Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

LETTERE SATIRICHE

Contro un poltrone.

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LETTERE SATIRICHE

Contro un poltrone32.

Signore,

so che siete troppo saggio per consigliare un duello. Perciò io mi rivolgo a voi chiedendo il vostro consiglio intorno a quanto ho stabilito di fare, poichè, come sapete, l'onore macchiato deve essere lavato nel sangue. Ieri, dunque, io fui chiamato babbeo. Non solo: ma ci fu un tale che, me presente, osò lasciarmi andare un ceffone.

Vero è che ciò accadde in compagnia di persone per bene. Pure, alcuni ignoranti in materia di contese affermano che io debba o vendicarmi o morire. Ora, ditemi voi, che siete il più caro fra i miei amici, voi che io reputo troppo savio per spingermi a tali estremi, se io non sono maltrattato abbastanza dalla lingua e dalla mano di quel vile, per cercar d'irritare anche la sua spada. Perchè, quantunque io sia addolorato di sentirmi chiamare babbeo, sarei ancora più dolente di sentirmi chiamare defunto. Se io fossi chiuso in una tomba, egli potrebbe, a suo piacimento e senza timore alcuno, sparlare del mio coraggio. Non farei dunque meglio a rimanermene al mondo, per esser sempre pronto a castigarlo qualora la sua temerità me ne offrisse l'occasione? Senza dubbio coloro i quali mi consigliano la tragedia non pensano che se la fortuna mi è avversa, egli si befferà del mio valore; se lo uccido, si crederà che io lo abbia cacciato dal mondo perchè non osavo rimanerci fintanto che c'era anche lui; se gli strappo la draghinessa, diranno che temevo di lasciargli le armi in mano; se, infine, noi siamo pari, mi sapreste dire a che serve correre il rischio del peggiore di tutti i mali, cioè della morte, per poi non concludere niente? E quand'anche avessi, dal Dio Marte, la promessa formale di uscir con onore da questa faccenda, egli potrebbe sempre vantarsi di avermi trascinato a commettere un'insigne pazzia.

No, no, io non sfodererò la sciabola! Voler allontanare da un nemico ammazzandolo, o volersi allontanare da lui con lo stesso mezzo, significa averne paura. Per conto mio, non temo che egli sia dove sarò anch'io. Egli dice di non aver mai paventato le Parche; se vuole che ci creda, s'impicchi! Andrò a consultare tutti i dottori, per sessanta o ottant'anni di seguito, pur di sapere se egli abbia fatto bene. E se per caso mi rispondono di sì, cercherò di vivere ancora quanto basti per far penitenza della mia vigliaccheria. Vi pare strano, in un uomo di fegato come me, un tal modo di agire? Ma, caro Signore, per esser sincero, mi sembra che sia meglio accontentarsi della propria carta, piuttosto che rischiare di averne una peggiore mescolando il mazzo. Questo signor Spaccone vuole forse morir presto, per non pensarci più. Io, invece, che sono più generoso, cerco di vivere più a lungo, con il pericolo di essere per molto tempo nella possibilità di morire. Crede forse di rendersi più interessante, affermando che gli secca di non ritornare nelle tenebre della sua prima dimora? E che! Ha paura del sole? Ahimè! Se sapesse, il povero bue, che brutta cosa sia essere trapassato, non avrebbe tanta fretta! Un uomo che prima dei trent'anni metta a repentaglio la propria vita, non compie un atto illustre, poichè non conosce ciò che arrischia. Ma quando ha passato quest'età, io dico che è addirittura rincoglionito se se la gioca dopo averla conosciuta. Quanto a me, trovo che la luce del giorno è bellissima, e non ho nessuna voglia di dormire sotterra, per la semplice ragione che sotto terra non si vede niente. Non si glori tuttavia di questo rifiuto! Desidero anzi che egli sappia che conosco un colpo da ammazzare persino un gigante incantato, e che, se non mi batto, è appunto per impedire che altri lo impari.

Vi sono poi cento altre considerazioni che mi inducono a odiare il duello. Io dovrei andare sul prato, e , falciato con l'erba, dovrei imbarcarmi per l'altro mondo? Evvia! I miei creditori non aspettano che questo per accusarmi di bancarotta! E poi, crederebbe egli forse di essersi liberato di me qualora m'avesse tolta la vita? Al contrario io diventerei più terribile, e sono certo che, dopo quindici giorni, non potrebbe guardarmi senza spavento. Se invece aspira alla gloria di avermi infilzato, purchè io stia bene, gli permetto di proclamare ai quattro venti che egli è il mio boia. Pure, quand'anche m'uccidesse, la gloria non sarebbe grande: una manciata di cicuta farebbe altrettanto. Può darsi che egli supponga che la natura m'abbia assai maltrattato negandomi il coraggio. Per disilluderlo, gli dirò che la natura non ci potrebbe fare un tiro peggiore quando si serve contro di noi del caso; che la minima pulce, viva, vale assai più del grande Alessandro morto; e che, in fine, io mi sento indegno di costringere le torcie benedette a piangere sul mio blasone. Mi piace veramente che mi lusinghino attribuendomi tutte le doti di un bello spirito, fuorchè quella di buon'anima, la quale, e si capisce, m'è insopportabile. Un'altra ragione ancora mi vieta di battermi. Bisogna sapere che ho composto un epitaffio la cui arguzia è assai buona se vivo cent'anni; e che ne rovinerei tutta la bellezza se mi arrischiassi a morire più giovane. Aggiungete a tutto ciò che io abborrisco le malattie e che nulla nuoce alla salute quanto la morte. Non val meglio dunque incoraggiare stesso a diventar pusillanime, piuttosto che rendersi responsabile di tanti disastri?

Così, forti della nostra debolezza, nessuno ci vedrà mai impallidire tremare, se non per paura di aver troppo fegato. E a te, o salutare pusillanimità, io consacro un altare, e prometto di servirti con tanta devozione che, cominciando da oggi, dedico quest'epistola al più spregevole dei tuoi figli, per timore che qualche eroe, al quale per caso l'inviassi, non credesse che io sia tal uomo da servirlo, a causa di queste quattro parolacce che bisogna scrivere in fondo a ogni lettera: sono,

Signore,

Vostro servo ecc.

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32    Può essere interessante confrontare queste lettere satiriche con i «Componimenti burleschi del Marino in forma epistolare» e con altre lettere di nostri secentisti.



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