Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

IL PEDANTE GABBATO COMMEDIA

ATTO TERZO

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ATTO TERZO

SCENA I.

Paquier, Granger.

Paquier. Perchè, col fuoco l'ho arsa, col carbone l'ho stordita e con gli strali l'ho ferita.

Granger. Ah! Paquier, oggi tu hai superato te stesso. Non sperar tuttavia in una gloria degna di quest'alta impresa. Un simile servizio merita un'impero, e la fortuna, questa nemica della virtù, non me ne ha dati. Ma vieni dalla mia amante, ad assistere al mio ingresso nella rocca di cui tu m'hai aperta la breccia.

Paquier. Non correte tanto: cercate l'asino e ci siete a cavallo. Non vi ho già detto che ella deve venir qui, a trovarvi?

Granger. Ah! sì, mi ricordo. Non mi resta, dunque, se non scegliere quale dei miei abiti pontificali converrà ch'io indossi per l'occasione. (Apre un grosso baule, donde trae alcuni vecchi abiti, uno specchio, ecc.). O dea Ciprigna! siimi tu d'aiuto e di conforto in questa mia presente tribolazione! E voi, sacri cenci dei miei avi, che non vi impillaccherate se non nei fausti, voi che non avete veduto la luce dal giorno del matrimonio del mio bisnonno; non sia macchia, buco, sgarro o scucitura del vostro tessuto che non riceva un singhiozzo, una lacrima, una special querimonia! Amore, fuoco fatuo che s'incontra soltanto sul ciglio di un precipizio; diabolica luce che brilli per abbagliarci; fiamma che bruci senza consumarti; cieca guida che acciechi chi ti segue; carnefice che, uccidendo, susciti il riso in chi muore; veleno che si beve con gli occhi; assassino che l'anima introduce nella propria casa dalle finestre; Amore, piccolo bamboccio, vengo a finire i resti della mia giornata presso i tuoi fianchi mollemente ondeggianti! Piantiamoci diametralmente dinnanzi a questo specchio a questo capolavoro di Venezia, ed esaminiamo con scrupolosa esattezza i lineamenti del mio volto. Ogni pelo che appaia fuori di posto sia punito come un ribelle. Vediamo: qual personaggio converrà che noi rappresentiamo dinnanzi a lei, da Catone a Momo? (Ride e piange nello stesso tempo). Cerco di ridere e di piangere contemporaneamente e non ci riesco. Ma, che vedo? Quando rido la mia mascella, simile alle mura di una città ruinata, rivela, a destra, una breccia per cui passerebbero venti uomini. Perciò, o mio volto, bisogna imparare a ridere soltanto a sinistra; anzi, segno sulle mie gote alcuni puntini che, quando riderò, la mia bocca non dovrà oltrepassare. M'hanno detto che ho la voce un po' fessa; è necessario cogliere con l'udito la mia immagine in questo specchio, prima che essa si taccia: Saluto umilmente il bastione delle grazie e la cittadella delle austerità di madamigella Ginevretta. Ho parlato con voce troppo alta o troppo bassa? Mi sembra che sarebbe utile avere pronte alcune frasi fatte a seconda delle passioni che potrà piacermi d'esprimere. Bisogna insomma che, a seconda che sarò bene o male accolto, io faccia prorompere lo sdegno, la collera o l'amore. Ecco, per lo sdegno:

«Come! saresti tu capace di pensare, perchè non porto corazza, che i tuoi occhi abbiano ferito il mio petto? No, no, i tuoi dardi son sì dolci che non feriscono nessuno. Come! dovrei io averti amato, spregevole chiavica della concupiscenza, cacatoio, vaso da notte del sesso mascolino? Ahimè! baldraccuccia, guardami solamente, e poi ammira e taci».

Per la collera: «Oh! tre volte e quattro spietata megera, possa il corrucciato cielo farti piombare sul capo, invece della pioggia, una grandinata d'alabarde! Possa tu bere tanto inchiostro quante furono le lacrime che m'hai fatto versare! Possa tu cento volte al giorno servir di muro alle scompisciate dei cani! E, infine, possa il destino tessere la trama dei tuoi giorni con crine, spine e capecchio!».

Per l'Amore: «Sole, sorgente della mia vita, voi mi date la morte, e già non sarei che una vana e gemente ombra intenta a imprimere l'orma dei propri passi sulla livida sponda dell'Acheronte, se non avessi temuto di uccidere in me l'amor vostro, il quale invece deve vivere con la propria causa. Può darsi, o tigre! che il mio capo nevoso v'impauri? So anch'io che i giovani hanno occhi più ardenti e meno infiammati dei nostri, e che voi preferite la nostra borsa al singolare che non al plurale; so che una donna non si sazia mai degli amorosi sollazzi, e che se la prima notte optat ut excedat digito, la seconda vuole che sia pede longior uno. Ma ricordatevi, che, un giorno, il tempo, avendo trascinato il proprio carretto sulle rose e sui gigli della vostra carnagione, trasformerà la vostra fronte in una grammatica araba; e che quotidianamente si seppelliscono giovani e vecchi, perchè Compositum simplexque modo simili gradiuntur17.

SCENA II18.

Granger, Paquier, Ginevretta.

Granger. Madamigella, siate benvenuta come la grazia agli impiccati quando sono sulla scala della forca!

Ginevretta. È l'Amore che vi ha reso delinquente? In vero, la colpa è troppo nobile per negarvi il perdono. Come unica penitenza io vi ordino di ridere con me di una storiella che appunto sono venuta a raccontarvi. Questa storiella potrebbe tuttavia esser chiamata una storia, perchè non ce ne fu mai una che fosse più verace. Essa è accaduta, non sono ancora due ore, al più faceto personaggio di Parigi, e voi non potreste indovinare quanto sia divertente. Come! non ridete?

Granger. Madamigella, credo che essa sia piacevole oltre ogni misura. Ma...

Ginevretta. Ma non ridete?

Granger. Ah, ah, ah, ah, ah!

Ginevretta. Bisogna, prima d'entrare in materia, che io vi anatomizzi questo scheletro così come un sapiente me lo ha descritto or ora. Immaginate un gettone di quel famoso albero di cocco che produce, da solo, le cose necessarie alla vita di un intero paese. Innanzi tutto nei suoi capelli si trova olio, grasso e corde di liuto; la sua testa può fornire di corna i fabbricanti di coltelli e la sua fronte grammatiche che servano ai negromanti per invocare il diavolo; il suo cervello vale un incudine; i suoi occhi danno cera, vernice e scarlatto; il suo viso, rubini; la sua gola, chiodi; la sua barba, spazzole; le sue dita, fusi; la sua pelle, lime; il suo fiato, vomitativi; i suoi porri, ceci; le sue volatiche, farina; le sue orecchie, ali da mulini; il suo di dietro, vento per farle girare; la sua bocca, un forno; e la sua persona, un asino per portare ciò che s'è macinato. Il suo naso, poi, merita una menzione speciale. Questo naso autentico precede sempre di un quarto d'ora il proprio padrone e dieci ciabattini potrebbero lavorarci sotto al coperto dalla pioggia. Ebbene, Signore, non vi pare un bel Ganimede? Ciò non ostante è il protagonista della mia storia. Quest'onesto uomo, che regge una classe all'Università, è il più furfante, il più spilorcio, il più avaro, il più sordido, il più meschino... Ma ridete dunque!

Granger. Ah, ah, ah, ah, ah!

Ginevretta. Questo vecchio topo di biblioteca ha un figlio che, credo, è il ricettacolo di tutte le perfezioni che la natura ha negato a suo padre. Questo avaro villano, questo rimbambito...

Granger. Ah! sciagurato! sono tradito! Senza dubbio ella mi racconta la mia propria storia. Madamigella, lasciate andare tali epiteti. Non bisogna credere alle malelingue, e la vecchiezza deve essere rispettata.

Ginevretta. Come! lo conoscete?

Granger. No, in nessun modo.

Ginevretta. Oh! ascoltatemi dunque! Questo vecchio caprone, per disfarsi di un rivale, vuol mandare suo figlio non so in quale città; e per venire a capo della bella impresa lo fa passare per matto, lo fa legare e lo costringe così a promettere tutto quello che vuole. Ma suo figlio non resta per lungo tempo creditore di tale furfanteria. Come mai non ridete di questo vecchio gobbo, di questo incommensurabile seccatore!

Granger. Basta, basta, siate magnanima verso quel povero vecchio!

Ginevretta. Ora, ascoltate il meglio. Questo gottoso, questo lupo mannaro, quest'orco...

Granger. Andate avanti; tutto ciò non serve alla storia.

Ginevretta. Ordina a suo figlio di comperare qualche cosuccia per farne un regalo allo zio veneziano, e suo figlio gli manda a dire, un quarto d'ora dopo, di esser stato fatto prigioniero dai pirati turchi, all'imboccatura del golfo... di piazza Bonshommes: e, ciò che non è poco ridicolo, il buon uomo spedisce immediatamente la taglia. Ma non deve temere per la propria pecunia: essa non correrà nessun rischio sul mar di Levante.

Granger. Ah! Corbineli traditore! Tu mi hai venduto! La pagherai con la frusta. È vero, Madamigella: io sono sbigottito; ma giudicate dal turbamento del mio viso, quello della mia anima. L'immagine della vostra bellezza empie incessantemente di confusione il mio cuore. Pure io non pretendo di meritare la mia ricompensa con il disordine d'uno spirito sconvolto, ma con la forza della mia passione, di cui ora vi darò le prove per mezzo di quattro figure rettoriche: l'Antitesi, la Metafora, la Similitudine e l'Argomento. Per cominciare, udite che cosa dice l'Antitesi.

Se, (ma non dico se; è più verace della stessa verità) se, dico, l'amara dolcezza e la dolce amaritudine, il medicinale veleno e la medicina avvelenata, che da voi si sprigionano senza uscire da voi, o indomabile mostro, non m'infiammassero lo spirito agghiacciandolo, e non vi facessero ora vivere, ed ora morire, dentro, un'immortale piccolo gigante (io chiamo così le fiamme visibili con le quali il più grande e il più piccolo degli dei mi riscalda e mi fa tremare); o se quei ciechi chiaroveggenti (intendo dire, i vostri occhi, o bella tigre, quegli innocenti colpevoli), dichiarandosi, senza parlare, ostili amici della asservita libertà degli uomini, non avessero volontariamente costretto il mio genio nella libera prigione della vostra stregonesca bellezza...

Ginevretta. Come chiamate questa figura?

Granger. I nostri avi, un tempo, la battezzarono: antitesi.

Ginevretta. E io, che oggi la cresimo, le cambio nome e la chiamo: guazzabuglio.

Granger. Ecco la Metafora e la Similitudine che vengono ai vostri piedi a domandarvi udienza.

Ginevretta. Fatele entrare.

Granger. Come un nevoso torrente, fiero figlio dell'Olimpo, quando la sua canuta vetta è cinta di tempeste e curva sotto il fardello di freddolosi cotoni, non appena si vede liberato dallo stretto carcere in cui la calma lo teneva prigione, qua data porta ruit19, va a frugare insolentemente il fertile seno delle pietrose campagne e, disonorando senza vergogna, col maggese dei campi, la perrucca dorata della pallida Cerere, fa pascolare il gregge squamoso dove passava la roncola del pastore: così, non potendo le mie speranze reggere all'impeto della mia disperazione, e tenendo in mano, l'usciere della mia tristezza, la verga dei miei dolori; ho tolto le barricate ai miei urli, sciolto la briglia dei miei singulti, dato di sprone nelle mie lacrime e sferzato, dinnanzi a me, le mie grida....

Ginevretta. Amen.

Granger. Siate come un Giove che si placa con un po'd'incenso; io, nel prodigarvene, sarò come Alessandro. Siate simile al leone che si lascia intenerire dalle lacrime; io, a forza di piangere, eguaglierò Eraclito. Siate come la nafta accanto al fuoco; io sarò come il monte Etna, che non saprebbe spegnersi. Siate, più meno, come il buon terreno, che rende ciò che si semina; e nel seminarvi, sarò, più meno, come Triptolemo... Siate simile ai buchi che non rifiutano la calcina; e io sarò simile alla cazzuola che turerà la vostra fenditura.

Ginevretta. In verità, Signore, per quanto siate incomparabile, non si può dire che vi manchino le similitudini.

Granger. Non soltanto con la metafora, pane quotidiano degli scolaretti, io pretendo accattivarmi la vostra benevolenza: vediamo se i miei argomenti prenderanno forma ai vostri piedi. La parte più bella del mondo è l'Europa. La più bella parte dell'Europa è la Francia, secundum geographos. La più bella città della Francia è Parigi. Il più bel quartiere di Parigi è l'Università, propter Musas20. Il più bel collegio dell'Università, io sostengo, alla barba di Sorbonne, di Navarre e d'Harcourt, è Beauvais21. La più bella camera di Beauvais è la mia. Atqui, la cosa più bella che sia nella mia camera sono io. Ergo, io sono il più bell'uomo del mondo. Et hinc infero22 che voi, pulzelletta graziosetta, graziosetta pulzelletta, essendo ancora più bella di me, è, dico, sole ipso clerius23, che qualora vi incorporaste nel corpo dell'Università, nel mio corpo, sareste più bella del più bell'uomo del mondo.

Ginevretta. Signore, è vero, non posso nasconderlo, a questo colpo mi arrendo. Insomma, mi abbandono completamente a voi: disponete di me liberamente come il gatto fa del topo; potate, troncate, tagliate come se si trattasse dei cavoli del vostro giardino.

Paquier. Io trovo tuttavia una notevole differenza fra le donne e i cavoli; perchè la testa dei cavoli è buona, mentre nelle donne è la parte che non vale niente.

Granger. Vi piacerebbe dunque, Madamigella, se, quando la notte dal viso di Mora avrà, con i suoi neri cenci, imbaccuccato il malaticcio visetto del nostro zenit, io trasportassi me stesso fra i domestici lari del vostro tetto, per abbeverarmi a gran sorsi della vostra melliflua eloquenza e per celebrare, nella vostra alcova, un sacrificio alla dea tutelare di Cipro?

Ginevretta. Sì, venite, ma con una scala, e montate dalla finestra, perchè mio fratello ripone ogni giorno le chiavi della nostra casa sotto il suo guanciale.

Granger. Oh! perchè non son io, ora, Giulio Cesare o il papa Gregorio, che fecero passare il sole sotto la loro sferza! Non lo respingerei, e nemmeno lo arresterei come Tieste o come Giosuè; ma lo costringerei a segnar mezzanotte alle sei.

SCENA III.

Ginevretta, La Tremblaye, Carletto,
Corbineli.

Ginevretta. Credevo di farvi ridere anche più; ma vedo che bisogna fermarsi qui.

Carletto. Alle spese di mio padre?

Ginevretta. È veramente il personaggio più buffonesco cui la testa abbia ballato la tarantella; e io, per contagio, sono diventata così faceta che gli ho permesso di dar la scalata alla mia camera. A buon intenditore, salute. Si fa tardi. Forse le macchine sono già in cammino. Ritiriamoci. (I due giovani partono).

SCENA IV.

La Tremblaye, Corbineli.

La Tremblaye. Corri dunque ad avvisare madamigella Manon. Tutto va bene, la bestia cadrà nei nostri lacci, o io sono cattivo cacciatore.

(Batte alla porta di Manon).

SCENA V.

La Tremblaye, Corbineli, Manon.

La Tremblaye. Vado a radunare alcuni amici perchè mi diano man forte se per caso il suo collegio volesse soccorrerlo. Ma un'altra difficoltà mi impaccia; temo cioè che, se non arrivo a tempo, egli entri davvero nella camera di mia sorella. E siccome, in fin dei conti, è ragazza, non vorrei che ella fosse incapace di difendersi dalle persecuzioni di quel dottore riscaldato; o che, trovando la finestra chiusa, contrariamente alla promessa ricevuta da lei, egli se ne andasse credendo a una burla.

Corbineli. Oh! In quanto a questo potete stare tranquillo perchè io lo arresterò in modo che egli non affretterà troppo la scalata della camera e non oserà, per altre ragioni che non vi dico, ritornarsene a casa. A questo scopo corro a vestirmi per la commedia.

La Tremblaye. Ero venuto per escogitare con voi un mezzo capace d'affrettare le nostre nozze; ma vostro padre in persona me ne ha offerto uno eccellente. (Le parla all'orecchio). Egli sta per assediare il nostro castello con la speranza di vedere mia sorella; e io...

Manon. Andate. Bisogna prenderlo in questo modo. Addio.





17    Semplice e composto si declinano allo stesso modo.



18    Confronta questa scena con la sc. III dell'atto III delle Fourberies de Scapin di Molière.



19    Si precipita fuori della porta che gli è aperta.



20    A cagion delle Muse.



21    Dove il pedante insegna.



22    E da ciò deduco.



23    Più chiaro della luce del sole.



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