Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

Risus in ore Cyrani

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Risus in ore Cyrani

L'uomo che ride in queste duecento pagine è Cirano di Bergerac, colui che tutti dicono di conoscere, e pochi sanno veramente chi sia. Mascherato con tanto di parrucca e di naso posticcio, fra un'accolta di allegra e perfida gente, egli ha vissuto, per una lunga serie d'anni, sui palcoscenici del mondo intiero, la vita dell'eroico buffone. Ma la celebrità della sua parrucca e della sua infallibile spada di legno non ha toccato la sua persona; la quale, fatta di carne ed ossa, e morta da quasi tre secoli, a malgrado degli sfolgoranti lumi di tutte le ribalte è rimasta per moltissimi oscura.

Ristampando oggi tradotte le più interessanti opere di Cirano è necessario dunque avvertire che quell'altro famosissimo Cirano, intorno alle cui gesta si sono assiepati i martelliani di un finto capolavoro e i pregiudizi di una moltitudine, deve essere dimenticato. I buoni borghesi che con perseverante entusiasmo hanno festeggiato il naso di quest'eroe, il suo naso «famongomadano e scarabombardone, da una mano e meza e da quattro sole co' tacconi» (come avrebbe detto il Marino), ogni qual volta protendeva la punta paffuta oltre la cuccia del suggeritore, sono ora pregati di ravvedersi. C'è qui ancora un naso, e un naso notevole benchè nobilmente arcuato anzi che fatto a polpetta; ma un naso che appartiene a una solidissima testa; e che nonostante il comico, flora e fauna, di cui è popolato, racchiude in embrione, come un piccolo mondo, quanto di più serio produsse in Francia, con le sue fucine letterarie e filosofiche, il secolo decimosettimo.

Si capisce subito che noi non intendiamo seguire Gautier quando, argomentando a minori ad maius circa la corrispondenza dei correlativi, vorrebbe attribuire al naso di Bergerac le sue grandi qualità di soldato e di scrittore, l'intrepidezza del suo carattere e dei suoi pensieri, l'acutezza della sua spada e del suo ingegno, la robustezza del suo braccio e della sua prosa. Certe teorie, come vedremo, vanno bene nella luna. Il naso può servire, secondo noi, di segnacolo alla leggenda, ma non alla storia; può essere il lucente culmine su cui si incontrano le simpatie di alcuni uomini verso un altro uomo; ma non il punto che compendia i giudizi dei posteri intorno a un poeta. Nessuno ha mai pensato di stabilire un rapporto ideale fra il naso di Socrate, che era camuso, e la filosofia socratica; fra la bazza di Dante e la Divina Commedia. Sarebbe impresa pazza incominciare proprio con Cirano di Bergerac; e noi rinunciamo volentieri a simili iniziative.

Bisogna tuttavia convenire che la natura, dotando il volto del nostro autore di un ornamento così poco comune nella forma e nelle proporzioni, contribuì largamente a creare intorno alla sua figura quell'atmosfera pregna di ridicolo che si respira a pieni polmoni nelle sue opere. Diremo, per cominciare, che l'episodio più importante di una biografia ciranesca (attingendo alle frammentarie e incerte notizie lasciate dai suoi contemporanei) ha come fulcro precisamente il naso. Semplici nomi e date ci insegnano che Savinien de Cyrano de Bergerac nacque a Parigi (egli non era quindi guascone) il 6 marzo 1619, dal nobiluomo Abel de Cyrano e da Esperance Bellanger. Della sua fanciullezza si trova qualche cenno nella prefazione del buon abate Lebret agli «Stati e Imperi della Luna». Sembra che suo padre lo mandasse per tempo a studiare presso un onesto parroco di campagna il quale suscitò subito nel piccolo Cirano la più profonda avversione. Degli anni che corrono fra il 1631 e il 1637 ignoriamo tutto, salvo che egli, ritornato a Parigi, seguì nel Collegio di Beauvais le lezioni del pedante Granger, quello stesso che divenne poi il protagonista, l'eroe e la vittima della sua commedia Il pedante gabbato. A 19 anni, nel 1638, si arrolò nella Compagnia delle Guardie, e partecipò in qualità di secondo a molti duelli acquistando fama di valoroso. Nel 1639 fu all'assedio di Mouzon e s'ebbe un'archibugiata che lo passò da parte a parte; un anno dopo, all'assalto di Arras, fu ferito alla gola da un tremendo colpo di sciabola. Queste due ferite lo ridussero così male in arnese che non soltanto dovette abbandonare la milizia, ma rinunciare ad ogni specie di bagordi, al vino e ai cibi troppo saporosi. Cercò dunque consolazione negli studi, già cari al suo cuore; e fra il '40 e il '43 seguì, con Molière, Chapelle, Bernier, Hemant, Lamothe De Vayer, gli insegnamenti del celeberrimo Gassendi.

Agli anni dopo il '43 risale appunto l'episodio del combattimento di Cirano con la scimmia di Briocci. Era questo Briocci un burattinaio che aveva la sua baracca sulla sponda della Senna, in capo al Ponte Nuovo, e ogni sera offriva per pochi soldi spettacoli straordinari alla marmaglia del vicinato. Un giorno d'estate - a quanto narra un anonimo - Cirano, passando il ponte, si fermò dinnanzi al teatro. C'era, pigiata sull'uscio, una gran folla di lacchè, di sguatteri e di monelli, i quali, aspettando l'inizio della rappresentazione, si divertivano a far sberleffi verso una scimmia arrampicata sopra un trabiccolo. La scimmia di Briocci era famosa in tutto il quartiere. Grossa come un omicciattolo, panciutella, vispa e ardita, essa portava in capo un cappellaccio alla brava, con un pennacchino di coda di gallo e una coccarda di seta. In dosso, come le scimmie del re Doladodosol, aveva un collarino alla spagnola, bracchetta in punto e calzini alla sevigliana. Briocci le aveva messo al fianco anche uno spadino smussato, e le aveva insegnato a menar qualche colpo. Cotesta scimmia rispondeva alle beffe dei lacchè sbuffando e ostentando certa sua mal celata calvizie. Ma vedendo comparire improvvisamente Cirano con quel naso nocchioluto e sbrozzoloso a foggia di limoncello, essi lasciarono in pace la bestia e cominciarono a gridare: «Ohè! Chi te l'ha rincricato? Ahò! Ti sei messo il naso delle feste? Ohò! Indietro, con quel paravento!» - e a ridere come ride la gente del volgo quando si diverte da vero. Cirano fu colpito in pieno da questa ventata di ilarità. Attonito si guardò intorno, come l'intrepido Castelforte allorchè, nel quarto atto del Pedante gabbato, s'affaccia alla finestra per fulminare gli schiamazzatori notturni. Poi, preso da un sacro furore, sguainò la spada e la roteò minacciosamente, in ogni verso. Accadde allora ciò che doveva accadere: monelli e lacchè se la dettero a gambe. Uno solo rimase, e si precipitò su Cirano, e gli allungò una botta di quarta. Ma Cirano, cieco d'ira, non vide chi fosse se non quando l'ebbe inchiodato contro le tavole della baracca; ed era la scimmia di Briocci.

Questo combattimento, degno di Don Chisciotte, è quanto di più ciranesco si possa immaginare; e io trovo che la povera vittima di tanto inutile sdegno avrebbe dovuto essere immortalata con un'onorevole sepoltura, un abbondante epitaffio e una diffusa necrologia. Invece quasi tutti i biografi di Cirano sono d'accordo nell'attribuire la scimmia di Briocci alla fantasia di un maligno, e nell'affermare che il nostro autore non si macchiò mai di un così orrendo delitto. Contro simili affermazioni militano le opere stesse di cui oggi ci occupiamo e sopratutto Il viaggio negli Stati e Imperi della Luna, dove alle scimmie in genere, e a quelle vestite alla spagnola in specie, sono dedicate pagine tanto gustose. In ogni modo, vero o falso che sia, questo episodio eroicomico è l'unico, di tutta la vita di Cirano, che possa essere ricostruito in ogni minuto particolare sulla testimonianza di un contemporaneo, sia pure anonimo. Tutto il resto è incerto e sommario; anche le date hanno un valore approssimativo. Si parla senza precisione di un viaggio in Polonia e in Inghilterra. Si sa che fra il '48 e il '53 Cirano scrisse la maggior parte delle sue opere, compresa l'Agrippina, pesante tragedia di stile classico che, rappresentata nel '54, gli procurò fama di ateo pericoloso, e lo schema della Fisica, che sviluppato e compiuto più tardi da Rohault, accompagnò per quasi un secolo la gioventù francese nello studio della scienza.

Si giunge così agli ultimi giorni della sua breve esistenza. Sembra che nel 1654, mentre era al servizio del Duca di Arpajon, a Marais o a Severac, per un misterioso accidente, un trave gli cadesse sul capo spalancandogli d'un tratto la via del sepolcro. Rifugiatosi presso M. des Boiscelairs per sfuggire a persecutori reali e immaginari, visse ancora quattordici mesi, tormentato da due monache le quali pretendevano di convertirlo al bigottismo. Seccato, e desideroso di morire nella pace delle proprie idee, egli si fece alfine trasportare in campagna, in casa di un suo cugino, dove spirò, dopo cinque giorni, nel settembre dei 1655. Le sue spoglie ancora intatte riposano in una chiesa di Charonne.

È strano che un uomo il quale cessò a vent'anni di essere uno spadaccino per vivere una vita di meditazione, di studio e di sofferenza, un uomo che non ha lasciato del proprio valore come soldato se non vaghi ricordi, affidando invece ad opere che ancora rimangono la testimonianza della propria genialità di scrittore, abbia potuto essere per tanto tempo scambiato per un lontano parente di D'Artagnan. Lo stesso Gautier, noncurante di sottomettere la propria fantasia alle necessità di una critica penetrante e castigata, nel suo saggio su Bergerac, non fa che confondere il seicento cui l'opera di Cirano è per tanti e profondi vincoli collegata, con il seicento senza dubbio più pittoresco, più ricco di elementi artistici e di aspetti romanzeschi, che si compendia nelle ardite imprese e nei patetici amori dei tre moschettieri. Tempi eran quelli di vita smodata e violenta, di passioni tumultuose, di traboccante spensieratezza. Gli uomini parevano invasi da una incomposta febbre che li rendeva inquieti, temerari e crudeli. Il tragico e il comico, il sublime e il ridicolo, si confondevano dietro grandi e agitati velari di sangue, d'oro, di profumi, di musiche. Eccessivo il piacere, ricercato per vie difficili e contorte, pagato ad ogni prezzo; eccessivo il dolore, assaporato fino in fondo, con una specie di voluttà che era nello stesso tempo diabolica e mistica. Trionfavano nell'amore i misteriosi e caldi occhi di donne senza nome, dotate di un cuore troppo grande o troppo piccolo, pronte a dedizioni cieche e a non meno cieche vendette, eccelse o infami; trionfavano le scale di seta e le serenate al chiaro di luna con accompagnamenti di stoccate e di schioppettate, le ronde sotto i conventi e gli agguati lungo le vie maestre, i duelli senza scampo, con fragor di lame e ciuffi di parrucche che volavan d'ogni parte e zampilli di sangue, morti fulminee e inverosimili ressurrezioni. Non esisteva più il Purgatorio; tutti s'erano dimenticati delle ridenti oasi dove le brame sostano, si placano e tacciono rassegnate. Il mondo pareva diviso in due parti soltanto: in Paradiso e Inferno.

Ma sotto questo superficiale rimescolio l'acque torbide, sotto gli abiti di questa immensa mascherata di intere generazioni, un'umanità infinitamente più ilare e infinitamente più triste che non fossero le cortigiane e i cicisbei, i buffoni e gli schermidori, i briganti e le streghe, partecipava con vero spasimo al lento compiersi di lungamente attese tramutazioni spirituali dalle quali doveva sorgere un nuovo ordine dell'universo. Balenavano sulle rovine del vecchio mondo scolastico, con abbaglianti sfolgorii, le grandi verità scientifiche e filosofiche dell'evo moderno. All'età delle nuove idee succedevano in quegli anni i tentativi diretti a ricondurre la molteplicità delle scoperte a un certo numero di concetti fondamentali semplici e stabili. Galileo, Campanella, Descartes, Gentile, Spinoza, Liebniz occupano con la vasta latitudine del loro genio tutto il secolo. Il problema dell'essere sta in prima linea, non ancora conciliato con la nuova spiegazione meccanica della natura. Il problema del rapporto fra il corporeo e lo spirituale, fra il mondo e Dio, a quello dell'unità e della molteplicità della materia, attendono d'essere risolti.

Cirano di Bergerac, nonostante la sua terribile sciabola e il suo tremendo naso, nonostante le sue ferite gloriose e il suo sarcasmo infrenabile, appartiene appunto a questa umanità e non a quell'altra; è preso nel cerchio magico delle verità nuove e non nel vortice delle passioni mondane. Uscito giovane da un collegio di gesuiti, la vita turbolenta di Parigi lo sfiora senza travolgerlo. Le donne e il vino, «ces deux charmantes choses qui sourient si gracieusement à nos jeunes fantaisies» non esercitano sul suo spirito che un mediocre fascino. La milizia costituisce per lui un adattamento necessario alla vita; non è e non diventa mai uno scopo e un fine. Infatti egli divide il proprio tempo fra le armi e gli studi. Lebret ce lo descrive mentre lavora in un corpo di guardia con la tranquillità di un uomo che si sente in perfetta solitudine. Quando si decide ad abbandonare il mestiere di soldato, si vale della propria fama di spadaccino per essere accolto ad ogni costo nel cenacolo dei discepoli di Gassendi. Così, a poco a poco, la sua vita assume un contorno preciso e una direzione sicura. Di militante in lui non rimangono se non le sue idee e i suoi sentimenti. Il suo coraggio non si manifesta più in assalti di scherma, ma in dispute accalorate e nella continua abitudine di sostenere fino in fondo, e apertamente, pensieri e opinioni che gli sono cari. Il suo disprezzo per chi, con l'autorità d'una citazione, sia d'Aristotele sia d'altri, pretendeva risolvere ogni più complicato problema, era sempre pronto a scoppiare in invettive o in sarcasmi. I pedanti lo facevano ridere ed egli ne rideva senza rispetto e senza scrupolo. I gesuiti, «indocti praeceptores et usque ad stomachum superbi» di cui le scuole erano allora gremite, sapevano che la sua lingua non conosceva pietà.

A questo spirito d'indipendenza, alla sincerità continuamente professata verso le persone e verso le idee, al carattere pugnace proprio della sua natura (ben diverso come si vede, della grossolana e burbanzosa oltracotanza di un libellista o di uno spadaccino), fu debitore Cirano di tutte le sue sventure, in vita e in morte. Il trave che gli spaccò la testa nel castello dei Duca di Arpajon fu forse mosso dalla stessa mano che vergò contro la sua tragedia, l'Agrippina, l'accusa di libertinaggio e di empietà. E se fu semplicemente il caso che volle scompaginare un solaio per accorciargli la vita, dobbiamo vedere in questa fatale circostanza lo stesso destino che, attraverso molti anni, fino ai nostri, perseguitò le sue opere, in parte le distrusse (come la Storia della Scintilla) e tutte le mutilò e sconciò in tal modo che furono per lungo tempo irriconoscibili.

Come poteva ridere un uomo simile? La sua ilarità era semplice, infantile; lo scoppio irresistibile che talora ci scuote, nostro mal grado, di fronte a cose ridicole o buffe, o grottesche; un momento d'oblio, di salutare ringiovanimento? Era il riso profondo, consapevole, trattenuto, di chi non comprende la vita, nella sua essenza malinconica, nei suoi continui smarrimenti, nella meraviglia di ognuno di fronte all'impreveduto dolore, se non come la quintessenza del comico, la sublimazione del comico, il culminante trionfo del comico? Oppure era la composta smorfia dello scettico che si guarda intorno e sorride di tutto, ignorando tutto, appagato di manifestare così, con uno sprezzante moto delle labbra, la propria superiorità su chi non sorride se non raramente e soltanto di ?

Cirano non guarda la vita troppo dall'alto, troppo profondamente: non è scettico amaro. C'è piuttosto in lui alcunchè d'infantile, una tendenza naturale all'ironìa, allo scherzo, alla burla sollazzevole e innocente. La sua fantasia si muove nella direzione del comico. Le cose che egli vede e osserva non gli suscitan dentro immagini poetiche, e nemmeno sentimentali, o tragiche o coloristiche; ma gli appaiono sempre più o meno deformate da una punta di grottesco, da una velatura di ridicolo, di cui egli si compiace, non già perchè quel ridicolo implichi sempre un giudizio negativo sulle cose medesime, ma perchè tale deformazione lo diverte, aderisce subito al suo pensiero, risponde pienamente al suo carattere. Perciò egli non è artista che in questo senso, e in misura assai limitata, e soltanto in un periodo della sua vita. Siccome la sua ilarità deriva da un cuor leggero, da una salute di ferro e da un animo scevro di preoccupazioni gravi, quando il cuore comincia a pesare e la salute a divenire incerta e l'animo ad annuvolarsi di molti e complicati pensieri, il riso scompare dalle sue labbra, per riapparire soltanto, sempre più pallido e sforzato, a rari intervalli. Così, dal Pedante gabbato, che è tutta un'allegra buffoneria, fino al Viaggio nel Sole, dove il comico diventa, ancor più che nel Viaggio nella Luna, un puro e semplice artificio di seduzione esteriore, noi vediamo che lentamente e per gradi, succedendo in lui al diletto artistico la passione scientifica e filosofica, egli si va spogliando d'ogni atteggiamento burlesco e satirico come di un abito che non conviene più alla sua persona. L'opera vera di Cirano incomincia dall'abbozzo della Fisica. Ancora pochi anni di vita ed egli avrebbe ripudiato la commedia, le lettere e tutto il resto, come umilianti peccati di gioventù.

Cirano è uno di quegli individui che si formano a poco a poco, per mezzo di ricerche volonterose e di continui ritrovamenti. Lo spirito critico predomina in lui fin dagli inizi della sua adolescenza: una qualità come si vede, negativa. Il fatto che egli, fanciullo, fosse convinto fino alla nausea dell'ignoranza del curato che gli insegnava il latino, è un elemento prezioso per ogni onesto biografo. La vita si schiude dinanzi ai suoi occhi come uno spettacolo interessante, ma non tanto da sentire la necessità di tuffarcisi dentro anima e corpo, come in un mare agitato. Tutto ciò che egli vede e ascolta ha per lui l'aspetto di un giuoco. Ogni cosa gli sembra facile, e per ciò ridicolo l'affaccendarsi di molti intorno a un male che egli nemmeno intuisce e a un bene di cui non sente la mancanza. Il pedante che gli insegna rettorica a Beauvais e gli inculca la morale a suon di nerbate, desta nel suo animo, come in tutte le scolaresche di questo mondo, il desiderio di gabbarsi della sua presunzione, della sua autorità e della sua sapienza. Il Pedante gabbato, la commedia, è certamente una satira spietata del pedantismo; ma nasce da quel lontano istante di ribellione infantile, da quel desiderio da monello di cui nessuno, credo, oserebbe proclamarsi innocente. D'altronde la prima forma d'arte alla quale Cirano si accosta è probabilmente il teatro dei burattini, da strada, e quindi il comico nel suo aspetto più facile e grossolano. Abbondano inoltre a Parigi i poeti burleschi. Egli ne incontra nelle bettole, nei caffè, nei salotti per bene, nei cenacoli così detti intellettuali. Scarron è vivo e celebre. Con la satira ritorna in grande onore la commedia. Molière è sulla soglia.

Cirano si trova quindi, appena nato, nell'ambiente capace di cambiare la sua tendenza critica in una vera e propria tendenza satirica. Egli non parte, in ciò, da un presupposto positivo, non ubbidisce a un ordine morale superiore, ma segue il proprio carattere e imita la moda del tempo. Si può dire, senza timore di cadere in errore, che la satira gli serva unicamente per dare uno sfogo all'esuberanza, tutta fisiologica, della propria natura, e per nascondere e illudere la povertà della propria vita spirituale e della propria esistenza pratica che non hanno ancora una precisa direzione, un desiderio preponderante, un contenuto qual si sia che le giustifichi e le nutrisca. Tanto vero che quando alfine, dopo lunghe divagazioni, il suo spirito si arricchisce e si matura; quando gli insegnamenti di Galileo e di Cartesio vengono a riempire il vuoto che è in lui, e la sua coscienza si spalanca in cospetto di un mondo prima insospettato; quando la vita cessa di essere un piacevole o noioso passatempo per acquistare valore di cammino verso mete difficilmente raggiungibili; il comico perde ai suoi occhi ogni importanza, o gli rimane, ma per poco, come un mezzo letterario, estrinseco, di specie inferiore, di cui si serve per dare un'apparenza gradevole a idee che gli importa sieno divulgate.

Accade cioè a Cirano come alla maggior parte degli uomini, nel comune tragitto dalla giovinezza alla maturità. Il prodigo diventa, invecchiando, avaro: acquista coscienza del valore del denaro che prima non aveva. Il libertino diventa casto, moralista e magari bigotto. Cirano, burlone, si trasforma in una persona seria, posata e di buone maniere; scopre in stesso e negli altri un lato che non è ridicolo, frivolo, volgare; se ne appassiona, lo riconosce per suo, e non lo abbandona più.

Ciò non toglie che l'opera burlesca di Bergerac occupi un posto notevole nella storia del comico, dai più lontani tempi ad oggi. Sarebbe facile dimostrare che una commedia di Molière vale più del Pedante gabbato, e che i Viaggi di Gulliver di Swift e il Micromégas di Voltaire, superano per vivacità e varietà inventiva, come costruzioni romanzesche e come argomentazioni polemiche, Il viaggio nella Luna e quello nel Sole. Ma, tralasciando anche, se si vuole, di dare eccessiva importanza al fatto che dal Pedante gabbato Molière trasse una delle più gustose scene di una fra le sue più celebrate commedie, Les Fourberies de Scapin; e che nei Viaggi nella Luna e nel Sole si trovano in germe tanto le avventurose vicende di Gulliver, come il Micromégas volteriano, come pure le fantastiche gesta del barone di Munchhausen; è certo che Cirano non potrebbe essere sostituito da nessuno di questi scrittori, nemmeno dal più grande, e che le loro opere, una per una e tutte insieme, non equivalgono la sua.

La comicità di Cirano è di Cirano e non d'altri: ecco ciò che importa. Il suo modo di vedere il mondo ridicolo, quantunque egli segua spessissimo i gusti del tempo e la tradizioni latine o, più propriamente, francesi, è riconoscibile fra mille ed a grande distanza. Egli porta per il naso (proprio lui!) l'umanità con una disinvoltura che confina con la sfrontatezza. Dice le cose più buffe, spaccia storielle inverosimili, se ne esce in giuochi di parole senza capo coda, spara bubbole assordanti, arzigogola paradossi d'ogni genere, e ha l'aria di parlare sul serio. Somiglia al prestidigiatore che batte la bacchetta sul bussolotto e tira fuori da una noce chilometri di nastro, capaci di insalsicciare le diecimila persone che lo guardano trasecolando. Non si scompone mai, come se il suo naso non esistesse, e sopra il naso gli occhi, e sopra gli occhi la fronte imparruccata: ma al posto di tutte queste cose una maschera di cartapesta e una zucca di legno. Voltaire quando scrive Candide, Rabelais quando narra Le grandi e inestimabili cronache del grande ed enorme Gargantua, si sganasciano dalle risa ad ogni pagina, la loro partecipazione alla universale ilarità è evidente: essi sono della brigata che ascolta e imbizzarrisce. Cirano no. Cirano al contrario, fa il viso duro. Talvolta si giurerebbe che spacciando fandonie egli sia in perfetta buona fede, come quel tale che vedeva lucciole e credeva di veder lanterne. Così che chi legge o ascolta ha la strana e solleticante impressione di ridere alle spalle di due persone: del buffone immaginario che si muove nella commedia, nelle epistole o nel romanzo, e dell'autore che lo ha immaginato. Ma in realtà, nel suo intimo, l'unico che rida davvero è appunto lui, Cirano, l'assente.

Come se questa ostentata serietà non bastasse per attrarci in trabocchetti dai quali risaliamo senza provare vergogna dolore, ma anzi con un leggero desiderio di canzonare noi stessi, Cirano condisce le proprie stravaganze con uno sviscerato amore del verosimile. Non è pudore, e nemmeno prudenza o povertà d'immaginazione, ma un espediente furbesco per cui il ridicolo e lo stravagante esercitano su chi legge o ascolta un'impressione più immediata ed intensa. Nel Pedante, il ritratto che Ginevretta fa del vecchio cicisbeo paragonandolo, in tanti minuti particolari, a un albero di cocco («dai suoi capelli si possono ricavare corde di liuto, olio e grasso; dalla sua testa corna per far manici di coltelli; dalla sua fronte geroglifici per evocare il diavolo ecc. ecc.») è, insieme con le imbrogliatissime ascendenze e discendenze del villano Gareau, che un paziente leguleio ha trovato esatte, un esempio tipico di tale amore del verosimile. Dalla stessa preoccupazione derivano le ampolle piene di rugiada e la macchina a razzi che ci trasportano una volta nel Canadà e l'altra nella Luna; l'archibugio che serve all'oste lunare per ammazzar le allodole belle e arrostite; i curiosi libri armonici del Démone socratico e cento altri ingredienti della fantasia ciranesca. Tradiscono invece e trascendono questo mondo fantastico limitato ma originale le metamorfosi corporee del Démone e il ritorno di Cirano sulla terra.

Ma non si potrebbe comprendere a pieno la comicità del nostro autore ( avremmo approfondito a bastanza lo studio dei suoi caratteri) se non ci accorgessimo al fine che essa rappresenta, fra l'altro, una geniale caricatura di quel seicentismo spagnolesco, bislacco, gonfio e vuoto che fece in Francia, come in Italia, sudar tanti fuochi a preparar tanti metalli. Leggendo il Pedante gabbato, le Lettere satiriche e alcune pagine degli Stati e Imperi della Luna, s'incontrano infatti immagini, similitudini, bisticci di parole e arzigogoli di pensiero dai quali l'intenzione di burlare i gusti letterari del tempo traspare in modo manifesto. Granger non personifica soltanto la pedanteria trionfante nelle scuole, ma molto più la matta letteratura tutta pennacchi, svolazzi e strascichi che era allora in gran voga. Granger imbottisce i propri discorsi di insensate citazioni latine, ma compone anche poemi, epitaffi e necrologie. Nella scena che precede la dichiarazione a Ginevretta, in un trasporto lirico dei più ridicolmente appassionati, egli paragona l'amore a un fuoco fatuo, poi a una cieca guida che spegne le pupille di chi le si affida, poi a un carnefice, quindi a un veleno che si beve con gli occhi, e infine a un assassino che l'anima introduce nella propria casa per le finestre. Lo specchio dinanzi al quale si pianta per agghindarsi è, più meno, un «chef-d'œuvre vénitien». Per salutare la donna di cui è pazzamente cotto non trova che questa straordinaria apostrofe: «Je salue très humblement le bastion des grâces et la citadelle des rigueurs de Mademoiselle Genevote». Fra le lettere le più caratteristiche da questo punto di vista sono quelle «Intorno alla Primavera» e «A una donna fulva».

Meno chiaramente si colgono questi indizi nel Viaggio negli Stati e Imperi della Luna. C'è nel romanzo di Cirano uno strano miscuglio di serio e di faceto. Il ridicolo ha due aspetti, due atteggiamenti, due attributi diversi. Stanno da un lato l'invenzione favoleggiata, il transito attraverso lo spazio, la prigionia fra le scimmie, la trovata delle allodole abbrustolite, degli odori nutrienti, dei versi monetati, dei linguaggi lunari; gli elementi cioè puramente romanzeschi. Stanno dall'altro le dispute intorno all'immortalità dell'anima e alla sua natura spirituale, all'eterna origine del mondo, alla struttura del microcosmo e all'esistenza di Dio; gli elementi cioè che chiameremo polemici. Cirano polemizza in nome della nuova scienza e della nuova filosofia con il vecchio mondo scolastico e lo satireggia. Il fine è serio e il mezzo è ridicolo. Aristotele, per esempio, fa nella Luna una pessima figura. I filosofi di quel beatissimo pianeta lo tacciano d'impostura, lo accusano di falso e di ciurmeria, condannando Cirano, divenuto per l'occasione aristotelico, a starsene in compagnia delle scimmie del Re.

Senza dubbio la spietata sentenza dei sapienti lunari deve aver divertito immensamente les esprits forts che Cirano frequentava ogni giorno. Oggi, a dire il vero, ci lascia quasi indifferenti: non è abbastanza attuale per noi. Altrettanto accade di moltissime fra le pagine del Viaggio nella Luna che a quella si rassomigliano. Più di una volta seguendo le discussioni di argomento scientifico e filosofico che avvengono nell'altro mondo (e quel mondo sarebbe preferibile al nostro appunto se vi si discutesse meno) noi perdiamo assai spesso il bandolo della matassa: non riusciamo cioè ad efferrare dove finisca la burla e dove incominci la serietà. Mentre stiamo ad ascoltarlo per impazzito, inaspettatamente Cirano ci riesce savio fra le mani. Ci sembra di vedergli negli occhi l'ombra di un accorante pensiero, e d'un tratto ci lo sgambetto e ci fa rotolare per terra. La verità sta forse nel fatto che egli scherza anche sulle idee e sulle opinioni per le quali parteggia. Non è ancora tanto preso nel cerchio delle nuove teorie per resistere sempre alla tentazione di canzonarle. Basta citare a questo proposito la curiosa teoria degli atomi che Cirano attribuisce a quel giovine lunare in cui taluno vorrebbe riconoscere il giovine Signor des Billettes, del quale Lebret diceva che «n'ignorait rien, à vingt-trois ans, de ce que les autres font gloire de savoir à cinqante». Cotesti atomi, destinati a formare la materia, sono un po' come i dadi di un giuoco di pazienza che consiste nel ricomporre figure spezzate. Ma quando Cirano ci lascia intendere il lato ridevole della faccenda noi siamo già stati gabbati.

In un sol caso la serietà di Cirano è certa, quantunque simulata con paradossi d'ogni sorta: allorchè egli afferma i diritti della gioventù sulla vecchiaia. La maschera cade allora dal suo volto, e il fondo di quest'uomo così allegro appare improvvisamente cupo, attraversato qua e da lampi di una così sfrontata malvagità, di una così cinica impudicizia, che per un istante ci sorprende e ci sconcerta. Noi intuiamo finalmente che il riso costituisce già per lui un penoso sforzo; è divenuto un abito di cui incomincia a sentire il peso insopportabile. Egli assume per ciò l'aspetto di un commediante il quale, recitando una farsa, non riesca a nascondere un dramma che internamente lo divora. Dopo questo inatteso scoppio di sincerità, il racconto, prima tanto bizzarro e movimentato, diventa freddo, monotono e sommario. Si passa da un giardino pieno di frutti succosi e di fiori sgargianti, in uno sterpeto su cui le ultime parole del commiato spandono la pallida ombra di un salice piangente.

Rari sono nell'opera di Cirano tali momenti di aperta ribellione contro stesso e contro gli altri, in cui la sua umanità si manifesti quale veramente è, più prossima al tragico che al comico. Ma noi non abbiamo altri segni che possano guidarci alla scoperta della sua coscienza; non abbiamo altri termini di confronto più validi per affermare, come appunto s'è fatto, che il comico non fu per Cirano se non una forma transitoria di cui si servì per esprimere incompiutamente stesso. Così quest'uomo che nasce ridendo, muore con un viso composto e buio; tormentato non solo da una ferita mortale che lo condanna a consumarsi lentamente in un letto, ma assai più dal dolore di aver sperperato per tanti anni il proprio ingegno in occupazioni frivole e in passatempi volgari, fra le armi e le conversazioni argute, a temprar lame d'acciaio e ad aguzzar frecce di carta. Un malinconico dramma si cela sotto la sua maschera di buon tempone. E l'amarezza che non è nel suo riso, inevitabilmente salirà dal nostro intimo a rattristarci se per poco ci sforzeremo di penetrarlo e di comprenderlo.

Ecco il vero Cirano di Bergerac. Strappato alla leggenda, considerato nella vita e nelle opere, e nell'indissolubile vincolo che insieme le unisce, restituito a stesso, ci rimane di lui un piccolo mondo tragicomico, ma più tragico che comico, che non richiede grande lena, troppa penetrazione, eccessiva pazienza per essere conosciuto in lungo e in largo, in superficie e in profondità, tutto intiero. Egli fu uomo fra gli uomini. Rassomiglia un poco ad ognuno di noi.

Umberto Fracchia.


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