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SCENA I.
Castelforte,
solo.
(Egli s'interroga e si risponde).
Vi siete battuto? Ebbene? Avete avuto ragione del vostro nemico? Ottimamente. L'avete disarmato? In quattro e quattr'otto. E ferito anche (sventuratamente, si capisce)? Da parte a parte. Fuggirete? È necessario. Senza salutare il re? Ah! a, a! Ma quest'altro, corpo del diavolo, di che morte lo faremo morire? Non sono un boia per strangolarlo come Ercole strangolò Anteo. Gli farò dunque trangugiare tutto il mare? La tomba di Aristotele è troppo illustre per un ignorante della sua specie. Se fosse uno sgombro lo farei morire nell'acqua dolce; nel fuoco non avrebbe tempo d'assaporare la morte. Ordinerò alla terra d'inghiottirlo? No. Questi nobilucci sono soliti a mangiarsi le terre che possiedono, e costui potrebbe mangiarsi proprio quella che dovrebbe inghiottirlo. D'altronde, se io lo facessi a pezzi, anche se di questo disgraziato non sopravvivesse, dopo la morte, che un solo atomo, la mia collera non sarebbe sodisfatta. O Dio! Sono costretto a non vietargli di vivere, perchè non so come farlo morire!
SCENA II.
Matteo10. Ecco uno che mangia bambini!
Castelforte. Dove te ne vai, buon uomo?
Castelforte. Povero scemo! Non è questo che voglio sapere. Ti domando se devi fare ancora molta strada oggi.
Matteo. Macchè! La troverò bell'e fatta.
Castelforte. Che dottore! Ne sa quanto il suo curato.
Matteo. Bè? Che c'è da ridere? Ecco una bella botte se avesse due cerchi al culo! E che cos'è quel fodero di ferro che portate al fianco, che parete il Padreterno? Non mi fate il bravo, perdio, o vi sbudello!
Castelforte. Disgraziato! Questo è uno stile veramente nobile!
Matteo. Il signor di Marsilly mi chiamava «il suo bastardo». Quando viaggiavo con lui...
Castelforte. Per carità, villano, lascia andare le tue avventure di viaggio con il signor di Marsilly.
Matteo. Oh, Oh! E voi chi siete? Quando viaggiavo sul Miditirranio...
Castelforte. Vuoi dire, forse, Mediterraneo.
Matteo. E se no? Ridi ancora? Aspetta....
Castelforte. Questa percossa non mi offende; anzi conferma il mio invincibile coraggio. Tuttavia, quantunque sia mia abitudine tirare una sciabolata piuttosto che perdermi in chiacchere, affinchè tu non ti renda indegno del mio perdono con un secondo errore, ti dirò chi sono. Io ho fatto, in vita mia, settantamila duelli, e non ho mai dato una stoccata che non abbia mandato qualcuno all'altro mondo senza olio santo. Non che io non abbia mai tirato di fioretto: sono anzi espertissimo, grazie a Dio, in questo genere di scherma, e, quel che più importa, ho appreso la scienza delle armi con le armi alla mano. Non ti spaventare! Io sono tutto cuore, e perciò non esiste parte del mio corpo sulla quale tu non possa dirigere i tuoi colpi senza uccidermi. Coraggio dunque! Bisogna tuttavia fare attenzione, non cominciare contemporaneamente, non avvicinarsi troppo, non tirare di seconda! Ma a che tante parole? Perdio! In questo frattempo io mi sarei messo in guardia, avrei preso lo slancio cogliendo l'avversario all'improvviso, avrei notati tutti quanti gli assalti, una stoccata di fianco, colpo sotto, di terza, di quarta a sinistra, finta in punta, in dentro e in fuori; avrei fenduto, lacerato, sconquassato, colpito, disarmato e ucciso trenta uomini!
Matteo. Da vero, da vero, che infilzatore di lumache! Bè, eccotene un'altra! (Gli dà un'altra bastonata).
Castelforte. Dio mi maledica se io so che cosa m'ha fatto questo villano: non sarei capace di adirarmi contro di lui. (Matteo lo batte) Parola di Cavaliere, questa cortesia è incantevole. Ecco il miglior furfante che io abbia mai veduto. (M. lo batte ancora). Certamente, questo gaglioffo, o è mio figlio, o è un indemoniato. (Come sopra). Di sgozzare mio figlio senza saperlo, non mi va; di uccidere un ossesso avrei torto, perchè non è colpevole degli errori che il Diavolo gli fa commettere. Ciò non ostante, povero villano, sappi che io porto ai miei fianchi la nutrice di tutti i becchini e che con la testa dell'ultimo pascià ho fatto un pomo per la mia spada. Con il vento del mio cappello io affondo un'armata navale e chi vuol sapere il numero degli uomini da me uccisi, basta che tracci un 9 e tutti i granelli di sabbia del mare, messi dopo, serviranno da zeri. (M. seguita a batterlo) Qualunque cosa tu faccia, poichè ho scommesso di lasciarmi battere una volta almeno in vita mia, non sarà mai detto che un villano come te possa farmi cambiar decisione. (Matteo si ritira in un angolo della scena e il capitano resta solo). Un furfante, d'animo basso e vile, avrebbe forse consentito a misurar la sua spada con quel villano; ma io che sono gentiluomo, e gentiluomo di razza, ho saputo evitarlo a dovere. Pure, c'è mancato poco che non lo crivellassi di mille colpi, tanto i neri fumi della bile offuscano, talvolta, la serenità dei più bei genii. Realmente io stavo per fare un macello! Giuro, dunque, con questa mano, questa mano dispensatrice di corone e di vincastri, di non accettar più duelli da nessuno, se prima non legge, dinnanzi a me, sul prato, i suoi attestati di nobiltà. Anzi, per maggior prudenza, avvertirò immediatamente i Marescialli di mandarmi guardie che mi impediscano di battermi; poichè sento la mia collera crescere, il mio cuore gonfiarsi, e venirmi la fregola di commettere un omicidio. Presto, presto, guardie! Non rispondo più di me stesso! E voi, signori che m'ascoltate, correte subito a cercarmene, o, in fede mia, fra poco non avrete altra luce per andarvene se non quella dei lampi della mia spada, quando s'abbatterà sul vostro capo. Se non ho chi mi trattenga, io di qui spegnerò come una candela il sole che è nei cieli. Ti massacrerei. Ma tu sei coraggioso e per me ci vogliono le guardie! (Matteo ritorna, lo picchia, e il capitano se ne va).
SCENA III.
Granger, Matteo, Manon, Fleury.
Granger. Che disputa hai dunque avuto con quel capitano, povero Peppe mio!
Matteo. Signore, egli mi voleva ad ogni costo spiegare la sua fisiolofia. Pare proprio quel gran babbeo del signor Dumeny. Sapete? Quello con quei tali pennacchioni, quando stavo con madamigella De Carnay. Madamigella m'aveva preso a servizio, e lui voleva farmi passare la porta. «Ohi - dice - ti farò passare la porta» dice. Be', questa parola mi dette alla testa. «Oh! perdio, - dico - non la passerò; e poi - dico - se Madamigella vuole, bene, se no, niente».
Granger. Adunque, genero mio, mettiamo da parte le discussioni e cerchiamo di dimenticarle attraverso gli ipocondri. Se l'Imeneo porta una fiaccola, non è quella della discordia. Esso deve accendere i nostri cuori e non il nostro fiele: è lo scopo per cui ci troviamo qui riuniti. Ecco mia figlia, la quale vorrebbe che si dicesse di lei e di voi: Sub, super, in subter, casu junguntar utroque, in vario sensu11.
Manon. Padre mio, non so esprimere nessun desiderio, ma soltanto assecondare i vostri; ponete la mia mano in quella che avete scelta per me, e vedrete vostra figlia abbassarsi o innalzarsi con egual viso.
Granger. Nulla quindi ci impedisce ormai di concludere questo accordo non appena sapremo in che cosa consista la vostra fortuna.
Fleury. Su, dunque: non perdiamo tempo.
Granger. Le vostre sostanze consistono in rendite, in case o in mobili?
Matteo. In grazia d'un'eredità sono padrone di tutte queste cose.
Granger. Presto! Una sedia al signore. Manon, inchinatevi dinnanzi al vostro sposo. Quest'eredità è grande?
Granger. Presto, Paquier! Apparecchia la mensa!
Matteo. Volete scherzare? Tenete il berretto: fra noi non occorrono tante cirimogne.
Granger. Avete qui gli atti della successione?
Matteo. No, veramente, non me li vogliono dare: ma so chi li tiene. Diamine! Io me ne rido delle carte, io! He, he! tutte queste bazzecole di contratti non sono che scritture false, perchè non sono stampati. È una piccola successione, abbastanza grande, di Nicola Girard, il padre di quel Luigi Girard, vi ricordate? che era tanto irrequieto. Be', suo padre è morto. Lui era mio compare, e sua moglie era mia comare. Ora, mia comare, perchè comare era, prima di sposare mio compare, aveva sposato il cuggino della nuora di Pietro Olivier, parente di Giovanni Henault, per via del genero del cognato di suo zio. Ora, questo aveva avuto da Giachimina Brunet alcuni figli che morirono però senza figli. Ma il nipote di Dioniggi Gauchet aveva lasciato, per contratto di nozze, ogni cosa a sua moglie, volendo punire gli eredi di Tommaso Plançon, che erano pure eredi suoi, perchè la nonna di Tommaso Plançon non aveva lasciato niente ai minori di Dioniggi Vanel, il primo ingenito. Ora, io sono parente, in qualche magnera, della vedova di Dioniggi Vanel, il giovane, e quindi dovrei avere l'eredità di Nicola Girard. Non è così?12.
Granger. Amico, invano faccio schiudere al mio intelletto tanti occhi quanti non ne ebbe mai il custode della vacca d'Io. Non capisco uno jota di ciò che mi avete detto.
Matteo. Signore, adesso mi spiego. Sta attento. Bisogna sapere che la vedova di Dioniggi Vanel, il giovane, di cui sono in qualche magnera parente, era figlia di secondo letto di Giorgio Marquiau, cognato della sorella del nipote di Pietro Brunet, che ne abbiamo parlato tanto, poco fa. Ora, è chiaro che se il cuggino della nuora di Pietro Olivier, parente stretto di Giovanni Henault per via del genero del cognato di suo zio, era padre dei figli di Giachimina Brunet, i quali morirono senza prole; e se, dopo tutto quell'imbroglio, non ha lasciato niente ai minori di Dioniggi Vanel, il giovane; è chiaro, dico, che nell'eredità c'entro anche io. Non vi pare?
Granger. Paquier, ripiega la tovaglia: il signore non ha piacere di fermarsi. In fede mia, messere, dal giorno in cui Cupido separò la luce dal Caos non si è vista sotto il sole una confusione simile. Dedalo e il suo labirinto ce l'hanno nella schiena. Vi ringrazio tuttavia dell'onore che eravate disposto a farci: potete portare a spasso il vostro carrettino altrove, ma non sul campo verginale del ventre di mia figlia.
Manon. I valletti della festa vi ringraziano.
Henry. Voi avete fegato, ma vi tradiscono le gambe.
Matteo. Giuro a Dio che preferisco una buona e grassa massaia, che lavori con tutte e diegi le dita, piuttosto che queste madame di Pariggi che si fanno corteggiare dai cortiggiani. Voi vedrete questi patirai dirle tutto il giorno: Core mio, ammore mio, quà e là. Lo voglio. Lo vuoi tu pure? E poi si stuzzicano, si allisciano, si accarezzano, prima la faccia, poi il collo, poi il seno, e poi più giù, e dàgli! È meglio così! Addio. (Parte).
Granger. Inutili speranze dell'umano intelletto! Come i gatti, tu, o maliziosa Fortuna, non lusinghi se non per graffiare!
Corbineli. La Fortuna non è soltanto maliziosa, ma anche collerica! Ahimè! Tutto è perduto, vostro figlio è morto.
Granger. Mio figlio è morto? Diventi matto?
Corbineli. No, parlo sul serio. Veramente vostro figlio non è morto, ma è fra le mani dei Turchi.
Granger. Fra le mani dei Turchi? Reggimi, sono morto!
Corbineli. Eravamo appena montati in battello per passare dalla porta di Nesle a via della Scuola...
Granger. E che andavi a fare a scuola, asino?
Corbineli. Il mio padrone s'era ricordato del vostro ordine di comprare qualche cosuccia, che fosse rara a Venezia e di poco valore a Parigi, per farne un regalo a suo zio; e aveva pensato che una dozzina di stecchini, non essendo troppo cari e non trovandosene in tutta l'Europa di così graziosi come in questa città, fosse quanto di meglio si potesse desiderare. Ecco perchè noi passavamo da via della Scuola per comprarne. Ma non ci eravamo ancora allontanati dalla costa che fummo catturati da una galera turca.
Granger. Eh! per il corno ritorto di Tritone, dio marino! chi aveva mai sentito dire che a Saint-Cloud ci fosse il mare? Che ci fossero galere e pirati e scogli?
Corbineli. Questa è la cosa più straordinaria! E benchè nessuno li abbia veduti in nessun altro punto della Francia, chi vi dice che essi non sian venuti, da Costantinopoli fin qui, sott'acqua?
Paquier. In realtà, signore, i tuberi americani che stavano a quattro o cinque cento leghe nell'altra parte del mondo, vennero pure a Parigi un tempo; e, ancor ieri, i Polacchi hanno rapito la principessa Maria, all'Hôtel di Nevers, in pieno giorno, senza che nessuno ne sapesse niente!
Corbineli. Ma non basta! Essi volevano pugnalare vostro figlio...
Paquier. Come! Senza confessione?
Corbineli. Se non si riscattava con denaro.
Granger. Ah! gli infami! era per incuter spavento a quel giovane petto!
Paquier. In realtà i Turchi non hanno scrupoli di intascare il denaro dei cristiani, quantunque porti incisa una croce.
Corbineli. Il mio padrone non m'ha potuto dire che questo: «Va a cercare mio padre e digli...» Poi le lacrime, che gli troncarono la parola, mi hanno spiegato, meglio di quanto egli avrebbe potuto fare, l'affetto che nutre per voi.
Granger. Perchè andare sulla galera di un Turco? Di un Turco! Perge14.
Corbineli. Quegli spietati predoni non mi avrebbero lasciato la libertà di venirvi a cercare, se non mi fossi gettato ai piedi del più illustre fra essi e non gli avessi detto: «Eh! Signor Turco, consentite che io vada ad avvisare suo padre, ed egli vi manderà immediatamente il prezzo del riscatto».
Granger. Tu non dovevi parlare di prezzo. Quei Turchi si saranno presi giuoco di te.
Corbineli. Tutt'altro! A questa parola la sua faccia si rasserenò alquanto. «Va! - mi disse. - Ma se fra un istante tu non sei di ritorno, io verrò a prendere il tuo padrone nel collegio dov'è, e vi impiccherò tutti e tre alle antenne della mia nave». Avevo tanta paura che egli dicesse qualche cosa di ancor più terribile, oppure che il Diavolo, vedendomi in compagnia di quegli scomunicati, mi portasse via, che mi sono precipitato in uno schifo per venirvi a comunicare i funesti particolari di questo accidente.
Granger. Ma perchè andare nella galera di un Turco?
Paquier. Di un Turco che forse non si è confessato da dieci anni!?
Granger. In ogni modo credi che egli sia deciso ad andare a Venezia?
Paquier. Non chiede di meglio.
Granger. Il male non è dunque senza rimedio. Paquier, dammi il ricettacolo degli strumenti dell'immortalità, scriptorium scilicet.15.
Corbineli. Per farne che?
Granger. Per scrivere una lettera a quei Turchi.
Granger. Che essi mi rimandino mio figlio, perchè ne ho bisogno; che d'altronde debbono scusare la gioventù, la quale è soggetta a molti errori; e che se accadrà che egli si faccia catturare un'altra volta, parola di Dottore, prometto di non ottundere più le loro facoltà auditive.
Corbineli. In fede mia, si befferanno di voi!
Granger. Allora, dirai ai Turchi, da parte mia, che sono pronto a impegnarmi, dinnanzi al notaio, di liberare senza nessun riscatto il primo di essi che cadrà nelle mie mani. Ah! Perchè, perchè andare su questa galera? Oppure dirai che mi rivolgerò alla giustizia. Non appena vi avranno rimessi in libertà non state a spassarvi, nè l'uno nè l'altro, perchè ho bisogno di voi.
Corbineli. Questo si chiama dormire ad occhi aperti.
Granger. Dio mio! Bisognerà dunque che io mi rovini, alla mia età? Va con Paquier, e prendi il resto di quel mezzo paolo che gli ho dato per la spesa soltanto otto giorni or sono... Andare senza scopo sopra una galera!... Prendi tutto il reliquat di questa moneta... Ah! infausta genitura, tu mi costi più oro che non pesi! Paga il riscatto, e ciò che avanza impiegalo in opere pie... Nella galera di un Turco!... Su via, vattene!... Ma, miserabile, dimmi, che cosa diamine andavi a fare su questa galera?... E prendi anche, nei miei guardarobe, la giubba corta che mio padre, buon anima, dismise nell'anno del gran gelo.
Corbineli. Che c'entrano queste chiacchiere? Non avete ancora capito. Per riscattarlo ci vogliono almeno cento doppie.
Granger. Cento doppie! Ah! figlio mio, chiedi dunque la mia vita per conservare la tua? Cento doppie!... Corbineli, corri a dirgli che si lasci impiccare senza fiatare; e che tuttavia non si affligga, perchè saprò ben io vendicarlo.
Corbineli. Madamigella Ginevretta non è stata dunque troppo sciocca quando ha rifiutato di sposarvi perchè le avevano detto che se per caso fosse caduta in schiavitù dei Turchi voi ce l'avreste lasciata.
Granger. E io li smentirò... Andare sulla galera di un Turco! E a far che, per tutti i diavoli, in questa galera? O galera, galera, tu mandi in galera la mia borsa! (parte).
Paquier. Ecco che cosa significa andare nelle galere. Che fretta c'era? Se avesse avuto la pazienza di aspettare ancora otto giorni, forse il Re ce lo avrebbe mandato in così buona compagnia che i Turchi non lo avrebbero catturato.
Corbineli. Il nostro domine non pensa che quei Turchi mi mangeranno?
Paquier. Da questo lato voi siete al sicuro, poichè i Maomettani non mangiano carne di porco.
SCENA VI.
Granger. Tieni, vattene, porta via tutta la mia sostanza! (Granger ritorna a dargli una borsa, e parte).
SCENA VII.
Corbineli, (battendo all'uscio di La Tremblaye). Evviva San Dionigi! Città espugnata! Accede,16 giovane Granger, accede. O fortunatissimo fra gli uomini! o benedetto dagli dei! Tenete, prendete, parlate a questa borsa e domandatele quale sia il mio merito.
Carletto. Andiamo, presto, andiamo a seppellire questo denaro, morto per mio padre, nello scrigno di madamigella Ginevretta; volentieri e senza piangere renderò gli estremi onori a questo povero defunto. E, intanto, ammiriamo la maldicenza del volgo, il quale giurava che mio padre, lungi da consentire al mio matrimonio con madamigella Ginevretta, aspirava egli stesso a sposarla. Ed ecco, per smascherare l'impostura dei calunniatori, egli invia il denaro necessario alle nostre nozze.