva riputato mago, a causa della indefinibile sua sapienza nei misteri dalla filosofia greca e dei rabini ebrei. Eppure oggi l'abate di Cluny è uno dei santi meglio constituiti del cielo! Come la sapevan lunga quegli uomini dei tempi di mezzo!
L'altro intanto, appena ebbe chiusa la porta, si svolse dal mantello e penetrò nelle stanze riposte.
Quel piccolo appartamento era addobbato col maggior lusso che allora si conoscesse. Vi era un salotto, col soppalco a legno intagliato e le mura coperte di cordovano a rosoni d'oro. Vi era un tavolo di frassino incrostato di avorio e di laminuzze di argento niellato, e grossi sgabelli di noce intagliati a sfingi, girigori e lacci aggroppati. Vi erano infine guastade di fiori ed una giga. Fra queste ed altre minuterie femminili però dominavano, appesi a' zoccoli e su pei tavoli, ogni maniera di attrezzi da guerra, lucenti, ricchi, ed in parecchi luoghi rintuzzati, sì che attestavano non avere appartenuto a poltrone. Più dentro poi, un letto coverto di un cielo di dommaschi paglini con grosse nappe che ne fermavano le bandinelle alle colonne attortigliate di noce brunito, un inginochiatoio con un libro di ore brutalmente alluminato, aperto, ed uno stipo capriccioso di forma, intarsiato di tasso a figure mostruose e fiori, su di cui una lamina di ossidiana forbita onde servire da specchio, e pettini, e calamistri, e vai, e fiori, ed un pugnaletto sottile come grosso spillo, e delle fiale che potevano contenere forse della nanfa, più probabilmente veleni. Presso ad una finestra infine sedeva giovane donna, neglettamente e semplicemente vestita tutta di bruno, ed assorta a contemplare il cielo così profondamente, che non si avvide dell'uomo penetrato di sì poca cerimonia nel suo santuario. Il qual santuario era, bello e buono, l'appartamento del castellano a lei per cortese affetto o per compassione ceduto. Il nuovo venuto gira lentissimamente intorno lo sguardo, poi aggronda e dice:
- Quante morbidezze!
A quella voce la donna si volge, gitta forte un grido, e retrocedendo fino al davanzale e tutta rannicchiandosi nella persona, convulsa e tremante sclama:
- Ildebrando!
All'esclamazione di entrambi succede un momento di silenzio. Finalmente l'uomo soggiunse:
- Per lo appunto, Ildebrando. Vi fo forse paura, Alberada?
- Paura no, mormora colei levandosi ritta, riprendendo con uno sforzo di volontà tutta la sua dignità e spezzando il fascino, donde in sulle prime il rossigno sguardo di quell'uomo l'aveva avvinta. Paura no, ribrezzo.
- Ah! e per qual ragione, madonna? Imperocchè, da quanto io mi sappia, giammai scortesia avete ricevuto da me.
- Sarà vero, messere, rispose ingenuamente colei, ma io veggo nella vostra persona qualche cosa di sinistro, ed ogni qual volta mi sono abbattuta in voi, sempre sventura novella mi colpì. Voi siete il demonio attaccato ai passi miei.
- Ah! siete dunque anche eretica, Alberada, per credere l'uomo subordinato a due geni come i Manichei. Male, male, figliuola mia.
- Insomma, messere, usatemi la cortesia di dirmi cosa cercate da me. Voi, per fermo, non venite che per annunziarmi la morte. V'incontrai nel castello di mio padre a Cariati, e scene di sangue lo funestarono. V'incontrai nel castello di mio marito a Melfi, e da lui fui ripudiata. V'incontrai a Montecasino, ed ecco che mi avete rilegata in una tomba, disgiunta dall'universo, priva di libertà. Sollecitatevi, profferite la sentenza che avete fatta decretare da Alessandro II; a me sarà sollievo maggiore la morte anzi che questa spasmodica prigionia.
- Tanto presto volete morire, Alberada? susurra Ildebrando con accento tristo e sospirando. Se la vita è un tribolo per voi, ricordatevi che ogni tribolo ha pure le sue rose, ogni notte le sue stelle. Ma mettiamo da banda ciò, e statemi bene ad udire, chè d'uopo ne avete assai.
- Sia. Tenetevi dunque lontano da me, e favellate.
- Io vi fo raccapriccio, Alberada? Ebbene ascoltatemi. Io voglio sollevare per un istante7 un velo che solo un uomo sollevò altra volta sotto suggello di confessione. Ma queste sono le ultime parole che l'uomo vecchio rivelano in me, sono gli ultimi aneliti che ricordano Ildebrando, la pagina estrema di un racconto che dovrà essere dimenticato, che i posteri dovranno ignorare. Qui finisce la storia dell'uomo, per cominciare quella del santo. Non resistermi, Alberada. Questo è l'ultimo tentativo di ravvivare una fiaccola già estinta.
- Vi ascolto, signore, mormora Alberada con voce tremante, vi ascolto bene, ma non v'intendo. Solamente mi accorgo che voi, per solito avaro di parole e cupo più delle prigioni di questa Tomba, siete dominato da delirio.
- Chi beve il vino s'inebria, chi si caccia nel fuoco si brucia. Questo delirio desta in me la vostra presenza. Voi mi fate rivivere a memorie, che il dì 25 marzo 1073 seppellii con Ildebrando. Sappi dunque, Alberada, che io ti ho amata, come giammai donna in terra si potè amare di veemenza maggiore.
- Oh! non mi era dunque ingannata io!
- Che? mi avevi forse penetrato tu? Avevi tu forse letto nell'anima mia una passione colpevole, un sacrilegio che tante notti insonni mi ha fatto trascorrere combattuto dalla volontà e dall'istinto? Dì, favella per amore di Dio, dimmi se nulla mai ne palesasti ad altro uomo, se il tuo sospetto fu anche sospetto d'altrui, se v'ha sulla terra altro essere umano, fuori del mio confessore e di te, che sia consapevole di tanta mia debolezza? Parla dunque, hai rivelato mai a vivente che Ildebrando ti abbia amato?
- No, perchè io mi credetti insozzata di codesto vostro amore, io, fidanzata di Roberto Guiscardo e figlia dei barone Giselberto Squassapostierle. Quella sera che, sul merlato delle torri di Cariati, credevate favellarmi dei perigli delle passioni inavvedute, quella sera, nel caldo del discorrere, il delirio vi dominò come adesso, e mi svelaste che mi amavate.
- E tu? tu rivelasti a... a quel demonio di mio fratello il segreto fatale?
- No, messere, perchè io non favello delle cose che mi tornano ad onta.
- Dio sia lodato! la mia debolezza morrà qui, sclama Ildebrando gittando un sospiro e lasciandosi cadere sur una sedia.
- Morrà qui con me! Non è questo che volevate dirmi, Ildebrando?
- Ah! mormora costui meditando la trista interpretazione che Alberada aveva data alle sue parole. Con te, dici? Ebbene, sì: può avvenire anche ciò, Alberada, e puoi anche essere libera, se alla mia volontà sarai pieghevole. Perocchè io ho fatto sacramento innanzi la persona di Cristo, che, da oggi in poi, non vi sarà altra volontà sulla terra che la mia.
- Audace giuramento, interrompe Alberada.
- Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada, io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata, io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì, sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni; avevo dovuto interdirmi ogni affetto8 tenero, ogni moto di sensibilità. Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato. Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare un'esistenza, una forma - e sempre gli dava quella di una donna! Così, una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella della donna!
- E voi siete prete e cardinale?
- Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa orrore.
- Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.
- Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me rinnovellata, e parliamo di altro.
- Meglio così.
- Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?
- Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.
- Per salvarti.
Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando continua.
- Per rimandarti libera al priore di Lacedonia come messaggiera di pace.
- Mio Dio!
- L'ami tu dunque colui?
- È mio marito, checchè voi ne pensiate in contrario.
- Taci, non dirlo, grida Ildebrando di voce convulsa digridando. Per Gesù, codeste tue parole mi fanno male al cuore, ed io non so se giungo a dominarmi. Ascoltami bene, Alberada, e rammenta che il papa con una mano rimesta in cielo, con l'altra stringe la terra nel pugno, e può scuoterla, riempirla di sangue, desolarla dove al suo volere non pieghi, e che chi il papa tradisce, muore della morte dei traditori dentro l'anno.
»Orbene, continua Ildebrando, tu dunque devi recarti al priore di Lacedonia. Se Ildebrando l'odiava, il papa gli ha perdonato e seco vuole riconciliarsi. Egli ti aveva mandata a me a Montecasino, confidando nella tua mediazione, perchè lo salvassi. Mal non si appose, perchè io col tuo mezzo, e col tuo mezzo solamente, voglio e posso salvarlo. Che fiducioso torni a me. Non chiedo neppure che mi domandi perdono dappoichè già, per volere di Dio, lo perdonai. Egli non avrà limite nel mio amore. È priore di Lacedonia per dono di Enrico imperatore; per volere del papa sarà arcivescovo di Ravenna, che adesso appunto quel bravo prelato è morto.
- Ma il vescovado di Ravenna provvede pure l'imperatore.
- Donna, figgiti bene nella mente che sulla terra non v'ha più oggimai che un potere, e questo è quello del pontefice; che sulla terra non v'ha più che un nome, e questo è quello del papa. Un altro ordine di cose è cominciato. I vescovadi, i troni non esistono che nel pugno del papa. Egli li dà, egli li toglie. Dirai adunque a quel priore che lasci la scellerata vita che ha condotta finora, che abbandoni le bandiere dell'Amalacita Guiscardo, e torni a me.
- Ma.... interrompe Alberada.
- Ascolta, continua Ildebrando. Ti manderò in oratore a Salerno con l'abate di Cluny. Colà troverai destro abboccarti con Guiberto, perchè metterò ordine al principe Gisulfo comprare la pace a qualsiasi condizione, così Guiberto non mancherà neppure ai patti del duca di Puglia e di Calabria. Io non voglio che sia disonorato colui cui penso fare mio ornamento. Tu dunque spiegherai tutte le seduzioni, tutto il potere che egli in te riconosce e sente fatalmente, perchè Guiberto ritorni a me. Con lui riederai anche tu, cui non preparo minori dovizie di grandezze e di glorie. Io insomma non segno limite alle vostre ambizioni, se nella mia carità e nella mia affezione riporrete fiducia....
- E se si verificasse il contrario?
- Ah! se si verificasse il contrario? mormora Ildebrando pensieroso. Innanzi tutto, vuoi tu incaricarti della missione?
- Innanzi tutto giuratemi, Ildebrando, che male alcuno non verrà a Guiberto se aggiusterà fede alle mie parole.
- Donna incredula! non ti basta la mia parola?
- No, voglio il vostro giuramento. E, se debbo confessare il vero, neppure su questo ho piena credenza. Dappoichè voi che avete facoltà di mandare la gente all'inferno ed al paradiso secondo vi torna, sapete come sciogliervi di un giuramento, se vi piacesse non attenerlo.
- Tu sei un'empia assolutamente. Le parole di Guiberto hanno fruttificato in te. Ma, come tu vuoi, giuro che a Guiberto non verrà male.
- Giuro, giuro... di grazia, messere, per cui giurate voi?
- Per i santi, per Gesù, per la Vergine, per tutto il paradiso.
Alberada conserva il silenzio come aspettasse altro e fissa gli occhi su Ildebrando quasi col suo limpido sguardo cercasse penetrarlo nell'anima. Ildebrando resta calmo e mutulo. Ed Alberada soggiunge:
- Sta bene, adesso vi dico che assumo l'impresa, e che metterò ogni mia sollecitudine perchè Guiberto si concili con voi e con la Chiesa.
- Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.
Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa che a lei si richiedeva, poi dimanda:
- E tornando che cosa mi si riserba, messere?
Ildebrando ristà un istante e risponde:
- La morte.
- Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte senza infamia e vereconda, io giuro.
- Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.
- Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù Cristo.
- Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.
E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel mantello, ed esce.
Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:
- Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso, guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.
- Santo padre, benedicite; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà fatto il vostro volere.
- Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.
Ildebrando era divenuto Gregorio VII.
III.
Or che n'è tempo
Assicuriamci e ragioniam di pace.
Lis.
E l'accettarla e il ricusarla a tutta
Aris.
Lis.
Eccoli e brevi.
I legati dunque che papa Gregorio mandava a Roberto Guiscardo ed al principe di Salerno erano Alberada, camuffata della cocolla di frate, sì che pareva giovanissimo novizio, e l'abate Ugone di Cluny, entrambi incaricati di missione diversa. Conciossiachè se Alberada ebbe quella delicata di ricondurre il priore sotto le leggi della Chiesa ed a riconciliamento con Ildebrando, Ugone una più difficile doveva compierne, e nel tempo stesso segreta, per modo che la politica del pontefice doveva sentirsi, non dichiararsi di qual si voglia maniera. E per vero forse il solo abate di Cluny poteva condurre al fine sperato quella bisogna non trovandosi alcuno meglio adatto di lui a tal genere di pratiche nella corte del papa. Tuttavia questa e' si aveva tolta a malincuore. Poichè aveva compreso bene l'animo ed i disegni di Gregorio, avvegnachè questi non si fosse con lui aperto, e non gli avesse ingiunti i suoi severi ordini che in laconici ed oscuri detti, come soleva.
Ugone abate di Cluny, poteva dirsi la più eccellente pasta d'uomo quando arrivava a perder di vista le dottrine di Aristotile. Nei filosofemi di costui egli aveva cercato addentrarsi, con una perseveranza e con una pazienza da fare spavento, oggi che la più astrusa sapienza si succhia da vasi sparsi di soavi liquori. Compagnevole poi, motteggiatore, ilare, amico dei piaceri, si faceva amare dalle donne, desiderare nelle brigate, dove con venustà d'ingegno soleva raccontare aneddoti, miracoli, leggende di santi, storie di paladini e di fate, ed avventure occorsegli pei molti suoi viaggi. La sola macchia che poteva forse apporglisi era quel suo pizzicare un tantino di gioliva comare, quel piccarsi di sapere per minuto i fatti altrui. Ma tal difetto gli si menava buono volentieri, quando e' ne contava delle così saporite a proposito dei pontefici e dei principi che allora conducevano Europa. Ugone sapeva vivere bene fra tutte le classi; trovava sempre alcuna cosa di piacevole a dire a chiunque bazzicava con lui, passava volentieri sui peccatuzzi e sulle debolezze di chicchesia, desideroso che alle sue scappatuccie si desse pure passata. Non borioso della dignità di abate, nella quale eguagliavasi ai più grossi baroni ed infeudava castelli e terre: coi superiori lusingatore non servile, cogl'inferiori caritatevole e blando. In una parola Ugone coglieva il buono ed il piacevole dei suoi tempi difficili; alle tristizie non s'inchinava, ma non si ribellava neppure, come quel severo uomo di Gregorio VII praticò. La regola della condotta di lui chiudevasi in due parole: fare a suo modo, con l'orpello dell'onore e del dovere: altrui tollerare.
Questi era Ugone abate di Cluny, quando, uomo come gli altri uomini, alla vita terrena intendeva ed alle bisogne di questo mondo. Ma una volta sollevato nei bui circoli della metafisica di Aristotile, una volta preso ed impaniato in quel sistema - e qualcuno osava medesimamente dire che talora l'abate lo facesse a disegno per sottrarsi a cose a lui poco grate - una volta tolto in visione allo empireo dello Stagirita, Ugone si astraeva per segno che nè le miserie, nè le gioie della terra lo toccavano più, addiventava apata, inurbano, disadatto, perdeva ogni avvenenza di maniere, ogni attitudine a maneggiare affari, ogni sentimento di cristiano e di uomo.
Fortunatamente questi parossismi di alienazione in lui non erano nè lunghi, nè spessi. Egli aveva coscienza di quella malattia, chè malattia bella e buona poteva addimandarsi tal feroce meditazione. Che perciò ogni mezzo metteva in opera onde distorre la mente da lucubrazioni scientifiche. Ed ecco perchè amava i piaceri, i più delicati ed i più grossolani; usava le corti; accettava ambascerie; cercava la compagnia delle dame; banchettava lautamente; impazziva dietro a cacce ed a giullari; correva ai passi d'armi ed ai giudizi di Dio, dotto mastro in decidere di colpi di daghe e di levate di falchi; nutriva grossa corte di alani, smerigli, cantarini e destrieri. La solerzia però che avvedutamente piaggiatrice e delicata adoperava negli affari, faceva sì che poco e' si potesse ridurre al beato soggiorno di Cluny, cui lo stizzoso s. Pier Damiano, in una sua pistola (lib. VI, 4) chiama orto di delizie fecondo di grazie diverse in gigli e rose, compiuto campo del Signore, ubi velut acervus est cœlestium. I principi ed i pontefici appellavano Ugone a compositore dei loro negozi, lo spiccavano ad oratore per gl'interessi dei loro Stati. Ed e' volentieri toglievasi dal sollazzevole soggiorno, e viaggi sosteneva e disagi per rendere altrui servigio. Perocchè la carità non ebbe ultima fra le molte sue virtù.
Così che, come il vescovo di Bovino si condusse alla tenda dei legati per guidarli al padiglione del duca Roberto, Ugone si volse ad Alberada e le disse sotto voce:
- Figliuola, noi abbiamo avuti dal santo pontefice ordini diversi; voi quello di ricondurre al bene il priore Guiberto, io quello di metter la pace fra i due principi. Pensate quindi a compiere la vostra parte, chè io farò di sdebitarmi della mia.
- Dio ci secondi, risponde Alberada. E l'abate uscì.
Roberto Guiscardo già lo attendeva. Sotto magnifico padiglione di seta di Persia e tela d'India, tolto all'emiro saracino nella conquista di Sicilia, aveva fatto rizzare un trono coperto di velluto di Venezia colore azzurro riccamente ornato. Su quel trono egli sedeva, vestito del suo manto ducale, robone di colori diversi, lungo fino ai piedi, soppannato di ermellino; in testa il berrettino traversalmente cinto da zona d'oro, senza raggi, ornata di gemme - che era appunto la corona di duca; l'anello al dito; la spada al fianco. Parte dei suoi dodici conti, e dei suoi capitani, rifulgenti d'armi e la testa scoverta, stavano in piedi nella tenda. A fianco al duca, sovra sgabello più basso, sedeva Sigelgaita, cui nessuno distintivo di femmina avrebbe contrassegnata, se non fosse stato dal bel giacco di maglia, intessuto di anelletti di oro e di argento, che là, sul petto, le si arrotondava di graziosa maniera, e dalle chiome inanellate che nudriva più lunghe degli altri - quantunque le donne longobarde vergini usassero portare intere le chiome e le tagliassero maritate. Ai piedi della sedia ducale stava un paggetto di forse dodici anni, nei cui turchini sguardi ben leggevasi quella scaltrezza prudente e vigorosa che in tanta fama lo tornò poi, e tanto alto le levò. Questi era Boemondo, più tardi principe d'Antiochia, figlio di Alberada e di Roberto.
All'avvicinarsi dell'abate, Roberto gli fece grazioso saluto e lo invitò a sedere. Ugone si recò a baciare la mano della duchessa, e s'inchinò prima al duca poi ai baroni che così pomposa corte gli componevano. Indi presentò la lettera del papa. E Roberto la prese dalle mani di lui e la passò al vescovo di Bovino, il quale lesse a voce alta e sonora:
«Gregorio VII, Pontefice massimo, servus servorum Dei, a Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia salute ed apostolica benedizione, se vorrà meritarsela.
«Sappiate, signore e figliuolo, che abbiamo date nostre lettere credenziali ad Ugone abate di Cluny, il quale ve le presenterà: e lo abbiamo altresì investito di poteri quanti bastano perchè voi possiate con lui trattare sovra tutte le cose che egli esporrà. E con ciò siate sicuro che noi ci obblighiamo a tener per buono e valevole qualsivoglia accordo verrà fatto tra voi, e che ci compiaceremo molto se ai nostri consigli darete fede e compimento. Vi mandiamo intanto la nostra apostolica benedizione, e vi esortiamo a rendervene sempre più degno per l'avvenire».
Datum Romæ, sub annulo piscatoris, Postridie nonas iunii anni MLXXV.
- Bene sta, ser abate, disse Roberto, vi riconosciamo per legato del pontefice, ed investito di tutte facoltà di trattar con noi. Ma, se Dio vi guarda, messere, noi non sappiamo di che cosa voi venghiate ad interessarci per parte del santo pontefice.
- Sono bene per dirvelo, messer duca, risponde Ugone, dove vogliate usarmi la cortesia di ascoltare.
- Favellate dunque, riprende Roberto, staremo attenti ad udirvi.
- Eccomi, continua l'abbate. L'animo del pontefice è vivamente commosso delle dissenzioni che spingono l'un contro l'altro il principe Gisulfo II vostro cognato e vostra magnificenza.
- Ah! gli è questo giusto il tribolo che molesta il santo padre? Me lo aveva figurato di già. Tirate avanti.
- Questo per lo appunto, messer duca, perchè Gregorio VII, come padre e capo della cristianità, deve acerbamente soffrire che i figliuoli della sua famiglia si accapiglino con sì poca carità e si uccidano senza misericordia.
- Ma il santo pontefice dovrebbe pure sapere.......
- Con la vostra sopportazione, monsignore, egli sa tutto. Sa di quale brutale maniera il principe Gisulfo accogliesse le vostre pratiche di mediazione a pro degli Amalfitani a Montecassino; quale invereconda risposta vi mandasse; come foste provocato alle ostilità senza motivo. Il beato padre sa come voi con blandi modi più volte sollecitaste la pace ed intelaste primo gli accordi onde calmare Gisulfo. Sa come questi accogliesse male le mediazioni di pace dell'abate Desiderio di Montecassino e del principe di Capua; come borioso facesse ingiuria alla vostra persona con parole, e disprezzasse la vostra amicizia. Insomma il pontefice sa tutto.....
- Tutto ciò che voi avreste dovuto restarvi dal dire, l'interrompe superbamente Sigelgaita, ricordando, ser abate, che favellavate avanti di noi - di noi sorella del principe Gisulfo II di Salerno.
- Le domando mercè, madonna, se commisi la sbadataggine di dispiacerle, peritoso risponde l'abate inchinando la duchessa, perocchè la sensazione, giusta le dottrine dell'apostolo Aristotile, è una potenza passiva cangiata dagli oggetti esterni; ed io aveva perduto di vista che ella è sorella del principe. Ma non voglia però, bella duchessa, punirmene col negarsi di afforzare le mie parole di pace tra monsignore suo marito ed il principe; da poichè vado sicuro che entrambi non saprebbero resistere ai voleri della più bella e valorosa dama di cristianità.
La duchessa pianta fitti gli occhi addosso all'abate per comprendere netto il valore di quello scipito complimento, e tace. Roberto risponde:
- Giacchè dunque il santo padre conosce come noi fossimo stati tirati pei capelli a questa guerra, perchè piuttosto a noi si dirige che al principe?
- Si dirige innanzi a voi, messer duca, sapendovi tanto meglio inchinevole agli accomodamenti quanto mal volentieri vi recaste a queste ostilità: ed inoltre, perchè da voi debbonsi cominciare le pratiche con accordare tre giorni o quattro di tregua, a principiare da domani, onde noi potessimo penetrare nella città e dar iniziamento ai negoziati. Infine, perchè voi pel primo dovete dettare a quali condizioni consentite togliere l'assedio dalla città e ristabilire la pace.
- Avete ragione, messer abate. Il papa ha calcolato da accorto uomo mandandovi a noi primamente. Bene sta. Noi dunque accordiamo la tregua dimandata; quantunque tutto avessimo disposto onde tormentare di tale assalto le omai poco solide mura, che non sapremmo se avessero ancora potuto reggere all'aspro travaglio. I patti poi della tolta dell'assedio saranno i seguenti - Monsignor di Bovino, soggiunge Guiscardo volgendosi a costui, datevi la pena di scriverli, perchè sbaglio non cada nè sulla validità di essi, nè sulle nostre intenzioni, che per nulla mai verranno mutate.
Ed il vescovo di Bovino essendosi messo sul punto di scrivere ad un bel tavolo di larice intarsiato di avorio che occupava il mezzo del padiglione, Roberto a voce ferma ed alta dettò:
1. La città di Salerno sarà messa a nostra discrezione unitamente alla sua rocca, senza che i cittadini ne tolgano cosa, e demoliscano pietra.
2. I cittadini consegneranno tutte le loro armi offensive, dal verrettone alla lancia, dal pugnale alla spada, sotto pena di essere condannato alla gleba chiunque alcuna di queste armi nascondesse.
3. Tutte le terre del principato di Salerno con borgate e castella passeranno sotto il dominio normanno, ai cui signori saranno pagati censi e livelli qual si trovano stabiliti dai padroni longobardi, salvo i mutamenti da farci.
4. Il principe Gisulfo II abdicherà in favore di Roberto Guiscardo il principato di Salerno, e, spoglio di ogni divisa, nelle mani di lui si andrà a collocare in piena dedizione, unitamente a tutti gli altri membri di sua famiglia e di sua corte, dei magistrati della città e dell'arcivescovo.
5. Infine....
- Ma, messer duca, lo interrompe Sigelgaita, cosa mai di peggiore potrebbe toccare al fratel mio se la sua sorte commettesse alla fortuna delle armi?
- Cosa potrebbe toccargli? Uditeci bene, madonna, e voi altresì Ugone abate di Cluny; perchè gli è bisognevole che voi sappiate la nostra volontà pienamente. Se la città ed il principe di Salerno si ostinano a tenerci occupati a questo assedio, noi facciamo sacramento che di qui non muoveremo se non quando non ci resterà più una mazza d'armi per percuotere le mura, un pugnale per uccidere i nostri nemici. E quando, col favore di monsignor Gesù Cristo e del santo barone del Gargano - cui facciam voto di offrire due candellieri d'oro del peso di venti libre - quando abbiamo presa la città, questa sarà data prima per otto giorni a saccheggiare ai soldati, poi bruciata tutta, ed il suo suolo arato e seminato di sale. I cittadini verranno lasciati alla taglia ed alla libidine dei soldati in loro piena discrezione di ucciderli o farli schiavi, di tenerli seco o venderli ai corsari di Africa. Il principe Gisulfo infine, e coloro della sua corte e della sua famiglia, a noi arrendendosi, saranno mandati a purgare le loro peccata in qualche chiostro; togliendo noi la città di assalto, verranno tutti sgozzati come animali immondi, ed appesi dai piedi ai residui merli delle mura. Questo è il pensamento che noi facciamo sulla città di Salerno, sui suoi abitanti, e sul suo principe, madonna.
- Della città e dei cittadini farete come vi aggrada, sclama superbamente Sigelgaita: il suo principe poi, messer duca, sa bene come i principi disgraziati debbano morire per non cadere in mano dei loro nemici. Se egli l'obliasse, io provvederei; e voi, monsignore, voi non potreste che insultare il suo cadavere - se io non fossi.
- Tanto meglio per lui e per la sua fama« risponde Roberto trascuratamente. »L'ultimo articolo infine che aggiungerete, monsignor di Bovino, gli è che, innanzi tratto, affinchè non fossero di modo alcuno trafugati o nascosti, vogliamo a noi consegnati gli oggetti di oro e di argento ed ogni maniera di pietre preziose che nella città si trovano, onde compensare gl'interessi degli Amalfitani nostri alleati, pagare delle spese della guerra il principe di Capua ed il priore di Lacedonia, ed i soldati soddisfare. Questa è la volontà assoluta ed irrevocabile di Roberto, duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia.
- Monsignore, mormora dimessamente l'abate di Cluny, io non saprei con questi patti quali accordi potessi ottenere.
- Peggio per voi, messere. Non pigliate equivoco però sulle parole, perchè noi non diamo, nè dimandiamo accomodamenti, ma leggi - e leggi quali più umane possono dettare i vincitori ai vinti.
- A questo stremo non è ancor giunto mio fratello, messer duca, ripete disdegnosa Sigelgaita.
- Se non vi è giunto vi giungerà, risponde Roberto pieno di calma. Gli è per questo che vorreste dormire meno placidamente le vostre notti, madonna, e lasciare ad arrugginire la vostra spada nel fodero?
La duchessa tacque, ma i suoi sguardi scintillavano come quelli della tigre.
- Ci siamo intesi, monsignore. Io mi reco nella città e spero condurre le cose a quel termine che debba soddisfare tutti. Solamente prego vostra grandezza di accordarmi di poi un momento di colloquio segreto, di cui forse abbisognerò, per favori di che io, abate di Cluny, debbo particolarmente supplicarvi.
- Il vostro volere si farà.
E sì dicendo il duca si alzava, e il parlamento finiva.
IV.
Tebani, ei grida in suon tremendo, Argivi,
Dal reo furor cessate. Armati in campo
Prodighi a nostro pro del sangue vostro
Scendeste voi: fine alla pugna ingiusta
Porrem noi stessi, in faccia vostra, in questo
Io non saprei propriamente dire di quale piglio l'iracondo e superbo principe Gisulfo accogliesse le dure proposizioni del duca Roberto. Basti sapere che mancò poco i legati, perocchè Alberada aveva seguìto l'abate, non avessero a patire di quei crudeli sgarbi che il priore di Lacedonia, a barba del dritto delle genti, usava fare ad oratori impertinenti e malaccetti. Fu loro salvaguardia la lettera che papa Gregorio a Gisulfo mandava, onde comandargli che ad accordi qualsiansi discendesse; da poichè egli dava sua parola che tutto avrebbe regolato in seguito con equità e prudenza, se allora gli era forza piegare alle circostanze. E se Gisulfo non trascese, e' fu altresì perchè egli aveva spiccati oratori al pontefice a fin d'indurlo a intramezzarsi con Roberto per la pace o a soccorrerlo di modo qualunque. Acerbamente non per tanto rispose, ed ogni proposta rigettò come infame. Ugone non si scorò ai primi urti che terribili anch'egli aveva preveduti da un carattere focoso e fiero. Cominciò quindi per dargli ragione, per piaggiarlo; finì con ridurlo ad una considerazione chiara sullo stato della città, spoverita di viveri e di coraggio, e su quello dei suoi soldati, mancanti d'armi e pochi di numero. E Gisulfo convenia sopra tutto. Però quando gli accennava di rendersi, e' si ribellava ad ogni ragione, ogni patto, anche modesto ed onorevole, rifiutava. In guisa che l'abate disgustato stava quasi per desistere dall'impresa, allorchè un mezzo gli sovvenne, decoroso e non fabbro di ruine.
- E non vorreste voi dunque, monsignore, disse l'abate, non condiscendereste voi che questa lite si decidesse per giudizio di Dio?
- Vale a dire? dimanda Gisulfo.
- Vale a dire che, in lizza chiusa, uno o più campioni longobardi contro uno o più campioni normanni definissero la bisogna. Se i Normanni avessero la fortuna di vincere, la città sarebbe loro consegnata, senza più armeggiare, nella maniera stessa che se l'avessero levata di assalto: se vincessero i Longobardi, come io ho fiducia nella misericordia dei santi, l'assedio sarebbe tolto e tutto restituito alla calma prima che tra la grandezza vostra ed il duca Roberto esisteva. E con tal fatto gran numero di vite sarebbe risparmato9, la città non manomessa, e forse tutto alla meglio aggiustato.
- Il consiglio è più da cristiano che da guerriero. Mi piace però, sebbene nessun riguardo dovrei usare a cittadini vigliacchi, i quali le loro sostanze e le loro vite non sanno tutelare. Pure non sono alieno dall'assentirvi. Cosa dunque ne pensate voi miei baroni?
Ed un giovane, uscendo dal gruppo dei cortigiani e capitani di Gisulfo, parlò:
- Monsignore, con la permissione vostra e dei bravi signori che mi ascoltano, io porto avviso che e' sarebbe meglio domandar prima come di tal proposta intenda Roberto Guiscardo.
- Bene detto, principe Baccelardo, risponde Gisulfo. Ritornate dunque al campo del Guiscardo, messer abate, e se mai consente che la guerra termini per un duello, mandi qui qualche suo cavaliere a distendere protocollo dei patti. Il qual cavaliere sarà da lui approvigionato di poteri pieni per tutto regolare senza ulteriormente consultarlo.
- Parto al momento, monsignore, risponde l'abate.
Infatti, lasciata Alberada nella corte di Gisulfo, al campo ritorna immediatamente.
Roberto Guiscardo stette in sulle prime dubbioso alla proposta. Non perchè fiducia di vittoria non avesse, come che gli fosse noto bella copia di valorosi guerrieri trovarsi pure tra i Longobardi; ma perchè egli serrava in pugno la vittoria in massa con una città quasi alla vigilia della resa. Per una tenzone in campo steccato invece egli poteva andar soggetto a cento di quelle fortune avverse, le quali solevano capitare anche ai più prodi, sia per un piede messo in fallo dal cavallo, sia per un colpo d'occhio non pronto, sia per una considerazione importuna che si ficca nella mente, giusto all'ora di maggiore confidenza, energia ed oblianza del mondo esterno, sia in fine per effetto di qualche talismano sulla persona o sul corridore del cavaliere, distrutto dalla benedizione del sacerdote, non tolto dal giuramento del campione. Ma infine, perchè rifiutare il duello e' sarebbe valso la confessione che nel suo campo non pugnavano cavalieri da stare propriamente a fronte ai cavalieri longobardi, Roberto accettò - nel suo pensiero risoluto di battersi egli in persona, come colui che della cosa più vivamente interessava. Chiamò perciò a consiglio i suoi conti ed i suoi baroni, i quali unitamente a lui avevano dritto a deliberare sulle cose della nazione, si fe' venire il priore Guiberto, e dopo aver seco lui lungamente favellato in segreto, lo fornì per iscritto di piena potenza nelle convenzioni pel duello, ed al principe lo mandò unitamente all'abate.
Lunga, viva, tumultuosa divampò la discussione che tra il principe Gisulfo, que' della sua corte, ed il priore Guiberto si aprì. Non vi era via di convenire del luogo dove il combattimento si sarebbe tenuto, perchè ciascuna delle parti lo voleva in terra dipendente della sua giurisdizione per tema di tradimento; non si volevano accettare patti gravosi da niuno dei due partiti, in caso di perdita; non si sapeva decidere nè del numero dei campioni che avrebbero combattuto, perchè molte sfide antecedenti erano pronte e precedute; nè del numero di coloro che li avrebbero accompagnati alla lizza per la sicurezza ed il mantenimento dell'ordine. Uno cercava trappolar l'altro lasciando o chiedendo patti per sottrarsi alla promessa, soccombendo. Ciascuno intendeva regolare a suo modo le condizioni della pugna, e voleva giudici e marescialli di campo il di cui favore si sapeva d'innanzi. In somma avrebbero ambedue bramato dar la legge a proprio talento.
E l'abate, distribuendo torti e ragioni ora all'uno ora all'altro, sceglieva un equo mezzo in ogni articolo, alla cui ragionevolezza dovevano infine entrambi star sodi. E per tal modo si venne a fine di compilare lungo protocollo, di cui facciamo grazia alle nostre leggitrici, segnato da Gisulfo e da Guiberto come commissario di Guiscardo, e da ambo i legati del papa. Ma come i patti che tutte le possibilità prevedevano - ed in quei tempi di buona fede e mica cavillosi e casisti come i moderni era facile - come i patti furono stabiliti, messo da banda il priore, altra discussione tra i guerrieri di Gisulfo10 cominciò.
Il campione doveva essere uno solo. Chi sarebbe stato costui?
Il principe Gisulfo, come il lione che si arrogava tutte le parti, voleva essere egli stesso, perchè lo più interessato. Il fratello di lui, Rainulfo, per affetto glielo contrastava, dichiarando, male stare che allo Stato si togliesse il capo, avventurandolo a tanto periglio, ma che, meglio a lui si addiceva, inspirato da eguale passione, doveroso di battersi con pari vigore. Baccelardo protestava altamente che giammai, per qualsiasi mezzo, avrebbe sopportato in pace che altri gli avesse messo avanti il piede, dove trattavasi di torre vendetta di Guiscardo e dei seguaci di lui; ch'egli avrebbe suscitati tumulti, si sarebbe scagliato nel campo da forsennato, insomma che, ad ogni modo, o avrebbe combattuto egli stesso ovvero il duello, per quanto era in lui, non sarebbe avvenuto. Altri baroni adducevano altre considerazioni e pretese onde ottenere la preferenza. In una parola, nella corte facevasi matto baccano, e poco mancava non si venisse ai pugnali.
Allora l'abate, che aveva assunta la parte di Nestore in quel consiglio di furibondi, sentenziò
- Principe, baroni, trovo buone le ragioni di ciascuno, lodo la generosa indole di tutti, che vorreste cogliere tanta nobile occasione per far mostra di valore e di carità di patria. Ma non è questo il lato della quistione che debbasi esaminare. Di che si tratta qui, miei signori? Si tratta di vincere il campione nemico per liberarvi della guerra. Si tratta di vincere il più prode tra i prodi Normanni, che al più prode dei prodi Longobardi verrà opposto. Ora, se Iddio vi aiuta, io dimando, castellani, come è dunque che la prodezza si mostra? Con le parole ardite, mai no: perchè di parole temerarie abbondano anche meglio i più vigliacchi. Coi fatti dunque si debbe provare la valentia, ed ai fatti io vi appello.
- Ed in che modo? dimanda Gisulfo che stava attento ed impaziente ad udire.
- In che modo? continua l'abate, eccolo. Quanti siete che volete essere i Curiazii di Salerno? Poniamo dieci. Ebbene questi dieci si disputino fra loro chi debbe affrontare il nemico.
- Ci uccideremo tutti, rispose sorridendo Baccelardo.
- Con vostra licenza, bel cavaliere, mai no. Io non consiglio che con le armi ciascun di voi faccia prova di sua gagliardia, ma per altro mezzo qualunque, e tale che e' crederà più acconcio, e che noi giudicheremo assai valido. C'intendiamo?
- Sì bene, messere abate, sclamò Baccelardo. Voi però non potete sapere che non sempre la forza decide della prodezza di un guerriero, ma più sovente ancora la destrezza. Ed infine, gli è con le armi che noi dobbiamo batterci, non coi sorgozzoni o col randello, come pare che la sapienza vostra voglia accennare.
- Voi parlate da scaltro mastro di guerra, bel cavaliere, soggiunge l'abate. Io però di lunga sperienza so pure, ed ho inteso dire dalle migliori lance d'Europa per le corti che ho frequentate, che giammai forte ed accorto cavaliere cedette campo a cavaliere più destro e più debole. E codesta fortezza e prudenza io vorrei che si mettesse a bilancia in una lizza.
L'abate aveva forse torto; però il suo consiglio prevalse e si propose pel domani tal pruova singolare.
Il priore di Lacedonia, avvegnachè la sua missione fosse compiuta, non tornò al campo: sia perchè fosse vago di assistere a quel saggio di vigoria - ed al principe Gisulfo non dispiaceva che sì forte ed inteso guerriero dell'oste contraria vedesse un po' quali uomini essi avessero ad affrontare, e se non giungesse fino a paventarli li ammirasse - sia perchè sotto il cappuccio di uno dei legati a Guiberto era sembrato di scorgere alcuni tratti che ad Alberada somigliavano. Restò quindi, proponendosi recar domani a Guiscardo, in una col protocollo dei patti, il nome del campione.
Atal.
Ah! je suis de son sort moins instruite que vous
Nel punto stesso furono ordinati i preparativi della lizza: e perchè i patti della tregua erano stati soscritti, molti famigliari uscirono dalla città per provvedere di oggetti opportuni comandati dai loro padroni. La quale tregua giovò altresì a Gisulfo onde far provigioni per degnamente ospitare i legati del pontefice, cosa che non si sarebbe per fermo potuto fare, se la cinta dei soldati normanni durava. Perocchè lo stremo dei viveri nella città toccava il colmo, e medesimamente la moria dei cittadini. E Gisulfo avrebbe tolto invece cedere la piazza che malamente accogliere gli ospiti suoi, segnatamente poi che e' conoscevasi da tutti quanto l'abate di Cluny fosse amico delle brigate gioiose e morbinoso in fatto di desinari.
Si trascorse dunque lietamente la sera, fra i vini di Diamante e di Sant'Eufemia e fra gli ambrati moscadi di Trani, che allora, com'oggi, formavano la delizia dei bevoni. La profusione più pazza si osservò nella cena. Perocchè con la profusione facevano spanto di loro grandezza i Longobardi, dove che i Normanni si piacevano più della delicatezza squisita delle vivande, come più sobri e da un tempo meglio ingentiliti. Non mancarono bardi e buffoni che rallegrassero la mensa di canzoni e di motti ora spiritosi ora pungenti, e sempre a spese dei convivali, i quali pe' primi ridevano delle facezie. Vi furono suonatori di viole, e ciccantoni che occupavano il basso della sala, ed ora tutti insieme ora a parte a parte si facevano udire, rispondendo eco tumultuosa alle coppe percosse.
I favellari intanto, che placidi e ragionevoli dalla guerra erano partiti, senza verun riguardo alle dame principiavano a mutarsi in ingiurie alle persone ed in petulanze a causa del lavorio del vino. Caddero sul tappeto le discussioni di politica. Perocchè la politica fu sempre la broda a cui ciascuno si credette in dovere d'intingere il proprio biscotto, ed in tutti i tempi il leone morente a cui anche l'asino può scagliare il suo calcio. Si venne dunque a ragionare dei torti di Roberto Guiscardo; delle sue brighe col papa; della condotta di Gregorio VII; delle pertinaci ostilità di costui col priore di Lacedonia; del placito di Montecassino; della sparizione di Alberada; del ripudio di costei, e di cento altre di quelle cose che, sgominate, inutili, inopportune, scipite, zampillano alle mense, quando i liquori slegano lo scilinguagnolo tanto al sapiente che allo stupido.
- Ed io sostengo, disse l'arcivescovo di Salerno, che il pontefice ha fatto sgozzare Alberada in qualche fondo di chiostro, giusta la condanna dei canoni, come colei che violò le leggi claustrali.
- Ma in quali canoni, monsignor riverito, dimanda il priore, ha vostra mercede letto di codesta crudele condanna?
- Per il carro di s. Eliseo! voi dunque, ser priore, non avete mai studiato nella Georgica di Virgilio:
Alberada è stata strozzata come il cappone del vassallo a San Martino.
- A proposito, messer abate, chiede Baccelardo ad Ugone di Cluny, non sarebbero esse vere le parole di monsignore arcivescovo?
Ugone, che con gli occhi fitti nella sua coppa, quasi dal fondo di quella dovesse vedere a pullulare da un istante all'altro qualche cosa, si aveva fatto più volte passar d'innanzi il fiaschetto senza toccarlo, alcun poco scosso da Baccelardo, che da un lato gli sedeva da presso, risponde come se si risvegliasse subitamente dal sonno:
- Gli è veramente così, miei figliuoli: la materia è ciò che non è nè chi, nè quanto, nè come, nè niente di ciò per cui l'essere è mosso. Non vi sembra chiara l'idea? Non ne siete voi finalmente padroni?
- Codesta è una balorderia, riprende gridando l'arcivescovo, brillo piuttosto, se per rispetto alla sua dignità non vogliam dirlo briaco. La materia è la materia, come Roberto Guiscardo è un corsaro, e sua moglie Sigelgaita una pazza. Figuratevi un tanghero, come codesto buon figliuolo di legato che vi siede a fianco, matto abate di Cluny, e che becca i cibi come un passero, non beve vino come quel povero papero di Gregorio VII, e non parla, come il pievano di Santa Severina a cui una meretrice tagliò la lingua coi denti; ecco la materia; per la quale:
Matura virgo, et fingitur artubus
Quod erat demonstrandum.
- Voi avete mentito come un Lombardo che vende uno smeriglio degli Appennini per un falcone d'Arabia puro sangue, grida Gisulfo, voi mentite, messer arcivescovo di Salerno, chiamando pazza mia sorella, e, se non foste poeta, vi direi improbo o scempio.
- Ed io vi rispondo, messer Gisulfo, sclama l'arcivescovo alzandosi, che voi foste dieci volte più matto di lei quando la sposaste a Roberto Guiscardo, che aveva già in moglie altra bellissima donna, e che amava monna Sigelgaita come io amo l'acqua nel vino - e fosse pur l'acqua benedetta nel sabato santo.
- Ed io torno a dirvi, becco di un prete, ruggisce il principe vinulento anch'esso ed alzandosi del pari, che voi mentite come un giudeo, perocchè Roberto Guiscardo sposò mia sorella, quando, trovandosi parente di Alberada, l'aveva già ripudiata.
- La ripudiò per gelosia, - scappa di bocca all'abate di Cluny, quasi non volendo.
Queste sbadate parole furono come il lupo negli armenti, la scintilla nella polveriera. Mille voci si levano, un buon numero di commensali si alzano rovesciando fiaschetti, doppieri, fiale e bicchieri e da tutti i punti si grida: No, no!
- Mai no, mai no, grida il principe con più veemenza degli altri, Roberto ripudiò Alberada perchè le era parente, perchè tra i parenti è peccato il matrimonio, perchè... perchè...
- Per gelosia, replica con fermezza il priore di Lacedonia intervenendo a sua volta nel colloquio, per gelosia puerile ed infame; dappoichè quella donna tanto oltraggio non meritava. E la colpa è vostra, della vostra storditezza, fantastico abate di Cluny.
E così parlando, gli occhi fissava sopra Alberada, che, tutta celata nel cappuccio a gote, si rannicchiava per tema di non essere scoperta da Gisulfo, capace di trascorrere a qualche violenza, ubbriaco come trovavasi. Costui però non ristava dallo strepitare:
- Non è vero, non è mica vero; io non so nulla di codeste storie. Voi pure mentite, priore di Lacedonia, al pari di quest'arcivescovo cotto come monna. Vi sfido a dimostrarmi che Alberada fu ripudiata per gelosia, ovvero a darmi ragione dell'insulto, qui, sul momento, con la spada o con la lancia, a piedi o a cavallo.
- Io non temo darvi qualunque ragione, risponde Guiberto, anch'esso caldo alcun poco, potrei provarvi con la daga e col pugnale che ho detto la verità, che io non soglio mentir mai parlando di quella pura donna che mi fu moglie, e che l'infame Ildebrando mi tolse. Ed è ben mestieri che sappiate, messer principe, che giammai la sorella vostra sarebbe andata a sposa di Guiscardo, se questo smemorato di abate non cacciava da' ferravecchi non so quale storia, che giammai avrebbe dovuta contare, poichè dessa riassumeva la confessione di due uomini; e che, dopo udita quella fatale leggenda, Roberto saltò in bestia, ricordandosi come Alberada ritrosa lo avesse seguito all'altare.
- Che ritrosia mi contate, continua a sbraitare Gisulfo, cos'è codesta ritrosia, cos'era codesta ritrosia; dite tutto, parlate chiaro, qui si tratta dell'onore di mia sorella.
- Quella ritrosia, riprende il priore, non era se non pudore e carità del padre, cui doveva lasciare a morir deserto e solitario nel castello di Cariati. Or quella verecondia interpretando di poco amore, o amore per altrui, Roberto, la notte stessa, vi mandò per il vescovo di Bovino a domandare la mano di vostra sorella, ed all'alba egli pure mosse alla volta di qui. Voi sapete poi come, di tutto ignara la povera fanciulla, chè diciotto anni solamente contava allora Alberada, credendo festeggiare gli ospiti di suo marito, molte cortesie praticasse a voi ed alla sorella vostra, messer principe, e come servendosi alla mensa il pavone, il duca Roberto si alzasse e dicesse: Conti e baroni, vi presento la mia novella moglie Sigelgaita sorella di monsignor Gisulfo di Salerno, perocchè ho già ripudiata la prima moglie Alberada, come quella che fu figliuola di una nipote di mio padre.
- Ebbene, ebbene, che cosa vuol dire codesto? gridava Gisulfo, non vuol dire forse che era parente? Chi l'oppugna? Chi sostiene che Guiscardo fece male? Chi accusa di ciò la sorella mia e me?
- Alcuno, riprende il priore, si biasima il modo. Alberada era presente. Alberada in contegno tranquillo e rassegnata bacia il suo figliuolo Boemondo sulla fronte ed esce. E voi, messer Baccelardo, che allora eravate paggio di quella dama e a lei più che mai caro e gradito, voi giuraste, e gittaste sulla tavola, proprio innanzi al duca Guiscardo, il vostro guanticino di velluto come pegno da sostenere il dì che avreste cinto il cingolo della milizia, che Alberada era la più bella donna, e la più ingiuriata dama di cristianità. La duchessa Sigelgaita sorridendo raccolse quel guanto, ed attaccatogli un nastro dei suoi capelli, ne fe' dono a Roberto. Ora sappiatelo, messer cavaliere, che Roberto ancora lo porta appeso alla guaina della sua spada, aspettando che da Baccelardo adulto venga riscattato il pegno di Baccelardo fanciullo.
- Ed io giuro a tutti i santi del paradiso, dice Baccelardo, che il pegno sarà ridomandato, sia che la fortuna mi secondi domani ed io sorga campione di Salerno, sia altra volta, prima che scorrano sei mesi a contare da oggi.
- Io non so di che parliate, io non so di quali insulsi racconti accenniate, ser priore, riprende il principe Gisulfo; io comprendo solamente che qui si calunnia l'onore della sorella mia, sposata dal Guiscardo per impeto di gelosia, come dite, non per elezione di amore. Andiamo, in nome della SS. Trinità e di tutti i santi, io voglio esser chiaro di tutto; io voglio udire codesta istoria. Poichè se vero è, come è verissimo che voi mentite, io giuro di toglierne tale vendetta da passare in esempio per l'avvenire ed insegnare di qual maniera fa mestieri parlare di una nobile dama longobarda. Sbrighiamoci. Chi è dunque che deve cantarci codesta filastrocca? Non sareste voi per avventura, messer abate - messer abate di Cluny?
- Io per l'appunto, monsignore. Ma pregherei vostro valore di farmene grazia, da poichè sento venirmi male; o almeno posporla fino a domani. Perocchè tre sono le condizioni della forma, o, per farvi comprender netta la dottrina dell'apostolo Aristotile, materia e forma sono principio delle cose increate; la materia contiene la possibilità di ciò che può ridursi una cosa; la forma porta la cosa possibile all'attualità ed all'energia. Ond'è...
- Per la croce di Cristo! scatta su di nuovo Gisulfo, cosa diavolo mi state sciorinando di forma e materia, e di sentirvi male e di attendere?.. Steste voi pure sulle brace come s. Lorenzo, favellerete - favellerete sull'istante, e direte la storia per filo e per segno, tal quale la contaste a Melfi. Io rispetto gli uomini della Chiesa e gli oratori del papa. Però non avrei ritegno farvi appendere ai merli della rocca come un nibbio, e farvi frecciare per tre dì, se ricusaste darmi pieno ed ampio conto delle impertinenze che costoro si sono permesse a spese della famiglia mia, e che altri hanno udite - A voi, soggiunge poscia Gisulfo voltandosi verso i coppieri, recate un'anfora di vino all'abate, onde si rinfreschi la memoria; e badate bene, Ugone di Cluny, che io bevo una brocca d'acqua per dissipare ogni tenebra che alla mente avesse potuto portarmi il vino, onde non v'immaginiate di uccellarmi. E me e questi signori dovete convincere, che tanto voi come il priore di Lacedonia diceste il vero, quando dichiaraste Alberada ripudiata per gelosia.
L'abate di Cluny, che già viaggiava per le regioni del peripato, al baccano dei commensali, alle gomitate di Baccelardo, il quale sovente gli volgeva la parola sedendogli allato, alle minacce dell'ebro principe, in quello stato di tutto capace, torna pienamente in sè. Si frega la fronte con l'acqua fredda, si passa la mano sugli occhi, e levasi un momento da sedere per disperdere affatto ogni nube dal suo cervello, poi il principe Gisulfo prega:
- Monsignore, io farò il vostro piacere raccontandovi per minuto i fatti: vi bastino questi. Ma dispensatemi svelarvi i nomi delle persone. Ciò si attacca alla mia coscienza; ed io toglierei meglio sperimentare ogni vostra minaccia anzi che palesarvi gl'individui i quali mi facevano tal loro confessione, maggiormente poi che costoro son uomini che vivono ancora, e da Dio collocati a posti sublimi
- Sia pure così: raccontate.
VI.
Elle a voulu sa perte, elle a sû m'y forcer;
Que l'on me venge. Allons, il n'y faut plus penser.
Helas! j'aurais voulu vivre et mourir pour elle;
A quoi m'as-tu réduit, epouse criminelle?
- Dovete dunque sapere, mie belle dame, che in una piccola terra di Toscana, non ha molti anni, viveva un falegname, povero ma distinto per pensieri onesti. Dio aveva confortato il suo letto maritale di due figliuoli. Il maggiore, chiamato Cuno, aveva indole, figuratevi! tenebrosa e selvaggia come toro non domesticato, carattere altero, indomito, e sopra ogni credere ostinato e tenace nel suo proponimento. L'altro poi, Goccelino, di otto anni più giovane di Cuno, era un folletto, vispo, franco, sempre vago di piaceri e di armi, generoso e liberale come poteva. Perciocchè il corpo, giusta le dottrine del santo padre Aristotile, prende la qualità dall'elemento che prepondera e sovrabbonda; ed in Goccelino sovrabbondava il fuoco che è misto a tutti i sentimenti o a nessuno.
- Volete voi sì o no lasciar da banda codesto Aristotile, cui nessuno conosce fra i principi longobardi o normanni? l'interrompe Gisulfo.
- Egli era greco, esclama semplicemente l'abate. Or bene, questa opposizione di carattere dei due figliuoli non è a dirsi se contristasse il Bonizone, il quale, uno almeno dei fanciulli, destinava per l'arte sua. Ma il primo pensava solo da mane a sera a far sgorbi sulla segatura, quasi volesse scrivere. Ed in fatti si assicura che un tabellione, entrato nella bottega del falegname per ordinare non so qual lavoro, avesse letto in uno di quei trastulli le parole di Davide: dominerà da mare a mare. E sì che il taciturno putto nulla ancora conosceva di scrittura! Ovvero quel tristanzuolo andava in traccia di vecchie pergamene, di vecchi scartabelli, e nascosto in un angolo della casa simulava leggere, restando giorni interi in tal atto, dimentico di cibo e di bevanda. E quando non trovava di questi balocchi, metteva ogni suo sforzo ad arrampicarsi sui punti più culminanti della casa, oppure sollevava i più grossi ceppi da terra, addestrandosi così a superare tutte le resistenze, e livellarsi a tutte le altezze ond'isfidare la vertigine.
- Ma che domine ci entra codesto con Alberada, la gelosia, Sigelgaita, il diavolo e le sua corna? dimanda Gisulfo impaziente.
- Prego la vostra cortesia di udirmi, continua l'abate.
L'altro figlio di Bonizone al contrario teneva sempre dietro a picchieri, a falconieri, fabbricava labarde di legno, arrolava garzoncelli e comandava l'assalto di baluardi di neve, impazziva dietro a canterini, alani e girofalchi, sì che il povero padre non mai sapeva ridurlo a casa, neppure con le batoste, di cui col monello non mostravasi avaro.
- Gli era forza, sclama Guiberto, perchè questo fanciullo era nato ed aveva vissuto, nei suoi primissimi anni, in casa dei signori di Coreggi di Parma, dove sua madre era donna di governo, e dove la vecchia castellana lo tenne quasi figlio tra i militi e la corte del castello.
- Può esser anche ciò che gli avesse formato il carattere, risponde l'abate: ad ogni modo, Bonizone di là lo ritrasse per fare un falegname come lui. Ma non gli riescì. Allora, vedendo che la sua prole non voleva saperne del suo mestiere, per non farla crescere nell'ozio e quindi nel mal costume, mandò il maggiore ad un suo cognato, abate nel monistero della Beata Vergine del monte Aventino di Roma, perchè lo iniziasse nella carriera monacale, affidò il secondo a suo fratello, il quale occupava la carica di siniscalco presso uno dei più grandi feudatari del paese d'Italia.
- Alla buon'ora! sclama Baccelardo.
- Dio sa ciò che fa, replica l'abate continuando. Bonizone restò dunque deserto nella povera sua casa, perocchè gli era morta la consorte nel mettere a luce Goccelino, là in Parma. Lo confortavano solo le liete novelle che riceveva da suo cognato. Cuno infatti con prontezza d'ingegno ed avidità di apprendere senza limite progrediva nelle lettere, e compiva i doveri religiosi di tale austera perseveranza che lo facevano addimandare il piccolo santo. Però il buono abate non visse lungamente.
- Mori d'indigestione, grida l'arcivescovo, io lo conoscevo; e fu desso che mi apprese l'arte dei menestrieri.
- Così dissero gli empi, risponde l'abate peritoso: il vero è che morì di gocciola. Ora, siccome Cuno, tra pel favore dello zio, tra per natural talento usava di orgogliosi modi verso tutti i monaci, niuno rispettando, anzi qualcosa garrendoli della troppa lassezza nei doveri religiosi, e si mostrava duro in tutte le opere che con la sua volontà contrastavano; così i frati, all'elezione del novello abate, nemico di suo zio e di lui, a pieni voti lo cacciarono via dal monistero.
- Birboni di frati! sclama l'arcivescovo di Salerno. Se fosse stato un donnaiolo lo avrebbero nominato priore. Erano ben dessi, va!
- Figuratevi, belle dame, se Cuno piangesse, continua l'abate, nel mettere piede fuori la soglia claustrale. Egli a vero dire non piangeva già di dolore e di vergogna. Piangeva per offeso amore di sè, per dispetto, e forse un tantino ancora per qualche visioncella ambiziosa svanita. Pur nullamanco decise lasciarsi morire di fame. Ma Iddio non abbandona i figli suoi, poichè provvede gli uccelli di piume, gli agnelli di lana, come dice Salomone...
- E l'ubriaco di sete, soggiunge Baccelardo.
- Dovete dunque sapere che era stato grande amico di suo zio, un uomo piacevolone, quell'arciprete Giovanni Graziano, che fu poi papa Gregorio VI. Aveva costui veduto parecchie fiate il giovane Cuno, e dallo zio ne aveva udito mirabilia, riguardo all'ingegno ed alla pietà. Gli si era perciò venuto affezionando. Usciva dunque un giorno l'arciprete della chiesa di San Paolo, allorchè gli parve di scorgere alcuno che cercava evitarlo, e questi somigliare a Cuno. L'arciprete, curioso, accelera il passo e raggiunge il giovane, il quale rosso nel volto come bragia a lui si nascondeva. Cuno racconta tutto ingenuamente. L'arciprete, che l'aveva pigliato per l'orecchia, l'ascolta, lo crede, e perchè pizzicava anch'esso un po' dello stesso umore sel mena a casa. Indi scrive a Bonizone che non pensasse più a suo figlio, perocchè egli avrebbe tolta cura dell'ulteriore educazione di lui, e che avesse pregato per entrambi.
- To'! questa sì che è sublime! sclama l'arcivescovo di Salerno, incaricarsi dell'educazione di un giovane quel Gregorio VI, che fu il più grosso barattiero del suo tempo, ed a cui per la smisurata ignoranza il popolo romano ebbe ad assegnare un collega nell'esercizio del ponteficato! Oh! spectatum admissi risum teneatis amici?
- Voi favellate da sapiente, monsignore arcivescovo, risponde l'abate, ma Bonizone pregò tutti i giorni per l'arciprete, e non pensò più a suo figlio. L'arciprete poi comprò il papato da Benedetto IX e si dimandò Gregorio VI.
- Sì signore, l'interrompe ancora l'arcivescovo. Io ero a Roma allora. E fu nel tempo in cui Enrico III scese in Italia e venne a Roma, dove, come sapete, regnavano allora contemporaneamente tre pontefici: Gregorio VI a Santa Maria Maggiore, Silvestro III a San Pietro a Vaticano, Benedetto IX a San Giovanni a Laterano.
- Appunto così, continua l'abate. Or bene, Enrico accolse a Sutri un concilio, dove il solo Gregorio comparve, e ne creò un quarto papa, Clemente II. L'arciprete non si ostinò a restare nel ponteficato. Depose la tiara incautamente compra, e venuto in molta grazia dell'imperatore, unitamente al suo protetto lo accompagnò in Germania.
- Per divenirvi, sclama il priore, un bravo condottiere di lanzi, il più prode fra tutti a menar le mani con la grazia di Dio, a vuotare fiaschetti di Borgogna, e rimorchiare fanciulle.
- Dio l'avrà perdonato, mormora l'abate continuando. Cuno dunque si divise dal glorioso arciprete, entrò in un chiostro dove compì la sua istruzione, profferì il voto, e fu innalzato a priore.
»Ora lasciamo costui ad indurirsi peggio nelle rigidezze del convento e ad alimentare ambizioni nel silenzio, e torniamo a Goccelino nel castello... permettete che ve ne taccia il nome.
- Messer no, risponde Gisulfo, vi ho permesso tacer delle persone non dei luoghi; dite dunque in qual castello avevano allogato Goccelino; perchè noi già cominciamo a pescare di chi diavolo voi raccontate.
- Non fareste poi un miracolo! sclama l'abate qualcosa brusco. Indi più rassegnato soggiunge: Sia fatto il vostro piacimento, tanto più che ciò nè pon nè leva alla fama di chicchesia. Goccelino quindi veniva educato nella fortezza di Canossa in Toscana. Lo zio di lui era di quegli uomini bisbetici che credono un nipote essere una tignuola che Iddio manda per rosicchiare le costole del vecchio albero. Lo accolse perciò agriccio un cotal poco. Ma quando, guardatolo più da vicino, scorse un giovanetto che aveva vantaggiosa figura, occhio vivace, ardita risolutezza nell'espressione tutta del sembiante, lo azzeccò dalle orecchie, e levatolo fino all'altezza del suo capo, che non era poco! lo baciò in fronte e gli disse:
- Quel bestione di mio fratello non saprà fare nè porte nè casse, ma, se l'è tutta opera della sua persona, per la luce di Dio! che sa fare figliuoli bellocci.
Indi guardò in fronte il cattivello e con un tal qual piglio che non voleva significare durezza ma nemmanco benevolenza, soggiunse:
- Piccolo mariuolo! in questo castello sei entrato coi piedi dalla porta, pensa a non uscirne del capo per qualche abbaino. Qui son tutti santi. Qui si parla più con gli occhi che con la bocca. Qui gli uomini non valgono un baccello di fava. Qui si nomina in vano il nome di Dio, almeno dugento volte al giorno, il vino si beve con l'acqua, alle donne si parla al buio. Se sarai santo in casa, come un apostolo, e diavolo al campo, come un gendarme tedesco, ti prometto io che di codesto tuo legno saprò cavarne alcuna cosa. Ma se ti dai troppo attorno a frascherie di donne ed a bazzecole mondane, come per esempio, la caccia, il suono, il canto, e che so io, prega il tuo santo protettore - e qui non mancheranno d'assegnartene uno - pregalo di provvederti di buone gambe per varcare di un salto i quattro ricinti del castello, perocchè te li farò saltar io dall'alto di qualche merlo. Per omnia secula seculorum.
»Il giovanetto, che intrepido e con gli occhi spalancati lo aveva ascoltato, risponde tosto:
- Amen».
»Il vecchio siniscalco sorrise, e dicendo fra sè:
- Questo galuppo la sa lunga, la sa»! andò via.
»Ricevuto di così strana guisa, Goccelino non si sconfortò, che anzi traendo partito dall'originale omelia dello zio, quantunque garzoncello, s'infinse e si adattò per modo a quella corte bigotta, che in pochissimo divenne il beniamino di tutti e paggio della contessa Beatrice. Il vecchio siniscalco strabiliava come egli, con settant'anni di fedeltà, non godesse di altrettanto favore, e ripeteva:
- Quello scimiotto di ragazzo infinocchierà tutti, infinocchierà!
Il ragazzo però crebbe adolescente, l'adolescente si fe' giovane, ed il paggio passò a scudiero. Un matto cappellano, che fabbricava versi come il cuciniere i pasticci a torre, si aveva tolta la pena di ficcargli nel cranio alcun buon migliaio di frasi latine, e gl'insegnava la gramatica, la teologia, la geometria. Non gl'insegnò filosofia perchè quello spropositato animale di mastro Donizone credeva Aristotile eretico. Vedete la bestial creatura! Nonpertanto lo addestrava in cento corbellerie di dialettica; nel tempo stesso che il marchese Goffredo se lo recava appresso saltando fossi a cavallo, fracassando crani della mazza ferrata, e forando corazze con la lancia. Goccelino sembrava un demonio nell'un mestiero e nell'altro - sebbene, a dir vero, meglio in quello del soldato che in quello del teologo.
- Diavolo, diavolo, sclama l'arcivescovo, ci sono anch'io. Ora so di chi si favella.
- Tanto peggio per voi, dice l'abate, e continua, stringendosi nelle spalle:
»In questi tempi capitò per quel paese l'imperatore Enrico III. Il marchese gli andò incontro per festeggiarlo, e menarselo al castello. Lo accompagnò Goccelino come scudiero. Vorreste voi, ser priore, raccontar questa parte della mia storia che anche voi conoscete, onde lasciarmi riposare? chiede l'abate indirizzandosi a Guiberto.
- No, sclama secco secco costui. E l'abate sospirando continua:
- Una sera l'imperadore ed il marchese Goffredo cavalcavano forte per arrivare a Parma. Il tempo era nebbioso, tutto il giorno aveva piovuto, e cadeva ancora un'acqueruggiola come vapore. Il Taro che dovevano passare gonfiava, talchè aveva menato via anche il ponticciuolo di assicelle che i borghesi vi avevano costruito pel comodo traffico della campagna. Il marchese disse all'imperatore:
- Sire, corre adagio tra i borghigiani, che non agisce da uomo prudente chi affronta il Taro in furore. Consiglio perciò vostr'altezza di arrestarsi alcun poco qui, fino a che la corrente non si abbassi.
- Il proverbio dice, l'interrompe il priore Guiberto,
Che l'estrema unzione innanzi prenda
Chi il Taro nel furor di guadar tenta.
- Torna lo stesso, risponde l'abate. L'imperatore all'osservazione del marchese fece una smorfiuzza di sprezzo, e per tutta risposta sprona forte il ricalcitrante cavallo, ed entra nel letto del torrente. Ma non vi ebbe appena messo il piede che puff! cavaliere e cavallo scompaiono sotto i fiotti della torbida corrente. Come sapete, tutti erano rimasti indietro, non escluso il marchese; e tutti indietreggiarono ancora più, spauriti e schivi di affogare nel fiume. Però Goccelino non bilancia neppur tanto. Salta da cavallo, si segna della croce, e vestito di maglia come trovavasi si gitta nell'acqua. La corrente già travolgeva precipitosa il corridore dell'imperadore, questi non appariva. Goccelino, cui lo zio, se vi ricordate, aveva minacciato annegare nell'Enza, che scorreva poco giù del castello, dove non si fosse condotto dritto, era addivenuto perito nuotatore e palombaro. Si spinge perciò giù nel fondo del fiume, afferra l'imperatore dalla gorgiera, e facendo forza di braccia per sotto la corrente stessa, lo tragge all'altra riva. Un grido di giubilo metton tutti i cortigiani del marchese e di Enrico; niuno però si avventura tampoco al valico. Così che dall'una sponda stavasi tutto il numeroso seguito dei due principi, dall'altra Goccelino che si teneva l'imperadore del capo giù sulle ginocchia onde fargli vomitar l'acqua, e richiamarlo in sè. Non passa guari in fatti che Enrico rinviene. Il suo primo sguardo cade su i pavidi suoi vassalli, l'altro sull'ardito giovane, che, col capo scoverto ed il ginocchio a terra, diceva:
- Perdonate, sire, se ho posta audacemente la mano sul corpo dell'altezza vostra. Consentiamo tutti che foste Alessandro Magno nel campo, ma non sapremmo condonarvi che così giovane vogliate morire affogato come lui.
- Bravo! sclama Baccelardo, le parole non furono meno belle dell'azione.
- Sicuro! ed Enrico III, che anima nobilissima e generosa aveva, lo guarda un momento, indi l'alza, e ponendogli famigliarmente la mano sulla spalla, gli dice:
- Cavaliere! va pure superbo di aver salvata la vita ad Enrico III. Non vogliam noi togliere giovane tanto prezioso e fedele al marchese Goffredo nostro parente: ma se nulla mai potessimo fare per te in qualunque tempo - perchè noi ne lasceremo altresì memoria nel nostro testamento - per la beata vergine di Goslar! non devi che dire una parola sola, e chiedessi tu il più bello dei nostri feudi imperiali, ti sarà accordato sul fatto.
- Mercè, sire, risponde Goccelino; l'altezza vostra viva lunghi anni; a me basta la gloria di aver toccata la vostra sacra persona.
Il torrente intanto era declinato, il guado reso più praticabile, e la gente dell'imperatore varcata all'altra sponda; così che la sera si giunse a Parma - Enrico III aggiustò le cose d'Italia e ripartì per Lamagna. Goccelino, cui l'imperatore in persona aveva armato cavaliere, restò. Non che lo rattenesse vaghezza del paese d'Italia, ma perchè il suo cuore non batteva più libero.
- Ah! sclama la principessa di Salerno parimenti alla mensa con le sue dame, supponevamo bene noi che la storia doveva andare a finire così. Tirate avanti, bravo abate.
- Tutte le storie dei giovani cavalieri, madonna, finiscon così, riprende l'abate salutando del capo la castellana.
»Trovavasi dunque al castello una Bertradina figlia del conte... figlia di un conte, damigella della divota contessa Beatrice, giovinetta, se volete niente avvenente, ma fastosa di natali nobilissimi e d'immaculata virtù. Su di costei aveva messo l'occhio Goccelino. Per molti anni egli tenne celato questo amore, contentandosi di muta adorazione e della proferta di uffici che la damigella non accettava mica con fierezza. Ella sembrava anzi incoraggiare l'ardimento nel giovane di qualche occhiata carezzevole, che era quanto dire in una corte di santi, dove l'amore veniva considerato come peccato. Dopo l'avventura dell'imperatore, Goccelino si fe' più ardito. Egli svela chiaro alla damigella le speranze osate concepire, richiede da lei franca risposta.
- Ed ella? dimanda Baccelardo.
- Ella non lo scacciò già con alterigia: solamente piena di contegno lo rimise al giudizio del padre suo.
- Ciò era giusto, mormora la principessa.
- Madonna, sì. Ora il conte che aveva solamente questa figliuola ed era ricco e borioso, quasi quasi non fe' cacciar via villanamente il cavaliere dal suo castello. Gli ordina però di non rimettervi più piede, e mai più favellare di sua figlia, il cui nome reputava macchiato nella bocca di un uomo, per le vene del quale scorreva il sangue di Bonizone il falegname. Poi ne muove lamento al marchese ed alla pia moglie di lui.
- Fu un minchione il vostro conte! risponde Gisulfo; io avrei dato quello sfrontatello a divorare ai segugi.
- Come vi piace, monsignore, riprende l'abate. Certo è però che Goccelino ebbe a sopportare grave riprensione dal marchese, lunga omelia dalla contessa, ed aspro e schernevole garrito dal siniscalco suo zio. Fastidito del pettegolezzo di quella corte, e' si accommiata dalla castellana e dallo sposo di lei, e se ne torna a Parma dove i signori di Correggio gli venivano altresì un poco parenti per parte di madre. Ma perchè neppur quel paese lo guariva dal fernetico, se ne rivenne alla casa paterna per disacerbare il duolo con la lontananza e l'amorevolezza dell'eccellente padre suo. Capitò allora che Cuno fosse a Roma. Goccelino vi si recò incontanente ed al fratello raccontò dell'affronto ricevuto. L'altero spirito di Cuno, che nelle dignità della Chiesa cominciava di già a progredire, ne rimane offeso. Perocchè il suo carattere era addivenuto anche più violento e puntiglioso nei rigori silenziosi del chiostro. In guisa che si fissa in mente, e fa unico scopo dell'ostinata ed intraprendente sua volontà di domare l'alterigia del conte, e di dare sposa al figliuolo del falegname Bonizone la figliuola del barone. E senza metter tempo in mezzo parte per Canossa.
- Non ci mancava che lui per completare la corona dei santi, dice Guiberto sorridendo.
- In fatti, continua l'abate, in una corte, in cui i laici non valevano una buccia, e la religione toccava il fanatismo, lascio a voi considerare se un frate, ed un frate favorito consigliero di due pontefici, e severo riformatore del costume degli ecclesiastici, dovesse tornare potente e gradito come un santo. Accadde dunque così. Da prima vi fu un po' di muffa dall'una parte e dall'altra, vi fu un po' di discussione, un po' di orgoglio, un poco di ostinazione, ancora qualche minaccia - il frate di gastighi spirituali, quelli di temporali. Infine la contessa toglie acconciar ella le cose col padre di Bertradina, e contentar tutti - tanto più che vivamente pel frate s'interessava l'unica figliuola di lei, Matilde, le quale più fanatica di tutti quanti, di nove in dieci anni, già dispotizzava sui parenti in prima, e poi sui vassalli ed i feudatari. Ad ogni modo, non saprei ben bene dirvi degli incantesimi che adoperasse la contessa Beatrice; certo gli è, che il frate, il quale già mirabilmente se la intendeva con Bertradina cui teneva dalla sua, fu contento, e si aggiustarono le nozze.
- Giorno di maledizione! si lascia uscir di bocca il priore. Tutti lo guardano. L'abate soggiunge:
- Goccelino sposa la giovane: ma si avvede presto che ella aveva per lui, anzi che amore, ripugnanza, e che mal volentieri lo seguiva all'altare. Invece pareva affascinata dal guardo di suo fratello. Donizone il cappellano poeta, divenuto altresì abate del cenobietto annesso al castello, benedisse gli sponsali; e Goccelino si menò a casa Bertradina. Fece rumore in allora che, al domani, la giovane sposa non ricevesse il morgingab dal marito12. Se ne dissero delle grosse, e parecchie anche insolenti.
Sia comunque, e Dio sa il vero, in queste trattative eran corsi alquanti mesi; alcuni altri il frate ne dimorò nella casa paterna. Infine ritornò a Roma dove seguì perigliosa e pertinace carriera di consigliere e di morigeratore.
- Volete che vi nomini costui? domanda l'arcivescovo sorridendo:
- Dio ve ne preservi, susurra l'abate con voce pietosa, e continua.
»In quell'intervallo Goccelino, che dalla donna sua si era compiutamente alienato, considerava quali spessi colloqui i due cognati avessero fra di loro, quale perfetta intelligenza, e come rammorbidivasi il cuore del fratel suo verso Bertradina. E sì che suo fratello ad affetto tenero e compassionevole non aveva ancora, e forse non aveva mai aperto il cuore! Ma Goccelino s'illudeva. Perocchè Cuno non dava a quella donna che pietosi avvisi, e la confortava a sopportar paziente il disgusto che il marito aveva concepito per lei, e le cento scipite fole che sul fatto del morgingab correvano pel volgo. Sia però come vuolsi, certo gli è che dopo sei mesi Bertradina sgravò, e mise a luce una bambina.
- Corpo dell'ostia! grida Gisulfo, dopo sei mesi voi dite?
- Sì, monsignore. Ma ciò non torna nulla al caso; imperciocchè anche dopo sei mesi una femmina può partorire, e la prole vivere. Non pertanto io non saprei dirvi quanta fosse l'indignazione di Goccelino. Senza pigliar tempo, senza nulla considerare, ei si reca al letto della moglie, e vilipendendola del nome di adultera, le lacera il seno col pugnale.
- Dio ti perdoni, accecato! potè solo profferire la misera, e spirò.
- E Dio l'ha perdonato, sclama il priore suo malgrado e quasi parlasse fra sè.
- Goccelino andava in cerca ancora della bambina, soggiunge l'abate, allorchè Bonizone entra nella fatale camera. Egli si getta ai piedi del figlio, gli abbraccia le ginocchia, e lo supplica di contentarsi di un delitto solo. Goccelino spinge il vecchio ad urtare di capo nel suolo ed esce, e fugge. Consentite intanto un momento, belle dame, che io beva un gocciolo per inumidirmi il gorgozzule, poi ricomincio.
VII.
Poi che morì: cotal moneta prende.
A soddisfar chi è di là tropp'oso -
Purg. II.
E dopo che l'abate si fu qualcosa rifrancato, ed ebbe bevuta una larga sorsata di vino, continuò:
- Goccelino dunque corre subito alle scuderie, inforca il primo cavallo che gli si para alla mano e vola a Roma. Cuno era partito allora allora per l'abazia di Cluny. Goccelino gli tiene dietro. Appena e' si arrestava la notte per dare un po' di strame alla cavalcatura. Viaggiava solo, fosco come il turbine, furibondo come il tigre. Egli fece periglioso e stentato viaggio, scavalcò montagne di nevi eterne, valicò fiumi terribili, affrontò uragani, fame, incontro di belve feroci; e sempre in una tetra tensione di spirito, superò tutto, e giunse al monistero di Cluny. Non si nomò Chiese di Cuno suo fratello; ma questi era assente. Intanto gli fu proferta ospitalità se volesse attenderlo.
- Starà lungi molti dì? dimandò.
- Verrà stasera, gli risponde il frate portinaio, forse domani. Certo non tarderà guari, perchè deve ricevere il voto di certi novizi che debbono far professione, Kirie eleison! E siccome l'abate è a Goslar con l'imperatore Enrico, il padre priore farà la funzione, Christe eleison! Potete dunque attendere, ser cavaliere, se avete voglia del riverendo priore, e gustare un gocciolo, Kirie eleison! che il cellario può offrirvi buono come in ogni altro castello di barone. Kirie eleison! Christe eleison!
- Avete detto che torna domani? replica Goccelino.
- Cosa avete, ser cavaliere? chiede inquieto il portinaio, vi sentireste forse male? Kirie eleison! Gli è pur vero che il padre priore con reliquie ed agnus dei, con miracoli e senza guarisce infermi, Christe eleison! ma evvi ancora il vecchio padre Adalberto che.....
- Addio, frate, grida l'altro, e volgegli il dorso.
- Goccelino scomparve. Il portinaio allampanato gli tiene dietro dell'occhio; infine si segna di croce e sclama:
- Gran peccatore dovrà essere colui che per fermo veniva a confessarsi al priore. Christe eleison! La sua faccia però non è quella di un contrito. Kirie eleison! Ricusare anche un gotto! Christe eleison! - io me ne intendo di queste botti: gran peccatore! pingue furfante!
- Il brav'uomo che era quel portinaio, soggiunge l'arcivescovo. In un mese che passai a Cluny mi fece cotto quarantadue volte.
- Ne abbiamo fatto un santo dell'ordine, sclama l'abate, e Dio l'ha nel suo seno. Poi continua:
»Il priore infatti arrivò la sera, ma infermo. Il primo suo pensiero fu di andare a ringraziare s. Benedetto del prospero esito della sua spedizione, poi di cercare il letto.
»Al domani la chiesa rigurgitava di gente per contemplare la cerimonia di quattro o cinque novizi che profferivano il voto. Un sacerdote celebrò la messa. Finito l'evangelo i novizi si trassero avanti l'altare. Allora dall'attigua sacrestia uscì un frate col capperuccio calato per ricevere le loro promesse.
- Ah ci siamo, dice la principessa, io rabbrividisco di già.
- E vi è di che, riprende l'abate. Tutto il popolo infatti aveva assistito con divozione alla messa; ma con più fervore di tutti, giusto là presso ai balaustri di marmo del coro, avevano fissato un cavaliero che della fronte piegata nelle mani, immobile, fervoroso come un santo, aveva orato senza distogliersi mai.
- Birbo di santo! dice l'arcivescovo.
- Appena però si comincia la funzione della professione egli leva la testa. E' sta un momento, un momento solo a squadrare il frate che la compiva, indi di un lancio, come il gattopardo si avventa sulla preda, si avventa su colui, e col pugnale lo trafigge alla nuca. Fu l'opera di un baleno. Il povero cenobita manda un grido e cade supino. A questa vista, Goccelino anch'esso si dà un colpo di mano sulla fronte: poi come un fulmine passa per mezzo della gente atterrita, risale il cavallo che gli teneva lesto un pitocco dietro il sagrato, e scompare. Non era stato il priore che egli aveva ucciso.
- E chi dunque? dimanda la principessa di Salerno.
- Ma! un altro povero disgraziato di monaco, il quale aveva preso il luogo di lui, ambasciato da febbre urente e trattenuto a letto.
- Demonio di un giovane! sclama l'arcivescovo di Salerno. Enceladus jaculatar audax!
- Proprio un demonio, risponde l'abate, se vuolsi considerare l'arditezza; ma buono quanto altri mai nel cuore. In effetti, figuratevi se poche volte egli avesse versato il sangue sul campo di battaglia! Eppure, il sangue di quell'innocente, sparso nel santuario del Signore, pesò sull'anima dell'omicida come sull'anima di Caino pesava quello del fratello. Egli erra qualche tempo alla ventura per la Francia, ritorna nell'Italia, visita santuari, fa voti, cinge un cilizio, si confessa con un santo. Ma vanamente, perocchè la pallida spaventata faccia di quel frate gli stava sempre presente, sentiva sempre alle spalle la voce di Dio che l'inseguiva gridando: omicida! omicida!! Inoltre il padre di Bertradina ed il marchese di Toscana avevano messa taglia alla sua testa, ed ei si vedeva perseguitato da tutti - dall'ira degli uomini, cui temeva la meno, e dal castigo del cielo. Così che si decide andare in pellegrinaggio a Gerusalemme.
- Lasciate il viaggio, ser abate, lo consiglia Guiberto, se no l'alba ci coglie qui.
- Io non domando mica meglio. Non vi racconto dunque per minuto il difficile e lungo viaggio, perchè già sento abusar soverchio della cortesia di queste dame, e l'ore della notte inoltransi. Goccelino compì il voto. Sul sepolcro di Cristo, la schiavina coperta di cenere, il fianco allacciato da cilizio, pianse le sue peccata, si confessò, fece spaventevole penitenza. Infine l'immagine del frate, e la voce di Dio non lo perseguitarono più, ed ei si credette perdonato. Decise tornare in Italia e comporsi cogli uomini, i quali non potevano mostrarsi fieri dove che Iddio aveva accolto il suo pentimento. Sopra galera veneziana s'imbarca dunque a Cesarea.
»Ostinata burrasca li travoglie lungamente. I corsari barbareschi danno loro la caccia. Perigliano più volte andare a picco, e lunga tormentosa agonia li travaglia. Infine un fil di vento forte li gitta sulla spiaggia del Ionio, al lido di una terra di Calabria. I Veneziani rimpalmano il legno e salpano per le venete lagune. Goccelino, angustiato da febbre e stanco già di navigare, si arresta quivi, sprovveduto di scorte e di panni. Si dirige quindi al castello.
- Qual castello? domanda Gisulfo.
- Uditemi, monsignore. A Cariati.
Il barone Giselberto, e la figliuola di lui Alberada si eran messi allora allora a mensa. All'annunzio di un pellegrino, entrambi scendon nella corte per riceverlo e menarlo al tinello. Il barone gli scioglieva i sandali per lavargli i piedi, la giovinetta lo confortava di differenti ristori. Goccelino rendeva loro mercè dell'ospitale carità, e pregava che desistessero da quegli uffici.
Ma Giselberto dichiarava che, per lui, un palmiere figurava Iddio, e perciò poco quanto gli potesse praticare.
- Bravo uomo! sclama Baccelardo. I Normanni non ebbero mai nè più prode, nè più santo guerriero di lui.
- Infine l'infermo fu guidato al letto e vigilato con una amorevolezza senza esempio. Eppure non gli avevano dimandato ancora nè del nome, nè della condizione, nè d'onde venisse.
- La carità, figliuoli miei, è cieca.
- E più spesso sorda! dice l'arcivescovo sorridendo. L'abate prosegue:
- La malattia di Goccelino intanto volgeva al peggio, ed egli stesso credeva di aver contratta la peste in Oriente. Però non nudriva alcuna speranza di vita. Un giorno che più grave sentiva avvicinarsi l'ora fatale, risolve scrivere a suo padre ed a suo suocero onde dimandare loro perdono. Così fa, e le lettere partono per due vassalli che il barone spicca.
Suo suocero lo aveva da lungo tempo perdonato - chè anzi non aveva mai concepita veramente collera contro di lui, perchè anch'egli credeva Bertradina colpevole, e braccheggiava dietro a Cuno, dentro Roma sicuro e despota, per vendicare la seduzione della figlia. Bonizone, giunto alla sua ora finale, agonizzava. Aveva presso di sè chiamato Cuno, onde non passare al cospetto di Dio così sconfortato e deserto di ambo i figliuoli. Cuno si era recato per dare al padre la benedizione dei moribondi. La pietosa lettera di Goccelino arriva, li commove entrambi. Bonizone lo benedice e spira.
- E la ragazza? dimanda la principessa di Salerno.
- La ragazza di Bertradina fu salva da Bonizone. Questi però non volle tenerla presso di sè, sia che anch'egli credesse colpevole Cuno, sia che gli premesse allontanare ogni memoria del vituperio. Aveva quindi chiuso in un forzierino d'ebano il libro di ore di Bertradina, vi aveva aggiunto una lettera d'invio della bambina, fatta da pubblico tabellione di Soano, e l'aveva mandata a Cuno a Roma, per mezzo di un pellegrino che si recava a Nostra Signora da Loreto e che aveva tolta la missione di portarla. La fanciulla però non vi giunse e corse voce che quel romeo l'uccidesse al colmo di mezzanotte, e del grasso fecesse prezioso unguento pel male di luna.
- Oh! lo scellerato! sclama la principessa.
- E ve n'han tanti! dice l'abate. Cuno rese dunque gli ultimi ufficii a suo padre, e si accinse a viaggio per le Calabrie, onde, se fosse a tempo ancora, rinconciliarsi con l'illuso fratello, o ringraziare il barone Giselberto e sua figlia della carità cristiana largheggiata al pellegrino. I vassalli del barone gli tennero da guida.
- Sì. Goccelino non era morto; chè anzi, mercè le amorevolezze di Alberada e le mediche cognizioni di lei, riacquistava la salute e di giorno in giorno volgeva alla convalescenza. Il barone non meno della figliuola gli prodigò cure. Ma come lo vide mettersi sul meglio, lo lasciò intero alla sapiente carità di Alberada, ed intese tutto alle cacce ed ai banchetti cui e' grandemente amava.
- Il resto si prevede, dice Baccelardo,
- Ahimè, troppo, continua l'abate. La giovinetta passava lunghe ore al governo dell'infermo, il quale, cominciandosi a riavere, raccontava maravigliose storie di terra santa, e la pietosa iliade dei suoi viaggi. Bella, ingenua, vereconda, lo ascoltava quella fanciulla, e sovente versava lagrime di pietà. Dio la benedica. Dio conforti lunghi anni quella pia, che io ebbi ventura conoscere ai suoi giorni felici! Ah! non mai resterò dal piangere l'involontario male che io le feci.
- Era dessa bella? domanda la principessa.
- Ah, madonna, figuratevi che brillava come la stella del mattino. Toccava appena la più fresca giovinezza, e nell'aria infantile del sembiante le traspariva tale immaculato candore che inspirava nel tempo stesso confidenza e venerazione religiosa. Ad una statura vantaggiosa e svelta, talchè un cantore la pareggiò un dì ai cedri del Libano di Salomone ed alla regina Saba, accoppiava un profilo purissimo ed una carnagione bianca per modo che le venuzze cerulee del seno vi si disegnavano sopra pallidamente. Il corruscare dello sguardo ceruleo splendeva come i fuochi dell'opala, segnatamente quando guardava alcuno dell'abituale sua benevolenza, lo che le dava qualche cosa di non terreno, come quelle apparizioni di anime celesti di cui si racconta nelle leggende, ovvero di quelle fate che proteggono le difficili avventure di un paladino, come nei circoli della sera sogliamo udire a narrare dai menestrieri. Non dico nulla poi della soave melode della voce e della parola cortese che perenne le volava dalle labbra. Allora io mi convinsi della dottrina del veggente di Stagira, che l'anima occupa ogni parte del corpo secondo la totalità della sua perfezione e della sua essenza, non già secondo la totalità delle sue facoltà.
- Ser abate, si direbbe per Dio che voi l'amaste, dice il priore.
- Non sarebbe già la prima testa bianca ed il primo cuore freddo che ciò abbia fatto, risponde l'abate.
Tanta bellezza dunque - e nei paesi, e nelle corti di Europa, perdonate bellissime dame, io nulla mai vidi di somigliante - infiammarono l'anima di Goccelino. Avrebbe voluto essere imperatore per elevarla fino a lui! Divisava però, come col fratello si aprì, recarsi alla corte di Germania, e supplicare Enrico di concedergli tanta parte dei suoi favori da poterla impalmare. L'avesse pur fatto, chè quella donna forse lo avrebbe tornato a virtù!
- Sì, mormora il priore, l'avesse pur fatto.
- Che può l'uomo, sclama l'abate d'accento commosso, quando Iddio diversamente divisa? Dio infatti, nei suoi riposti consigli disponeva diversamente. Ella era già fidanzata a Roberto Guiscardo.
Cuno giunse al castello. Tenera, effusiva dalla parte di Goccelino fu la riconciliazione. Cuno lo perdonò. Vide anch'egli intanto la giovinetta: seppe i pensieri di suo fratello. E fosse stato che Cuno palpitasse pei giorni di quella fanciulla, con un uomo che tanto ingiusto e brutale con Bertradina si era addimostrato, fosse stato pietà di quella vergine pura, la quale, avvegnachè con solenne promessa già fidanzata, sembrava sorbire lenta seduzione da Goccelino, fosse stato infine che quel cuore di ferro anch'e' una volta si schiudesse a teneri affetti, e per la prima fiata sentisse dolce moto; certo, Cuno cominciò a colloquire più spesso con la fanciulla, e le raccontava storie d'incauti affetti, e la teneva lungi da Goccelino con parole scaltre.
- Ser abate, gli dice Alberada sotto voce all'orecchio, rammentatevi che siete per isvelare la confessione di un uomo terribile.
- E chi lo dimenticherebbe? risponde l'abate segnandosi della croce. Indi continua:
- Goccelino si avvide di quelle pratiche e qualche sospetto gli si andava insinuando nell'animo. Si era levato già di letto, ed in parte aveva racquistate le forze.
Una sera che costui, addossato ad un davanzale di finestra contemplava malinconico tramonto, di sopra la sua testa, tra il merlato di una torricella, Cuno ed Alberada favellavano. Le loro parole non si udivano distinte, nè le pronunziavano tutte sul medesimo tuono. Ma Goccelino ne udì tanto che l'anima si senti lacerare e rivivere nei feroci affetti. Cuno, per compiutamente salvarla da suo fratello, raccontava alla fanciulla normanna la storia di Bertradina. Goccelino non proferì motto. La sera si addimostrò anzi lieto più del consueto e più facondo; al fratello, che immaginava già cotto di quella donzella, disse mille cose amorevoli. La notte però, mentre Cuno dormiva, egli cerca della stanza di lui, e con sorriso feroce e diabolica voluttà gli fa sulla persona tale oltraggio che fa inorridire e che mi è legge per pudore celare. Nel castello intanto si parlò solamente di pericoloso colpo di pugnale.
- Mio Dio! mormora Alberada sommessa.
- Indi scende alle scuderie, continua l'abate e simulando ordine premuroso del barone, si fa aprire le porte del castello e fugge in Germania - dove l'imperatore lo accoglie con ogni amorevolezza, e gli tiene la parola datagli a Parma.
Il povero Ildebrando intanto......
- Ildebrando? sclamarono Gisulfo ed altri parecchi della mensa; gli è dunque di lui e di suo fratello Guiberto, qui con noi, che racconta la vostra leggenda, ser abate? Non ci eravamo dunque apposti nel sospetto.
- No, baroni, scompigliato balbetta l'abate. Poi, rimettendosi, soggiunge: io aveva altrove fisa la mente, e quel nome mi volò dalle labbra scioperatamente. Non è di lui che io favello, non è di lui. Altri sventurati volle Iddio provare coi fatti che io sono stato costretto a narrare.
- Bene sta, ser abate, bene sta, freddamente dice Gisulfo; andate innanzi, perchè noi sappiamo oggimai distinguere l'astore dall'airone.
E l'abate tutto rosso e mortificato proseguì:
- Il povero Cuno intanto dal sonno cadde nello svenimento. E per fermo di emorragia sarebbe morto, se al maestro delle scuderie non nasceva tardo dubbio di verificare, se veramente il barone avesse data quella notturna commissione al favorito palmiere. Il maestro delle scuderie, vecchio torpido e credulo, va su all'appartamento del barone e lo fa risvegliare. Giselberto forte s'indigna della soverchieria che si pensa fatta per trappolargli un cavallo, e manda a vedere alla camera dell'altro fratello. Allo spettacolo miserando si commuove ognuno. Tutto il castello si caccia sossopra, si mette in opera ogni sollecitudine per aiutare il disgraziato. Cuno in effetti rinviene, e domanda di Goccelino. Gli narrano della fuga di lui. Egli allora col residuo di forze che rimanevangli, si rizza sul letto e di voce vacillante susurra:
- Ascoltami Iddio, ascoltatemi Gesù Cristo, e vergine Maria, ascoltate tutti, santi del cielo, angeli ed arcangeli, troni e dominazioni, il sacramento che io fo. Se di questa ferita non muoio, possano le mie ossa non avere quiete nel sepolcro, possa mancarmi il cibo alla fame, l'acqua alla sete, il sonno alle pupille, possano i demonii impossessarsi dell'anima mia e straziarla di rimorsi e di paure finchè vivo, e col fuoco eterno dopo la morte, se non mi vendico di mio fratello - fossimo entrambi a morire sul medesimo letto, fossimo entrambi a comunicarci al medesimo altare - giuro di non perdonargli mai, mai, mai!
- Mai! sclama fra sè Alberada colpita, mio Dio! che si richiede dunque da me?
- Baroni, ecco la storia che io contai a Melfi, soggiunse l'abate di Cluny, Cuno non morì. Roberto Guiscardo subito dopo sposò Alberada. Innocente come era ed angosciata per doversi separare dal padre, la santa fanciulla quasi invita lo seguitò all'altare. Questa memoria, udendo il mio racconto, allucina Roberto, che appone ad amore per altrui il pietoso stato dell'animo di colei, la quale avrebbe tolto anzi morire che dipartirsi dal padre suo. Alberada fu ripudiata. Decidete or voi, monsignore, se la verità noi favellammo.
- Vi domando perdono, ser abate, risponde Gisulfo, se vi aspreggiai di parole, ed a voi altresì, priore di Lacedonia. Roberto agì da forsennato. Alberada era innocente.
E sì dicendo il principe Gisulfo porgeva una mano all'abate, un'altra al priore, e si alzava dalla mensa. I suoi ospiti lo seguivano. Allora a lui si para innanzi l'arcivescovo di Salerno, Alfano, e dice:
- Ed a me, monsignore, a me non dimandate voi perdono dell'avermi detto mentitore?
- A voi, messer arcivescovo, che ardiste dare del pazzo a nostra sorella, fiero risponde Gisulfo, a voi non solo non dimandiamo scusa, ma aggiungiamo che siete uno scimunito ubriaco.
Alfano a quelle brutali parole corrusca negli sguardi, e portando la mano al fianco, dove soleva tenere il pugnale, fa due passi verso il principe. Poi tutto ad un tratto ristà e dice:
La principessa intanto dimandava:
- E Cuno ha perdonato il fratel suo, messer abate?
A questa domanda Ugone sembra interdetto. Ei resta un momento a riflettere, poi risponde:
- L'ha perdonato.
- Mai! mai! sclama Alberada fra sè, uscendo dalla sala, mio Dio! che si richiedeva dunque da me!
Allora sotto l'uscio della stanza il priore le si accosta all'orecchio e dice:
- Alberada, deggio favellarti.
A quella voce ella si scuote: retrocede da prima, poi si accosta, e presa da subito tremito che le invade tutta la persona, risponde:
- Non è più tempo, Guiberto, guárdati: fuggi - le terre d'Italia non sono più per te.
Le nostre leggitrici han già del pari compreso che Cuno era Ildebrando, ora Gregorio VII; Goccelino, Guiberto priore di Lacedonia.
VIII.
Il figliuolo d'Enope Clitomede,
Alceo Pleuronio nella lotta, a cui
M'aveva sfidato; superai nel corso
L'agile Ificlo; e nel vibrar dell'asta
All'ora di sesta del domattino tutto era in punto pel proposto sperimento della forza e dell'agilità dei candidati al combattimento con i campioni normanni. Avevano steccata una lizza nello spianato della chiesa di San Matteo, che allora si edificava, e sopra cui davano le finestre delle case circostanti. Da queste, sì la principessa moglie di Gisulfo che le consorti dei suoi cortigiani potevan tutto bellamente osservare. Ad una estremità del parallelogramma avevano levato una tribuna, sulla quale sedevano, come giudici della tenzone, Ugone abate di Cluny, Guaimaro conte di Capaccio, Giordano sire del castello di Corneto nel Cilento, Castelmanno figliuolo del conte Adelferio, e Giovanni figlio di Ademario il rosso. Essendo tutti longobardi, stupenda vista e' facevano con le loro lunghe barbe ondeggianti sui petti coverti a guarnelli di bianco panno di Cipro. All'altra estremità della lizza aprivasi la porta per introdurre i campioni già radunati in numero di sette, ed erano, come si segnarono coi segni di croce sur una pergamena tenuta dal maestro di campo di Gisulfo: Gisulfo principe di Salerno; Baccelardo il diseredato come veniva addimandato; Alfano arcivescovo di Salerno; Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli; Pietro conte di Atenolfo; un milite chiamato Romualdo, e Laidulfo lo Zanni. Il quale ultimo si segnò e scomparve dalla tenda, sì che tutti pensarono non fosse una burla, e col maestro di campo si dolsero aver ricevuto fra mezzo a loro un cotal satiro. Ma il maestro di campo li pregò di star cheti, perchè quell'uomo, comunque e' si fosse alcuno di loro non disonorava.
L'abate di Cluny celebrò la messa. I campioni l'udirono, giurando sull'ostia della comunione di non fare per niun modo uso di ciurmerie e d'invocazioni diaboliche onde vincere la prova. Dopo, l'abate si recò al suo posto, i campioni alla tenda.
Innanzi di essersi cimentato alcuno non poteva assistere allo sperimento dell'altro.
Ciò stabilito le trombe suonarono e la lizza si aprì.
Primo ad entrarvi fu il milite chiamato Romualdo. Un compagno di armi gli recò grosso ferro di cavallo ben compatto, ben chiuso, saldo, non forato. Romualdo andò dritto a presentarlo ai giudici, perchè minutamente l'osservassero, poi lo presentò al popolo, fitto e numeroso, che si addossava allo steccato, recandolo in giro. Egli aveva le maniche del ghiazzerino di bufalo rimboccate fino al gomito; portò il ferro sempre alzato in alto perchè di frode non si dubitasse. E come lo ebbero tutti veduto, Romualdo ritorna presso la bigoncia dei commissari, e lo lancia iteratamente in alto, facendo che netto risuonasse al suolo. Poi lo riprende, lo rileva novellamente sulla testa perchè tutti lo rivedessero intero, lo abbranca tra ambo le mani, ed in due secondi senza sforzo, senza alterare il colore del viso, come avesse rotta una ciambella, in due lo spezza, giusto nel mezzo, ed ai giudici presenta i due pezzi, con lo stesso garbo, con la stessa celerità che avrebbe messa un cerretano a fare scomparire due bossoli.
- Bravo! bravo! grida la plebe: ed i giudici stessi lodarono sì la sua forza che la sua destrezza.
Romualdo si appoggia delle spalle allo steccato ed aspetta.
Un araldo d'armi allora annunzia Pietro conte di Atenolfo, ed Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli. Nel sorteggio erano dessi usciti dopo il milite. Entrarono in fatti i due signori accompagnati dagli scudieri che recavano le spade e le mazze di acciaro. Anch'essi si soggettarono alla cerimonia della visita. E poi gli era ben mestieri che si fosse misurato il diametro dei manichi delle mazze rispettive; e si trovò quello della mazza del conte Pietro un pollice e mezzo circa, due pollici quello del sire di Marigliano Astolfo. Fatto ciò, si portarono due ceppi nel mezzo dell'arena, sopra i quali ciascuno collocò la sua mazza. Fu primo il conte Pietro a scagliare il colpo. Alzò la daga lentamente sulla spalla sinistra, fissò il mezzo del manico, ed il colpo cadde. La barra di acciaro è recisa quasi che tutta; ma l'arma si rompe nell'elsa fra le mani del conte, di tal che si accagionò questo incidente se intera non fu partita.
Il sire di Marigliano sorride, ed a volta sua alzando la spada, la si vede corruscare per aria come baleno, la si ode sibilare e piombare sul manico d'acciaro con la forza di un mangano. Ed una parte della mazza era caduta da un lato del ceppo, l'altra dall'altro, messa in due, netta come se fosse stata di neve.
I giudici applaudiscono al colpo poderoso, e la plebe grida forte: alleluia, alleluia! quasi avesse voluto adular quel signore. Del che il conte Pietro adirato manda a dolersi col principe Gisulfo; e questi ordina che fossero presi trenta di que' sciagurati e frustati, da poichè e' non erano scesi nell'arena onde sollazzar la marmaglia e togliere applausi da lei, ma per far generosa prova di chi meglio avrebbe difesa la patria.
Il conte Pietro, che si era veduto umiliato da Astolfo, lo sfida alla lotta. E' si credeva certo di vittoria, perciocchè statura gigantesca aveva e membra robuste a petto di Astolfo, piccino anzi che no, e segaligno. Il sire di Marigliano resta un istante titubante alla sfida. Ma poscia, arrovetando la faccia, per solito pallida, accetta, e senza pigliare indugi si cava il giubettino, e si colloca in positura di aspettare l'assalto del nemico. A quell'inatteso spettacolo i commissari ed il popolo si alzano per meglio osservare. Ed in fatti il conte Pietro, vestito come si trovava di ferro, si avventa sopra il sire di Marigliano per ghermirlo dal collo, sollevarlo da terra, fargli perdere ogni equilibrio. Astolfo, al primo assalto, sfugge il pericolo avvinchiandosi alle braccia di lui e lotta di polsi onde ridurlo ad indietreggiare. Ma il conte sta fermo. Anzi gli restituisce tal urto, che il meschino va a cader supino due passi lontano. La sconfitta di Astolfo però è avvertita appena, tanto sollecitamente risorge dal terreno e in piedi si mostra a fronte al conte. Questi, confortato dal primo pegno di vittoria, ritorna per aggavignarlo dal collo. E vi riesce, e lo solleva circa otto pollici dal terreno. Astolfo allora sentitosi a quelle strette, gli si attorciglia ai fianchi con le braccia, gl'involge le gambe tra le gambe, e per tal modo lo stringe alla cintola che a poco a poco si vede il conte Pietro allascare le braccia, la faccia da prima s'impallidisce, poi colorasi a rosso, poi addiviene paonazza, poi livida, infine si annerisce come la vôlta di un camino, strabuzza gli occhi, il sangue gli rompe dalle narici e dalle orecchie, si spezza in due, e cade resupino con Astolfo sul ventre.
E questi così fittamente si era attaccato al conte Pietro che le sue braccia sembravano immedesimate nel corpo di lui. La corazza si era avvallata sotto la pressione delle braccia, la spina dorsale si era rotta, il conte Pietro era morto.
Cotal terribile prova fa restar tutti mutoli: e già si prevedeva che il sire di Marigliano sarebbe stato il campione per combattere contro il Normanno. Imperciocchè e' sembrava impossibile potersi dar saggio di vigoria maggiore dei due che Astolfo ne aveva dati.
Egli si ritira alla tenda, dove aspettavano gli altri tenitori della giostra, ed il corpo di Pietro conte di Atenolfo è menato via dall'arena.
Gli araldi annunziano Baccelardo duca di Puglia e di Calabria. Perchè questi siffattamente facevasi chiamare, agognando sempre ricuperare gli Stati del padre suo Umfredo da Roberto usurpati.
Entrò nella lizza Baccelardo vestito di gabbano di velluto scarlatto, avendo in una mano pennoncino dello stesso colore, e dall'altra uno stocco lungo e sfilato somigliante tutto ad uno spiedo. E subito appresso a lui vennero quattro scudieri, che menavano grosso toro nero con la testa bendata, ed un cavallo leardo rotato, svelto, lungo, vispo, che andava saltarellando dietro al palafreniere come un levriere. Baccelardo vi salta sopra e comanda agli scudieri di ritirarsi.
Egli allora si accosta alla bestia, si piega sul destriero, e con l'elsa a croce dello stocco le strappa la benda. La luce del sole che lo colpisce negli occhi fa restare il toro come stordito. Guarda il popolo imbiettato nello steccato con torvo e lento sguardo, fiuta il terreno, e con le zampe comincia a gittarselo alla pancia. Baccelardo prima fa sventolargli innanzi del muso la banderuola rossa, poi lo punge al fianco con lo stocco. Il toro mugnola ferocemente e non si muove. Il cavaliere lo torna a tribulare in più parti con punture e gli fa ripassare avanti agli occhi il rosso pennoncello. Ma anche questa volta la bestia si contenta di far udire cupo muggito e pestare dei piedi l'arena.
- Per l'anima mia! sclama Baccelardo, che torpido codardo animale!
E di bel nuovo forte lo punzecchia. Allora il toro tutto ad un tratto dà un salto dal lato dove egli si trovava e gli va sopra. La presta cavriuola che il giannetto spicca lo sottrae dal colpo cui giusto nel bel mezzo del petto il corno formidabile aveva diretto. Baccelardo fugge per lo steccato, sempre agitando la rossa banderuola, ed il toro lo insegue. Infine questo si ferma e Baccelardo gli torna sopra ad aizzarlo. E la belva novellamente ad inseguirlo sordamente, orribilmente muggendo, ed egli a novellamente fuggire. Ma come il cavaliere si fu accorto da quel muggito sordo e profondo, e dallo scintillare dell'occhio, arroventato come carbone ardente, che il parossismo del furore del toro toccava l'apice, e' si ritragge verso la porta, dove stavano già presti gli scudieri, con le lance arrestate per difendersi, e di un salto scendendo di cavallo lo consegna loro. Quest'operazione fu l'affare di un minuto. Pure il toro, che all'altra estremità della lizza lo puntava, incontanente gli corre addosso e si trovarono l'uno a fronte dell'altro. Baccelardo adesso non solamente non si ritrae, ma gitta lo stocco da un lato. Il selvaggio animale lo fulmina prima di uno sguardo, indi piega la testa per menargli terribile cornata. E di questa certo fuor fuori lo avrebbe passato e slanciato a morir lontano sulle teste degli spettatori, se egli non si trovava lesto a profittar di quella sfavorevole positura. Salta da un lato, afferra il toro di una mano per un corno, sì che lo costringe a ritorcere la testa, dall'altra per la coda irrequieta. Orribili ad udirsi furono i mugghi della belva così disquilibrata e resa inabile ad usar di sue forze. Perciocchè, chiunque una volta ha veduto una Corrida de toros sa, come a tutto disadatto sia questo in quella situazione, e quali erano las cositas che Pacquito Montes soleva fare per las sinoritas di Andalusia, ed io gliele vidi fare. Infrattanto sforzi spaventevoli metteva la fiera onde raddrizzare il capo, e palleggiarsi sulle corna l'ardito giovane; costui però, puntando, soda ed inchiodata la teneva, e di un occhio feroce dominava ed affascinava il sanguigno suo sguardo. Baccelardo allora descrive un mezzo giro, costringe il toro, sempre in quella attitudine, a seguirlo, lo trascina per l'arena fino innanzi alla tribuna dei commissari. E come si è colà, mentre della mancina se lo teneva la testa sommessa, con la destra gli scarica in un baleno fra le due corna cotal pugno con la manopola di ferro, che l'animale dà in un grido feroce ed a terra stramazza. Baccelardo tira quindi il pugnale, sottile come uno spillo, e fra le due corna glielo caccia.
Tutti allora gridano: al miracolo, al miracolo; è uno stregone!! E le donne segnatamente cominciavano a far delle croci a furia e sclamavano: ecco il diavolo: Iesus Maria! vedete là il diavolo.
In effetti, elleno non avevano torto. Dappoichè sull'impalcata che copriva la tribuna dei commissarii, tutto ad un tratto si vede rizzare un essere singolare, fino allora rimastovi accosciato. Colui aveva piuttosto l'aspetto di satiro che di uomo. Della persona era basso, scarno. I patimenti, e forse il digiuno, avevano consumato di sopra le sue ossa ogni adipe, ogni succo inutile. Però egli era altresì restato asciutto ed ossuto per modo, che i suoi tendini ed i suoi muscoli gli si disegnavano sotto la pelle abbronzata, come in certi s. Bartolomei che sogliono fare i pittori, per istomachevole e truce edificazione dei fedeli. Il collo aveva toruto; la mano lunga, stecchita, grandissima. Della faccia poi non distinguevasi gran cosa. Non aveva che un dito di fronte e le livide labbra scoverte di pelo, tutto il di più era irsuto di setolacce rossigne, folte e lunghe, che scomposte gli piovevano sul petto - non escluso il naso piccino alzato della punta verso la fronte. La quale fronte, bassa e stretta, circondava a guisa di zona bianca, lenticolata, la testa piatta e schiacciata come quella dei Samoiedi. In una parola, incarnava colui la figura di quel pittore, il quale rimproverò il Caracci di non saper dipingere animali, ed in animale dal Caracci fu ritratto, come nel museo napolitano si può vedere.
Solo spiccatamente risaltavano in quel deforme capo due occhi turchini, che vibranti e lucidi, quasi due fiaccole nel fondo di buia caverna, rutilavano nell'orbita; poi i denti bianchissimi che guarnivano una bocca, la quale fendeva la testa orizzontalmente in due parti disuguali. Perocchè, tutto al rovescio degli altri uomini, costui aveva corta altrettanto la metà del volto dalla bocca alla fronte che lunga dalla bocca al mento.
Ei vestiva un giubbetto di cuoio di bufalo bollito, dall'attrito raspato il pelo, dall'orgia e dall'incuria maculato in guisa da sembrare screziato come il manto della tigre. Poi un paio di brache, anche di cuoio di bufalo rattoppate di fresco a pelle di capra non rasa dei peli. Alla cintura non portava arma, tranne il pugnale.
Laidulfo aveva veduto il prodigioso colpo di Baccelardo, ed il toro atterrato. E' si lascia scorrere, della testa in giù, lungo uno staggio che serviva da pilastro alla tribuna, e come un gatto salta nello steccato. Ognuno pensò che, se colui non fosse13 davvero il diavolo, non poteva mancar di essere per fermo una belva che si avventava alla bestia uccisa per divorarla. Imperciocchè Laidulfo in due salti è sul toro, ed afferratolo dai piedi, con gioia feroce comincia a trascinarlo per la lizza. E' lo trasse fin presso la porta di rincontro ai giudici. Dove essendo giunto, con ambo le mani apprese ai piedi di dietro, sale sul parapetto di difesa che circondava il recinto, solleva di terra la smisurata bestia, e principia a dondolarla, a guisa di campana, a dritta ed a mancina. Indi mette uno sforzo spropositato e la scaglia parecchi passi lontano da lui. Ciò fatto dà novellamente un salto grottesco nell'arena, si slancia sulle palizzate dall'altro lato, e dispare in un momento, come un momento solo era durato l'apparizione e l'opera sua.
E la plebe che lo aveva riconosciuto e che per un suo eguale simpatizzava, rompe ogni riguardo e grida bravo, alleluia! Questo è il campione che si voleva, viva Laidulfo il pazzo, Laidulfo il buffone!
L'araldo interrompe le clamorose ovazioni, ed annunzia monsignor Alfano arcivescovo di Salerno ed il principe Gisulfo.
I nostri lettori si ricorderanno senza dubbio con quali parole la sera dell'orgia si separassero questi due signori, e come l'arcivescovo, poeta famigerato ai tempi suoi e in seguito, fusse stato offeso bestialmente dal principe. Non appena quindi un pochino di raggio dell'alba si mise nella camera di Alfano, che tutta la notte, malgrado il14 vino non aveva potuto chiuder pupilla, chiama a sè il suo maestro di palazzo e manda a pregare Baccelardo si volesse compiacere a lui venire. Al che, come Baccelardo ebbe obbedito, Alfano lo supplica di recarsi incontanente in nome di lui, arcivescovo di Salerno, a sfidare il principe per quella mattina, a primo transito o a tutta oltranza, secondo a lui fosse gradito. Baccelardo gli fece da prima gravi osservazioni. Però il prelato essendosi mostrato duro, gli fu giuoco forza portarsi ad intimare la sfida. E Gisulfo, che uomo di cuore era, l'accetta senza punto esitare, e decisero che si sarebbero battuti quella mane stessa, nello steccato della prova.
Infatti montati ambedue sopra superbi cavalli e coverti di piastra e di maglia entrano nella lizza. I loro scudieri portavano lance e rotelle. I preliminari dell'abbattimento non furono lunghi. Convengono subito che si sarebbero battuti fino che l'uno non fosse morto, o non avesse dimandato mercè. Si situano quindi l'uno di rincontro all'altro, avvegnachè lo steccato non fosse interamente atto a quella pugna, perchè corto, e mettono in resta le lance dopo aversi attaccato al collo gli scudi. Il maestro del campo fa suonare la tromba, e l'uno sull'altro si rovescia. La prima corsa di lancia è fatale al principe: perocchè la sua scivola sull'elmo di acciaro dell'arcivescovo, il quale piegandosi, la schiva, e si va a piantar nel terreno. L'asta di costui poi si rompe sul petto del principe dopo avergli forata la rotella e la corazza, attraversata la maglia, e sfiorato alquanto le costole. Gisulfo resta saldo sul cavallo: animosamente si tira dal petto il mozzicone, e riprende la lancia che il suo scudiero gli presenta. Novella lancia è data altresì ad Alfano, ed ai loro posti ricollocansi. La seconda corsa è pure a disvantaggio di Gisulfo: dappoichè egli fracassa l'asta sua sullo scudo dell'arcivescovo; questi lo colpisce di tal poderosa maniera sulla corona principesca, sormontante la celata, che rotte le gorgiere, lo fa percuotere delle spalle sulla groppa del cavallo, e spiccar sangue dalle narici.
Il principe di Salerno sbuffava di modo orrendo così due volte umiliato dall'offeso prelato. Si riprendono novelle lance, e si situano per cominciar la terza corsa. Questa fiata però la fortuna è diversa. L'asta dell'arcivescovo lambe il collo del principe, sguizzando sulla polita spalliera, e va a ficcarsi nell'estremo della groppa al cavallo; quella di Gisulfo passa Alfano da parte a parte dal petto, lo ribocca, spezza le cinghie della sella, gli fa perder le staffe, e sollevandolo di peso così infilzato, trascorre l'arena, trascinato dal cavallo furioso per la ferita, e va a gittarlo sotto la bigoncia dei commissarii.
Un grido di applausi fragoroso sbocca quasi involontario da ogni banda. Gli spettatori giudicano unanimemente doversi a lui la palma della vittoria.
Il misero arcivescovo intanto mormora le prime parole di quei versi memorabili di Orazio: Quo pius Eneas, e muore - muore quale aveva vissuto, valoroso cavaliere più che costumato ecclesiastico, fedele fino all'ultimo respiro alla poesia, ad Orazio, al centenario Falerno, che avevan formato la sua delizia invece della Bibbia.
Allora i giudici si riuniscono per decidere a cui spettasse l'onore della pugna del domani contro il normanno campione. E primo il sire del castello di Corneto si volge all'abate di Cluny per dimandargli del suo parere. Ma l'abate, che si trovava sotto il dominio del suo incubo sin dall'aprirsi della lotta, fraintende, e risponde:
- Il mio parere è che si seppellisca codesto arcivescovo, il quale è morto da gagliardo dopo aver vissuto da epicureo. Ed egli è ben mestieri che sappiate non intendere io per epicureo i settatori di quella dottrina severa che stabiliva il filosofo di Samo, di cui l'eloquente ed imaginoso Lucrezio sclamava: Deus ille fuit, qui princeps vitæ rationem invenit eam quæ nunc appellatur sapientia; ma quella sozza ed invereconda dottrina che professarono di poi i discepoli suoi, e che Orazio, Petronio e Marziale cantarono, e che la Chiesa condannò per canonizzare la sapienza del divino Aristotile. Ed avvegnachè i precetti sublimi dello Stagirita sembrassero talora eterodossi, perchè come il fulmine nasconde la sua luce nelle nuvole, quel filosofo nasconde la sua sapienza tra le tenebre della parola; non pertanto i santi Padri della Chiesa han convenuto, che niuna dottrina meglio si addice alla santità dell'evangelo, i cui proseliti, al dire di s. Giovan Crisostomo, son chiamati fedeli, affinchè mediante il disprezzo del ragionamento umano, alla grandezza della fede si elevassero. Io sovente ho meditate queste sante parole, e della predestinata incomprensibilità di Aristotile mi son persuaso. Pure non resterò mai dall'indagare cosa mai quell'onnipossente intelletto intendesse con l'entelechia e l'univocazione dell'essere. Conciossiachè quel principio impalpabile, incorporeo, etereo non ho saputo giammai conciliare come mai possa essere essenza della forma, ed il constituente dei corpi da cui ricevono organizzazione. Da poichè se è canone di logica che dat nemo quod non habet.....
E molto Ugone avrebbe seguitato a dire. Ma gli altri quattro commissarii, che vanamente avevano aspettato cavare un construtto da questa cantafera, e che fosse infine venuto ad una conchiusione sul fatto del campione, si tediano, e lasciandolo lì a predicare, si tirano da un lato per giudicare la bisogna fra di loro. In effetti, dopo alquanto di squittinio, e' decisero che:
«Al principe Gisulfo sarebbe toccato l'onore del combattimento per la città di Salerno e le terre dipendenti dal principato, come quegli che nella nobile lutta ogni altro aveva superato in vigore. Però essendo stato egli ferito, ancorchè lievemente, ed essendo la pugna di gravissimo peso, il suo posto si destinava al cavalier Baccelardo, il quale non meno ardito e forte si era addimostrato.
IX.
La sentenza dei commissari, come che per tutte le considerazioni con lui fosse giusta, al principe Gisulfo non talentò. E' si riputava non solamente dei suoi dritti defraudato, ma insultato nell'onore, col dare importanza a ferita per sè stessa di niuno momento, e che in certo modo gli ottenebrava la pienezza della vittoria sopra l'arcivescovo. Inoltre, egli definiva la prodigiosa forza di Baccelardo meglio come bravo requisito di pugillatore, che come valentia di cavaliere. Di più, un sospetto lo tribolava per allontanar costui dal combattimento. Vale a dire, che essendo Baccelardo normanno, avrebbe e' forse potuto non dimenticarlo intieramente, quella gente vivendo sollecitissima della sua nazione, ed accordatosi innanzi di qualche verso con Roberto, lasciarsi vincere allora, salvo poi a riscattarsi l'onore della vittoria alcuni dì dopo. Infine Gisulfo considerava che la sarebbe stata un'onta alla nazione longobarda il non aver saputo mettere in piede un guerriero ad osteggiare un normanno. E queste ed altre moltissime riflessioni, tra generose e villane, andava facendo Gisulfo nel corso della giornata, e pensava come distruggere la fatale sentenza, la quale, a vero dire, non era stata proprio equa, avendo dimenticato affatto Astolfo, che forse meglio di ogni altro si era condotto, e dichiarato Gisulfo il più vigoroso tra i candidati. Ma, sia come vuolsi, avevano giudicato così, e non potevasi da quello recedere, come da tutti i giudizi che hanno spesso più inviolabilità che senno. Gisulfo vi pensò sopra tutto il giorno; si chiuse a consiglio con alquanti dei suoi più intimi e fedeli longobardi, si propose, si discusse, si confutò, si mise a scrutinio. Infine, si appigliarono a partito fatale, per non dire vituperoso.
Era una bella sera di luglio, una di quelle superbe sere italiane che han formato mai sempre il delirio dei poeti e la disperazione dei pittori. Iddio, che le ha destinate gelosamente per questo popolo, tanto maltrattato dagli uomini, non patisce che l'opera suprema della sua mano venga sfigurata dall'arte. Non vi era luna; ma più miriadi di stelle ingemmavano la vôlta azzurra, e producevano quel voluttuoso barlume cui s'imita nelle camere delle odalische attenuando la luce coi veli. Dalla marina spirava aura deliziosa, tutta pregna ancora dei baci degli aranceti di Sorrento.
Tutti dormivano. Solamente Alberada, nella cui mente si erano fitte come chiodi le fatali parole del giuramento d'Ildebrando, non poteva pigliar sonno. Ella si vedeva quel fantasima dinnante. Se lo vedeva prima, come al castello del padre suo l'aveva osservato, pallido, cupo, negli occhi riarsi, a giurare che giammai avrebbe perdonato al fratel suo, giammai! Poi se lo rammentava come nelle camere della Tomba di Adriano si era a lei presentato, febbricitante, ardenti gli sguardi, convulso nel volto, che dava a lei commessa di condurgli quel fratello, perchè con lui bramava riconciliarsi. E quell'uomo era Ildebrando! quell'Ildebrando, Gregorio VII, il severo, l'inesorabile pontefice, quegli che come globo di fuoco si levò nel suo secolo per purificare o incendiare. Ella dunque ora passeggiava pensierosa per la stanza, ora si fermava avanti la finestra spalancata e guardava. Non guardava il cielo Alberada. Nel cielo aveva una volta messa la sua confidenza e si era rassegnata. Ella guardava la terra. Guardava il placido mare che con un mormorio simile al favellare di giovanette che dei loro amanti si raccontano, venivasi a rompere alla riva. Guardava le galee amalfitane, che a traverso di tanti perigli si recavano a pigliare le tele dalla Persia, le sete dall'India, i profumi dall'Arabia, ed ora, come masse brune, si cullavano negligentemente nella perfida rada, solo animate dal fievole lumicino, che a guisa di stella caduta, rischiara il passo lento del timoniere che non può pigliar sonno. Guardava quei tranquilli accampamenti normanni, in mezzo ai quali aveva passata sorrisa giovinezza, ombreggiata dalla targa paventata di suo padre, allietata dal suo amore. E sotto quelle tende ora riposava tanta parte dell'anima sua, tutta la storia del suo cuore - Guiscardo, il priore, Boemondo! Guardava infine Alberada quella città che, colpita dal languore dell'agonia, non dava più voce, non accennava moto; quella città che era stata culla alla donna fatale per cui tutto aveva perduto, e quel castello, in cui, come il cuore nel corpo umano, si avvertiva ancora estremo battito di vita.
Ed in fatti un rumor sordo e confuso, maggiore del consueto, per la rocca si udiva - un rumore di voci molte che favellano sommesso, di armi che si urtano. Eran forse le scolte che si mutavano. Così pensò da prima Alberada e proseguì nel corso delle sue malinconiche meditazioni. Ma ecco che il rumor cresce più, si odono voci più distinte; ed affacciandosi alla finestra, vede come tante fantasime bianche che al castello si raccolgono. Un pensiero le sorge, un pensier molesto che scaccia via come ingiusto. Non di manco apre la porta della sua camera, e strisciando lungo buio corridoio, al cui fondo si apriva una finestra che dava sul cortile del castello, a quella si affaccia. Allora non dubita più di nulla. Queta queta, come era venuta, ritorna indietro, ed invece di entrare nella sua, entra nella camera dell'abate di Cluny, così dolce e quatta che costui non si sveglia, perchè anche dormendo sognava di Aristotile come donna innamorata del ganzo. Ella, tolto dallo scrittoio di lui un pezzo di pergamena ed il calamaio, esce. Rientrata nella sua camera scrive affrettatamente alcune righe, poi ripiega il foglio che ripone sul petto, e scende nella corte.
L'affollarsi della gente che andava e veniva, l'allestirsi di cavalli, il sordo trambusto, e la confusione per dare e ricevere ordini non fece avvertire il nero spettro che, rasentando di volo le oscure pareti, scivola fuori le porte e si avvia per la città.
Alberada discese con pena l'aspra roccia alla cui vetta sorgeva il castello, ai cui piedi starnazzava la città. Per non perder tempo a seguire i serpeggiamenti della strada consueta, ella si cala dritto carponi per la scoscesa, e presto si trova tra le buie e tortuose viuzze di Salerno, dalle quali con gran pena si può distrigare, e giungere fino presso alle mura.
Fiduciosi nella tregua stabilita, i Longobardi guardavano i baluardi con oscitanza. Imperciocchè Alberada, che sopra vi ascende, trova le sentinelle riunite intendere a berlingare anzi che a star vigili nei loro posti. Avevano appoggiate alle bertesche le labarde e gli archi, e giuocando alla zarra vuotavano fiaschetti alla ricuperazione della pace ed alla tolta dell'assedio. Alberada si accosta ad un gruppo di questi disattenti, e loro dice:
- Buona guardia, bravi soldati. Si passano le ore di pace allegramente: non è così?
- Venga, padre, venga con noi a bere un gocciolo. Non vorrà certo ricusarsi a buoni figliuoli che sanno godere nella tregua, e menar le mani nelle barruffe in onore di Dio ed in vantaggio dei loro borselli.
- Vi ringrazio, buone lance. Io son venuto a pigliar l'aria per sgomberarmi di un disgraziato mal di capo che mi tormenta; non vorrei riattizzarlo col vino.
- Baie, padre riverendo! Il vino è quel diavolo, che, entrato in casa, caccia via tutti gli altri. Non si dia molestia perciò, e lo creda a me che non ho usato mai di altro rimedio in mia vita fuori di questo.
- Beverò dunque una sorsata, non fosse che per farvi piacere, risponde Alberada, a patto però che accettiate una minuzia per vuotarne un fiaschetto di Procida; ma di quel che morde l'ugola e sganghera le ganasce con l'aiuto di Dio.
- Per santa Cunigonda!.... perdono, padre! non vi faremo dolente perciò. Ma berlo adesso che dobbiamo fare la guardia.... eh! quel dannato di vino azzanna, ed il minor pericolo che potremmo correre e' sarebbe di capitombolare dalle mura laggiù fra quei beccastecchi normanni.
- Se tutto il dubbio resta qui, bevete pur lieti e dormite, chè veglierò io; perchè il fresco del mare sento che va alleviandomi lo spasimo.
- Che ne pensi tu, Raspacalici, eh?
- Io penso che una coppa di vino rifiutata è una porta di paradiso chiusa. E tu, Strangolafrati?
- Senti, Raspacalici, ti ho detto che non voglio esser chiamato più così, e te lo ripeto l'ultima fiata: perchè te lo giuro pel mio santo battesimo, che un'altra volta ti manderò la parola nella gola con una pugnalata. Mi pare che non parli latino io. Or dunque, accettiamo i soldi del padre ed applichiamo l'ubbriacatura pel bene dell'anima sua.
- E tu, mastro coniglio, non saresti dello stesso avviso?
- Dominus vobiscum! io mi son confessato ieri mattina!
- Dunque?
- Dunque... quando si trattasse di non dispiacervi, mi ubbriacherò con voi - salvo poi a dirmi i sette salmi penitenziali. - Credo in unum Deum!
E mastro coniglio cantava come i preti a messa.
- Insomma pare che siamo proprio tutti di un avviso?
- Io no, risponde un compagno, perchè ho promesso a Ziga di andarle a far visita questa notte, dopo la guardia. Vi cedo perciò la parte mia, e ritorno al mio posto.
- Dies iræ! sclama mastro coniglio, e tu fai di codeste visite, Randolfo?
- Non cominciarmi a tribolare con prediche, figliuol di una vacca, che ti spezzo il cranio con questa chiaverina. Io intendo di condurmi a mio modo.
- Basta basta, risponde il soldato che la faceva da caporione, to, mastro coniglio, questi sono i soldi del riverendo padre; recati dall'ostiere qui presso, gittagli a terra la porta se non vuole aprire, e comprane altrettanto prosciutto, vino di Procida ed acquarzente. Bada però a non dimenticar parte dei quattrini nel fondo della tua scarsella.
- Rubacristi! e la mia onestà? ti ho già detto, parmi, che m'era confessato ieri mattina. -
- Ragione per cui più ti ricordo di non fare il quare me repulisti.
- Va e corri presto, sai! perchè non ci resta che un'ora buona. E voi, riverendo padre, se non volete farci compagnia, toglietevi la pena di vigilare i nostri posti. Passeggiate tra lo spazio da porta Marina a porta d'Eboli, e se udrete rumore laggiù, negli accampamenti, o vedrete gente che si appressasse alle mura; insomma se crederete scorgere cosa che potesse darvi sospetto chiamateci, perchè verremo noi ad osservare di che domine trattisi. Già non ci è paura, perchè abbiamo tregua per tre dì; ma la cautela è cautela, e noi non siam soldati per niente.
- Lascino fare a me, buone lance, e banchettino tranquilli. Mi diano solo una labarda, un arco, che so io - potrebbe sempre giovarmi a qualche cosa.
- Servitevi là a piacere, riverendo: vi troverete ogni bene di Dio.
Alberada stacca dalla parete un arco ed alcuni verrettoni, e parte dicendo loro:
- Buona notte, rispondono i soldati, e ricominciano da capo i loro giuochi.
Non passò guari, ed innanzi ad una sentinella normanna cadeva un verrettone, nelle cui ale andava innestata una pergamena.
X.
Passavan cheti e taciturni avanti
Senza ronde scontrar nè sentinelle;
Quando cessaro all'improvviso i canti,
E i gridi e gli urli andar fino alle stelle
Tassoni, La Secchia rapita, IV.
I soldati longobardi, che lungi dal custodire le mura si deliziavano a bevere a isonne, furono avvisati da Alberada del rumore crescente che udivasi per la città. E non appena questa si allontanò per ritirarsi alla rocca, che un centurione capitò loro addosso e li garrì acerbamente dell'insubordinato condursi, ordinando che stessero in punto sotto le armi, perchè questo era il comandamento di monsignore Gisulfo. Nello stesso tempo e' videro calar giù dalla rocca grossa mano di soldati, con bianca camescia su per la corazza, conducendosi a redina i cavalli, e ragunarsi presso le porte uno stuolo, che dava sul migliaio, di uomini d'armi dello stesso modo divisati. Indi un'altra folla di arcadori, che a mano a mano si attelavano sui baluardi, allogandosi ad ogni merlo e ad ogni bertesca, guarnendo le torri delle porte e tutto lo spianato dei bastioni. Quei poveri soldati ubbriachi, che noi abbiam veduto nel capitolo precedente, guardavano allampanati, non comprendendo qual demonio volesse significare tutto quell'apparato ostile, mentre la tregua spirava il poi domani. Ma il loro stupore non fu lungo. Imperciocchè, non passò guari, e videro comparire il principe Gisulfo in persona, alla testa di un cinquecento cavalli ed un buon migliaio di fantiglia. Egli ordinò: che senza rumor fare si aprissero le porte; che i soldati di guardia vigilassero attenti, e che, nel caso ei fossero inseguiti da quei di fuori, le richiudessero loro alle spalle, appena stessero novellamente riparati tutti dentro; che quei delle mura travagliassero dei mangani e delle frecciate i Normanni, i quali benissimo da loro distinguevansi, perchè non vestiti di bianco; e che il resto dei cittadini e dei militari si tenessero pronti a spalleggiarli, in caso che dimandassero aiuto. Date queste disposizioni, la porta Marina e la porta di Eboli si aprono e Gisulfo col seguito esce.
Traditorescamente, e contro il sacramento della tregua, questo principe cercava sorprendere con un'incamiciata i Normanni, tra per decidere così guerra terribile, tra per distogliere il duello. Il perverso disegno gli tornò fatale. Perocchè non appena tutta la sua gente ebbe oltrepassate le porte, che da quegli accampamenti, fino allora sembrati stanza a gente neghittosamente addormentata, sbucano fuori a guisa di demoni i Normanni.
La faccenda era proceduta di questo modo. Come Alberada mandò nel campo, per lo mezzo del verrettone, la novella che i Longobardi preparavano una sorpresa, quella pergamena da un giovanetto, per ordine del padre lì collocato ad addestrarsi in tutti i travagli della milizia, fu recata a Roberto Guiscardo. Il giovanetto era Boemondo. Roberto senza prendere indugi fa svegliare le sue truppe tenda per tenda con cautela e silenzio; ordina loro tenersi presti a seguire monsignor di Bovino: vestissero le armi quetamente e solleciti, e del ventre per terra restassero ad orecchiare dinnante la tenda. Indi fa svegliare la sua quadriglia di Calabresi, ai quali comanda di seguirlo, strisciando di pancia al suolo, fin sotto le mura; ed un'ultima parte di gente affida al priore. Formava così il piano: di cacciarsi egli nella città a portarvi la morte e lo scompiglio, come che i Longobardi ne fossero usciti, trovando aperte le porte, sgangherarle a colpi di mazza se chiuse: il priore Guiberto tenergli dietro, sia per aiutarlo sia per proteggerne la ritirata: monsignor di Bovino dare addosso alla gente di Gisulfo. Questi ordini, questo disegno di attacco furono l'opera di un momento, e compieronsi con eguale sollecitudine e silenzio, stando le truppe ben distribuite nelle tende e da quelle protette dalla scoverta delle vedette longobarde.
Uscito quindi Gisulfo fuori le porte, e disposte le colonne delle sue truppe per procedere riuniti e con ordine, tutto ad un tratto ode dal campo, quasi vicino alle sue orecchie, uno squillo di tromba, ed a quel suono si vede rizzato innanzi, ai fianchi, e dietro un esercito come se fosse sbucato di sotterra. Roberto senza nulla incaricarsi di lui entra nella città, per le porte lasciate aperte, e vi precipita con tanto impeto e sollecitudine, e così prestamente se ne impadronisce, che i soldati longobardi di guardia hanno appena tempo di distinguere non essere i loro tornati indietro perchè scoperti dal nemico, ma Guiscardo in persona con quei suoi demonii di Calabresi. E subitamente dopo a Roberto entra il priore che si era alzato di fianco a Gisulfo. Guiberto non s'impaccia di scaricarsi sui Longobardi, credendoli assai bene affidati all'ospitalità apostolica del vescovo di Bovino. Penetrato anch'e' nelle mura, chè ormai le porte tenevano i Normanni, comincia a distendersi sui baluardi, sgozzando le guardie e precipitandole nei fossi, ed occupa le bastie, in guisa che, in minor tempo che noi non ne abbiamo posto a raccontarlo, le fortificazioni di Salerno cadono in mano a' nemici.
Il principe Gisulfo intanto, vistosi così di repente circondato dall'esercito nemico, e vistoselo in gran parte sgomberare d'attorno quasi fuoco fatuo, comprende di leggeri di che si tratta. Laonde, invece di avventarsi addosso alle masnade di monsignor di Bovino, che, le picche appoggiate al petto, stavan lì per riceverlo, pensa a rientrare nella città, finchè ne aveva ancor tempo. Infatti ordina ai suoi di voltare le spalle e seguirlo.
Io non vi dirò quale accoglienza preparasse loro Roberto di fronte, e come il vescovo e gli altri condottieri li carezzassero alle spalle. Fu fatto dei Longobardi macello da destar pietà, talchè non uno dello sciagurato seguito del principe rimase vivo. Ma Gisulfo ebbe ventura scampare, perchè quei di Salerno, al rumore ed alle grida svegliati, presero anch'essi la pugna e cominciarono a travagliare i Normanni, e perchè sua sorella, la quale come ogni altro soldato si batteva, lo coverse del suo pavese. Sfuggì quindi alla strage, e solo, affranto, ebbe campo appena di andarsi a chiudere nel castello e farne serrare le porte. Il vescovo di Bovino poi, essendo anch'egli venuto dentro in città con l'alba che spuntava, si riaccende per ogni straduzza, per ogni chiassuolo accanito badalucco, non volendo quei di Salerno ceder senza fare almeno gli ultimi sforzi. Li animava Baccelardo. Questi, restato nel castello a dormire, della perfidia di Gisulfo nulla sospettando, al trambusto si era svegliato. Comprende tutto in un baleno. Accoglie perciò gli avanzi del presidio del castello ed alquante milizie cittadine, e si apre varco sino alle porte, dove Roberto faceva aspro scempio di Longobardi e Salernitani. Là giunto, lo riconosce, lo chiama a nome, gli si scaglia sopra come demonio. Terribile, cieca è la lutta che fra loro s'ingaggia.
- Vengo a domandarti il mio guanto, gridava Baccelardo, gli è tempo omai che me lo renda, usurpatore de' Stati miei.
- Il tuo guanto è qui, appeso all'elsa della mia spada; prendilo, sclamava Roberto.
E cotal botta gli menava là, dove l'epa discende all'inguine, che, se di peggior tempra la panciera si fosse trovata, lo avrebbe passato da parte a parte.
E di rimando Baccelardo gli misurava una stoccata.
Roberto è ferito alla coscia e vacilla. Accorgendosi Baccelardo di averlo colpito e di poterlo finire più facilmente, l'incalza di maggiore vigoria. Però Sigelgaita, che d'appresso a Roberto pugnava unitamente a Boemondo - comechè di soli quindici anni - avvedutasi parimenti del colpo del marito, grida, ed ambo correndo in aiuto di lui, mentre fin allora non avevano fatto che guardargli le spalle, stringono siffattamente Baccelardo, che l'obbligano a retrocedere maggiormente perchè era omai restato solo. Allora questo sventurato principe non vede altro riparo per sè che fuggire da una città caduta in mano del suo più crudele nemico. Mette fischio acuto, e in un instante si sente comparire alle spalle il cavallo. Vi monta sopra senza toccar staffa, si caccia per tortuosi oscuri vicoli, finchè non giunge a porta di Ronca, che sola rimaneva ancora in potere dei cittadini, se la fa aprire, si lancia su per quegli aridi greppi, e scompare.
La città di Salerno già padroneggiavano i Normanni.
Si rivolsero quindi alla rocca, nella quale si teneva chiuso Gisulfo. Questo principe aveva combattuto con ferocia, e si era ritirato in quell'ultimo baluardo, credendo potere opporre estrema resistenza col presidio che si trovava lì dentro, o almeno capitolare dignitosamente. Indicibile fu perciò la sua disperazione quando udì che il presidio aveva menato via Baccelardo onde andare ad affrontare i Normanni laggiù nella città. Il tradimento da lui progettato gli tornava fatale anche per questo verso. Bestemmia, si dispera; però non gli resta meglio che implorare la pietà del vincitore. Laonde manda i due legati a supplicare Roberto affinchè volesse, se non altro, accordare la libertà sì a lui che alla sua famiglia, e lasciar loro la vita, perchè si sarebbero resi sul momento.
Alberada e l'abate vennero al padiglione di Roberto. Questi si era fatto condurre negli accampamenti per medicare la ferita. Giunto nel vestibolo della tenda, l'abate si volge ad Alberada e le dice:
- Madonna, vi ricordo ch'egli è omai tempo di mandare a compimento le commissioni che la beatitudine di papa Gregorio vi dava.
Ed Alberada a lui:
- Messer abate, la beatitudine di papa Gregorio è un infame. Ildebrando mi tendeva laccio codardo, che Iddio nella sua immensa misericordia ebbe pietà di farmi alfine comprendere, e cavarmi dal precipitar nel delitto. Questo sappiatevi, messer abate, e non cercate di penetrar oltre in tanto scellerato viluppo.
Ugone sospira nè dice altro. Dopo di che Alberada si tira il capperuccio fino agli occhi, ed entrano nella tenda.
Trovarono Roberto attorniato dai suoi fedeli, da parecchi conti e baroni, da Sigelgaita e da Boemondo che avevano assistito alla medicazione della profonda ma non pericolosa piaga. Come il duca li vide, comprese subito di che si trattasse. Per lo che, dirigendosi generosamente a sua moglie, le ordina:
- Madonna, vogliate avere la cortesia di dare udienza ai messi di vostro fratello, che certo di qualche cosa manda a noi a raccomandarsi.
Sigelgaita allora si rivolge ai legati e sclama:
- Favellate, messeri, chè la volontà di nostro fratello sarà fatta.
- Egli non vi sarà di molta molestia, madonna, risponde tristamente l'abate. Lo sventurato principe Gisulfo promette cedere la rocca, dove che a lui si conceda la vita e la libertà, unitamente ai membri della sua famiglia.
- E non altro? dimanda Sigelgaita.
- Non altro, madonna, conoscendo egli il suo torto, e come duramente col duca Roberto si sia comportato. Vogliate perciò usargli cortesia di non negargli così tenue grazia, in mercè del castello che consente di aprirvi senza colpo ferire.
- Il suo piacere sarà fatto, riprende Sigelgaita. E perchè il rendere la casa dei padri suoi gli torni men aspro, io medesima mi reco a pigliarne possedimento.
- Delicata idea! sclama l'abate, e basterebbe essa sola, madonna, se vi mancassero le grazie ed il valore, per allogarvi fra le più nobili dame d'Italia.
Sigelgaita esce, e l'abate, dopo alquanto di silenzio, rivoltosi a Roberto dimanda:
- Non vorreste, monsignore, accordarmi adesso l'onore di favellarvi breve tratto in segreto?
- Sì bene, risponde Roberto; traetevi altrove, signori - e tu altresì, Boemondo, col molto riverendo padre che accompagna l'abate.
Boemondo ed Alberada si ritirano allora in uno scompartimento della tenda, attiguo a quello dove Ugone e Roberto dovevano favellare - e non saprei dirvi quanto Alberada ne fosse contenta. Dappoichè, quivi giunta, si gitta indietro il cappuccio di un tratto, e toltosi in grembo Boemondo, prende a coprirlo di baci e di lagrime gridando, affogata dai singhiozzi:
- Io sono tua madre, Boemondo, io sono la sfortunata Alberada.
XI.
S'avons perdu et je et vous assez
Amis et drus et parens et privez.
Quel ribocco di amore però non fu di lunga durata. Alcune parole dell'abate, che parlava di Guiberto, colpiscono le loro orecchie. L'infelice donna si arresta a mezzo ai baci, taglia nette le parole di lungo amore compresso e le non mai sazie carezze, ed i non mai inebriati sguardi, e sta più attentamente ad ascoltare. Qual dubbio v'era? Il mercato era fatto, il patto di sangue era conchiuso. Il papa dava a Guiscardo investitura del principato di Salerno e del ducato di Amalfi, e Guiscardo al papa un uomo - l'abborrito, il paventato priore di Lacedonia! Laonde andasse egli, abate di Cluny, a chiamarlo a nome di Roberto alle tende, perchè quivi avrebbe questi di alcuna maniera provocate liti con lui, e tiratolo del ciuffo ad atto di violenza qualsiasi. Allora, gridando che il priore tentava assassinarlo, così inchiodato al letto come trovavasi, i suoi fedeli Calabresi sarebbero accorsi, lo avrebbero fatto prigione, e senza fallo, senza obbrobrio, si saria mandato al papa in olocausto.
A tale scellerato accordo Alberada abbrividìsce e lo stesso Boemondo si sente ardere di sdegno. Questo giovanetto si era trovato così fra le braccia di sua madre senza aspettarselo, senza esservi preparato di alcuna maniera. Fanciullo di appena tre anni, una mattina, nel più bel mezzo di lieto banchetto, aveva sentito avventarsela al collo per coprirlo di baci, poscia non l'aveva più veduta, e gli avevano anche inibito parlar di lei. Ma quei baci, quell'aspetto in cui qualche cosa d'inusitato favellava, non gli si era tolto più dalla mente. Anzi, a misura che cresceva negli anni e di quella scena si rammentava, ovvero alcun pietoso gli raccontava dei torti di suo padre e delle sventure della madre sua, quei baci sentiva ancora più affettuosi e disperati penetrargli fino al cuore, di quell'aspetto s'inebriava. In guisa che bastarono appena le prime carezze, le prime parole di Alberada per tutto tornargli alla mente, per vedere incarnata la visione di tante notti, ed i pensieri dell'ore meste in che l'obbligavano di fare la guardia al campo. Si precipitò fra le braccia di quella donna con ebrietà, con delirio, e le carezze ed i baci le restituì non meno ardenti ed affettuosi. Maggiormente poi che, ad onta degli anni e delle sofferenze, il volto di Alberada poco erasi mutato.
Alberada aveva di quei sembianti infantili i quali lieve e tardi risentono l'ala del tempo.
Quante cose non si avevano dessi a domandare, quante parole a ripetere, quante storie a raccontarsi, e sfoghi, e compiacenze, e tenerezze, e baci ed altri baci ancora, e non mai saziarsi di quella santa inenarrabile voluttà? Le parole di Roberto e dell'abate furono lo scongiuro che ruppe tutti gl'incanti, ogni delirio agghiacciò - nell'anima di Alberada, perchè si sentiva colpire nell'uomo che, dopo Guiscardo, amò più e che la riamava ardentemente; in quella di Boemondo, perchè il vituperato patteggiare di suo padre l'oltraggiava. In guisa che, quando udirono partito l'abate per consumare il tradimento e tirare nella trappola Guiberto, ambedue, senza affatto comunicarsi i pensieri, un medesimo sentimento inspirò. Usciti da un altro lato del padiglione, verso la rocca si avviano, sperando trovar quivi il barone di Lacedonia.
In effetti vi giunsero contemporaneamente all'abate di Cluny, quando il misero Gisulfo, che in lui vedeva spegnersi l'ultima facella della dominazione longobarda in Italia, usciva dal castello de' padri suoi con la desolata sua famiglia, nudo, la testa china, senza sapere dove la sera avrebbe riposato il capo, senza speranza di una crosta di pane pel domani.
Così ignotamente passava il dominio di una forte nazione sopra le contrade d'Italia. E quel che peggio era, non passava per andare a dormire nel sepolcro il sonno dell'oblio, ma per trascinarsi di castello in castello, di terra in terra, di porta in porta, accattando un frusto di compassione, e non trovando che disprezzo. Imperciocchè la miseria del debole commuove, l'abbiezione del forte rallegra, ed eccita al dileggiamento. E nel punto stesso che Gisulfo, accompagnato da sua sorella, nobilmente rassegnato e mutolo usciva, il priore Guiberto allogava agli spaldi guardie normanne, a nome di Guiscardo, e del castello prendeva possesso. Allora l'abate di Cluny gli si presenta e dice con voce peritosa e tremante:
- Messere, vogliate avere la cortesia di seguirmi alle tende del duca, perocchè egli, quivi trattenuto dalla ferita come sapete, ha gravi e pressanti comandi a darvi in ordine alla città.
- Sì bene, ser legato, vengo tosto. Però in avvenire non prendete sbaglio sulle parole. Io non ricevo comandi da chicchessia, fuori dell'imperatore, ed a Guiscardo sono alleato non vassallo.
- Vi dimando perdono allora, messer barone, se profferii motto che mal vi tornasse gradito. Non vorrei però che ciò fosse cagione del vostro non arrendervi ai desideri del duca Roberto che ha premuroso bisogno di voi.
- Vi ho detto che vengo sul fatto, risponde il priore.
E sì dicendo in compagnia dell'abate si avviava per discendere agli accampamenti.
Allora Alberada si presenta loro, e gittandosi dietro il cappuccio che le celava compiutamente il sembiante, al priore favella:
- Guiberto, non andate con codesto traditóre, perchè la vostra testa, da recarsi al papa, tra costui e Roberto è stata patteggiata. Fuggite anzi, fuggite senza indugio.
- Alberada! sclamano ad un tempo il priore e l'abate.
Ed ella:
- Fuggi, Guiberto, fuggi sollecito in nome di Dio! chè da un momento all'altro non saresti più a tempo. E tu, abate di Cluny, uomo fino ad ieri senza macchia, vergógnati e péntiti di essere disceso al mestiere del sicario.
A queste acerbe parole, Ugone, che sempre era stato buono ed onorato, si sente commuovere. Il suo fallo gli salta agli occhi spaventevole, si vede vituperato da tutta Europa, gli sembra udir raccontare il suo tradimento per tutte le corti, sente strapparsi fino dal sangue l'epiteto di virtuoso attaccato al suo nome, e conciossiachè anche in quell'azione condannevole e' fosse stato spinto da pietà per qualcuno, nell'anima s'intenerisce, nel volto si copre di rossore, e cadendo al ginocchio di Guiberto sclama:
- Perdono.
Quest'atteggiamento, questa sola parola profferita di accento pietosamente solenne e profondo, tutto rivelano a Guiberto. E leggendo altresì negli occhi di Alberada l'ansia paurosa che la divorava, e nel sembiante abbattuto di Boemondo, vergognoso dell'onta del padre suo, tutta l'urgenza, tutta l'estensione della cosa, alza il pugno armato della manopola di ferro onde percuotere l'abate sul calvo capo. Poi tutto ad un tratto ristà, si ferma un istante a guardarlo in quel supplice atto, stringe la mano a Boemondo, le gote gli bacia, e voltosi ad Alberada:
- Partiamo, sclama, Roberto Guiscardo udrà presto notizie di me.
- Parti tu, fuggi sollecito, Guiberto, risponde Alberada smaniosa; ricórdati quanto Roberto sia scaltro, Ildebrando terribile - fuggi, ti raggiungerò.
- Dove? quando? non saresti ancora tu in pericolo, Alberada?
- Non pensare di me, che vivo sicura sotto l'egida di legato. Non arrestarti nei paesi d'Italia, dove il potere del papa e del duca è illimitato; varca i monti. Ti raggiungerò in Germania. Ma presto, in nome di Gesù! fuggi presto; potresti essere inseguito.
Guiberto si getta al collo di Alberada, le dà lungo abbraccio, e parte.
Allora l'abate di Cluny le si volge e dice:
- Che facesti, Alberada! io lo tradiva per te!
- Vergogna! vergogna, sclama Alberada coprendosi il volto con ambo le mani. Nel mondo non v'ha dunque più un cuore che ricetti la virtù?
Ugone resta a considerarla un momento, poi sospirando dimanda:
- Ed al papa che recherai in risposta, sventurata! che recherai?
Alberada alza gli occhi al cielo, accenna della mano il suo capo, e risponde con nobiltà:
- La testa.