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SCENA I.
Granger. Eccomi imbarcato sopra un mare in cui mezzo mondo naufraga. L'amore in casa mia, l'amore fuori, l'amore dapertutto! Non ho che una figlia da marito, ed ecco tre pretendenti. L'uno si dice coraggioso, e so che non lo è; l'altro ricco, e non so se lo sia; il terzo gentiluomo, ma mangia assai. O natura, ti parrebbe d'esserti data allo spreco, se avessi riunito tre buone qualità in una sola persona! Ah! Paquier, il mondo va a rovescio.
Paquier. Tanto meglio! Una volta ho udito dire la stessa cosa: che tutto andava a rovescio. Quindi, se oggi va a rovescio ciò che una volta andò a rovescio, significa che tutto ritorna a posto.
Granger. Ma questa non è la mia piaga maggiore: sono innamorato e mio figlio è mio rivale! Dal giorno in cui questo furioso pensiero ha preso stanza nel ventricolo del mio cervello, non mangio per pietanza se non un poenitet, taedet, miseret. Ah! È finita! Io m'impicco!
Paquier. Su, su, sperate in Dio; vi assisterà. Assiste anche i tedeschi, gente che non è di questo paese...
Granger. E se lo mandassi a Venezia? Haud dubie,1 è il meglio che io possa fare. Il meglio? Oh, sì, senza dubbio. Va bene! Domani lo imbarcherò...
Paquier. Almeno non lo lasciate imbarcare senza dargli un po' d'anice. I medici lo consigliano contro i venti.
Granger. Va a dire a Carletto che corra subito qui. E se domanda chi lo desidera, digli che sono io.
SCENA II.
Granger, solo
Granger. Potrò dunque risolvermi al matrimonio, io che ho imparato dai libri tutti gli accidenti che il matrimonio conduce a guinzaglio? Che io mi sposi o no, son certo di pentirmene. Non importa. La mia futura moglie non è grande e, dovendo vestire un cilicio, non posso sceglierlo troppo corto. Si dice tuttavia che ella voglia corazzare la propria verginità contro le stoccate delle mie virtù. Eh! datela a bere ad altri! Una verginità è più difficile a portarsi d'una corazza. Tutte le donne non sono simili agli alberi? Perchè dunque non vorrebbe ella essere annaffiata? Ac primo, come gli alberi esse hanno molte teste; come gli alberi non producono niente se sono troppo o troppo poco inumidite; come gli alberi mettono prima i fiori e poi le frutta; come gli alberi si spogliano quando sono scrollate. Infine anche Jean Despantères2 lo conferma quando dice: Arboris est nomen muliebre3. Ma io credo che Paquier abbia bevuto acqua del fiume Lete; ovvero mio figlio si avvicina a passo di gambero. Gli andrò obviam4, di filato.
SCENA III.
Carletto. Non capisco niente del tuo guazzabuglio.
Paquier. Per me, invece, non c'è nulla di più chiaro.
Carletto. Ma, insomma, mi sapresti dire chi mi vuole?
Carletto. Come, tu?
Paquier. Non vi dico che sia io; vi dico che sono io; perchè egli mi ha detto: «Digli che sono io».
Carletto. Non vorresti per caso dire mio padre?
Paquier. Eh! Veramente, sì. A proposito, credo che abbia idea d'imbarcarvi.
Carletto. Eh! Paquier, e a che scopo?
Paquier. Non me lo ha detto; ma credo che sia per farvi vedere il mondo.
Carletto. Ho viaggiato abbastanza e ne sono stufo.
Paquier. Chi, voi? Scommetto il cappello di pelle di becco, uno dei vecchi cappelli di vostro padre, che non avete mai veduto il mare se non nel guscio di un'ostrica!
Carletto. E tu, Paquier, ne hai visto di più?
Paquier. Certo: ho veduto Chaillot, Saint-Cloud, Vaugirard5.
Carletto. E che ci hai trovato di bello, Paquier?
Paquier. In verità, non li ho visti troppo bene perchè i muri me lo impedivano.
Carletto. Credo, in fede mia, che i tuoi viaggi non sieno stati più lunghi di quello di cui mi parli. Va pure. Tu puoi assicurargli che io non desidero...
SCENA IV.
Granger. Sei ancora qui? Presto, Carletto, bisogna partire. Pensa all'addio col quale prenderai commiato dai Patri Lari, protettori del tetto paterno. Domani, non appena l'Aurora color di zafferano si sarà gettata dalle braccia di Titone in quelle di Cefalo, occorrerà che tu ti affidi al nocchiero Nettuno. Ti mando a Venezia. Tuus enim patruus6 m'ha scritto che, essendo orbo di figli maschi, ha bisogno d'una persona fidata, per commetterle l'amministrazione dei propri beni. Dunque, poichè tu non hai mai voluto abbeverarti alla fonte di Ippocrene e l'armoniosa lira dell'uccisor di Pitone non ha mai gonfiato la tua parola, vedi un po' se l'alipede Mercurio vorrà prestarti il suo caduceo nella mercatura. Il turbolento Eolo siati propizio come ai pacifici nidi degli Alcioni! Insomma, Carletto, bisogna partire!
Carletto. Per andar dove, padre mio?
Granger. Figlio mio, a Venezia.
Carletto. Vedo, Signore, che voi volete provare se io sia così vile da abbandonarvi, strappando dalle vostre braccia, con la mia partenza, un figlio unico. Ma, padre mio, se la tenerezza che voi nutrite per me v'induce a sacrificare la vostra gioia al mio benessere, l'affetto che io nutro per voi è abbastanza forte per impedirmi di ubbidire. Dunque, qualunque scusa voi possiate addurre, io resterò sempre al vostro fianco e sarò il bastone della vostra vecchiaia.
Granger. Non vi ho fatto chiamare per sapere la vostra opinione, ma per manifestarvi la mia volontà. Domani, se l'aria sarà serena, io vi spedirò sopra un bastimento; poichè, se per caso s'annuvolasse, noi saremmo minacciati, secondo le «Centurie» di Nostradamus7, da un tempo molto sfavorevole alla navigazione.
Carletto. Parlate dunque sul serio? Sappiate che questo viaggio io non posso farlo e non lo farò mai.
Carletto. Andare a Venezia? Dovrò abbandonare, io, la sola cosa per cui amo la luce? Andrei piuttosto all'Inferno! Piuttosto, con un pugnale, squarcerei il petto del mio barbaro padre! Piuttosto, con le mie proprie mani, dopo aver raccolto il suo cuore in un ruscello di sangue, lo sbatterei contro il muro!
Fleury. Oh! Gran Dio! Che collera!
Carletto. No, padre mio, io non posso acconsentire.
Fleury, (fuggendo). Legatelo, legatelo, mio cugino! Non ci mancherebbe altro che una sciagura!
Granger. Custodi, servi, sguatteri, aguzzini, guardie! Adeste subito, adeste, ne dicam advolate9. Afferratemi con le vostre valide braccia questo erroneo microcosmo di chimere astrattive, e legatelo forte, come Prometeo al Caucaso.
Carletto. Potete fare quel che volete: io non andrò!
Granger. Badate che non sfugga. Farebbe un intingolo di tutte le nostre scientifiche sostanze.
Carletto. Ma ditemi, padre mio: perchè mi trattate così? Non c'è nient'altro da fare per accontentarvi, fuorchè questo viaggio a Venezia? Ebbene son pronto. (I servi lo slegano). Sì, padre mio, sono pronto a ubbidirvi in tutto; ma, quanto ad andare a Venezia, non ci pensate nemmeno. (I servi lo afferrano di nuovo). Ah! padre mio, non mi legate, sono pronto a partire! (Vien rilasciato).
Granger. Ah! sapevo bene, io, che mio figlio era troppo morigerato per abbandonarsi alla frenesia. Va, mio Delfino, ragazzo mio, mio principe di Galles! Tu sarai, un giorno, la benedizione dei miei vecchi anni. Perdona un animo prevenuto da falsi indizi; io ti prometto, in compenso, che, quando sarai laggiù, il mio amore per te si centuplicherà.
Carletto. Dove, laggiù, padre mio?
Carletto. Io, a Venezia? Piuttosto la morte!
Granger. Al pazzo, al pazzo! Non vedete come ha dato bava dalla bocca, parlando? Guardate che occhi stralunati! Ah! Dio mio, è necessario dunque che io abbia un figlio pazzo! Presto, afferratelo! (Lo afferrano di nuovo).
Carletto. Ma, ditemi: perchè mi aggredite?
Un servo. Perchè non volete andare a Venezia.
Carletto. Io, non ci voglio andare? Chi ve lo ha detto? Ahimè! padre mio, questo ci voleva! In vita mia, non ho desiderato con passione se non di veder l'Italia e quelle belle regioni che si chiamano il giardino del mondo. (Lo rilasciano).
Granger. Dunque, figlio mio, tu non hai bisogno d'elleboro; dunque la tua testa è ancor sana come quella di un cavolo dopo il gelo. Vieni ad abbracciarmi, vieni, cocco mio, e corri subito a cercare qualche cosa di grazioso e a buon mercato che fuor di Parigi sembri una rarità, per farne un regalo a tuo zio. Io vado immediatamente a fissarti un posto nella diligenza di Lione. (Parte).
SCENA VI.
Carletto, solo.
Carletto. In quali disgraziate circostanze mi trovo impigliato! Dopo tutto il mio infingimento, bisogna che ora abbandoni la mia amante, cioè che io muoia, ovvero che mi rassegni a vestire una camicia di forza.
SCENA VII.
Corbineli. Se date retta a me, il vostro viaggio non sarà troppo lungo.
Carletto. Ah! Eccoti qua, mio povero Corbineli! Sai dunque in quali disavventure vuol precipitarmi mio padre?
Corbineli. Me ne ha spifferato or ora tutto il tu autem. Egli vi manda a Venezia; voi dovete partire domani; ma, dato che vogliate ascoltarmi, io credo che se il buon uomo aspetta il vostro ritorno per tracciare il piano di questa città, può fin d'ora affidarsi alla carta. Egli vi ordina di comperare qui, per regalarla a vostro zio, qualche bagattella a buon prezzo che sia rara a Venezia. Questo è come affilare un coltello per sgozzarsi. Seguitemi.