Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

IL PEDANTE GABBATO COMMEDIA

ATTO QUARTO

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ATTO QUARTO

SCENA I.

Granger, Paquier, Corbineli.

Granger. Tutto dorme, qui, un sonno di ferro; tutto russa, perfino i grilli e i rospi. Paquier, avvicina la tua scala: per me è la scala di Giacobbe, poichè essa mi innalzerà fra poco al paradiso d'amore.

Paquier. Credo che sia questa la casa... Ah! sono morto! È colpa mia: non le avevo data sufficiente pendenza...

(Egli cade, avendo appoggiata la scala alla schiena di Corbineli).

Granger. Monta ancora una volta, per vedere se è bene appoggiata.

(L'appoggia una seconda volta e monta).

Paquier. Ora temo di averle data troppa pendenza. Come! Non trovo muro affatto! (Nuota con le braccia nella notte per trovare il muro). La nostra macchina starebbe per caso dritta senza sostegno? Domine, mettete a posto voi stesso la vostra scala; io non ci proverei un'altra volta.

Granger. Vade retro, bestiaccia; saprò appoggiarla da me. Credo di esserci, ecco la porta; la conosco dai chiodi, su ognuno dei quali, un tempo, ho composti molti buoni epigrammi. Scande24, per provare se è ferma.

Paquier. Ah! miserabile che io sono! Hanno strappato i denti alla mia scala. (Corbineli sposta la scala da un lato e dall'altro con tanta destrezza che Paquier, muovendo le mani a destra e a sinistra, urta sempre contro uno dei fianchi della scala senza trovare scalini). Misericordia! La mia scala ha partorito! Chi l'avrà ingravidata? Io forse, che l'ho montata? Ma, come! Il figlio è già più grosso della madre.

Granger. Taci, Paquier! Ho veduto adesso adesso passare qualche cosa di nero. Può darsi che sia una di quelle larve di color nero, di cui parlavamo poco fa, la quale viene per spaventarmi.

Paquier. Domine, dicono che per spaventare il Diavolo bisogna mostrarsi coraggiosi; tossite due o tre volte e vi rinfrancherete.

(Granger tossisce).

Granger. Chi sei tu?

Paquier. Un po' più forte.

Granger. Chi sei tu?

Paquier. Ancora più forte.

Granger. Chi sei, dunque?

Paquier. Cantate un poco, per rassicurarvi. (Granger canta). Bene, forza! Fate credere allo spettro che voi non avete paura di lui. Domine, è un diavolo ugonotto, perchè non si fa scrupolo della croce.

Granger. Anche egli deve aver paura, dal momento che non osa parlare. Ma, Paquier, non sarebbe per caso la mia propria ombra? È vestita come me, fa gli stessi gesti che faccio io, indietreggia quando mi avanzo, s'avanza quando indietreggio. Bisogna che m'illumini su questa faccenda. Madonna mia! Mi picchia!

(Egli una bastonata e Corbineli gliela rende. Corbineli entra prestamente in casa e Granger lo insegue per entrare anche lui).

Paquier. Può darsi, Signore, che le ombre della notte, essendo più dense di quelle del giorno, sieno anche più robuste, e che quindi possano bastonare la gente. Entrate, ecco la porta aperta.

Granger. Perdio! L'ombra è più abile di me. Udite dunque? Eccomi, sono io!

Corbineli, dalla finestra. Io sono il gran Diavolo Farfarello. Sono io che costringo gli uomini a dire il pater nostro del lupo; io che impietrisco la focaccia triangolare, e rendo invisibili i fratelli della Rose-Croix, e detto ai rabbini la Cabala e il Talmud. Io sono colui che fa nascere il trifoglio di quattro foglie, il vischio dell'anno nuovo e l'erba di traviamento; colui che fabbrica la pergamena vergine, i cammei e l'impiastro magnetico. Insegno la composizione dei libretti di sortilegi; fabbrico sigilli, talismani, immagini, specchi, figure costellate. Io fornii a Socrate un demone famigliare; feci vedere a Bruto il suo cattivo genio; arrestai Druso con l'apparizione di un folletto. Invio gli spiriti, i fantasmi, il lupo mannaro, il babau, gli uomini neri, le donne bianche, i fuochi fatui, i lemuri, gli orchi, le larve, gli incubi, i succubi, le lamie, le fate, le ombre, i mani, gli spettri. Infine sono il gran cacciatore della foresta di Fontainebleau.

Granger. Ah! Paquier, che è ciò?

Paquier. Ecco un demonio che non se ne è sempre stato con le mani in tasca.

Granger. Che cosa presagisci da questa apparizione?

Paquier. Che è un diavolo femmina, perchè è tanto ciarliero.

Granger. In realtà, credo che non sia cattivo; ho notato che non ci ha rivolto la parola finchè non si è visto difeso da una corazza di pietra25.

Paquier. In fede mia, signore, non dovete temere i diavoli finchè non vi portano via. Quanto a me, non li temo se non sulle spalle delle donne.

SCENA II.

La Tremblaye, Granger, Paquier, Castelforte.

La Tremblaye. Ai ladri, ai ladri! Voi sarete impiccati furfanti! Non è da oggi che vi immischiate in queste faccende. Popolo, non ti rimane che intonare il Salve: il paziente è sulla scala26.

Paquier. Morirà, signore?

La Tremblaye. Puoi aspettartelo.

Paquier. Signore, abbiate dunque pietà dell'anima del fu mio povero padrone Nicola Granger! Se voi non lo conoscete, signore, è quell'ometto che aveva un cappello a larghe tese e un paio di brachesse fino al ginocchio.

Granger. Aiuto, signor di Castelforte! La Tremblaye vuol pugnalare il vostro amico Granger!

Castelforte (dalla finestra). Chi sono quelle canaglie che fanno tanto baccano laggiù? Se scendo, sbriglio le Parche.

La Tremblaye. Soldati, sieno messi alla tortura.

Granger. Ah! signor di Castelfortissimo, scagliate, dall'arsenale della vostra potenza, il fulmine scoppiante sulla temerità di queste vili formiche!

Castelforte (discende sulla scena). Eccovi, dunque, ribaldi! Eh! Non sapete voi che in queste ore mute io ordino a tutte le cose di tacere, fuorchè alla mia rinomanza? Non sapete che la mia spada è fatta con una lama delle forbici di Atropo? Non sapete che quando entro, entro in una breccia; quando esco, esco da una battaglia; quando salgo, salgo sopra un trono; quando scendo, scendo in campo? Non sapete che io indietreggio soltanto per prender lo slancio, e che non posso vincere se non battaglie, perdere se non i miei nemici, scrivere se non sfide, leggere se non sentenze di morte; e, infine, che se io parlo, parlo con la bocca di un cannone? Dunque, scellerato, tu sapevi tutto ciò e non hai paventato il mio tuono? Scegli tu stesso il genere del supplizio; ma sbrigati, perchè la tua ora è suonata.

La Tremblaye. Per evitare una simile sciagura, vi ordino di seguirmi. Andiamo, signor Arcispaventoso, vi faccio prigioniero a istanza dell'universo.

Castelforte. Voi vedete, dottore: per non coinvolgervi nella rovina di questo briccone, io mi sono risolto a perdonargli.

SCENA III.

Manon, Granger, Paquier, La Tremblaye,
Castelforte.

Manon. Ah! signor de La Tremblaye, mio caro signore, fate dono della vita a mio padre e io vi farò dono di me stessa! Buon Dio! Ero nel collegio, aspettando che egli rientrasse per chiudere la porta della nostra scala, quando ho udito un gran rumore nella strada. Ahimè! il mio buon angelo non m'avvertiva invano! Vero è, signore, che egli, per esser stato sorpreso mentre derubava la vostra casa, ha meritato la morte. Ma io so anche che tutti i gentiluomini sono generosi e che chi è generoso è pietoso. Voi, un tempo, m'avete amata tanto: non potrei io, diventando vostra moglie, ottenere la grazia per mio padre? Se credete che questo sia detto soltanto per tenervi a bada, andiamo pure a celebrar le nostre nozze, purchè voi, prima, mi promettiate di fargli dono della vita! Ancorchè egli non mostri d'acconsentirvi, scusatelo, signore; egli ha un cuore sublime e ogni uomo coraggioso non si piega facilmente. Ma per salvarlo sono pronta a tutto, oltre che a disubbidirgli.

Granger. O Dei, che birba! Senza dubbio la miserabile è d'accordo con quel traditore del suo innamorato. No, no, figlia mia, voi non lo sposerete giammai.

Manon. Ah! signor de La Tremblaye, fermatevi! Io vedo, nelle vostre pupille, che voi state per ucciderlo. Buon Dio! Bisognerà dunque che io veda massacrar mio padre sotto i miei proprii occhi, o che lo veda morire per mano della giustizia? Bisognerà dunque che, in così giovine età, io perda mio padre? Eh! per amor del cielo, padre mio, povero padre mio, salvatevi, salvando la vita e l'onore dei vostri figli! Non vedete che La Tremblaye è un bruto, e che non vi perdonerà se voi non diventate suo suocero? Credete dunque che la vostra morte non colpisca anche me? Ah! Io non saprei sopravvivervi a lungo, e per salvarvi da un pericolo anche minore di questo non esiterei a prostituirmi. Perchè dunque non dovrei diventare la moglie di un bravo gentiluomo, se questo basta a salvarvi dal patibolo?

Granger. Quo vertam27, amici miei, l'ottica della mia vista e delle mie speranze? Signor de La Tremblaye, ella è vostra. Ne reminiscaris delicta nostra. Io avevo fiducia nella protezione di Castelforte, e credevo che questo spaccamonti...

Castelforte. Che diavolo volete che faccia? Dovrei rovinare tutti gli uomini, per uno solo?

Granger. Oserò Signore, nel pietoso stato in cui mi trovo, offrendovi mia figlia, domandarvi vostra sorella? Io so che, se voi non allontanate lo sguardo dai miei falli, corro il rischio di rimanere un compassionevole avanzo delle catastrofi umane.

La Tremblaye. Ogni vostro desiderio è un ordine per me. Ma non dimentichiamo di punire questo grottesco Rodomonte per la sua impertinenza. (La T. lo perquote e Castelforte conta i colpi).

Castelforte. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici... Ah! il furbo ha agito saggiamente! Se me ne avesse dati tredici era morto.

La Tremblaye. Ecco per costringervi a questo omicidio. (Lo atterra con una pedata).

Castelforte. Benissimo, volevo coricarmi.

La Tremblaye. Andiamo a casa per il contratto.

Granger. Entrate pure, io vi seguo. Mi fermo un momento quì, per ordinare che non ci manchi di che stare allegri.

SCENA IV.

Granger, Paquier, Corbineli.

Granger. Paquier, corri subito a cercarmi i confratelli d'Orfeo28... Quanto a te, Corbineli, perdono la tua furfanteria in grazia delle mie nozze...





24    Sali.



25    Cioè dalla casa.



26    Del patibolo.



27    Dove volgere.



28    I musici.



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