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I.
Canc mais tant nom plac iovenz
Gli è tempo ormai di vedere un po' più da presso Enrico IV, di cui qualcosa abbiamo accennato innanzi, e di cui più spesso dovremo favellare in seguito.
Pochi principi al pari di lui han suscitati più sdegni e spirito di parte, lasciando dir tanto e tanto diversamente di sè. Su di costui hanno pesato i più severi ed i più amari giudizii, le calunnie più infami, i soprusi più codardi; nel tempo stesso che elogi molti gli si fecero per nobiltà di maniere, per generoso sentire, per prodezza in guerra, magnanimità e fasto principesco. Una storia senza passione di Enrico ancora non avvi, perchè a lui si annette grande lite, ed il mutamento che subì la constituzione civile del mondo. E questo mutamento è tale, che le odiosità, anche adesso, non sono ancora cessate, sebbene i tempi e per gl'imperatori di Lamagna, e pei pontefici non fossero più gli stessi. Noi esporremo i fatti, ed i nostri lettori giudicheranno secondo l'indole loro. È storia questa che narriamo, e senza collera, senza affetto, senza passione veruna la narriamo - Io parlo per ver dire. Chi con la storia conserva broncio, salti questo capitolo.
Enrico IV, alla morte del padre Enrico III il Nero era restato fanciullo di cinque anni, sotto la tutela della madre Agnese, e la direzione dei vescovi. L'imperatrice si abbandonò tutta al vescovo Enrico di Augusta. Ella gli abbandonò il governo, e taluni dissero anche la persona. Sia come vuolsi, il favorito stomacò i principi di Lamagna per la sua strabocchevole ambizione e tirannia, e questi, unitisi a consiglio, primi gli arcivescovi Annone di Colonia e Sigofredo da Magonza, trassero dalla loro molti altri e decisero di sottrarre Enrico alla tutela della madre e del cortigiano. Con ingegnoso trovato, che per poco al giovane imperatore non riuscì fatale, l'arcivescovo di Colonia lo tenne nelle sue mani. Ed avvegnachè libero lasciassero le briglie alle passioni di lui, tumultuose, ardenti; pure, perchè severo uomo talvolta quel di Colonia sapeva mostrarsi, venne a fastidio ad Enrico, per tutto sdilinquire a favore di Adalberto arcivescovo di Brema, lo più stravagante ed originale uomo di Germania. Questi, curioso impasto di virtù e di vizii, di grandezze e di buffonerie, lasciava disgocciolare l'imperatore nelle libidini ed in ogni maniera di brutali passioni, onde rassodarsi nel favore di lui e le cariche tornar venderecce, le provincie mettere a ruba, gli onori per sè tutti carpire, i poteri in sè tutti concentrare.
La nazione intanto si sgruppava dalla soggezione con la quale Enrico III l'aveva avvinta; ed apponendo ogni odio di opere alla corruzione del giovane sovrano, si disuniva per levarsi a tumulto. Segnatamente perchè le finanze dell'impero impoverivano sensibilmente, tra per lo scialacquo di Enrico, che non aveva misura nel donare alle chiese e prodigare pei suoi piaceri, tra perchè l'arcivescovo voleva aprirsi agio ad empire in colmo i suoi progetti di signoria. I maggiorenti dell'impero allora si avvicinarono e fecero intimare ad Enrico il decreto di comparire alla dieta universale di Tribur, onde deliberare o di rinunciare allo scettro imperiale, o di levarsi di dosso la mala peste dell'arcivescovo di Brema - con quello stesso decreto posto a bando dell'impero. L'imperatore comparve alla dieta. L'arcivescovo fu cacciato dalla corte tra gli scalpori insolenti della plebe, ed il governo della Germania ripassò nelle mani dei vescovi.
Nel 1067, dell'età di diciassette anni, Enrico sposò Berta figliuola di Ottone, margravio di Susa, fanciulla d'intendimenti soavi, di bellezza incantevole. Queste nozze nel 1056 aveva aggiustate Enrico III, passando per Zurigo. Ma il suo figliuolo vi si era recato mal volentieri, obbligatoci da' principi di Germania, fosse perchè e' gradisse meglio la vita di scapolo in libidini vaghe, fosse perchè davvero, come confessarono entrambi quando dimandarono divorzio, ripugnanza invincibile li straniasse, al segno che insieme giammai non giacquero. Sia come si voglia, questo divorzio suscitò guai e querele molte, ma non mai fu legittimato nè dalle diete dello impero, nè dal pontefice.
I tempi intanto correvano per la Germania forti e calamitosi. In tutto quanto concerneva l'impero, o una parte di quello, tutto ciò che si riferiva ai principi, ai signori, agli Stati generali del regno, quanto aveva rapporto alle constituzioni, alle leggi, ai trattati di pace e di guerra, era stato sempre costume tenerne consiglio coi principi ed i deputati delle province cui più importasse l'esito della deliberazione. E dietro i loro suffragi ed il consenso dei popoli, emanavasi il decreto. Concorreva così, con la volontà dell'imperatore, il voto dell'intiera nazione. E siccome i re, giudici supremi di questa, amministravano la giustizia di per sè, e' non avevano residenza stabile, viaggiando di città in città, e convocandovi le diete generali, alle quali ogni nobile dell'impero aveva obbligo intervenire. Enrico, benchè non si scostasse da tali consuetudini, soffriva male l'annullamento o la temperanza del suo consiglio, conciossiachè poi dall'avviso delle diete giammai disconsentisse. Non pertanto i torbidi sorsero. I Turingi in prima, per non pagare indebita decima all'arcivescovo di Magonza Sigofredo; i Sassoni in seguito, perchè Enrico aveva eretti a cavaliere sui cocuzzoli delle loro montagne innumeri castella, dalle quali, come da ladronaie, calavan giù masnade di soldati a dar lo sperpero e disertare colti e borgate; gli Svevi per ultimo, anch'essi scorrucciati per non pagare insolito tributo, ed altre gravezze di usure e di balzelli.
La rottura di Enrico coll'arciduca di Baviera Ottone II di Sassonia della casa Boimenburg-Nordheim, le male intelligenze con Rodolfo duca di Svevia, e Bertoldo Zahringer che accennavano volersi quando che fosse levare a capi delle rivolture; il trattato con Sveno III di Danimarca, mediante il quale questi si obbligava a sussidiarlo nelle guerre coi Sassoni, egli stracciare dalle frontiere di Germania quel paese che affronta i confini di Danimarca e cederglielo; l'occupazione infine del castello di Luneburg, accelerarono lo scoppio della guerra civile.
Nel 1073, per la prossima festa di San Pietro e Paolo, Enrico aveva invitati a Goslar i grandi di Sassonia ad una dieta onde consultare di affari del regno. Però come i conti, i duchi, i vescovi, gli arcivescovi, gli abati si erano accolti nel palazzo imperiale all'ora prescritta, fu detto loro di attendere un momento ancora, perchè il re giuocava agli scacchi! Quei signori frementi aspettarono fino al tramonto. Allora un sergente del re comparve ed impose all'assemblea di sciogliersi, perchè Enrico già cavalcava parecchie miglia lontano di Goslar. A tanto affronto, i nobili sassoni non si sarebbero rattenuti dallo scoppiare, se la prudenza del margravio Dedi non li avesse acquetati. Ma la notte si accolsero a clandestino congresso in una chiesa, e quivi, rammentando gli oltraggi inflitti ai nobili, le miserie dei borghigiani, il guasto del paese, l'attentata libertà della patria, ruminando cosa volesse significare la guerra bandita già contro Polonia, stabilirono per loro editto convocare in Nockmeslau il popolo, convenirvi essi stessi, e quivi decidere della fortuna delle provincie.
Nel dì prefisso, folla immensa di nobili e di plebe vi trasse. Il duca Ottone di Nordheim, che si era allogato a presidente dell'assemblea, salito sur un poggio, pronunciò gravi parole con le quali le miserie del paese descrisse e degli arbitrii stravaganti di Cesare si querelò.
A quelle franche e magnanime parole si destano altri baroni ed ecclesiastici per accusarlo di più gravi e violenti attentati, e si risolve, o con le armi alla mano perire tutti, o francheggiare la Sassonia di ogni sopruso, e ricusarsi per la spedizione di Polonia. Si toglie quindi uno spicchio di tre di quei gravi senatori della provincia ed a Cesare si manda in oratori a Goslar.
Il resto dei signori di Germania caldeggiava per Enrico. All'arrivo dei legati dei baroni, egli li riunisce a consiglio nella reale corte, ed il sire di Nordheim parla:
- Nobilissimo re, il popolo di Sassonia, non ultimo fra le nazioni dell'impero per la gloria e per la fede, vi supplica a rendergli l'antica libertà del paese, gli antichi privilegii. Uomini stranieri, toltisi dalla bruzzaglia per imbratto di perfide pratiche, la fanno da signori a casa nostra, ed i beni, le persone, la libertà, l'onore trattano come roba da rubello. Monsignore, se voi ci lasciate la integrità delle antiche costumanze e l'onore, saremo il popolo più fedele e divoto delle vostre provincie. Sempre in punto d'armi contro le orde de' Luitici che tribolano le nostre frontiere, vogliamo essere dispensati dalla guerra di Polonia. Vogliamo inoltre tornati a libertà i principi sassoni tenuti prigioni per non giudicata colpa di fellonia. Vogliamo demoliti i castelli dalle vette dei monti nel cuore del paese e sbrattate le guarnigioni; giudicati dalla dieta i principi spogliati arbitrariamente di dominii, e rifatti de' danni gl'innocenti. Vogliamo ancora, monsignore, che anche voi portiate la vostra residenza in alcun'altra delle vostre provincie, perchè la Sassonia vi ha fatte le spese fin da fanciullo: che bandiate dall'impero i cortigiani venali e traditori, i quali pericolano la pubblica salute: che l'amministrazione delle cose dell'impero si affidi ai principi del regno, perchè l'erario non si sperperi, non si corrompano i giudizii: che la corte fosse purgata da concubine, richiamata l'imperatrice, il vostro mal costume, omai maturo di anni, mutato. Di questo vi supplicano i Sassoni, sire, e per quell'eterno Iddio che confessate, vi scongiurano di esaudirli. Imperciocchè se voi incaponito userete della spada contro di loro, essi ancora sanno trattarla, e morire per la libertà e la salute del paese. La nazione vi ha giurato fedeltà, perchè anche voi giuraste reggere i popoli nella giustizia; conservare le leggi ed i costumi degli antenati; proteggere a ciascuno i dritti, la dignità, i beni. Se voi violate il sacramento, in noi cessa l'obbligo di obbedirvi, e subentra il dovere di farvi guerra. E sì faremo, sire, sì faremo, finchè sarà vigore nelle nostre braccia, finchè non vedremo la libertà della patria restituita.
Questo franco ed ardito dire - ahi! troppo ignoto adesso - eccita la collera di Enrico, di temperamento vivo ed avventaticcio. Nondimeno si contiene e con un cotal suo beffardo ghigno risponde:
- Se alla nostra giustizia vi appellate con ragione, vedrete che la nostra giustizia giammai fu appellata invano. Se per la tranquillità dell'impero; l'impero è tranquillo, ed è perciò che noi puniamo i ribaldi ed i rivoltosi, e punimmo i Sassoni i quali di ogni debito di sudditanza credettero francarsi, perchè il vigoroso braccio di Enrico III era ghiadato nel sepolcro. Se poi il popolo che vi ha mandato pretende altra cosa da noi, convocheremo a parlamento i grandi dell'impero, e la sentenza della dieta terrà luogo al giudizio delle armi.
Udita la risposta, i Sassoni, consigliati da Ottone di Nordheim, si reputano vilipesi. E' si levano ad armi, ed in sessantamila muovono alla volta di Goslar, piantando campo intorno le mura. Il vescovo Burcardo di Alberstadt li tiene di assaltare la piazza. Enrico che vi era dentro, spaventato si fugge al castello di Harzburg con la sua corte: ed i Sassoni, tolto il campo di Goslar, sotto le mura di Harzburg vanno a metter le tende. L'imperatore manda Bertoldo di Carinzia, già insieme nei disgusti temperati, onde parlamentare coi nemici, e proporre loro, che la lite avrebbe discussa una dieta dell'impero ove avessero deposte le armi. Ma eglino insistono nel dimandar smantellati i castelli dai monti di Sassonia, aperti e sbertescati i varchi, ristabiliti i privilegii, l'onte pagate, e nulla voler udire di altri principi di Germania, mica sì ferocemente trattati come essi, e perciò a favore dell'imperatore pieghevoli.
In questo frequentare di messaggi e continuar d'avvisaglie infrattanto l'imperatore una notte si fugge dal castello assediato con la corte, i tesori e le insegne imperiali. Egli trae ad Hersfeld, ove i manipoli dei suoi guerrieri ed i suoi nobili si accoglievano. Nel tempo stesso, i Sassoni stringevano alleanza coi Turingi e gli Svevi. Allora si propone novello parlamento a Gerstungen. È accettato. E gl'insorti per tal modo sanno esporre di loro miserie, che i medesimi commissari imperiali si scuotono, dalla loro piegano, e convengono in deporre Enrico ed eleggere imperatore Rodolfo, di stirpe imperiale anch'esso, duca di Svevia e di Borgogna al di qua del Jura, con insegne e nome reale ad Arles, corte sovrana in Zurigo, prode nelle battaglie, savio nei consigli, liberale e gentile nel trattare, al re cognato. Questo però fu concordato segreto, e solamente si pubblicò che i Sassoni avrebbero soddisfatto Enrico pel delitto di fellonia, ed e' i torti contro Sassonia riparati, amnistia concessa.
Gregorio VII allora scrisse lettere ai principi alemanni, ai sassoni particolarmente, e cercò richiamare al suo tribunale la lite dell'impero.
Egli credette preparata da Dio l'opportunità di quell'ora onde iscrollare la vetusta autorità imperiale, e le sue dottrine proclamare. Imperciocchè, se giungeva a misurarsi con la Germania ed al suo sistema la sottometteva, il rimanente di Europa, o non avrebbe affatto o avrebbe assai debolmente resistito.
Poi, tutto sembrava favorirlo.
In Lamagna regnava sovrano di età e di consiglio giovanissimo, guasto dagli ecclesiastici che lo avevano tenuto alle falde, volubile, corrivo all'ira, nell'arte di governo non pratico. Lo attorniavano ministri ladri ed ignoranti, che il paese disertavano di balzelli, le constituzioni dell'impero attentavano. La fede dei principi traballava. Feroce odio metteva in combustione le provincie, di spiriti sempre opportune, la guerra civile accesa, consumata, e a disvantaggio del re vinta. Sicchè dunque Gregorio poteva lavorare: e passassero pure inavvertite le sue opere pel momento, egli avrebbe poi fatto giungere il giorno da cavarne profitto, come aveva praticato coi canoni di Niccolò II.
Ma Ildebrando faceva conti falliti. Imperciocchè alcuno non curò del suo intervento nelle bisogne dello Stato: nè uopo ve n'era. I Sassoni avevano già a Gerstungen strappato ad Enrico, che vedeva tentennare la fede dei suoi, trattato vergognoso, in virtù del quale le fortezze levate in Sassonia erano rase, sgombri i presidii, perdonati i ribelli ed i fautori. I Cesariani però, che per costoro tenevano, stomacano di tanta ostinazione nel non volere nè rimetter le armi, nè dagli articoli da loro proposti per la pace recedere. Passan quindi dalla parte del re novellamente, ed i Sassoni abbandonano. Così che, mentre Ildebrando credeva Enrico prostrato, le fortune di lui ristauravansi.
Egli manda bando per tutto l'impero che agli 8 di luglio 1075 ogni principe di Germania, ecclesiastico e laico, con quanti avessero vassalli e sudditi atti alle armi si trovassero al campo di Breitungen; perdona tutti gli altri nobili ribelli che dalla parte avversa tornassero alla sua. Tanto apparato sbalordisce i Sassoni. Essi fanno arrivare replicate legazioni a Cesare ed ai suoi principi, spediscono oratori alla dieta di Goslar, ed a Magonza, con scritte e con parole dimandando pace, rassegnandosi ad ogni legge di Enrico. Ma questi, oltraggiato nell'onore col trattato di Gerstungen eseguito appuntino, non vuole udire, non vuole veder mai legati di Sassonia, ai suoi nobili e vassalli impone giuramento di troncar coi ribelli qualunque pratica. Così che questi, tirati a capelli dalla disperazione, fanno voto generoso, morir tutti per la patria e per onorata libertà. Si bandisce poscia un digiuno, vestono di scorruccio, e, processionando scalzi e con la fronte affitta al terreno, traggono alla casa del Dio degli eserciti onde implorare grazia e vittoria da lui. Indi corre bando che, tolti seimila da restare a guardia delle fortezze, gli altri che portavano armi le vestissero, e coi viveri per sè si recassero al piano di Lutnitz, il dì che Cesare avrebbe messo campo a Breitungen.
Infatti, al dì prefisso, Enrico con grosse tolte di gente e forti apparecchi si trovava al campo. Ve lo raggiunsero il duca Guelfo coi Bavari, Rodolfo con una condotta di Svevi, Gozzelone coi Lorenesi, Teodorico duca dell'alta Lorena con uno squadrone di cavalieri, i capitani dei Franchi Ripuari con le forti loro schiere, Bertoldo da Carinzia con un corpo d'arcadori, parte montato parte a piedi, un esercito intero di ausiliari boemi capitanati dal figlio del re Wratislao, ed un distaccamento della sua guardia, comandata da suo genero Wiprecht. E poi dei vescovi, conti e marchesi, dei dignitari della corona, di tutti che avevano giurisdizione ecclesiastica o secolare, nessuno mancò. Perchè a nessuno si concesse restare a casa, tranne pochi vescovi svevi impossibilitati, l'arcivescovo di Colonia ad Enrico niente grazioso - perchè nel campo dei Sassoni combattevano il vescovo di Magdeburg suo fratello e quello di Alberstadt suo cugino - ed il vescovo di Liegi in fin di morte. Ma costoro ebbero a mandare le loro condotte con un vicario. L'istesso abate di Fulda, rattratto e perduto dei piedi, che andava con le grucce, dovette cavalcare all'esercito. L'imperatore quindi manda un araldo ai Sassoni per annunziar loro che il domani intendeva attaccare battaglia. A consiglio del duca Rodolfo muove perciò il campo da Breitungen ed il primo dì lo ripone in su quello di Elu, e al domani nei dintorni di Eisenach, poco stante dai quartieri dell'oste. Enrico si era messo a giacere per far la siesta, quando, in sul velar l'occhio, il duca Rodolfo lo sorprende e gli dice:
- Sire, i Sassoni alloggiano poco lungi dalla vanguardia, ed improvvidi del nemico pasteggiano, e fanno combibbie. Ordinate perciò che squilli la regia tromba, ed attacchiamo battaglia, perchè la notte starà ancor molto a calare.
Era giorno di grande caldura. Il terreno polverulento e frastagliato di dumi, incapace di capire tutto un esercito collocato di fronte. Fu partito quindi in cinque ordini; il primo del quale assegnato a Rodolfo con gli Svevi, il quale, per antico privilegio della nazione, avevan dritto formare l'antiguardo ed assaggiare l'inimico; a tergo asserrati gli altri baroni per la riscossa; ai lati Guelfo coi Bavari; per ultimo Enrico con gli eletti. Così serrati si accostavano infatti ad Hohenburg; allorchè nel campo sassone giunge contemporaneamente l'araldo di Enrico - ritardato dalla perversità dei cammini che intimava battaglia - ed il grido delle vedette, che avvisava il nemico gremire già il piano.
II.
Orribili corpi affatturati! uomini-lupi, donne-dragoni....
Quale spaventevole fracasso!
Goethe. - La prima notte di Walpurgis.
Abbiam lasciato Baccelardo, ha un bel tratto, ai piedi del San Gottardo. Cortesia vuole che non dimenticassimo alcuno della famiglia in mezzo della quale ci siamo collocati come istoriografi - non pagati e perciò veritieri. - E lo ritroviamo a Zurigo, il giorno di San Martino.
Se un uomo del nostro secolo fosse capitato in quella città a tale giorno, egli avrebbe giurato esser cascato dei piedi dritto in uno spedale da matti, o il carnovale esser venuto colà più precoce di due mesi. Eppure non era così. Celebravasi la Festa dei Becchi.
Noi la descriveremo tal quale usavasi allora, temperando le scurrilità empie e le lordure di che s'interpolava. I concili ed i SS. Padri, per quattro secoli, la fulminarono di scomuniche e proibizioni ma invano. Solamente avvantaggiata civiltà la bandì. Noi l'accenneremo, onde veggano un poco i nostri lettori di che i padri deliziavansi, e quale dose di religione essi avessero. Non ci diano perciò dell'empio. E se qualche tanghero di prete della fabbrica dell'Armonia voglia scandalizzarsi, legga innanzi il Du Cange, il Gioia, il Signorelli, ed altri cento che di tali cose favellano, e si persuada che la storia, e quanto dalla storia procede, non può essere cancellato da Dio, non può essere stuprato dai papi.
In tutt'altra circostanza, questi bravi Svizzeri, i quali allora erano svevi, sarebbero stati curiosi sapere più o meno alcun poco di un cavaliero che entrava nella città loro, a piedi, seguíto da cavallo zoppo e trafelato. Ma in quel dì e' non ci badarono; perchè avevano per le mani faccende ben altre e più serie.
Baccelardo si trovò dunque in mezzo di un popolo trasformato della più stramba guisa. Femmine travestite da canonici; frati in gonne da donna; chi si era mutato in orso, chi in porco, molti da caproni e da buoi, moltissimi da asini. Avevan messi a contribuzione tutt'i vecchi cenci dei rigattieri, le costumanze disusate, ed i colori dell'arco baleno onde sfigurarsi il sembiante. Ed a fianco ad Arabi, che dispensavano benedizioni a foggia di pugni, andavano vescovi, che si solleticavano il naso con la barba di una penna per starnutire. Vicino a matrone, che vendevano ceci arrosto e tortine con noci, camminavano notari che distribuivano agli per agnusdei. E poi giudei che leccavano un pezzo di lardo e ne bisungevano le barbe ai monaci che incontravano. Poi giullari che con enfasi nasale ed ingoiando le parole appiccate ed impiastricciate l'une con l'altre, predicavano il giudizio finale. Poi damigelle scollacciate che con le tuniche inverecondamente rimboccate fino sopra del ginocchio, vendevano salsicciotti di Westfalia. Poi baroni che dimandavano l'elemosina per s. Andrea. Poi poveri che si avevano applicate ulcere per tutte le regioni del corpo e ne offrivano cortesemente parte ai benefattori. E poi tutti i travisamenti possibili di volto, di panni, e di condizioni sociali. E quanti non avevano potuto aggiustarsi strambi vestimenti o sgorbi sulla persona, avevano indossati i panni a rovescio, cacciati20 i gheroni della camicia, imbrattato il viso di farina, o, avvolti in un lenzuolo, rappresentavano Catone in Utica, l'ombra di Nino, e l'arcangelo Michele, che si asciuga il sudore dopo aver mandato Satanno a tutt'i diavoli. Le maggiori contraffazioni però erano del genere religioso. E vedevasi un bettoliere, grasso ed ubbriaco, rappresentar la Vergine Maria in istato di parto, a cui accorrevano buoi ed asini a far corte in compagnia di angioli e cherubini. I quali cherubini rastiavano placidamente dei denti vicino a brustolita crosta di pasticcio, e che la Madre di Dio mandava a barbariveggoli il più cortesemente possibile. Qui poi un palafreniero che si aveva cucita addosso di rovescio una pelle di cavallo morto e figurava s. Bartolommeo scorticato. Là una cantoniera che sguaiatamente maravigliava di sua tarda pregnanza, e rappresentava s. Elisabetta. In una parola, secolari e laici, plebe ed aristocrazia, uomini e femmine, interamente difformati, avevan gareggiato a comparire nelle guise più strane.
Intanto le campane suonavano a distesa, trombe, ribebe, naccare, tamburetti baschi, mandole, ciannamelle, ghironde, quanti sapevano strimpellavano alla peggio. Ed una confusione, una calca, una pressa, un gridare, un pestarsi, un rimorchiare i passaggieri, un bagordo insomma assordante, confuso, una frenesia di gioia, senza limite di pudore e di riguardi. Trascinato dalla folla, Baccelardo si trova al castello del duca Rodolfo, che a Zurigo aveva corte sovrana.
Vicino alla porta di questo sire però inferociva più lo stringersi, ed un pigiarsi da mandar rotto il respiro, perocchè tutti volevano entrare, ed assistere all'elezione del duca Rodolfo al cardinalato. Ma la beatissima Vergine si era lasciata andare di traverso sull'uscio, e non permetteva penetrare a chicchesia, impacciata da un lembo della sua tunica paonazza accroccata ad un gancio sul portone, dove appiccavansi i nibbi.
- Andiamo dunque per tutti i demonii, madonna Maria, gridava un bestiale s. Pietro che voleva ficcarsi dentro ad ogni costo; ti sei messa là di sbieco come la quaresima nell'anno, ed i bravi figliuoli guardano i profondi abissi del tuo sedere. Levati dunque, o ti accoppo con le mie chiavi.
- Senti, sguaiato rinnegato di s. Pietro, replicava la Sine labe, se capiti un giorno alla taverna, quando mi danza pel capo un gotto di quel di Borgogna, ti voglio torcere il collo come un cappone. Intendi? brutto ceffo di maniscalco.
- Ecco la più male educata Vergine Maria che io mi abbia veduta in mia vita! tutto peritoso e maravigliato sclamava Carlomagno. Ma insomma che si fa?
- Si fa, si fa, che se non mi liberate le falde di questi cenci, cui mi avete cuciti addosso, io ve lo lascio cader qui nel fango il vostro Gesù bambino, e ve lo prenderete inzaccherato come un monello. Già mi manca il respiro. E ti assicuro, per tutti i martiri, che val meglio fare il mestiere di vinaiuolo che della beatissima Vergine.
- Largo, largo a monsignore il vescovo che si ha adattate una coppia di orecchie men lunghe delle sue.
- Monsignore s'intende meglio in adattar corna che orecchie. Vedete là i suoi palafrenieri come li ha tutti conci da buoi!
- Fate riverenza al pievano di Sant'Udda, che ha più cervello negli usatti che nella testa, come ha dimostrato nell'ultima sua omelia sul peccato della gola.
- Magnifica omelia, commentata dal più pingue asciolvere che abbia mai fatto crepar d'indigestione un abate!
/* - Olà, canaglia, indietro, e attenti a me: Io sono Marco Tullio Cicerone! Estraggo i denti; taglio l'unghie ai piè; Ed abolisco i ricchi e la ragione: Ma perchè non vi manchino i flagelli, Vi do i preti, le pulci ed i bargelli. */
- Bravo monsignor Virgilio! Ma io avrei più caro che voi mi deste la corona di agli che vi circonda il capo, e quel mazzo di porri, che mi andrei a friggere col lardo.
- Indietro, indietro che arrivano i legati del Papa dei Becchi. Fate largo alla riverente pancia del canonico Ifiglo.
- Ed in fatto di pancia, il canonico, a grande edificazione dei suoi confratelli, ne acconcia sempre una somigliante alle sue penitenti.
- Ma ti prenda il gavocciolo, s. Andrea! Vuoi dunque che io ti applichi due calci nel servizio che mi vai sempre tra i piedi?
- Ora, udite questo buffone di Giulio Cesare come è divenuto insolente, da che un bel damigello di monsignor Rodolfo gli ha insegnato a fecondare i terreni di Monna Egelina!
- Pace, pagani! io sono s. Paolo e chiedo che mi lasciate entrare.
- Tu ti aduli, il mio s. Paolo. Tu sei ancora Saulo - e lo so io che all'esazione degli ultimi livelli mi tosasti fino al cuoio.
- Largo, largo al cavalier Vulcano. Egli è forastiere, ed ha la ciera della fame e di s. Giorgio. Fatelo entrare.
- Gli colga la peste! mi ha lasciato andare di un sorgozzone sul capo, che mi ha sciupato il più bel travestimento d'asino! Ora chi porterà la vergine Maria e suo figlio in Egitto?
- Ma! l'abate di Zug, risponde s. Lorenzo.
- All'abate di Zug, di vergine non confiderei neppure la maga di Endor, replicava l'asino malandato di Baccelardo.
- Per asini ed asini poi vi è il reverendo capitolo tutto intero. Lascino fare a me.
- Ecco i commissarii del Papa, largo, fateli21 passare. Scostatevi, bestie e buffoni. Passate, molto ubbriachi messeri, passate.
Due vicari del Papa dei Becchi entrarono in fatti dietro a Baccelardo; e vi si sarebbe precipitata appresso tutta la folla che intendeva ad allagare il castello, se coi calci dell'aste le barbute del duca non l'avessero mandata indietro. I vicarii però vennero nella sala dove il duca, vestito degli abiti reali, sedeva sur un trono attorniato da conti e da baroni, e gli presentarono una pergamena, perfettamente insudiciata di untume. Il priore Liemaro, cancelliere di Rodolfo, la prese e lesse:
«Ingolfo, Papa Cornardorum et Incornardorum di qualunque nazione e generazione siano o saranno, al diletto nostro figliuolo naturale ed illegittimo Rodolfo, duca di Svevia e sire di Arles e di Zurigo, salute con benedizione della mano sinistra.
«La tua tal quale vita e santa riputazione di buoni servigii nel commentare il mandato del Signore crescete et multiplicate, e per ciò che abbiam fiducia che farai, secondo l'indole della giovinezza e sapienza tua, negli atti dei becchi, ci hanno indotto a conferirti la prolifica dignità di nostro cardinale, onde sappia il mondo che noi siamo Pietro e che su questa pietra posa la felicità e la dovizia dei mariti tolleranti e dei buoni figliuoli. Per lo che comandiamo a nostri amici, inimici e benefattori, i quali di questa vita passeranno o dovranno passare, che ti abbiano a riconoscere come operoso cardinale di nostra chiesa, e ti abbiano ad allogare, stabilire, installare ed investire con cori, corni, cetere, organi e cembali scordati e bene sonanti nel pieno possedimento dei dritti e delle dignità alla tua carica connesse, e farti rallegrare e godere di quante libertà e franchigie ai nostri rassegnati e gaudiosi sudditi accordammo.
«Nel nostro territorio di Zurigo, sub annulo peccatoris, anno pontificatus nostri secundo. Pridie idi decembris, hora vero noctis 17, more cornardorum computando».
Il duca Rodolfo, in segno di ringraziamento, fece ai legati profondo inchino, voltando loro le spalle, tra uno scoppio di alleluia e di risa universali; indi si ammanta dell'ampio paludamento chermisino, tutto divisato a corna di oro, che gli presentarono i legati. Di poi scende nella corte, monta a cavallo, e si dirige alla chiesa, dove il Papa celebrava già gli uffizi santi. Al vederlo, la folla rompe in prolungate grida di plauso, i buoi muggiscono, ragghiano gli asini, brontolano gli orsi - e tutti ad una voce sclamano:
- Ricordatevi, monsignore, di dar la preferenza alle damigelle di vostra corte nell'esercizio dei vostri nuovi e santi doveri.
Intanto se lo tolgono in mezzo e si recano alla chiesa.
Baccelardo, che aveva fatto rinchiudere il cavallo nelle scuderie e lo aveva provveduto del bisognevole, sparecchia ancor egli lauta colezione, e raggiunge la folla alla chiesa. Allora vi arrivava altresì Rodolfo col popolo.
Le porte erano chiuse. Il vescovo della diocesi si tragge innanzi e bussa. Vulcano affaccia il capo, e dopo a lui Cerbero, e dimandano che domine chiedessero da loro.
- Schiudeteci le porte, perchè noi veniamo dal paradiso, con credenziali dell'imperatore Carlo Magno, a causa d'impreveduta e provvisoria indisposizione dell'Eterno Padre.
Allora Vulcano grida. Accorrono tutti i canonici ed i chierici nascosti dentro, vuotano molte bottiglie di vino, in segno di bene arrivati, ed entrano.
Gli uffizii compiuti, l'ora di terza arrivata, tutto era in pronto per la processione. Sopra un asino installano una delle più belle fanciulle di Zurigo, e le cacciano in braccio un puttino di cenci, che figurava il bambino Gesù. Al suo fianco si arrabbattava un vecchio zoppicando, con una mazza in mano, la faccia sporca di carbone; e questi, come sapete, era s. Giuseppe. Però egli si tirava a stento dietro all'asino ed andava borbottando:
- Tanti guai per un scimiotto di putto che mi è piovuto in casa senza saper donde! Però io protesto veh! monna Maria, che se per l'avvenire mi viene ancora tra i piedi codesto tuo arcangelo Gabriello, che fa di tai giuochi ai mariti dell'età mia, io gli rompo le ossa senza complimenti, e poi lo accuso di adulterio allo scabino. Mi hai capito?
- Zitto là, scimunito! chè volta e gira tu sei sempre quell'attacca barruffe di maniscalco che tutti sanno. Guardati però che non ti spezzino l'altro stinco.
- Silenzio, cialtroni, gli sgrida il Papa che andava loro dietro, e pensate a rispondere al coro.
Innanzi a tutti procedeva la croce; poi i gentili; poi i profeti, con grossi torchi in mano; poi i canonici ed i ceroferarii, con la testa avviluppata in bianchi guanciali; poi quattro cardinali, con ciascuno due damigelli che sollevavano le ale del loro piviale; poi il pallio, sostenuto dai magnati del comune, e sotto il pallio la vergine Maria a cavallo dell'asino, con s. Giuseppe, come abbiamo detto; e dietro a tutti il Papa, sotto il baldacchino, ed il popolo. Quattro canonici alzavano i lembi della gualdrappa dell'asino. E come tutto fu disposto in ordine nel chiostro, donde la processione doveva partire, un araldo uscì e gridò tre volte agli spettatori o divoti, facendo prima tre volte il raglio dell'asino:
- Da parte di monsignore il Papa e suoi cardinali vi facciamo sapere, che tutti lo seguano dovunque e' voglia andare, sotto pena di aver tagliata la parte anteriore delle vesti.
Ed il popolo rispose anche esso prima con tre ragli, poi soggiunse:
- Andiamo - noi siamo agli ordini di monsignore.
Allora il coro intuona l'inno.
Il popolo risponde con il medesimo ritornello e si parte. Intanto i canonici cantavano della voce più aspra e scordata possibile:
Venne un asino eccellente;
Il bel muso accartocciate,
E tal copia di biada e fieno avrete,
Che piantarne, per Cristo, ancor potrete.
Ed i canonici novellamente:
Ma poi l'ebbe un cervellino,
Ed il coro ed il popolo proseguivano col solito
ritornello - i canonici col rimanente dell'inno.
Sia che carro tragga al corso,
Mangia, peta, ragghia e grigna;
Il tuo santo apostolato.
Chè il tuo canto al cuor mi va:
Hez va! canta, hez va! hez va!
Chè il tuo canto al cuor mi va.
In questo mentre si ritorna alla chiesa.
In mezzo di essa avevano preparata una fornace, con stoppe e pannilini vecchi, vicino a cui la processione si ferma. Il papa dei becchi, i cardinali ed il vescovo della diocesi si assidono ai loro stalli nel coro, l'asino con la Vergine Maria a cavallo e s. Giuseppe si collocano presso l'altare dal corno del vangelo, e tutto il clero e i componenti della processione si dispongono in due file, dalla porta maggiore della chiesa all'altare, chiudendosi in mezzo la fornace. Poi attorno attorno il popolo, svisato nel voto e nei panni come l'abbiamo descritto. Accanto la fornace, da un lato schieravansi sei gentili, dall'altro sei giudei.
Allora gli araldi, o vocatores, come chiamavansi, si volsero prima ai gentili e dissero:
poi ai Giudei:
Storpi, dritti, grassi e secchi
Cantiam gloria al re del becchi.
A questa intima, i giudei pieni di malumore fanno un atto d'impazienza, e gittandosi un lembo della gialla tunica addosso, si sdraiano per terra presso al fuoco, si grattano il posteriore e le barbe, e sclamano:
Ma insomma qui facciam sempre da gioco!
Vi abbiam mandato un Dio, e ancora è poco?
E gli araldi.
Qui venite confitentes;
E a quei porci cenciosi Galilei
La creanza insegnate e il verbum Dei.
E i gentili.
Ma il nostro Olimpo più non si avviluppi,
Chè troppi già ne abbiam di quei galuppi.
Allora il papa si alza e grida tutto corrucciato:
Ite dunque all'inferno, o miscredenti,
E monsignor Mosè che si presenti.
Gli araldi, a quest'ordine, si appressano alla sacrestia e chiamano: Tu Moyses Legislator!
E Mosè, vestito di tonaca e cappa bianca insudiciata, lunga la barba, in volto accigliato, sonnolento, due enormi corna in fronte, la verga da una mano e le tavole della legge dall'altra, esce ansante e frettoloso, inchina il papa dei becchi, e dice:
Ch'altri poi vengano dopo di me,
Per dio! qual dubbio, signor, qui vi è?
Ma s'esto è tutto ch'io debbo dire,
Andate al diavolo ch'io vo a dormire.
Coro - Iste cœtus psallat lætus!
Papa - Questa bestia parla schietto,
Ha criterio ed ha intelletto;
Ma le sue profezie si porta il vento,
Ch'ha vecchia moglie, e terminò l'argento
Gli araldi conducono quindi Mosè brontolando dall'altra parte della fornace, poi tornano alla sacrestia e chiamano:
Vieni avanti, Isaia, ma facciam patto
Di parlar chiaro e di non dir bugie:
Se profeta, da furbo, ti sei fatto,
Noi non vogliamo udir castronerie;
Chè ci han bastantemente trappolati,
Con i tuoi logogrifi, e preti e frati.
Isaia esce a sua volta. Egli aveva gli occhi strambi e fisi al suolo, i capelli bianchi, rari ed irti, la barba scomposta come la tunica cenerina. Rossa stola gli cingeva la fronte, pallidissimo aveva il colore. Egli arriva innanzi al papa dei becchi, sta un momento a pensare, poi batte del piede la terra, e sclama:
Il papa, indispettito che, malgrado le proteste, Isaia era stato, giusta il consueto, anche adesso oscuro, strabilia, e voltosi alle sue genti grida:
- Cacciatemi via codesto buffone, e venga subito Abacucco.
Gli araldi si accostano dunque alla porta della sacrestia e gridano:
E subitamente dalla sacrestia veniva fuori un vecchio sciancato, vestito di dalmatica gialla, con le tasche piene di ravanelli, cui divora ansiosamente, ed in mano una frusta per percuotere i ragazzi Misac, Sidrac e... non ricordo l'altro, che gli andavano appiccando dietro una coda di volpe. Giunto in mezzo al coro, Abacucco fa uno starnuto e parla:
Che spiegar vi debbo, un corno!
E trovato ho appena appena
Ci vuol la virga Iessæ? e così sia:
Basta che abbia misura e vigoria!
E sì dicendo, Abacucco dà un calcio al deretano dei ragazzi, e dondolandosi, e zoppicando si ritrae sollecito all'altro lato della fornace, ed offre una coppia di ravanelli ad Isaia. Il papa lo segue degli occhi, torvo ed accigliato, poi sclama:
Questo vecchio scapestrato
Allora avanzano dal coro due messi del re Balec, che uniti ai vocatores, all'uscio della sacrestia gridano:
E subito si presenta un uomo di grossezza spropositata, a cavallo ad un asino a cui avevan mozze le orecchie e raso il pelo col rasoio. Balaam, del volume del ventre toccava quasi la testa del somaro, mentre le gambe corte e grosse, armati i piedi di formidabili sproni, penzolavano come due salsicciotti. Egli tirava le redini alla bestia, e la frustava e spronava con un'enfasi da strabuzzare gli occhi, e mutare in piombino il rubicondo del volto. Però la restia cavalcatura si avviava alfine, allorchè si presenta un giovanotto armato di spada, che, afferrandola della briglia, la rattiene. Balaam, non volendo udire ragione, diluvia ancora frustate sull'asino, e lo scavezza, e lo sventra per gli sproni; quando questo sgrilla infine e dice:
Vuoi che sgangheri ancor io?
Non lo vedi che impacciato
Di alcun regno - sopra me;
Balaam a così eloquente filippica del suo ciuco resta percosso e attonito, con la bocca aperta, e si guarda intorno. Quando ecco due angioli che gli danno parecchi forti scappellotti all'occipite. Balaam si rivolge e quelli gli dicono:
- Balaam, non obbedire al re Balec che si diverte a mangiare un profeta arrosto tutte le mattine.
Balaam, allampanato, guarda questi nuovi venuti, e grattandosi dolcemente la nuca risponde:
- Sta bene, miei signori: ma vi prego, un'altra volta, non mi battete così forte al cucuzzolo perchè io patisco di emicrania.
E ciò detto, si va a riunire agli altri compagni. Gli araldi chiamano poscia Elisabetta. Questa, che era vecchia, sorda, esce fuori tutta frettolosa, vestita di bianco, e gonfia come in procinto di partorire, e voltasi ai coristi dimanda:
- Quid est rei, quid me mei? L'è una chiesa di casa del diavolo qui, signori miei! Non si può stare neppure comodamente a dire una litania! Insomma, sappiatevi che io ho fame, e che se rimango qui un altro poco mi cadono giù le soffoggiate che mi avete applicate sul ventre, e buona notte al vostro s. Giovanni Battista. Io vi fo una riverenza, monsignori, e vado a casa, perchè io non sono stata mai troppo soda di corpo, ed ora, con le suste e controsuste, e con le compressioni... con vostra licenza, e serva di vostra scioperatezza, sir papa.
Alle parole di s. Elisabetta, il papa dei becchi monta in bestia e grida:
- Vadano tutti all'inferno: ne abbiamo assai di questa laida canaglia di santi e di ebrei. Vediamo un po' se i gentili siano più puliti. Chiamate Virgilio.
/* Vieni, Maron, poeta dei pagani, E insegna il catechismo ai cristiani. */
E Virgilio, coronato di cavoli, in figura giovanile, con bella toga ornata di ricami in carta gialla, avanza, e, facendo dignitoso saluto al duca di Svevia, sclama:
E senza aspettare ulteriori domande, nè rischiarare la sua risposta, volge le spalle e si ritira vicino la fornace. Il papa fa un moto d'impazienza e dice:
- Ho capito, l'è epidemia! Vediamo dunque se la Sibilla sia più ciarliera. Ma, scommetto, che neppure codesta pettegola saprà cavarsene nette le mani, e sarà parca di parole. Andiamo, via in nome di Dio! chiamateci su quella sgualdrina.
E gli araldi gridano alla porta:
Una viragine dagli occhi scintillanti, pallide le guance, i capelli rossi scarmigliati e sciupata tutta nei panni, viene fuori furibonda. Ella batte forte dei piedi al suolo, si contorce, digrigna, poi con voce ammezzata e sorda, evocata dal fondo del petto come dall'imo di caverna, pronunzia:
Quando le rocce grondan sudore
Viene il giudizio, viene il Signore:
Ma infallibile segno poi sarà
Costanza in donna e in frate castità.
- Almeno costei ha detto qualche cosa, sclama il papa dei becchi dietro alla Sibilla che si ritirava cogli altri. A quanto pare dunque codesto giudizio è ancora assai lontano, se i suoi segni sono infallibili. Conchiudiamo la storia e venga Nabuccodonosor.
Nabuccodonosor si presenta. Vestiva da re, con guazzeroni di damasco porporino orlati di orpelli e sopraccarico di nappe e fimbrie come un buffone, una corona di cartone in testa, lo scettro in mano, e barba lunga lunga di pelle di capra. Lo accompagnavano otto scudieri armati di partigiane di legno, e due ministri in cotta d'armi, che portavano, dentro un piatto, un grosso salomone incuffiato, il quale rappresentava l'idolo. Poi un gruppo di soldati, che si recavano in mezzo i tre fanciulli. Giunti presso la fornace, i ministri si volgon a costoro e dicono:
Quei tre monelli scoppiano a ridere, e dando la berta al sacro simulacro che loro si voleva fare adorare ed ai ministri, spalancando e contorcendo la bocca, rispondono:
- Un bischero! quei seri; deo soli digno coli.
- Furfantelli, sdegnato sclama Nabuccodonosor, che Dio solo mi contate voi: dovete adorare anche me, altrimenti vi squarto in due come lepori e vi mangio a fricassea.
Ma i ragazzi s'incocciano; e Nabuccodonosor, perdendo le staffe affatto, ordina che si caccino nella fornace come lacche di damme. La fornace di stoppa è accesa. Fitta cinta di persone si fa attorno; ed e', cantando Benedictus es Domine Deus, scivolano fra le gambe della gente, e, quasi entrassero in quel rogo, dispaiono. Nabuccodonosor si gratta il naso e dice:
Vedi un po' quei bricconcelli
Fa rizzare anche ad un brullo!
Andar tanto allegramente
E sì dicendo si ritira. I fanciulli escono dall'altro lato della fornace tutti festosi, e la messa comincia.
Al Gloria, al Kirie ed al Credo, prima il sacerdote ragghia tre volte, poi canta. Ed il popolo risponde, cominciando anch'esso dai tre ragghi. Negli incensieri si mettono correggiuoli, pezzi di suole vecchie, e sterco di capra. S'incensa prima il popolo e l'altare di questa roba puzzolente, indi estraggono un grosso mazzo di salsicciotti e fanno atto d'incensarli con quello. Sull'altare frattanto si canta il credo, i profeti ed i pagani giuocano al lanzichenecco, e mangiano una frittata con agli, facendo toast e combibbie sazie e laute. Infine il sacerdote ragghia ancora tre volte e canta: Ite missa est! Ed il popolo, anche tre ragghi, e risponde Deo gratias! Allora il cappellano del papa dei becchi grida:
- Silete, silete, silentium habete.
Il papa benedice tutti con la mano sinistra; ed il cappellano proclama:
- Monsignore, bravi borghesi, vi dà indulgenza plenaria di tutti i peccati che avete fatti ed avete buona intenzione di fare, e con essa vi dia il cielo trenta giorni di male al fegato, venti cofani pieni di male di denti, otto ore di colica, una moglie riottosa, ritenzione d'orina e la gloria eterna del paradiso - e così sia.
Quindi si dispongono a processione novellamente, ed il papa dei becchi, vestito degli abiti pontificali, con pastorale, camauro e cappa rossa, a cavallo ad una vacca, è portato al castello di Rodolfo, nella sala del tinello, dove, sedutosi alla più grande finestra, benedice il popolo di nuovo e comincia a mangiare marzapani.
Allora si presentano al duca Rodolfo due araldi, dei quali uno annunzia:
- Monsignore Goffredo di Buglione, oratore del re Enrico.
L'altro:
- Monsignor Baccelardo, oratore di papa Gregorio.
Rodolfo fa inchino al papa dei becchi ed alla corte di lui, e va a ricevere i nuovi suoi ospiti.
III.
Promet. Io mi rifiuto: Dite loro in breve io non lo voglio.
- Monsignore, dice Baccelardo facendosi incontro a Rodolfo che entrava nel salone dove i due personaggi attendevano, io sono Baccelardo duca di Puglia. Mi reco in Germania dall'imperatore Enrico, cui porto lettere di papa Gregorio. All'ascensione del San Gottardo il mio cavallo si è azzoppato. Mi sono fermato alquanti dì ad Altorf onde farlo riposare, sendomi desso prezioso come amico. Malgrado ciò, vedo che gli è impossibile proseguire il viaggio. Prego perciò vostra mercede accordarmi ospitalità fino a che il mio corridore non si rimetta.
- Noi vi rendiamo grazie, bel cavaliere, dell'onore che vi piace farci, dimorando nel nostro castello. E non solamente vi concediamo l'ospitalità che ci dimandate, ma vi preghiamo prolungarla per quanto sarà compatibile coi vostri doveri, e di usare della nostra corte in tutto quello che possa tornarvi a diletto.
- Molte mercè, monsignore, soggiunge Baccelardo. La fama che tanto nobilmente suona di vostra cortesia mi rendeva sicuro del generoso accoglimento che mi fate.
Allora si trae innanzi Goffredo di Buglione e parla:
- Duca di Svevia, il re Enrico si querela con voi che non abbiate tenuti gli accordi posti ad Eschenweg. Il 22 ottobre è passato. Al campo di Gerstungen son convenuti tutti i baroni ed i castellani di Lamagna - meno vostra grandezza, Guelfo di Baviera e Bertoldo il carintio.
- Monsignor di Buglione, risponde Rodolfo, l'imperatore Enrico non ha ragione di dolersi di noi. Come suo cognato e come principe dell'impero, noi abbiamo oltrepassati i nostri doveri per secondare i suoi divisamenti. Ora basta. La ragione e la coscienza c'impongono certi limiti, al di là dei quali più non ci faremo trascinare, perocchè quaggiù dobbiam guardarci l'onore; oltre la tomba, l'anima.
- Sta bene, messer duca, soggiunge Goffredo, ma per codesta medesima legge di dovere e di onore dovevate trovarvi dove il vostro sovrano vi chiamava, dove i principi dell'impero erano tutti convenuti, e dove ancor voi avevate fatto promessa di essere.
- Sire di Buglione, noi intendiamo diversamente la forza dei vincoli che ci uniscono al re, e quelli che ci uniscono alla nazione. I nostri principii sono ben altri. Perchè noi, innanzi tutto, mettiamo la giustizia di Dio; poi l'appello della patria; ed ultima la volontà del re.
- Ma noi non vediamo, monsignore, replica il Buglione inchinandosi, per che modo la patria e Dio vi avessero potuto ritenere nelle vostre castella, quando il re ed i baroni dell'impero si ragunavano al campo di Gerstungen!
- Lo vediamo ben noi, sire di Buglione, risponde Rodolfo con accento pacato e convinto. Quando l'imperatore Enrico ci aveva dipinti i Sassoni come gente ribelle e d'ogni freno intollerante, e d'ogni subordinazione schiva, noi abbiam pigliate le armi, e la battaglia di Hohenburg lo ha vendicato. Dovrebbe essere soddisfatto. Dovrebbe essere sazio. Dovrebbe essere pentito anzi, perchè quel sangue civile, sparso così scioperatamente, dimanda al cielo riparazione, e l'avrà. Ah! sire di Buglione, perchè non vi siete trovato voi a quella giornata, chè ora, invece di addurci recriminazioni da parte del re ed accusarci forse nel vostro cuore, ci direste: duca di Svevia, voi vi siete condotto da cavaliere e da cristiano.
- So che fu terribile vittoria quella di Hohenburg, e che non costò meno al vincitore che ai vinti.
- Per lo appunto, monsignore, fatalissima ad entrambi. Appena le vedette annunziarono ai Sassoni che noi gremivamo il piano, l'allarme e lo scompiglio si mette fra loro, ed intronati e confusi si sbrancano. Ma i più bravi allacciano tosto gli usberghi e pigliano la pugna. Il loro primo urto sfonda le squadre di Svevia, e dopo un'ora di strage, le sbaraglia. Seguono i Bavari; le truppe sveve si ricuciono, e torniamo alla carica. Ma fummo di nuovo rovesciati.
- Malgrado i prodigi di valore di vostra grandezza, che nel folto della mischia come lione pugnava! sclama il Buglione.
- Noi facemmo il nostro dovere, sire di Buglione; mercè dunque della memoria che vi piace serbare delle opere nostre. Però Ottone di Nordheim, tra i Sassoni, ci superava tutti; e dovunque più urgeva l'urto nemico, dove più spessa l'oste minacciava, e' compariva per dar la vittoria ai suoi. E forse la giornata si sarebbe decisa per loro, se Gozzelone di Lorena non pigliava la battaglia coi suoi valorosi cavalli, e con truppa fresca d'ogni lato investendoli, ristorava la fortuna inchinata degli imperiali.
- Ed è egli vero che lo stesso re si avventò fra i nemici e fece miracoli non mai più veduti di valore? dimanda Goffredo.
- Gli è verissimo, monsignore, risponde Rodolfo, e perciò i Sassoni indietreggiarono. Ottone di Nordheim si adoperò a restituire le ordinanze, e venire alla riscossa. Ma, respinto con grave danno dei suoi, è trascinato dalla piena dei fuggitivi. Allora la rotta fu generale. Gli sventurati Sassoni, sparpagliati per la campagna davano nelle lance dei Lorenesi, e ruzzolando sotto le zampe dei cavalli perivano di sconcia morte. Li cacciavano gli stessi custodi dei bagagli. Con l'addensarsi della notte però il sacco ed il macello cessa. Il campo di Enrico si trasferisce in quello dei Sassoni ben ricco e ben provveduto, ed i morti sono contati a ventimila. Ciò doveva bastare. Ma il re volle condurre le truppe vittoriose pel paese turingio e sassone a dare il guasto. E campi e castella incendiò, uccise uomini, donne vituperò; di lutto, di vergogne e di miserie coperse le contrade, che pure erano provincie del suo impero. Ad Eschenweg però fu costretto licenziare la truppa, perchè essendo egli bruciato a danari e non correndo a tempo le paghe, nè essendovi più nulla a disertare, essa accennava tumultuare. Allora richiese da noi solenne promessa che, ai 22 ottobre, ci saremmo trovati al campo di Gerstungen con doppie condotte. Questa promessa noi non abbiamo stimato di mantenere.
- E perchè, se Dio vi guarda, monsignore?
- Perchè i Sassoni, pentiti, hanno dimandata mercede con ogni atto d'umiltà, e promesse quante soddisfazioni al re piacesse esigere da loro. Perchè noi abbiam digiunato quaranta dì, onde far penitenza di aver combattuto contra cittadini innocenti, e votato a piè dell'altare di non mai più combattere contro quei disgraziati. Perchè infine, sire di Buglione, noi ancora dormiamo le notti sul nudo pavimento, e ci laceriamo il fianco per aspro cilizio onde Iddio misericordioso si degni perdonarci il sangue dei fratelli ingiustamente sciupato.
- E cosa dunque, monsignore, dobbiam rispondere al re di parte di vostra grandezza?
- Gli risponderete, sire di Buglione, che perdoni i Sassoni ed i Turingi, e tolga da essi quelle riparazioni che una dieta generale di Alemagna saprà proporgli.
- Bene sta, messer duca, dice Goffredo; il re saprà la vostra risposta, e piaccia a Dio che non voglia dimandarvene ragione.
- Egli avrebbe torto se ciò facesse, risponde Rodolfo mestamente. Ad ogni modo, noi siamo a tutto rassegnati, e cada su chi lo provoca lo spargimento del sangue civile. Onorateci intanto, sir di Buglione, accettare ospitalità da noi, così come possiamo offrirla a tanto nobile e prode cavaliere, ed insieme alcuna memoria della visita che ci avete fatta nel nostro real castello di Zurigo.
- Mille mercè, monsignore. Resterò tanto che possa far riverenza alla duchessa, e togliere conforto di cibo. Indi muoverò per Gerstungen, dove il re mi attende impaziente di vostra risposta.
- Il vostro piacere sarà fatto.
Alla risposta di Rodolfo, che fu concorde a quella di Guelfo il bavaro e Bertoldo il carintio, Enrico strabiliò, e cento disegni di vendetta imaginò da prima. Poi si acquetò, e rammollito per la defezione di costoro, simulò cedere agli scongiuri dei Sassoni e si arrese. Mandò perciò nel loro campo gli arcivescovi di Salisburgo e di Magonza, i vescovi di Augusta e di Wurzburg, e Gozzelone duca di Lorena onde trattar dell'accordo. I commissarii imperiali con gravi e solenni parole esposero lo stato miserabile del sassone paese, ed il seme di discordia che per tal loro condursi si spargeva nelle province germaniche. Li consigliavano quindi a rendersi a mercede sull'istante, stando essi medesimi col proprio onore garanti, che i deditizii avrebbero salvo persona, sostanze e libertà. Fu lungo e tumultuoso il discutere di questo partito fra gl'insorti; infine22 e' piegarono all'imponente andazzo dei tempi, e cedettero.
Venne quindi rizzato in mezzo alla vasta pianura, lungo la destra dell'Ebra, suntuoso padiglione col trono ornato delle insegne imperiali. Ivi, il dì seguente, Enrico IV circondato dei suoi principi in gran pompa si assise. Tutto l'esercito sotto le armi si schierò a due fila, fra le quali dovevano passare tanti prodi ad umiliarsi. Al cenno del re, i deditizii furono fra le armi accompagnati ai piedi del soglio. Precedevano i principi sassoni e turingi, l'arcivescovo di Magdeburg, il valoroso vescovo di Alberstadt, Ottone di Nordheim, Magno duca di Sassonia, il conte Ermanno, Federico palatino, Teodorico conte di Cantelenburg, Adalberto langravio di Turingia, i conti Rudiger, Sizzo, Bern e Berengario. Seguivano baroni, nobili, e quanti eranvi gentiluomini, valvassori, valvassini, e paggi non per anco armati cavalieri, in una parola chiunque aveva nome, stato e ricchezze fra i ribellati. Enrico li accolse maestosamente. Poi, mal consigliato, li diede a custodire ai suoi, finchè non avesse pronunziato sulla loro sorte. E la loro sorte fu questa: che, dimentico della parola dei suoi commissari, li confinò in fortezze lontane e malignate da paludi, e loro confiscò i beni che tra i suoi guerrieri ripartì.
In quel punto giunsero i legati del papa, i quali, avendo tenuto altri sentieri e non essendo stati impacciati da mali di vetture, arrivarono alquanti dì prima di Baccelardo. Ora udiremo da costui quale accoglimento e' ricevessero, perchè, di ritorno, egli è già, dove noi lo lasciammo, alla presenza di papa Gregorio che anela interrogarlo.
IV.
Un cri part, et soudain23 voila que dans la plaine
Et l'homme et le cheval, emporté hors d'haleine,
Seuls emplissant de bruit un tourbillon de poudre
Pareil au noir nuage où serpente la foudre,
Hugo - Orientales.
Infatti Ildebrando non curò neppure torsi dal viso le gromme del sangue, e dritto menatosi seco Baccelardo nel suo gabinetto, di lui non meno Ansioso24, dimanda:
- Santo padre, risponde Baccelardo, il cuore di Enrico è ostinato, e non vi ha potere che dal suo tenace proposito lo rimuova.
- Non vi ha potere! tentennando della testa ed accennando il volto a sorriso, sclama Ildebrando. Continuate. Raccontateci tutto fil filo.
- Santo padre, io non posso raccontarvi che poco, risponde Baccelardo, i vostri legati, che di non molto antecedo, v'informeranno meglio di tutto.
- Dite pure quel che sapete, impaziente scoppia Gregorio, e ditelo presto, in nome di Dio!
- Eccomi. Vostra beatitudine volle spedirmi in Germania prima dei legati onde in certo modo io preparassi loro la strada, e men bruschi facessi arrivare i decreti del concilio del Vaticano. Pur non avvenne così: io giunsi otto giorni dopo di loro.
- Otto giorni! sclama Gregorio! bisogna dire, ser cavaliere, che voi siate ben neghittoso, o traditore della santa Sede.
- Nè l'uno nè l'altro, signore. Il mio cavallo si azzoppì nelle montagne dell'Elvezia, e dovetti restare quindici giorni per farlo guarire. Ecco tutto.
- Pel nome santo di Dio! e voi curate più un tristo di ronzino, che l'adempimento dei nostri ordini, messere?
- Ser papa, uditemi. Io non sono per alcun modo vassallo della Chiesa, che per me nulla ha fatto nè ha saputo fare finora. M'incaricai delle vostre commissioni per cortesia, e le compii con quella solerzia che meglio mi convenne. In ordine al ronzino poi, come vi piace addimandarlo, gli è bene che vostra beatitudine sappia, io averlo caro più della persona mia stessa. È il solo fedele che io mi abbia. Mi son trovato in mezzo alle zuffe accerchiato da densa selva di aste, minacciato da cento nemici; e non ho veduto papa Gregorio aprirmi il varco periglioso, ma il mio cavallo. Mi son trovato fra gli aguati dei miei persecutori, inseguito come belva, messo a segno di cento arcadori, in un nuvolo di giavellotti e di chiaverine; e non è stato papa Gregorio che dall'insidie e dalla morte mi ha campato, ma la velocità del mio cavallo. Ho dovuto arrampicarmi per greppi dirupati, sospeso fra il cielo e l'abisso, senza segno di calle, dove il camoscio non si sarebbe avventurato; ho dovuto valicare lagune melmose affondando fino alla gola; ho dovuto guadar fiumi terribili; e non ho trovato papa Gregorio che il pericolo e la fatica mi temperasse, ma questo fedel mio cavallo. Per qual titolo dunque papa Gregorio pretendeva da me che io avessi abbandonato il compagno che Iddio ha messo alla deserta mia vita per obbedir lui, che finora non mi ha data neppure una parola di conforto o di speranza?
- Tu non hai fede, cavaliere, sclama Gregorio con gravità, non volendo rispondere per le rime e romper con Baccelardo per allora; e dove manca la fede, l'interesse mondano precede a tutte le considerazioni di anima e di Dio. I tempi non sono ancora maturi, la Chiesa milita ancora. Ma i dì della grazia son prossimi, ed allora vedrai se papa Gregorio saprà darti più del conforto, più della speranza.
- Sì, santo padre, quel che mi avete dato pel servigio che vi resi a Montecassino, insultando il neghittoso papa Alessandro! I tempi che sperate però mi sembrano ancora lontani, se vero è pure ciò che ho udito della sorte dei vostri legati.
- Della sorte dei nostri legati! grida Gregorio stupefatto. E che sarebbe loro avvenuto di sinistro, cavaliere? Parlate su, dite chiaro, e dite presto quel che sapete. Il vostro narrare lento e misterioso ci stucca.
- Ne apprenderete fra breve anche troppo, signore. Essi si presentarono al re, nel momento ch'e' finiva di umiliare i Sassoni. Enrico aveva sentore del vostro parteggiare per costoro e delle prevaricazioni che i vostri legati andavan spargendo pel campo, onde subitamente levarli a rumore. A rompervi le vie, diede sul fatto libertà ad Ottone di Nordheim e lo constituì vicario imperiale di Sassonia. Poscia, dopo discussi gli altri affari dell'impero, fe' comparire i legati. Io non saprei dirvi qual corruccio destasse fra quei numerosi principi il canone che li spoglia del dritto d'investir feudi agli ecclesiastici, e di riscuotere i livelli annessi ad essi, nè quanto maggiore fosse lo sdegno al divieto delle mogli ai sacerdoti. Per poco quella adunanza di gente nobile ed assennata non iscoppiò in tumulti. Si rise però quando udissi della scomunica fulminata contro l'arcivescovo di Brema, contro quel di Strasburgo, contro i vescovi di Bamberga e di Spira, ed altri uffiziali della corte e primati dell'impero, se pel mese di giugno non si fossero presentati in abito di penitenti alla soglia del Vaticano onde essere giudicati da voi.
- Si rise! sclama Gregorio ghignando. E poi? Ed i legati?
- Oh! quanto ai legati essi non si scomposero nè per ire nè per beffe. Chè anzi allora presentarono la vostra lettera ad Enrico. Questi, borioso per aver domata Sassonia, la lesse, e ad alta voce alcuni pezzi ne recitò, tra i cachinni dell'assemblea.
- E non sapreste per avventura, bel cavaliere, quali fossero codesti pezzi?
- Se ne parla per tutta Germania, santo padre, e maraviglia ognuno di vostra temerità. Quell'indirizzo per esempio: Al re Enrico salute ed apostolica benedizione, se alla sede apostolica presterà l'obbedienza dovutale da chiunque è cristiano: quell'imporgli di sfrattare dalla reggia25 gli scomunicati da voi, ed impetrare con idonea penitenza il perdono; quel rimproverargli che da nemico, da ribelle, da traditore, col più insolente disprezzo oppugna la sempiterna autorità della Chiesa - testimoni i vescovadi di Firmano, di Ravenna, di Spoleto e di Milano conferiti a sue creature, quasi che le chiese fossero ad arbitrio di un laico, e date a governare ai re: quel consigliarlo a non mormorare dei vostri decreti e recarsi volentieroso come giumento a fare ciò che voi ordinavate: quel comandargli che non solo egli ma tutti i re della terra con riverenza profonda debbano osservare i vostri decreti: quel mettergli perentorio in fine, perchè senza lungamento di tempo ritornasse alle loro sedi gli ecclesiastici sassoni esuli o imprigionati che fossero, restituisse le chiese ed i beneficii usurpati, si sottomettessero tutti ai canoni di un concilio presieduto da voi, se pure, contumaci al vostro decreto, dalla spada di s. Pietro non volessero essere sterminati dal grembo della Chiesa. (Ep., III, 10).
- Basta, comprendo, l'interruppe Gregorio, E poi?
- Eh! beato padre, e poi l'imperatore lacerò in più pezzi il foglio, e sul volto dei legati lo gittò fra un pieno grido di gioia di tutta la dieta. E per dar prova più solenne in qual conto e' tenesse vostre minacce e vostri desideri, fe' trarsi avanti i chierici ed i laici di Colonia, venuti a supplicarlo di eleggere il successore di Annone, e li costrinse o ad accettare per arcivescovo un tale Idolfo, uomo di bassa lega, ovvero a star senza pastore finchè loro ne salisse la noia. Idolfo fu accettato.
- Ed i legati? dimanda Gregorio furibondo.
- I legati intimarono allora all'imperatore la citazione di comparire ad un concilio a Roma onde purgarsi delle colpe che gli apponeva tutta Germania, sotto pena di essere pronunciato ribelle, scomunicato, e decaduto dai dritti di re. A quest'intíma la collera di Enrico trabocca. Ei fa cacciar via vituperosamente gli audaci legati, tra le contumelie di tutta l'assemblea, e dai suoi Stati di Germania li bandisce, rattenuto dall'arcivescovo Sigofredo da Magonza che non li facesse frustare. Indi spedì corrieri per ogni provincia di Lamagna, onde convocare a Worms un concilio, ed egli stesso vi si recò.
- Per certo, e vi accorse numero immenso di abati, diaconi, vescovi, metropoliti e duchi, conti e baroni senza fine. Congregatisi tutti, il cardinal Bennone sorse a leggere una storia di voi, santo padre, nella quale tutti i fatti di vostra vita dettagliavansi ed esaminavansi con severità. Indi produsse terribili accuse contro la vostra modestia, le sue parole confirmando per lettere di parecchi vescovi, cardinali, ecclesiastici e nobili d'Italia, non che del popolo e del senato romano. Delle quali multiplici imputazioni ricordo solamente, che....
- Tacetevi: non vogliamo udirle, l'interruppe Gregorio. Il nostro giudice è in cielo, ed a colui solamente dobbiamo dar conto. I giudici ed i potenti della terra abbiamo sotto le suole dei nostri sandali, e li schiacciamo a guisa di fango.
- Come vi piace, santo padre. Mentre dunque quelle incolpazioni si discettavano, giunsi io. Gli araldi che guardavano le porte mi annunziano all'imperatore per oratore del papa. A questo titolo mi si vieta l'ingresso. Ma avendo insistito esser io cavaliere, ed avere lettera di Gregorio VII da presentare nelle proprie mani del re, m'intromettono alla presenza dell'augusto concilio. Superbamente un segretario dell'imperatore toglie la lettera per ordine di lui, e ad alta voce comincia a recitarla. Alle corrucciate ed amare parole della santità vostra, lo sdegno di Enrico traripa. Egli mette in obblìo le sacre prerogative degli ambasciadori, e comanda che mi gittassero nel fondo di una torre del castello di Worms. Allora io protestai avanti a tutta quella adunanza dell'onta che si faceva alla mia persona, e dichiarai che, quando che fosse, ne avrei dimandata ragione, se non come oratore come cavaliere.
- E ben faceste.
- Udite adesso ciò che accadde. Appena uscito dall'aula del concilio, otto uomini della guardia imperiale mi aggrattigliano, mi tolgono ogni maniera d'armi, e mi traggono alla prigione. Allora dimandai per favore vedere un'estrema volta il mio cavallo, e licenziarmi dal fedele animale. E sì dicendo sentii le lagrime navigarmi per gli occhi. Messer Ulrico di Cosheim, favorito dell'imperatore e suo intimo confidente, notò la mia richiesta, e fece soddisfarmi. Venne anch'egli a vedere il superbo corridore, ed assai maravigliò della fortezza, della venustà, dell'eleganza del nobile animale. Io gli carezzai il collo, gli carezzai la testa, e raccomandai al sire di Cosheim che, se quel disgraziato palafreno avesse dovuto cangiar di padrone, gliene avessero dato almeno uno altrettanto generoso e distinto che la sua genealogia meritava. Ulrico mi promise che lo avrebbe tenuto per sè, se la mia sfortuna così avesse portato, o ne avrebbe fatto dono al re. In ogni modo, ei s'incaricava di custodirmelo e riguardarlo come il cavallo di un bravo si riguarda. Confortato di questa fidanza, più contento mi recai alla muda.
- Proprio alla muda vi avevano condannato? domanda Gregorio.
- Alla muda proprio, risponde Baccelardo, quasi io mi fossi un malfattore. Però non ebbi poscia a dolermene. Perocchè avvenne che a messer Ulrico di Cosheim, invaghito della bellezza del destriero, prendesse talento cavalcarlo. Glielo apprestarono. Ora io non saprei dirvi, santo padre, quanto quel gentile animale s'imbestialisse vedendo quel nuovo signore. Fu tanta la selvaggia sua retrosia, e tanto il mordere e sparar di calci, che molti tra quei palafrenieri e scudieri accorsi ne restarono malamente conci. Messer Ulrico, che è maestro in cavalleria e vigoroso della persona e destro, s'incoccia a vincere la partita. Gli si accosta quindi di nuovo, e con maniere parte aspre parte carezzevoli cerca domarlo. Messer Ulrico però aveva malamente avvisato, perocchè ne tolse di tale percossa dalle zampe d'avanti, ch'ei fu trasportato via per estinto. Nessuno più allora sentì voglia aver che fare con quella belva, sapendo come tutti il sire di Cosheim superasse per maestria di equitare. Fu intanto riferito ad Enrico della grave ferita del suo favorito e del croio corridore. Anche al re salta il ticchio vincere la puntaglia; chè il re valeva ancor meglio del duca di Cosheim nel maneggio de' cavalli. Fu quindi il mio povero Licht novellamente bardato, e tratto nella cavallerizza. I cortigiani di Enrico vollero distoglierlo da quella prova, ma perciò appunto ve lo decidono più. Sicchè fa condurre quivi altri cavalli, fa circondare il mio da scudieri e mozzi, e quasi tendendogli aguati cerca di cavalcarlo. Dio lo perdoni! perchè due di quei disgraziati ebbero a morirne, ed egli si salvò da qualche sconcio per la sola leggerezza del tirarsi da canto.
- È un demonio dunque codesto vostro cavallo, ser cavaliere? dimandò Ildebrando.
- Mai no, santo padre - esso è di quegli esseri che la specie umana conobbe pochi per egual fedeltà. Ma, per farla breve, l'imperatore sospettando che vi fosse alcun segreto nel modo di cavalcarlo, ed innamorato della sua leggiadria volle impararlo a montare da me. Fui perciò ritratto di prigione, e tradotto alla cavallerizza, presente lui. Udii del suo desiderio e mi balzò il cuore per allegrezza.
- Comprendo anch'io, disse Gregorio. Tirate avanti.
- Vostra beatitudine vedrà se avevo ragione di amarlo. Dimandai dunque innanzi tratto che mi restituissero le armi. E dopo che me le ebbi tutte vestite, feci menarmi sul mastio. Quivi era uno spianato, da un lato circondato da mura, dall'altro da una specie di parapetto, sotto il quale, alla profondità di un quindici piedi scavavasi fossa profonda altrettanto, ripiena di acqua. Oltre di questa, aprivasi vasta campagna. Quivi condotto dunque cominciai a palpare il mio fedele Licht; cominciai ad aggiustargli le cinghie, e gli pizzicai un cotal poco le orecchie. Ed esso a farmi festa a non finirla. L'imperatore, l'imperatrice, tutti i grossi baroni della corte e dame e donzelli e scudieri stavano presenti. Io li obbligai a tirarsi da canto e salii a cavallo. Allora detti un fischio, come lo squittire della volpe; e mentre essi tutti si aspettavano che io lo avessi fatto un cotal poco corvettare e saltabeccare nell'angusto spianato, io lo volto netto al parapetto della fossa e dissi:
»Sire, tu contro il sacramento delle genti mi hai fatto cattivo; io, contro la santità della parola di cavaliere ti dico che ti sei condotto da sleale, e via me ne vado.
- Bravo! sclama Gregorio stendendo la sua mano a Baccelardo, che la strinse ma non la baciò. E continuò:
- Io detti allora forte di sprone, ed il cavallo salta giù, coverti entrambi di pesanti armadure come eravamo. Da prima affondammo fino all'imo ambedue ed alcun poco vi rimanemmo. Ma poscia toccando di sprone novellamente, Licht si dimena, e risaliti in un baleno, e guadata la fossa, che dall'altra sponda era piena di acqua a fior di terra, fuggimmo per la vasta pianura. I balestrieri dell'imperatore avrebbero voluto tirarci su; egli nol permise. Solo ci sciolse dietro molti suoi uomini d'armi per righermirci. Infatti mentre noi correvamo così alla perduta ed avevamo quei bracchi alla coda, ecco spuntarci di fronte, al gomito della strada, uno squadrone di cavalieri del duca di Lorena. Sicchè chiusi in mezzo per tal modo dovemmo arrenderci. Quei cavalieri però ci trattarono co' maggiori riguardi, e ci condussero alla presenza del re. Egli, al vedermi, si alza da sedere. Fa anche di più, mi viene incontro e mi stende la mano cui io piegando a terra il ginocchio baciai. Ed e' mi disse:
- Messer Baccelardo, voi siete bravo ed animoso cavaliere. Le vostre ardite parole e la vostra audace opera ci son piaciute moltissimo, e perciò vi diamo licenza di ritornare ad Ildebrando, con nostre lettere, libero ed onorato. Togliete intanto questa catena di oro, questa spada, e questo pugnale in nostra memoria, ed abbiatevi la imperiale nostra parola che, come avremo aggiustate le cose dell'Alemagna, penseremo altresì ai vostri negozi col duca Guiscardo, che a noi non negherà di obbedire.
- Mercè, sire, risposi io, codesta è cortesia che supera ogni mia speranza.
- Noi vi rendiamo giustizia, cavaliere, riprende egli magnanimamente. E perchè abbiate maggior prova del come noi sappiamo far conto dei bravi, vi proponiamo a stanza la nostra corte imperiale, finchè non sarete restituito negli Stati del padre vostro - se ciò vi permettono gli anteriori accordi fra voi ed Ildebrando.
E sì dicendo si mise a dettare la lettera che vi presento, santo padre; e di cui, se per avventura avrete dispiacere, non dovete accusarne che voi.
Gregorio prese la lettera di Enrico e ad alta voce lesse:
«Enrico per la grazia di Dio re dei Romani ad Ildebrando.
«Tale saluto hai tu meritato colla tua mala condotta, tu che in quanti nella gerarchia ecclesiastica occupasti gradi infimi od alti hai teco recato sovversione di ogni ordine, e scandalo e maledizione di Dio. E per non dir che delle cose più gravi, oltraggiasti i ministri del tempio, umiliasti gli arcivescovi, i vescovi, i preti e gli unti del Signore quali vili mancipi, i quali non sappiano ciò che si faccia il padrone, li affliggesti e conculcasti coi piedi. Tu eri tiranno e noi tacemmo per non turbare la pace e menomare la maestà della fede: ma la nostra pazienza, giudicando timore, ti sei sollevato contro la stessa dignità di sovrano che a noi fu data da Dio. Hai minacciato per mezzo di arroganti legati; hai voluto rapirci il potere quasi che noi lo tenessimo da te e non da Cristo, e che regno ed impero stessero nella mano dell'uomo; mentre il Signore dei cieli ha chiamato il servo Enrico all'impero non il nemico Ildebrando alla sede. Tu vi salisti per la scala che dicesi frode ed è maledetta da Dio. Per danaro sei pervenuto al favore, pel favore ad una potenza di ferro, per la potenza alla sede di Pietro, e dalla sede della pace hai cacciato in bando la pace con l'armare i sudditi contro i sovrani, con l'insegnare a vilipendere i vescovi chiamati da Cristo, quasi non da Cristo chiamati. Nè pago del tiranneggiare i tuoi sudditi, hai gravemente oltraggiato anche noi, che, indegni sì, ma pur siamo fra gli unti, unto non al tempio ma al trono; mentre è dottrina dei santi Padri che Dio solo ci può giudicare.
«S. Leone emulator dell'apostolo ha detto: temete il Signore, onorate il re. Ma perchè tu non temi il Signore, credi di non onorar noi che siamo re. Tu pertanto che fosti maledetto e condannato dal concilio tenuto qui a Worms, discendi, abbandona una sede usurpata. Farem salire codesta cattedra da un altro, il quale non veli la prepotenza, l'orgoglio e l'ambizione col manto di religione, ed insegni la vera dottrina di carità dell'evangelo, non quella di Satanno.
«Noi Enrico per la grazia di Dio, re di Germania e di Roma questo vogliamo che tu sappi, Ildebrando simoniaco e falso pastore26».
Come Gregorio ebbe letta questa lettera, che Paolo Bernried, pecudino fautore di lui chiama di ogni ingiuria disonesta e di falsità ripiena, e sir Rogero Greiffey il sunto più esatto della storia e condotta di Gregorio, il colore del volto di lui si fece rovente come bragia. Senza dimandare più motto, licenzia Baccelardo, e tutto quel dì e la notte susseguente lo si vide percorrere le stanze cupo, taciturno, agitato da interna inquietudine, e da quella specie di smania che tormenta la donna vicina a partorire.
E presso a poco, guardata dal lato morale, identica era la situazione di Gregorio.
Egli ruminava il più vasto colpo che per undici secoli avessero mai concepito i successori di san Pietro. E' doveva dare alla terra un esempio di rigore e di smisurato arbitrio di potere, che i secoli venturi funestò di mali infiniti, di guerre, d'irreligioneria senza limiti. I suoi progetti erano alfine giunti a pienezza onde venire alla luce, senza più veli, senza più orpelli. La sua autorità aveva messa radice solida. I popoli avevano udito maravigliati la novità dei suoi disegni, e speravano fare un passo ancora al riscatto, affrancarsi dalla potenza della spada, vigilando sbarazzarsi poi anche di quella della parola. I potenti, colpiti nell'ebbrezza dell'orgoglio e dei dritti, fremevano parte, parte ridevano. Tutta la terra, in una parola, quest'uomo fatale aveva messa a combustione; ed ora saliva i pinacoli per gittarle il più grande dei suoi pensieri, per farle udire il più terribile suo verbo.
Al domani fu intimato un altro concilio per Roma.
Veulent que ce bonheur, ces clartés sans mélange
Centodieci vescovi e prelati convennero a Roma pel novello sinodo intimato da Gregorio, alcuni cardinali, e parecchi dei feudatari che dominavano Italia - tra i quali quella celebre contessa Matilde, che sì giovane, sì bella, attenevasi al papa per tal divota sommessione da lasciar poi parlare di stregonecci e di amori. Vi assistevano il prefetto ed i tribuni di Roma, per la sicurezza e tranquillità dei padri, e quelli dei nobili che per Gregorio tenevano, onde tornare più solenne e maestosa l'adunata.
In spaziosa sala del palazzo Laterano, a foggia di semicerchio, si allogarono i seggi. Primi sedevano i cardinali, allora non più di sette, nè vestiti di porpora ma di paonazzo. Dopo gli arcivescovi, cui sotto i bianchi manti seminati di croci nere trasparivano ricche dalmatiche, aperte ai fianchi. Indi i vescovi e gli abati dalle lunghe barbe che loro scendevano sul petto. Ai due lati di questo semicerchio, nella parte interna, sedevano i signori laici e gli oratori delle corti straniere. Nel centro, sotto l'elevato seggio del papa, quattro segretari; ed il pontefice di rimpetto a tutti, nel mezzo, con due prelati dietro per trasmettere i suoi comandi. L'abate Ugone di Cluny riceveva alla porta i brevi di credenza di coloro che si presentavano al concilio. Egli poi li affidava agli araldi sacri onde condurli ai posti che loro spettavano. Infine si tenevano fuori quattro centurioni, con un manipolo di soldati, per arginare esterni tumulti, mettere a segno i riottosi del sinodo.
All'ora di sesta, radunati tutti, comparve la contessa Matilde. Ella aveva già trent'anni, conciossiachè di meno assai ne dimostrasse. I suoi lineamenti puri e severi erano bellissimi, di quella bellezza senza menda, ma senza poesia, senza inspirazione, che osservasi nelle opere di Canova. Le si leggeva sul volto un'aria di pensiero che la faceva sembrare alcun poco accigliata a primo aspetto. Però la soave trasparenza dell'occhio ceruleo, e la serenità della fronte maestosa ogni nube dissipavano, e quella specie di rigido contegno rivelavano bene per quel che era in sè stesso, un'abitudine cioè di ascetiche meditazioni, cui mai intieramente abbandonava e che le davano quell'alcun che di vago nello sguardo, e l'abitudine delle cure virili che dalla tenera età l'avevano occupata. Nell'insieme però bellissima la sua greca fisonomia riusciva, se non piacevole altrettanto. Vestiva tunica di bianchissima lana di Cipro, orlata d'aurei ricami contesti a seta cilestre, ed aperta un cotal poco sul petto per far luce ad una camescia di seta d'India, egualmente bianca. Stringevale i fianchi cordone d'oro che, terminato in due ghiande di pietre preziose, venivale giù fino ai piedi, chiusi in eleganti pantofole di broccato. Dalle spalle pendevale manto di velluto di Venezia chermisino, foderato di vaio, orlato del pari di trena d'oro, e fermato da scheggiale di zaffiro, di un pezzo solo, a forma d'aquila. Il manto aveva il tassello calato; poichè, dovendo sedere al concilio della testa scoverta, aveva dimesso il solito berretto a corno che si osserva nei suoi ritratti, aveva intessuto fra le trecce dei capelli d'oro, bianco velo ricamato a pagliuzze di argento, e mantenuto da ghiera d'oro che le cingeva la fronte, senza ecclissarla di splendore - solo e tenue distintivo del suo nobile grado.
Ella precedette di poco il pontefice che, per favore speciale ai servigi da lei resi alla santa sede, le aveva accordato assistere al sinedrio. Maestosa avanzò nell'aula Matilde, seguita da bianco levriere mentre due paggi le sostenevano i lembi della clamide, ed andò a sedere al seggio che, assai più basso, presso a quello di Gregorio, le avevano rizzato. Indi a poco comparve anche costui.
Al suo apparire tutti si alzarono. Egli li benedisse in prima, poi li ringraziò per brevi e gravi parole della sollecitudine che avevano mostrata nel venire a consolidare del loro voto i decreti di Dio. E scoverti della testa com'erano, intuonò la preghiera per invocare lo Spirito Santo. Poi, come tutti gli atti preparativi furono compiuti e steso il processo verbale per l'apertura della seduta, Ildebrando fece cenno della mano per richiamare l'attenzione e parlò:
- Figliuoli, sta scritto che sarebbero venuti i tempi pericolosi in cui i nemici di Cristo sarebbero sorti. Questi tempi sono arrivati. Credevamo alfine che dopo lungo battagliare avesse la Chiesa potuto assaporare giorni di pace. Ma questa pace è stata addentata da due sacrileghi; è stata violata da due infami. Questa pace han contaminata Enrico di Germania, e colui che oggi si chiama arcivescovo di Ravenna - il più sozzo, il più malvagio di quanti reprobi avessero mai conquinata la terra. Imaginate voi un delitto il più nuovo, il più gigantesco possibile che questi due non abbian commesso. Imaginate gli attentati più empi, le opere più terribili, i vituperi più nefari; questi due li han commessi tutti. O essi stessi son l'Anticristo, o ne sono i precursori. All'erta dunque, soldati di Cristo; all'opera, padri della chiesa. Siate prudenti come i serpenti, allacciatevi i sandali, cingete la spada, perchè l'epoca di una messe di sangue è matura, perchè i leoni di Giuda ruggirono. La divisa del sacerdote è la dolcezza. Però quando gli altari di Dio sono concussi; quando i santuari sono profanati e messi a vendita e a ruba; quando le persone dei sacerdoti sono prostituite, svillaneggiate, ed esposte al mercato come schiavi da gleba; quando tutte le credenze che i popoli adorano riverenti sono manomesse dai reprobi; allora ricordiamoci, fratelli, che siamo sacerdoti del Dio dei fulmini e delle vendette, del Dio che percuoteva Faraone, del Dio che sterminava Sanneccheribbo e gli Amaleciti; e sorgiamo terribili ed esclamiamo: Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus».
Dopo questa selvaggia diatriba si alza quel camerario Giovanni che abbiam veduto innanzi, e che Gregorio aveva elevato a vescovo di Porto, e messo molto addentro nelle sue grazie, dopo la diserzione del cardinale Ugo Candido. Giovanni di Porto era veramente un uomo terribile. Violento nelle passioni, spicciativo, manesco egli era, e come pressochè tutti i buoni ecclesiastici di allora, soldato in ogni suo affetto, in ogni suo uso. Giovanni, in poche parole descrisse della Chiesa il quadro più luttuoso, e dopo averne accennate le brutture e le miserie, continuò:
- Ma chi l'ha travolta in tanta geenna di vituperi? L'apostata Enrico di Germania; quel mostro dell'arcivescovo di Ravenna, Guiberto. Vuol bene questo santo padre Gregorio, il più grande di quanti pontefici ha avuti finora la Chiesa, vuol bene interdire mogli e concubine agli ecclesiastici, vuol bene condannare le leziosaggini e le morbidezze del vestire, il donneare, l'impazzir dietro cacce e banchetti, il frequentar meglio le orgie che gli altari, l'usar nelle corti, il cavalcare alle guerre; vuol bene sottrarre i sacerdoti alle investiture dei laici, al loro dominio, ai loro capricci, alle loro servitù; il santo padre non affrancherà giammai intieramente la Chiesa, non eleverà giammai il calice sulla spada, la tiara sulla corona, la nobile Italia sull'Alemagna, finchè vi resterà ancora per la terra codesto Enrico, il quale estolle l'empia cervice contro la sublime maestà del pontefice, e dice anch'esso: io sono! Finchè ci resterà Guiberto, che tutte le infamie e tutte le scelleratezze in sè porta incarnate, la Chiesa è disonorata. Questi due sono il nucleo a cui si aggruppano tutti i malcontenti; essi sono il loglio che contamina il buon grano; essi sono il braccio che fulcisce i rivoltosi; essi hanno alzata la bandiera a cui concorrono le schiere dei perduti; essi sono il principio che fomenta i ribelli, la peste che corrompe, il consiglio che diserta; e finchè essi saranno, pace e salute la Chiesa non avrà mai. La Chiesa però non solamente ha le chiavi ma la spada; non solamente ha la carità ma i fulmini; non solo i sacerdoti ma i soldati. Distruggiamoli dunque. Il ferro ed il fuoco, il pugnale ed il veleno, la guerra ed il tradimento, ogni mezzo si adoperi per cavar tale imbratto alla Chiesa; perchè sta scritto nel libro della Sapienza: Horrende et cito apparebit vobis, judicium durissimum his qui præsunt, fiet.
A questa terribile sentenza la contessa Matilde si alza, e voltasi al pontefice:
- Santo padre, supplica, se è lecito impetrar grazia pel nostro cugino Enrico, noi siam quella che lo facciamo, se pur pregio ebbero mai dinanzi agli occhi vostri le poche opere nostre a pro della Chiesa. Enrico è giovane, corrotto da perfidi consiglieri, ma l'anima ha gentile e da generosi pensieri non aliena. Usategli dolcezza ancora, non lo inasprite per dure maniere, chè bene può emendarsi. E noi, noi stesse promettiamo a questo santo sinedrio ed a voi, beato padre, di recarci in Lamagna e comporlo con la Chiesa, e ritrarlo dal precipizio.
- Madonna, voi non sapete quel che chiedete, con un tal qual piglio rispose Ildebrando. Noi abbiamo usata misericordia ad Enrico lungamente, avvegnachè, come diretti padroni di Germania, lo avessimo dovuto punire fin da principio per non indurarlo nel male. Ma egli si è fatto di dì in dì sempre più malvagio, egli ha costretti Iddio e noi ad abbandonarlo. E per chi è abbandonato da Dio e da noi, chi osa interporsi ad intercedergli grazia?
- Noi, riprende Matilde arditamente credendo aver pure alcun merito di qualche servigio renduto alla sede ponteficia.
- Voi, madonna, ne avete perduto ogni prezzo col vantarvene, severo l'interrompe Ildebrando. La Chiesa non ha bisogno di alcuno, perchè ci siam noi ed il braccio di Dio che la difendiamo. E se talvolta imponiamo ai laici di coadiuvarci, gli è più per prestar loro occasione di guadagnarsi il regno de' cieli, che per bisogno cui noi ne sentissimo.
- Ed io attesto, sorge a dire Baccelardo, che quanto ha detto il vescovo di Porto è tutto falso e calunnioso. L'imperadore Enrico di Germania è magnanimo, valoroso, d'intendimenti nobili e cristiani, che rispetta gli altrui dritti ed i suoi vuol venerati, che ha come sante le constituzioni di Lamagna a cui si vuole attentare, che non soffrirà mai che il suo impero venga tenuto come feudo della Chiesa, mentre egli è invece imperadore dei Romani, patrizio di Roma. Si disdica quindi il vescovo Giovanni di Porto, perchè male sta in un pastore di Cristo malignare i possenti.
Il vescovo si leva per rispondere, ma gli araldi sacri annunziano Rolando da Parma, commissario dell'imperadore di Alemagna. Costui era arrivato due giorni prima, nè a chicchessia aveva rivelato il motivo di sua venuta. L'istesso arcivescovo di Ravenna alcuna cosa non seppe fino alla mattina nella quale il concilio si aprì. Allora Rolando gli consegnò lettere di Enrico, e Guiberto, nel momento istesso, mosse la sua corte di Roma e partì. Rolando si recò al concilio, e dopo aver presentati i brevi di credenza alla porta entrò nella sala.
Non aveva ancora trent'anni; colossale e robusto della persona, ardito ed imperioso nell'aspetto, Rolando constringeva i più audaci ad abbassare gli sguardi, fulminati dal suo scintillante e lucido occhio nero. A lievi distintivi potevasi discernere esser egli prete. Del rimanente, vestito affatto da uomo di guerra, nell'inflessione dell'alta e sonora voce, nella speditezza del gesto, nella franchezza delle maniere, chiaro appariva che del sacerdozio egli non aveva saputo mai che farsene, e che per sola petulanza o capriccio ne adottava ancora alcun segno. Senza nudarsi la testa menomamente, a passo solenne si avanzò fino al seggio di Matilde per profferirle lieve riverenza, baciandole la mano, essendo Rolando nato suo suddito. Poscia si trasse avanti al soglio di Gregorio, che accigliato ne seguiva ogni atto ed ogni movimento, e disse:
- Mastro Ildebrando, il re mio signore e tutti i vescovi d'oltremonte e d'Italia t'intimano questo comando: Scendi dalla sede di Pietro usurpata con arti malvage. Deponi il governo della Chiesa cristiana. Abbandona la soglia del tempio, perchè niuno può levarsi a maestro di fedeli, non eletto dai vescovi, nè confirmato dal patrizio di Roma. E voi, sudditi di Enrico, sappiate che il giorno di Pentecoste dovete presentarvi al sovrano onde ricevere dalle sue mani un pontefice, perchè costui, giudicato dal concilio di Worms, di cui vi presento gli atti, non fu trovato tale, ma lupo rapace e tiranno.
E sì dicendo, al papa presentava la lettera dell'imperatore, ai segretari i decreti del sinodo di Worms. Ma a quelle parole, l'ardente vescovo di Porto balza in piedi e grida:
- Per il manto di Dio! imprigionate lo scismatico.
Ed alle parole giungendo l'esempio, si avventa sopra Rolando, traendo di sotto le vesti pugnale per assassinarlo. Costui però non dà segni di sgomento. Egli aspetta il vescovo, e mentre questi lo aveva di già ghermito dal petto e gli alzava sul capo lo stile, non saprei se per intimorirlo o per ucciderlo, Rolando lo abbranca dalla nuca, e, quasi avesse allontanata da sè importuna cianfrusaglia, lo manda a battere di testa ai seggi dei prelati, vicino la porta. Al novello tratto di ardimento, il prefetto, i tribuni ed i soldati di Roma sguainano le spade, e levati in massa gli si rovesciano sopra per morirlo ai piedi del papa. Se non che questi di lancio si precipita dal trono, ed allogatosi avanti al petto di Rolando, ai furibondi grida:
- Indietro, signori: rispettate il dritto delle genti che fa sacri gli oratori, e la tremenda maestà del concilio. Noi non dobbiamo odiar nessuno, ma tollerare gl'insani che si affaticano violare le leggi eterne di Dio. Vi dissi che l'ora della persecuzione era per giungere; è giunta. Risparmiate il sangue e siate pronti a resistere con fermezza, perchè lo spirito di prudenza e di mansuetudine è spirito di sapienza e di fortezza.
Indi, aperta la lettera di Enrico, con tranquilla voce e serenità di sembiante legge:
«Enrico, non per usurpazione ma per volere di Dio re di Germania, ad Ildebrando non papa ma falso monaco.
«Sebbene noi avessimo sperato finora da te ciò che da padre prudente può sperare figliuolo amoroso, e sebbene a dispetto dei nostri vassalli fossimo stati riverenti al tuo cenno, ciò nullamanco ti abbiamo provato per tale quale appena avrebbe saputo mostrarsi il più pernizioso nemico dell'impero germanico. Ci hai scemato il nostro ereditario potere; ci hai negato l'onore che dal vescovo di Roma è dovuto al re dei Romani. Con maligna arte hai sedotti i vassalli italiani a rinnegare la sovranità dell'impero. Nè contento dall'avere offeso il tuo re, hai posta mano pesante addosso ai vescovi lombardi e tedeschi, li hai gravati contro ogni dritto, vilipesi in faccia alle genti, condannati alle pene più atroci, solo perchè i generosi mantenevano salda lor fede, ed ai capricci di uomo orgoglioso resistevano. E poichè la nostra longanimità pazientava, hai presa la sofferenza benigna per languore di sovrano indolente, hai osato minacciare il tuo re, bandire il regicidio dal pergamo, e con parola nefanda giurato, che o saresti morto tu stesso, o fra poco tolto di seggio e di vita il monarca. A rintuzzare l'inaudita insolenza non credemmo valer più le parole, ma fatti volersi e castighi. Per lo che, cedendo alle preghiere dei principi, congregammo il concilio di Worms, ove i vescovi quanto sinora per timore o per rispetto avevan taciuto, svelarono; e sulle prove parlanti, che nelle lettere di ciascuno leggerai, giudicarono essere nocevole all'orbe cristiano che tu governi la Chiesa. Dietro la quale sentenza emanata dal santo concilio, secondo i canoni ed i santi Padri e giusta al conspetto di Dio, noi re di Germania ti pronunciamo decaduto dai dritti di papa usurpati, e ti comandiamo discendere dalla sede di quella città della quale i liberi suffragi del popolo ci han creato patrizio e sovrano.
«Questo comanda Enrico re di Germania ad Ildebrando usurpatore del ponteficato e falso pastore di Roma»27.
Dopo di ciò, un segretario del concilio lesse la lettera al popolo e senato romano. Ma e' non potè tutta compierne la lettura, perchè gli scalpori ed il gridare dei componenti del sinodo si levarono altissimi. Per modo che al messo imperiale fu gran fatto novellamente campare la vita, difeso dalla generosa prudenza di Gregorio. Giovanni di Porto però, prendendo la parola a nome di tutta l'assemblea, scongiurò il papa che sguainasse la spada di Pietro e scomunicasse un monarca scellerato e ribelle, giurandogli a nome di tutti fedeltà ed obbedienza, decisi com'erano di correre una sorte con lui - fosse stato pure il martirio!
Allora Ildebrando sorge fra le acclamazioni del sinodo e con voce solenne e maestosa, con volto sereno parla:
- S. Pietro! tu principe degli apostoli e vicario di Cristo porgi orecchio all'imponente scongiuro, ed ascolta. Te attesto, e la madre di Dio, e Paolo tuo fratello di grazia che questo soglio non ho usurpato per ambizion di comando. Mercè tua, è piaciuto al popolo confidato a te che obbedisca al tuo servo Gregorio, e che in lui risieda il potere di sciogliere e legare quaggiù ciò che tu sciogli e leghi nei cieli. Fermo in questa fiducia, io legittimo papa e vero luogotenente di Dio, scomunico in nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo Enrico re di Germania, figlio di Enrico imperator dei Romani, empio che con feroce superbia perseguita ed oppugna la Chiesa, gl'interdico le insegne reali, ed il governo del regno tedesco e d'Italia, sciolgo tutti i cristiani dal giuramento che gli han dato e daranno, vieto a tutti ed a ciascuno che d'ora innanzi obbediscano a lui come a re; ed in nome dei santi apostoli e di Cristo lo lego col vincolo di un tremendo anatema; affinchè tutti i popoli sappiano tremando che io sono erede e successore di Pietro, e che su questa pietra il figliuolo di Dio edificò la sua Chiesa, contro di cui le porte infernali non potranno mai prevalere.»
Dopo le quali tremende parole Gregorio scomunica altra volta i vescovi di Lamagna ed i consiglieri del re; scomunica Guiberto, Ugo Candido e Guiscardo; intima ai vescovi del concilio di Worms di comparire al suo tribunale, per essere giudicati; dichiara ribelle e scismatico il clero lombardo, ne scomunica quasi tutti i vescovi, egualmente che molti vescovi francesi e molti conti, e presenta al concilio quel celebre Dettato del papa per sanzionarlo.
In fatti si stabilì quell'improbo regolamento di dritto ecclesiastico, che servì di norma a Gregorio ed ai pontefici a lui somiglianti, e che compendia a maraviglia quei tempi di sanguinose lutte, la politica dei pontefici, ed i passi che dettero nella loro onnipotenza dei secoli di mezzo per consolidare la sovranità della croce sulla spada. Si stabilì fra le altre sentenze: «all'arbitrio ed alle mani del papa stare le insegne imperiali - al papa doversi baciare i piedi da tutti i monarchi - non essere al mondo che un nome, il nome tremendo del papa - essere del papa il giudicare i monarchi - nessun mortale abrogarne le sentenze, nè alcuno fuori di lui poterle rivocare, il papa essendo sovrano ad ogni giurisdizione di uomo - la stessa elezione canonica constituirlo santo - autorizzati dal papa potere i sudditi accusare i sovrani - il papa poter sciogliere dal giuramento i sudditi dei monarchi». Ed altri principii presso a poco consimili, di ogni ordine, di ogni pudore sovversi.
Dopo di che si chiude il sinodo, e Gregorio detta lettera e per i feudatari e pei vassalli dell'impero teutonico, e le dà a portare allo stesso Rolando, in unione dei suoi legati. I quali si recarono incontanente in Germania e pubblicarono i decreti del concilio di Roma, e la condanna di Enrico28.
VI.
Tali modi facevano vivere i sudditi pieni
d'indignazione veggendo la maestà dello
Stato ruinata, gli ordini guasti, le leggi
annullate, ogni onesto vivere corrotto,
Terribile fu la sensazione che le misure di Gregorio produssero in Lamagna. I più timidi paventarono, i più forti arsero di nobile sdegno, maravigliarono tutti dell'arbitrario ed insolente condursi del concilio. Imperciocchè nuova affatto riusciva la scomunica d'un imperatore, ed origine a miserie infinite. Qualche fanatico ha voluto giustificare l'inverecondo fatto del papa per logica inferma: ma scrittori più probi ed imparziali, dei quali basti citare Fleury e l'immenso Bossuet, l'han condannato altamente come atto, non solamente indegno, ma non canonico ed iniquo. Enrico istesso ne intimorì. Non per l'anatema in sè stesso, che pure seco trascinava seguenza di sventure assai, ma per la disposizione degli spiriti nell'impero.
In un secolo superstizioso ed ignorante, in cui le idee religiose accompagnavansi di una specie di indefinito arcano terrore e di misteriosa solennità, le censure riputavansi quanto di più spaventevole potesse l'uomo colpire. E sì che quella gente di ferro nulla temeva, usofatta alle guerre, alle cacce, agli sdegni municipali, alle durezze d'ogni maniera! Ma quelle parole latine, profferite dai vescovi o dal papa col più lugubre apparato, li riempivano di paura. Maggiormente poi se eglino abitavano di là delle Alpi e del mare, e se la scomunica partiva dal pontefice, guardato come essere divino, avvolto in nube terrena. Perchè la sentenza di Tacito maxima a longinquo riverentia è stata vera in tutti i tempi e sopra tutto per i papi.
Allo scomunicato negavansi i sacramenti. Se moriva, il suo corpo mangiavano i cani sulle pubbliche strade. Qualunque aveva facoltà di ucciderlo per guadagnare la salute dell'anima. Gli dovevano rifiutare il tetto da ricovrare la inferma persona, il pane per isfamarlo, un gocciolo per torgli la rabbia della sete. Chi con lui favellava cadeva medesimamente nelle censure. I figli, la moglie, la madre, i parenti tutti, gli amici, avevano a sconoscerlo; niuno soccorrerlo se lo vedeva cader di lassezza, colpito di febbre e di lebbra. Egli doveva errar come il lupo, esser solo come la notte, maledetto come Caino. La terra stessa non prestarsi a dargli appoggio, il sole a dargli luce. E se era principe o signore, decadeva sul fatto del grado, ne perdeva il nome ed i titoli, le insegne e l'autorità; i vassalli levavangli ogni fede e riverenza, non l'obbedivano, lo vilipendevano, lo uccidevano ancora, se tanto avesse loro ordinato chi fulminava le censure. Ecco quindi ogni vincolo di sangue e di società civile rotto per una parola; ecco un popolo immerso nei tumulti ribelli, e nelle guerre; ogni constituzione di regno o d'impero violata.
Quest'arma, che i popoli stessi avevano data ai pontefici, finchè questi furono santi e protettori dei popoli, fu maneggiata con giustizia. E la tiranna prepotenza dei principi raffrenò; i dritti delle nazioni e dei soggetti protesse. Ma quando i pontefici diventarono altresì signori e ricchi, quando il ticchio lor prese di ambizione, e dalla pura santità del ministero sacerdotale si allontanarono per vezzeggiare principati, ed ai principi tornar superiori; quest'arma sacra, questo lábaro di libertà e di custodia degli oppressi, quest'arca di salute, questa spada che rovesciava le tirannie, si prostituì ad usi profani e scellerati. Fino a tanto che infiacchì, e si rese non temuta e ridicola.
Nel secolo XI però la scomunica vigeva ancora di massimo rigoglio, sopra tutto presso i popoli del nord.
Ed in effetti, come i numerosi legati che Gregorio diffuse in Germania vi pubblicarono l'anatema dell'imperatore e dei suoi cortigiani, tutti vestirono scorruccio, prevedendo i guai che avrebbero travagliata la patria. Maggiormente perchè i legati non si arrestavano nel manifestare i decreti del concilio di Roma, ma principi e vassalli prevaricavano a nome di Gregorio, e ad Enrico li ribellavano - i più saldi lusingando di promesse, i più timidi spaventando per minacce e per i quadri luttuosi dello sdegno di Dio e del pontefice. In modo che, i legami dell'impero teutonico si discioglievano. I sacramenti di obbedienza da ogni lato rompevansi. L'ordine sociale si sfracellava. Lo spirito pubblico correva al tumulto ed alle vendette. Un fomite di dissoluzione, di rivolta, di guerra, cominciava a prender fuoco in tutti i punti. Imperciocchè, se già i popoli inchinavano a francarsi, i principi a torsi di soggezione dall'imperatore, e qualcuno ad arrivare esso stesso all'impero, li ratteneva il giuramento prestato ad Enrico, giuramento cui come santo rispettavano. Essi non ardivano alzare baldanzosi la voce della ribellione e contristare il placido andare della nazione, difesa dai suoi dritti e dalle sue costituzioni. Ora, Gregorio avea tagliato quel sacramento; liberati tutti dalla divozione; attaccate le antiche e sacre leggi di Germania; tornato irriverito quel monarca a cui tutti mettevano fede, svillaneggiato, oppresso, rovesciato dal soglio; chi manteneva salda la fedeltà dei vassalli spogliato d'ogni riverenza, d'ogni santità, d'ogni decoro e grandezza. Questo esempio fatale corruppe i principi alemanni, i quali oramai givano accattando taccoli per rompersi in rivolture.
E primi i Sassoni ed i Turingi non del tutto da Enrico prostrati o malamente domati dalle ultime vittorie. Poi i principi di Sassonia, liberati dalle fortezze ove per ordine del re custodivansi onde mantener ligio e tranquillo il popolo scemato di capi. La lega infine, fomentata dal papa, tra Rodolfo di Svevia, Bertoldo di Carintia e Guelfo duca dei Bavari, allettati dall'imagine dell'impero che ad uno dei tre sarebbe toccato, come i più potenti principi di Germania, caduto Enrico. Le quali cose appena questi ebbe saputo, intimò al castello di Worms dieta, sia per iscandagliare l'animo dei nobili, sia per pigliare le debite misure sulle cose dell'impero. Ma alla dieta di Worms niuno dei grossi baroni comparve, intenti a collegarsi fra loro. Talchè fu mestieri trasferirla a Magonza. Nè quivi alcuno si mostrò pure, sendosi già pattuita alleanza tra Lorena, Franconia, Baviera, Svevia e Sassonia; avendo i principi ricevuta risposta da Gregorio, a cui si erano volti a consiglio, che se Enrico non si riconosceva vassallo di lui e della Chiesa «scuotessero sulla sua porta la polvere dei loro calzari e richiamassero al governo del regno un principe, il quale giurasse e fornisse cauzione di mantenersi sempre obbediente alla santa sede, e compierne fedelmente i decreti. Onde gli facessero conoscere costumi, sentimenti e condizione del principe cui miravano sostituire ad Enrico, per confirmarne l'elezione e renderla santa in faccia alla terra; se non credevano meglio d'intieramente affidarsi in lui, che aveva in mente consigliarli e dirigere in quella necessaria scelta del novello sovrano». (Ep. 3, lib. IV). Si unirono quindi nel castello di Ulm, Rodolfo, Guelfo, Bertoldo ed i vescovi di Worms, di Metz e di Würzburg, e dopo una lunga deliberazione decisero, che, pei 15 di ottobre di quell'anno 1086, i principi che avevano cara la salute dell'impero si sarebbero accolti nel palazzo municipale di Tribur, e quivi pigliate le più sane misure. Ed il giorno stesso corrieri di quei signori cavalcavano per gli altri principi di Germania.
Il dì per la dieta di Tribur arrivò. Vi si recarono quanti castellani tenessero feudi nella Svevia e nella Sassonia, alla testa di grosse squadre di cavalli. Vi trassero i Bavari condotti da Guelfo, i Sassoni in numerose torme guidate da Ottone di Nordheim, e quasi tutti i signori dell'impero, coi rispettivi arimanni, fossero essi stati laici o ecclesiastici. Legati del papa vennero, Ugone di Cluny, Siccardo patriarca d'Aquilea ed Altamanno arcivescovo di Padova, Come l'assemblea si fu radunata, Ugone pigliò la parola primiero e disse:
- Baroni, derivando le dottrine politiche dalla dottrina fisica dell'apostolo Aristotile, il re è il cuore della nazione, i principi le sensazioni che nel cuore han fondamento. Ora le sole parti similari hanno idoneità di sentire, e ciò per due motivi: primo perchè i sensi dipendono dagli elementi ed il semplice miscuglio di questi non forma gli organi parti dissimilari, ma le sole similari e semplici; secondo perchè la sensazione non è nè energia nè facoltà di per sè attiva, ma puramente passiva, ossia mutazione comunicata. Quindi, essendo prerogativa degli organi ogni attività spontanea, la sensazione si effettua nelle parti simili, e perciò nel cuore, sede delle sensazioni, perchè composto di parti simili...
Il patriarca d'Aquilea che vide l'abate imbarcato, senza timone, negli oceani aristotelici, e che i membri della dieta si guardavano in volto l'un l'altro, indecisi tra il riso ed il corruccio, interrompe Ugone, che resta degli occhi fissamente incollati alla parete. Il patriarca allora, e senza lunghi preamboli, dichiara in nome di Gregorio che Enrico IV era stato scomunicato e deposto dal regno per le gravi sue colpe. Che perciò il pontefice, come supremo signore del feudo consentiva all'elezione del sire novello, e della sua autorità la convalidava. Qui sorsero altri principi ad accusare il re chi di uno, chi di altro delitto. Lo accagionarono di tutte le miserie di Lamagna, lo dissero origine di quelle guerre che essi invece movevano, lo chiamarono tiranno, crudele, scapestrato, e di ogni guisa di vituperii lo coprirono, onde giustificare la perfidia di loro condotta, e la gioia che sentivano di rimbeccare al figliuolo le offese del padre, e riscattarsi della dipendenza sommessa in che Enrico III li aveva gittati.
Allora giunsero messi di Enrico. Ulrico di Cosheim spose magnanime cose pel re e smentì le impudenti accuse dei principi e dei legati. Promise ancora molto per Enrico ed innanzi ai loro occhi ritrasse senza velo, come per la loro ribelle condotta la dignità dell'impero si contaminasse, sottoponendola al vescovo di Roma vassallo di Lamagna, e come le constituzioni se ne violassero scelleratamente. Coloro risposero non fidarsi della mansuetudine del re ora che, dato giù, deserto si vedeva; che essi conoscevano fino a qual punto si dovessero altrui sottomettere; che le constituzioni della Germania non manomettevano, avendo deliberatamente avanti giudicato Enrico cui, scomunicato dalla Chiesa, per non incorrere anch'essi nelle censure, abbandonavano, ed eran quivi ragunati ad eleggere sire novello. Alle quali parole altre il duca Ulrico soggiungeva. Poi, capito che vanamente maneggiava pratiche, di nobile fierezza si protesta, aver ordine del suo signore dichiarare loro, che al dì vegnente avrebbe accolti nel castello di Oppenheim i suoi uomini d'armi e presentata battaglia.
Gli oratori di Enrico lasciavano la dieta costernata. I principi comprendevano a qual repentaglio li esponesse la disperazione del re. Fatta perciò deputazione di nobili sassoni e svevi gliela mandarono con alla testa Ottone di Nordheim. Questi si presentò al castello di Oppenheim, ed incontanente introdotto alla presenza di Enrico, così parlò:
- Sire, la dieta di Tribur non vuole esservi ostile, nè adoperar con voi fuori i dettami della legge e della giustizia. Gravi colpe i principi dell'impero han quivi portate contro di voi; e conciossiachè la dieta avesse il dritto di giudicarvi, onde per avventura alcuno non secondasse particolari risentimenti di offese ricevute, vi rimette alla condanna ovvero all'assoluzione del pontefice.
- Messer conte, dimanda alteramente il re, dove e voi e la dieta avete appreso mai che i vassalli possano giudicare i padroni, ed un nemico l'altro?
- Sire, risponde Ottone, gli è pur vero che Gregorio ostilmente si è con voi condotto, ma colui non sarà vostro giudice, ciò non soffrendo nè la giustizia, nè il decoro dell'impero.
- Lode a Dio, che aveste almeno tanto pudore! sclama il re con una specie di rabbia repressa.
- Sire, continua il Nordheim, il pontefice verrà solamente invitato ad una dieta di principi tedeschi ad Augusta, dove, udite le ragioni da tutte le parti, si profferirà sentenza finale. Qualora però, termine un anno, quivi non vi foste pienamente giustificato, nè vi fossero stati tolti gli anatemi; noi ci protestiamo di avervi come decaduto dal trono, e non più signore di Germania. Intanto, sire, per arra della vostra buona fede sottoscriverete i capitoli che la dieta vi propone, e giurerete di osservarli.
- E quali sono codesti capitoli, se Dio vi aiuta, bel conte? con un tal quale beffardo sorriso dimanda il re.
Ed Ottone di Nordheim, cavandosi dal petto una pergamena, con voce tranquilla e solenne legge - saltando su i preliminari:
«Il quale Enrico promette e giura d'incontanente restituire alla chiesa di Worms il suo vescovo Adalberto di Rheinfeld».
- Perchè il povero vescovo ha smagrita bene la collottola nelle mude dei castelli del re, e gli è bene che per nostra carità torni alla vita gaudiosa delle bische e dei lupanari! Avanti.
- Giura vuotare la città da lui resa una piazza d'armi, un covo di masnadieri; confessare per iscritto aver fatta ingiustizia al popolo sassone e svevo, imprimere questa lettera del suggello reale in presenza di tutti i baroni, farla circolare per Italia e Lamagna, e finalmente recarsi a Roma per impetrare perdono dal papa, ed in tutto e per tutto compiere il volere del santo padre.
- Anche se quel prezioso santo lo obbligasse a cedere la corona a qualcuno di voi, nobili baroni, o in tutti i casi a investir voi, conte di Nordheim, del principato di tutta Sassonia, lui congratulare del fedel regno d'Italia! Non è vero, modesto sire di Nordheim? dovrebbonsi aggiungere queste parole.
Ed il conte, senza nulla rispondere all'ironico ghigno, chinava il capo e proseguiva:
- Giura inoltre purgare la sua corte del mal imbratto di femmine infami, libertini e scomunicati.
- Ancora? nel quale caso dovrei restar romito come la luna nei cieli, perchè non conosco alcuno dei bei seri di Germania, che non risenta un tantino il puzzo di questi tristi peccatacci. E dove andrebbero le vostre consorti, bel sere?
Ed il Nordheim continuava:
- Licenziare l'esercito, ritirarsi a far vita privata in compagnia del vescovo di Verdun e di altri ecclesiastici, non visitare nè le chiese, nè i luoghi santi di quella città, non immischiarsi negli affari del regno, nè portare insegne reali finchè non venga assoluto da un sinodo.
- Da bravi!, sclama Enrico, nulla fu obliato, tutto fu preveduto per umiliarci, ed i principi nostri padroni che cosa promettono dal loro canto - se essi si son degnati prometterci alcuna cosa, e se voi vi benignate di dircelo, bel conte?
- I principi promettono, risponde il Nordheim, fornirvi armata brillante pel vostro viaggio in Italia, ed intercedervi grazia dalla santa sede, offerendo invece a Gregorio, primamente di sbarazzarlo da quel perduto arcivescovo di Ravenna, che gli avete messo alle calcagne per non farlo mai più posare tranquillo; poi di cacciare di Puglia e di Calabria i Normanni, i quali hanno invaso il territorio romano, e dedicar quel paese alla sovranità di s. Pietro, come caldamente desidera il pontefice. Infine di farvi cingere dal papa la corona imperiale.
- Sta bene. E se noi non accettassimo codesti patti?
- Allora, i principi si terrebbero sciolti da qual si voglia giuramento di fedeltà, e senza più lungamente attendere procederebbero all'elezione di un altro re.
- Ah! sclama Enrico. - Nè dice altro per un pezzo, restando degli occhi immobili e la fronte corrugata. Poi si cangia totalmente in viso, e come se tutto ad un tratto si fosse deciso, toglie i capitoli di mano al Nordheim, li firma sollecitamente, li suggella e restituendoli soggiunge:
- Sire di Nordheim, voi siete un vituperato sono infami i nostri baroni. Non pertanto, siate voi testimone della violenza che ci fa il nostro popolo ed abbiate per fermo che, se Dio è Dio, le paga. Noi giuriamo di mantenere i patti di questi capitoli. Ci duole solo che essi ci siano pervenuti da voi, cui avevamo in conto di amico e di fedele, e che tal disinganno ci abbiano dato altresì Rodolfo, Bertoldo e Guelfo. Ora, potete partire.
- Sire, soggiunge Ottone, ricordatevi che avete giurato, e che avete soscritte le condizioni di pace che vi ha proposte la dieta. In quanto a noi poi, con la vostra sopportazione, sire, dovreste ancora ricordarvi che, prima di essere vostri amici, eravamo cittadini; prima di essere vostri fedeli, eravamo principi dell'impero; e per ciò appunto custodi della sua pace, delle sue leggi, delle sue consuetudini. Le nazioni non appartengono ai re. Che vostra grandezza quindi ritorni ad essere il padre di questi popoli, non attenti alla libertà di loro, non ne violi le constituzioni, rimetta l'impero nella grandezza e nel fulgore in che glielo lasciò la gloriosa e temuta memoria del padre suo, Enrico il nero, ed allora ci troverà tutti sudditi devoti e fedeli.
- Bene sta, sire di Nordheim, Avete compiuto il vostro mandato, ritiratevi.
Ottone partì, e ritornò alla dieta in Tribur per consegnare ai principi i capitoli firmati e giurati da Enrico. Viva fu la gioia di coloro, per la maggior parte o sconfitti alla battaglia di Hohenburg, o umiliati alla dedizione del campo di Gerstungen e tenuti cattivi nei castelli dell'impero per la durata e sicurezza della tranquillità. Smisurato fu il gaudio dei legati. Segnatamente allorchè si udì che Enrico, per dar pruova di voler mantenere i patti, aveva accolti a consiglio nel castello di Oppenheim i suoi, e dopo commovente discorso, licenziati dalla corte i vescovi di Bamberga, Colonia, Strasburgo, Basilea, Spira, Losanna, Zeitz, il duca Ulrico di Cosheim, i conti Eberardo ed Artmanno, i quali erano partiti con le lagrime agli occhi. Imperciocchè quelli amavano Enrico teneramente, come colui che dimostravasi magnanimo come re, valoroso come guerriero, senza fasto e compagnevole come soldato, liberale, franco, grande rimuneratore ed ammiratore delle opere prodi, di alti e nobili intendimenti. Così che meritamente forse nella storia spregiudicata s'ebbe appellativo di grande - appellativo che le calunnie non mai specificate da fatti, cui numerose gli addossarono i sediziosi ed i proseliti di Gregorio, non potranno giammai cancellare. Dopo il qual tenero addio, riconfortandosi per tempi migliori, Enrico mandò ordine al comandante di Worms restituire al vescovo la sede, le rendite e l'autorità vescovile, spianare le torri, vuotare la città da' presidii ed arnesi da guerra, licenziare le truppe. Si accommiatò in fine dai baroni che aveva con sè, e ritirossi nel castello di Spira senz'altra compagnia che l'imperatrice Berta, con cui erasi riconciliato, ed il suo figliuolo Corrado.
I legati intanto, ed il conte Mangoldo di Verigen ed Udone di Treviri ambasciadori della dieta di Tribur mossero per Roma. Papa Gregorio, che combattuto in mille affetti, sospeso all'orlo di abisso profondo, in agonia di pensiero, come quegli che sopra un dado aveva giocato tutto - grandezza, fortune, ambizione, progetti, il passato e l'avvenire, tutte le opere ed i concepimenti di una vita, tutto un potere strabocchevole, tutta la magica e paventata signoria di una parola, aspettava; ed aspettava senza velar gli occhi di sonno, senza sentir bisogno di cibo, smanioso, ansante, bruciato da impaziente inquietudine.
VII.
E' par che voi veggiate, se ben odo,
D'innanzi quel che il tempo seco adduce
nel presente tenete altro modo.
Noi veggiam come quei ch'ha mala luce
Le cose, disse, che ne son lontane.
La legazione della dieta di Tribur pose addosso ad Ildebrando tripudio che non sapeva contenere. Aveva trionfato. L'imperatore era avvilito; egli si levava alla cima della gerarchia sociale. Re, principi, signori, tutta la gerarchia ecclesiastica e secolare accosciavasi ai suoi piedi. Sulla terra non si riconosceva potere al suo superiore; non uomo di lui maggiore; non dignità più riverita e temuta, potenza più illimitata ed a scrutinio non soggetta, nè capace d'essere rovesciata. L'Italia infine non si atteneva più all'Alemagna. Ed egli poteva darle legge, darle freno. Il suo sistema di universale teocrazia era prevalso; le autorità della terra stringeva nel suo pugno. Re dei re, egli poteva eleggere e rovesciare i re e gl'imperatori. Dopo Iddio a niuno andava secondo. Ed il suo gaudio cresceva dal saper che, forzati e tratti da seguito arcano di fatalità, i secolari recavansi a tanta subordinazione, che avevano combattuto, che si erano ribellati, che addentavano avviliti il morso cui aveva lor posto. Poi comparava Enrico IV, da lui spogliato di dignità e da qualsiasi dritto di principe e d'uomo, ad Enrico III, che deponeva i pontefici e li creava, che metteva leggi alla Chiesa e l'aveva vassalla. Tutti i popoli adesso, tutti i paesi erano feudali alla Chiesa. Roma, un'altra volta, sorgeva padrona del mondo, senza colpo ferire, senza soldati, per sola virtù di ostinata volontà, di gigantesco concepimento. Aveva ragione il prigioniero di Sant'Elena di dire, che se e' non fosse stato Napoleone avrebbe voluto essere Gregorio VII!
Per quindi maggiormente godere del suo trionfo, Gregorio accettò l'invito della dieta, e si dispose a partire per Augusta.
La dieta di Augusta si apriva ai 22 di febbraio.
L'inverno si mostrava rigido, copiose cadevano le nevi, gonfiavano i fiumi, imperversavano i venti. Ma che perciò? La tensione del pensiero ogni altro bisogno o debolezza in Gregorio attutiva. Fiso della mente nel sublime momento in che avrebbe profferita la sentenza del suo nemico, e' valicava tempo, perversità di stagione, malvagità di cammini, e nulla curava, e ad Augusta correva, dove già il suo spirito tanta vaghezza di lusinghe e di ambizioni soddisfatte andava assaporando.
Sulla metà di dicembre quindi Gregorio partì da Roma. Lo accompagnava la contessa Matilde, sopra borioso stallone isabella, virilmente vestita, e grosso seguito di baroni che le componevano intorno brillante cintura. Lo seguiva poderosa scorta di soldati toscani, sudditi della contessa.
Gregorio cavalcava bianca chinea, coperta di ricca gualdrappa di velluto porporino ricamata a croci d'oro. Avvenente anzi che no della persona, quantunque piccolo di statura, i suoi grandi occhi scintillavano di luce vivissima; la sua fronte alta e calva si spianava dalla letizia; dal naso aquilino fiutava orgoglioso la pura aura di un'atmosfera, che tutta del suo nome e della sua potenza riempiva. Il peso del mondo non ottenebrava il suo volto; la sua mente intendeva ad ogni cosa, senza soccombere, senza gualcire di precoce vecchiezza il corpo che animava.
Vestito di bianca lana, ravvolto a metà entro mantello di panno cremisino, su cui suffusa e lunga cadevagli la barba argentina, Gregorio si compiaceva dell'impaziente alterigia del suo corridore, che andava caracollando, e graziose parole diceva alla contessa che gli cavalcava alla destra. Ed ora dava provvedimenti al vescovo di Porto, che gli teneva dietro per i bisogni e la sicurezza del viaggio; ora benediceva il popolo, il quale gremiva le strade, vago e motteggiatore dello spettacolo di quella cavalcata.
Come però furono giunti in sulle porte, tra mezzo a gruppo di soldati, Gregorio vide una giovinetta a cantare la cantilena di Rolando, l'aspetto della quale lo colpì. Si raccolse un istante nella mente, e ricordossi infatti di quella fanciulla che, nella sanguinosa notte di Natale, lo aveva arrestato alla porta di Santa Maria Maggiore e scongiurato di tornare indietro. E si risovvenne altresì che, impaniato tra le gravi cure della Chiesa, di niun modo aveva poscia pensato a sdebitarsi con lei, e pigliar conto di sua fortuna e condizione. Per lo che, avviato adesso sopra dubbia carriera ed in volta per viaggio periglioso, onde non avesse novellamente dimenticato di mostrarsele grato, fa sosta alquanto e manda il vescovo di Porto per menargliela avanti.
Guaidalmira, considerata, diciam così, alla spicciolata, non era bella in ciascuna delle sue membra, tolto la taglia della persona alta, svelta e tornita. Però nello insieme talmente quelle membra armonizzavano, che ne usciva una delle più piacevoli e piccanti fisonomie, segnatamente per quei suoi grandi occhi neri che brillavano come due gocciole di neri diamanti. Quel sembiante quindi aveva un'attrazione, a cui non si resisteva di leggieri, ed una tale aperta franchezza che tutte le sensazioni dell'anima vi si pennellavano. Il suo sorriso, che metteva in mostra i più bei denti, era un incanto. Ella, non riccamente ma pulitamente vestita, all'invito del vescovo si apre strada tra i capannelli dei soldati ed al pontefice si presenta. Gregorio la stette a considerare fisamente un bel tratto, quasi di quell'aquilino suo sguardo avesse voluto affascinarla. Però non essendosi Guaidalmira per nulla scossa, ed avendo con fermezza sostenuto quella specie di compenetrazione mentale, Gregorio le dimandò:
- Non saresti tu per avventura, giovanetta, colei che, la notte di Natale, alla porta di Santa Maria Maggiore, ci avvisò di un pericolo cui andavamo ad incontrare!
- Io per l'appunto, risponde Guaidalmira.
- E come dunque sapevi tu degli assassini che ci minacciavano la vita, figliuola?
- Con la mia scienza, pontefice, franca soggiunge la giovinetta.
- Ah! non avresti miglior risposta da darci, bella fanciulla? riprende Gregorio.
- No.
- Eppure ti gioverebbe moltissimo confidarti a noi, e dirci il vero.
- Io non vi ho dimandato nulla, sir papa. Perchè dunque mi tentate voi con promesse che non mi seducono più del canto del cuculo? Vi ho detto che io lo sapeva col ministero della mia scienza; gli è giusto così. Vi basti.
- Bene sta. Noi ti dobbiamo mercede, e, forse ci avrai dato del poco generoso per averlo dimenticato finora.
- No, santo padre: anzi ve ne dispenso, perchè io non ho bisogno di nulla.
- No? quale è dunque il tuo mestiere?
- Voi lo vedete: dico canzoni pel popolo; predico l'avvenire.
- Predici l'avvenire? ma non sai tu, fanciulla che l'avvenire è in mano di Dio?
- Che perciò? nelle sue mani, io l'indovino. Anzi, se pur siete disposto a darmi mercede alcuna, permettetemi che osservi la vostra mano e che vi dica la sorte.
Gregorio resta un momento a considerare quella giovinetta, per leggerle nell'anima se ella favellasse di buona fede e per interna convinzione, ovveramente tentasse abbindolare anche lui. E forse della sincerità di colei dovette persuadersi, dappoichè, sollecitato altresì da un languido sorriso della contessa Matilde, egli tira tosto la mano di sotto il mantello, si cava il guanto e gliela porge. Guaidalmira piega il ginocchio a terra, la bacia, la guarda attentamente, ne esamina le linee, ne studia le pieghe; ed il suo volto si copre di rossore. Poi, rialzandosi, dice malinconicamente:
- Fatalità! io non credo più alla mia scienza.
- Ah! e perchè dunque, fanciulla? domanda Gregorio.
- Perchè? risponde Guaidalmira, perchè? Essa detta la medesima sorte a me povera monelluccia di strada ed a voi sovrano pontefice, terrore dell'universo. La stolta! Quale disinganno!!
- Vero? sclama Gregorio accennando il volto a gaiezza.
- Si, riprende Guaidalmira con un sospiro, divenendo di un subito pallida, mentre una lagrima le navigava per gli occhi. Sì. La mia fede ha perdute le ali per sollevarsi al cielo, i miei occhi han perduta la luce per leggere nell'avvenire. La medesima sorte! stolta!
- Ed è ben scura codesta sorte che tanto vi addolora, o figliuola? domanda Gregorio.
- Chi lo sa? mormora Guaidalmira. Sprazzi di sole in fiotti di uragano. Lugubre certo è la mia. Nondimanco però, sia vera, sia falsa la mia scienza, non posso, santo padre, restarmi dal rivelarvi che essa della vostra persona mi detta che...
- Che cosa! parlate pur liberamente, dice Gregorio.
- Si, pontefice, sclama la donzella: vivrete Cesare, morrete Mario!
E sì parlando, senza aspettare ulteriori domande, volge le spalle a Gregorio e parte. Questi resta colpito alle parole della giovinetta, la segue un istante col guardo, poi gitta un sospiro e si rimette in cammino.
La contessa Matilde aveva tirato il capperuccio sulle gote per celarne il pallore.
Giunto in Lombardia, i nobili ed il clero che ancora gli restavano divoti, lo accolsero della più suntuosa magnificenza. E' si fermò alquanti giorni nelle terre lombarde, e di là mosse per Vercelli, seguíto da splendido corteo.
Il vescovo di Vercelli era altresì cancelliere dell'impero nel regno d'Italia. Gregorio si aspettava che costui gli fosse venuto incontro sulle porte della città onde fargli riverenza ed offrirgli ospitalità. Ma per tal guisa non avvenne. Poichè, non solamente il vescovo non gli andò innanzi nè si recò al palazzo municipale per salutarlo, ma, invitato due volte di presentarsi al pontefice, si rifiutò. Grave sospetto prese allora a travagliare l'animo di Gregorio, che alla contessa Matilde confidò. Infatti poco di poi giunsero novelle che l'arcivescovo di Ravenna aveva accolto un esercito ne' suoi Stati ed un sinodo a Pavia. Gregorio insiste per vedere il vescovo di Vercelli. Questi infine, dopo tanto strepitare ed urgere, si presenta. Ildebrando lo accoglie con piglio minaccioso ed altiero, ma colui, senza neppur tanto curare il broncio del papa, gli va davanti e dice:
- Pontefice, come cancelliero dell'impero vi comando di uscire da questa città, la quale, fedele ad Enrico, non può nè vuole ricettare nelle sue mura un nemico dell'imperatore e della Germania.
- Ser vescovo, risponde con calma altiera Gregorio, ed io ti comando di deporre le insegne vescovili, di lasciare la carica, di prostrarti della faccia nella polvere alla nostra presenza, di constituirti cattivo, e sperare nella nostra misericordia del quando e del come sapremo farti giustizia.
- Gran mercè della vostra buona intenzione, pontefice! sclama il vescovo. Solamente io vi chiamo a considerare che, ad obbedire alle vostre proposte, io non sono mica disposto ancora, nè per qualche tempo sarò. Invece, per far si che voi obbediate ai miei comandi, gli è ben che sappiate aver io ai miei ordini tal numero di gente da non udire nè scrupoli, nè forza per costringervi.
- Vescovo di Vercelli, furibondo riprende allora Gregorio, tu sei uno scellerato che verrai punito da tutti i fulmini della Chiesa e dalla forza laicale. Enrico intanto, alla dieta di Augusta, udrà da noi della tua infame condotta.
- Se questo è il vostro pensiero, ser Ildebrando, risponde il vescovo, non andrete fino ad Augusta per denunziarci. Enrico è in Italia.
- -Enrico è in Italia! grida il pontefice alzandosi da sedere percosso dalla novella. E direste voi il vero, monsignor di Vercelli?
- In Italia, continua il vescovo con fermezza, ed alla testa di formidabil esercito, il quale altro non cerca che vendicare le offese del suo signore.
- Sire Iddio! grida Gregorio levando al cielo le mani e l'occhio corruscante di sdegno, o che io muoio e ti rinnego come Pietro, o che infine strapperò affatto codesto Enrico dal soglio di Germania e d'Italia.