Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

VIAGCIO COMICO NEGLI STATI E IMPERI DELLA LUNA

I.

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VIAGCIO COMICO

NEGLI

STATI E IMPERI DELLA LUNA

I.

Quando ci muovemmo da Clamart, (dove il giovane signor de Cuigy, che ne è proprietario, m'aveva invitato con alcuni miei amici), per ritornare a Parigi, erano appena suonate le nove di sera; e la luna, in tutto il suo splendore, appariva così chiara nel cielo senza nubi, che la vista di quel globo color di zafferano suscitò in noi vari pensieri coi quali ci svagammo durante la strada. Con le pupille annegate nel grande astro, taluno lo scambiava per la lanterna del cielo, tal'altro per lo scudo su cui Diana attrae gli strali d'Apollo, e c'era persino chi sosteneva che potesse essere il sole, il quale, spogliatosi dei propri raggi, guardasse attraverso un buco ciò che accadeva nel mondo durante la sua assenza.

«Ed io, - dissi - poichè non voglio esser da meno di voi, senza tuttavia perdermi nelle burlesche fantasticherie con le quali titillate il tempo per farlo correr più veloce, credo che la luna sia un mondo simile al nostro e che questo serva, a sua volta, da luna a quel mondo

Qualcuno della brigata mi compensò con uno scoppio di risa.

«Così può darsi - soggiunsi - che in questo medesimo istante ci sia nella luna chi deride un altro, il quale, come me, afferma che questo globo è un mondo.

Ma per quanto m'affaticassi a ripetere che tale era l'opinione di Pitagora, di Epicuro, di Democrito, e, ai tempi nostri, di Copernico e di Kepler, altro non ottenni che accrescere la loro ilarità.

Intanto questo pensiero, la cui arditezza mi andava a genio, reso più saldo dall'ostilità che aveva incontrata, si radicò in me stesso così profondamente che per tutto il resto della strada fui pregno di mille definizioni della luna, delle quali non riuscivo a sgravarmi. Anzi, a forza di avvalorare tale stravagante convinzione con ragionamenti quasi seri, cominciavo a crederci davvero, quando il miracolo o il caso, la provvidenza, la fortuna, o quella che, se si vuole, può esser chiamata visione, chimera, follia, mi offrì l'occasione che ha dato origine a questo racconto.

Giunto a casa, salii nel mio studio e trovai aperto sul tavolo un libro che non ci avevo lasciato. il libro di Cardano. E quantunque non avessi intenzione di leggere, non appena lo ebbi veduto, i miei occhi caddero quasi per forza precisamente sopra una storiella in cui questo filosofo narra che, una sera, mentre studiava alla luce della candela, vide entrare a traverso le porte chiuse due gran vecchiardi i quali, in seguito a molte domande, risposero di essere abitanti della luna, e istantaneamente scomparvero. Io rimasi così meravigliato, sia di vedere un libro che da era venuto sul tavolo, sia del momento e della pagina in cui s'era aperto, che mi sembrò di scorgere in tutta questa concatenazione d'incidenti un incitamento a dimostrare agli uomini che la luna è un mondo.

«Come! - dissi fra me. - Dopo aver parlato tutt'oggi della luna, un libro, forse l'unico al mondo in cui tale materia sia con tanta minuzia trattata, vola dallo scaffale sul mio tavolo, diventa così intelligente da aprirsi proprio nel punto in cui si narra un'avventura tanto meravigliosa, attrae sopra di , quasi per forza, i miei occhi, e suggerisce quindi alla mia fantasia le idee e alla mia volontà i propositi che io ora concepisco?! Senza dubbio - continuai - i due vecchioni che apparvero a quel grand'uomo sono gli stessi che hanno scomodato il mio libro e lo hanno aperto a questa pagina per risparmiar la fatica di ripetermi il discorso fatto a Cardano

«Ma - aggiungevo - come saprò togliermi da questa incertezza se non salgo lassù

«E perchè no? - rispondevo subito. - Prometeo fu pure, anticamente, in cielo, per rubarvi il fuoco. Sono io forse meno ardito di lui? E ho forse ragione di non sperare in un esito altrettanto favorevole

A questi ghiribizzi, che taluno chiamerà accessi di febbre calda, succedette dunque la speranza di compiere felicemente un così bel viaggio. Tal che, per venirne a capo, mi rinchiusi in una casa di campagna abbastanza fuori di mano; donde, dopo aver assecondato le mie fantasticherie con mezzi adeguati allo scopo, ecco come me ne salii al cielo.

Avevo attaccato intorno alla mia persona un certo numero di ampolle piene di rugiada. E il sole, dardeggandovi sopra con tutta la violenza dei suoi raggi, fece sì che il calore, attraendole come accade delle nubi, mi sollevasse tanto in alto da trasportarmi in un attimo oltre la regione media. Ma siccome questa attrazione mi imprimeva una velocità troppo grande, così che invece di avvicinarmi alla luna, secondo le mie intenzioni, essa mi pareva più lontana che al momento della partenza, mi decisi a rompere alcune delle mie ampolle. Mi sembrò allora che il mio peso vincesse l'attrazione e mi riconducesse verso terra. m'ingannai. Infatti poco tempo dopo ricaddi; e quantunque, calcolando dall'ora in cui ero partito, dovesse essere circa mezzanotte, mi avvidi che il sole occupava lo zenit e che era mezzogiorno. Vi lascio immaginare se il mio stupore fu grande; tanto che, non sapendo a chi attribuire un simile miracolo, ebbi la spudoratezza di pensare che, in premio al mio ardimento, Iddio avesse ancora una volta inchiodato il sole in cielo per illuminare un'impresa così generosa.

Ciò che accrebbe la mia meraviglia fu ch'io non riconoscevo il paese in cui mi trovavo; poichè mi pareva che, essendomi innalzato verticalmente, sarei dovuto ricadere nello stesso luogo dal quale ero partito. Tuttavia, equipaggiato com'ero, m'incamminai verso una specie di capanna dalla quale vedevo uscire nuvolette di fumo. Ma giunto a un tiro di pistola, fui circondato da una moltitudine d'uomini nudi, i quali parvero stupefatti del mio incontro forse perchè non avevano mai veduto, prima di me, un uomo vestito di bottiglie. Inoltre, a sconvolgere tutte le loro supposizioni intorno al mio abbigliamento, stava il fatto ch'io camminavo quasi senza toccar terra; quantunque fossero lontanissimi dall'immaginare che se io avessi impresso una leggera spinta al mio corpo, l'ardore dei raggi del mezzodì m'avrebbe sollevato con la mia rugiada, e, nonostante il numero ormai insufficiente delle fiale, avrei potuto essere rapito in cielo dinnanzi ai loro occhi.

Cercai di avvicinarli. Ma, come se il terrore li avesse trasformati in uccelli, li vidi in un attimo scomparire nella vicina foresta. Mi riuscì tuttavia d'acchiapparne uno, cui le gambe avevano senza dubbio tradito il cuore, e gli domandai, con non poca fatica (poichè ero mezzo soffocato), quanta distanza ci fosse di a Parigi, e da quanto tempo in Francia s'usasse andar nudi, e perchè mai essi mi fuggissero con tanto spavento. Quell'uomo, al quale rivolsi la parola, era un vecchio olivastro che, per prima cosa, si gettò ai miei piedi, e, congiungendo le mani in alto dietro il capo, aperse la bocca e chiuse gli occhi. Poi borbottò a lungo fra i denti senza che io lo udissi articolore parola. Ragione per cui scambai il suo linguaggio per il roco brontolio di un mutolo.

Poco dopo, vidi arrivare tambour battant una compagnia di soldati, dalla quale se ne staccarono due per venirmi a riconoscere. Quando furono abbastanza vicini per potermi udire, chiesi che mi dicessero che paese era quello.

«Voi siete in Francia; - mi risposero - ma chi diavolo mai vi ha ridotto in questo stato? E come va che non vi conosciamo affatto? Sono forse arrivati i bastimenti, e voi venite a darne avviso al governatore? E perchè avete diviso la vostra acquavite in tante bottiglie

A tutto ciò risposi che non era stato il diavolo a ridurmi in tale arnese; che essi non mi conoscevano per la semplice ragione che non potevano conoscere tutti gli uomini; che non sapevo che la Senna sopportasse bastimenti; che non avevo nessun annuncio da dare al Signor de Montbazon; e che, infine, non ero affatto carico di acquavite.

«Oh! - mi dissero essi afferrandomi per le braccia. - Fate il gradasso? Il signor Governatore saprà riconoscervi, lui!»

Mi condussero dunque verso il plotone, dove appresi che realmente ero in Francia, ma nella Nuova Francia. Infatti, poco dopo, fui presentato al signor di Montmagnie, che ne è il vice-re. Egli s'informò del mio paese, del mio nome, del mio grado; e quando l'ebbi sodisfatto raccontandogli il piacevole esito del mio viaggio, sia che credesse alle mie parole, sia che fingesse di crederci, ebbe la bontà di offrirmi una camera nel suo appartamento. Fu gran fortuna per me l'aver incontrato un uomo capace di alti sentimenti il quale non si stupì affatto quando gli dissi che, essendomi innalzato a due leghe da Parigi ed essendo caduto, con una linea quasi perpendicolare, nel Canadà, bisognava pensare che la terra, durante la mia ascensione, avesse roteato su stessa.

La sera, mentre me ne andavo a letto, egli entrò nella mia camera e mi disse

«Non avrei osato interrompere il vostro riposo se non credessi che una persona, la quale è stata capace di trovare il segreto di far tanta strada in mezza giornata, deve aver trovato anche quello di non stancarsi. Ma voi ignorate - soggiunse - l'amena disputa che ho avuto or ora con i nostri Padri Gesuiti? Essi pretendono ad ogni costo che siate un mago; e la grazia maggiore che potete ottenere da costoro è di non esser scambiato per un impostore. In realtà questo movimento che voi attribuite alla terra è un paradosso di natura assai delicata; e, per conto mio, vi confesso che non sono della vostra opinione soltanto perchè penso che, quantunque siate partito ieri da Parigi, potete benissimo essere arrivato qui oggi, senza che per questo la terra abbia roteato su stessa. Infatti, dopo avervi sollevato per mezzo delle vostre ampolle, non potrebbe il sole avervi condotto qui per la semplice ragione che egli si muove, come affermano Tolomeo, Tycho-Brahé e i filosofi moderni, nel senso in cui voi fate muover la terra? E, inoltre come vi par verosimile l'idea che il sole sia immobile dal momento che lo vediamo girare? E quale indizio v'induce a credere che la terra giri con tanta velocità quando noi la sentiamo ferma sotto i nostri piedi

«Signore, - gli risposi - ecco, all'incirca, le ragioni che ci spingono a credere tutto ciò. Per prima cosa, il senso comune insegna che il sole deve occupare il centro dell'universo, perchè tutti i corpi esistenti in natura hanno bisogno di questo fuoco fondamentale. È quindi giusto ch'egli stia nel cuore di questo regno per essere in grado di sodisfare prontamente alle necessità d'ogni sua parte, e che la sorgente della vita sia collocata nel mezzo di tutti i corpi, così come la saggia natura ha posto le parti genitali nell'uomo, i semi nel centro delle mele, e i noccioli in quello delle frutta cui appartengono.

Questa mela è un piccolo universo a , in cui il seme, più caldo di tutto il resto, è il sole che diffonde all'intorno il calore, conservatore del suo globo; e questo germe, secondo le nostre teorie, è il piccolo sole di questo piccolo mondo che riscalda e nutrisce il sale vegetante del suo piccolo corpo. Ciò stante, io dico dunque che la terra, avendo bisogno della luce del calore e dell'influenza di questo gran fuoco, gira intorno a lui per ricevere egualmente in ogni sua parte tale virtù conservatrice. Poichè credere che questo gran corpo luminoso giri intorno ad un punto dal quale non trae nessun beneficio sarebbe tanto ridicolo come se, quando vediamo un'allodola arrostita, noi pensassimo che per cuocerla le sia girato intorno il focolare. Similmente, se spettasse al sole compiere una simile fatica, bisognerebbe supporre che la medicina abbia bisogno dell'ammalato; il forte debba sottomettersi al debole; il grande servire il piccolo; e non un bastimento navigare lungo la terra ferma, ma la terra navigare intorno al bastimento. Chè se voi non potete comprendere come un corpo così pesante possa muoversi, ditemi, vi prego, se gli astri e i cieli, che vi sembrano così solidi, sono più leggeri. Oltre a ciò è facile a noi, che siam certi della rotondità della terra, arguire il suo movimento dalla sua forma. Ma perchè supporre che sia rotondo il cielo dal momento che non potreste accertarvene e che, se non è rotondo, certamente non si può muovere? Non vi rimprovero poi i vostri eccentrici e i vostri epicicli, dei quali non sapreste darmi se non una spiegazione molto confusa, mentre invece il mio sistema può farne a meno. Soltanto, se volete, parliamo delle cause naturali di questo movimento...»

A queste parole il Signor de Montmagnie m'interruppe.

«Preferisco - disse - risparmiarvene la fatica, tanto più che ho letto, su tale argomento, alcuni libri di Gassendi. Ascoltate, piuttosto, ciò che mi rispose un giorno uno dei nostri Padri, il quale sosteneva la vostra stessa tesi. «In realtà, - egli diceva - io penso che la terra gira non già per le ragioni che ce ne Copernico, ma per quest'altra ragione: che essendo il fuoco dell'inferno imprigionato al centro della terra, i dannati, i quali vogliono fuggire l'ardore delle sue fiamme, gravitano per allontanarsene contro la volta, e fanno quindi girare la terra come un cane fa girare correndo una ruota nella quale sia rinchiuso

Noi lodammo a lungo lo zelo del buon Padre e, terminato il suo panegirico, il Signor de Montmagnie mi disse che egli si stupiva assai che un sistema così incerto come quello di Tolomeo fosse stato universalmente accettato.

«Signore, - gli risposi - la maggior parte degli uomini, i quali non giudicano se non attraverso i sensi, si sono lasciati illudere dai loro occhi. E nello stesso modo che chi costeggia con una barca crede di rimaner immobile e di veder camminare la riva, così gli uomini, girando con la terra intorno al cielo, hanno creduto che fosse il cielo il quale girasse intorno a loro. Aggiungete a ciò l'orgoglio insopportabile della nostra specie, la quale crede che la natura non sia stata creata se non per suo uso e consumo, come se fosse verosimile che il sole, un corpo immenso, quattrocento trentaquattro volte più grande della terra, sia stato acceso soltanto per maturare le sorbe e far sbocciare i nostri cavoli. Quanto a me, lontanissimo dal consentire nell'insolenza di questi bruti, credo che i pianeti sieno mondi intorno al sole, e le stelle fisse, anch'esse, soli che hanno pianeti d'intorno; vale a dire mondi che noi non vediamo di qui perchè sono troppo piccoli e perchè la loro luce, tolta in prestito, non giunge fino ai nostri occhi. Altrimenti, come si potrebbe in buona fede immaginare che quei globi tanto spaziosi non sieno se non grandi distese desertiche, e che invece il nostro, per il solo fatto che noi ci strisciamo sopra (una dozzina di gloriosi bricconi!), sia stato creato per dominare tutti gli altri? Come! Perchè il sole misura i nostri giorni e i nostri anni, dovremo affermare che è stato costrutto soltanto per impedirci di dar la testa nei muri? No, no: se questo dio visibile illumina gli uomini è un semplice caso; così come la fiaccola del Re rischiara per caso il pezzente che passa per la via

«Ma - mi diss'egli - se, come voi affermate, le stelle fisse fossero altrettanti soli, si potrebbe arguire da ciò che il mondo è infinito; poichè è verosimile che i popoli di quel mondo che è intorno a una stella fissa, e che voi scambiate per un sole, scoprano più lungi altre stelle fisse che noi non sapremmo discernere di qui, e così all'infinito

«Non dubitate: - gli risposi - come Dio ha potuto creare l'anima immortale, ha potuto creare il mondo infinito; se è vero che l'eternità non è se non un tempo senza fine e l'infinito uno spazio senza limiti. D'altronde Dio stesso sarebbe finito se il mondo non fosse infinito; poichè egli non potrebbe essere dove non ci fosse niente, e non potrebbe accrescere la grandezza del mondo senza aggiungere qualche cosa alla sua propria estensione, cominciando a essere dove prima non era. Bisogna dunque credere che, come noi vediamo, di qui, Saturno e Giove, se fossimo nell'uno o nell'altro scopriremmo molti mondi che ora non vediamo; e che l'universo sia composto così all'infinito

«Per Bacco! - replicò egli. - Potreste parlare ancora mill'anni e non saprei concepire questo infinito

«Eh! Ditemi: - soggiunsi - comprendete voi forse il nulla che è al di ? Affattissimo. Poichè, quando pensate a quel nulla, voi ve lo immaginate per lo meno come vento o come aria, e cioè qualche cosa. Ma l'infinito, se non lo concepite nel suo insieme, potete tuttavia concepirlo come tante parti di un tutto, per la semplice ragione che non è difficile, oltre la terra e l'aria che noi vediamo, immaginare fuoco e altra aria e altra terra... Ora, l'infinito non è se non un contesto senza limiti di aria di terra e di fuoco. Se avrò l'onore di vedervi in Francia, vi farò osservare, con l'aiuto di un eccellente canocchiale, che certe oscurità, le quali di qui sembrano macchie, sono invece mondi in formazione

Finito questo discorso, i miei occhi si chiusero, costringendo il Signor di Montmagnie ad andarsene. Noi avemmo, il giorno dopo e i seguenti, molte discussioni di ugual genere. Ma siccome qualche tempo dopo gli affari della provincia interruppero le nostre dispute filosofiche, io ricaddi nel proposito di salire alla luna.

Quando essa era alta in cielo me ne andavo fra i boschi fantasticando sul modo di preparare e di compiere la mia impresa. Finchè, la vigilia di San Giovanni, mentre il consiglio s'era adunato nel Forte per deliberare se si dovessero inviar soccorsi ai Selvaggi del paese contro gli Irochesi, me ne andai solo solo dietro la nostra casa, sulla cima d'una collinetta. Ed ecco ciò che feci. Avevo costruito una macchina con la quale pensavo di potermi innalzare a piacer mio. Onde, parendomi che non le mancasse nulla di ciò che credevo necessario, mi ci sedetti sopra e mi precipitai nel vuoto dall'alto di una roccia. Ma, avendo preso male le mie misure, capitombolai violentemente nella valle. Tutto ammaccato com'ero, senza perdermi di coraggio, me ne tornai nella mia camera, presi della midolla di bue e mi unsi tutto il corpo, che era pesto dalla testa ai piedi; e, dopo essermi fortificato l'animo con una bottiglia d'essenza cordiale, me ne tornai a cercar la mia macchina. Sulle prime non mi riuscì di trovarla, poichè alcuni soldati, che erano andati nella foresta a tagliar legna per i falò di San Giovanni, avendola rinvenuta per caso, l'avevano trasportata nel Forte. Dove, dopo molte indagini circa ciò che poteva essere, scoperto il congegno della molla, qualcuno disse che bisognava attaccarle intorno gran numero di razzi matti; così che, innalzandosi velocemente molto in alto e la molla agitando le grandi ali della macchina, tutti l'avrebbero scambiata per un drago di fiamma. Alfine, dopo averla cercata a lungo, la ritrovai in mezzo alla piazza di Quebec, mentre erano sul punto di darle fuoco. Il dolore di vedere l'opera delle mie mani in così grave pericolo mi sconvolse talmente che io corsi ad afferrare il braccio del soldato che stava per incendiarla, gli strappai la miccia e mi precipitai furente nella mia macchina per spezzare gli ordegni di cui era circondata. Ma arrivai troppo tardi; poichè, non appena v'ebbi messo piede, mi sentii rapito nelle nuvole.

Lo spavento dal quale fui invaso non mi sconvolse l'animo al punto che io non mi sia ricordato, più tardi, ciò che in quell'istante mi accadde. Dopo che la fiamma ebbe divorata una fila di razzi, (disposti a sei a sei e congiunti da una miccia) se ne incendiò una seconda e una terza, per modo che la polvere, bruciando, allontanava il pericolo di cadere aggravandolo sempre più. Ma finiti i razzi, e con i razzi cessato l'impulso verso l'alto, quando già m'ero rassegnato a spaccarmi la testa sulla vetta di un monte, sentii, senza nessuna commozione, che continuavo a salire, mentre la macchina, preso commiato da me, precipitava verso terra.

Attraversai così, secondo i calcoli fatti dopo, molto più dei tre quarti della distanza che separa la terra dalla luna, senza che nessun incidente turbasse il mio viaggio. Soltanto a un certo punto m'accorsi, pur non essendomi capovolto, di cadere con i piedi in alto. Forse nemmeno avrei notato questo fatto, se non avessi sentito gravarmi sul capo il peso di tutto il corpo. Tuttavia indovinai all'istante che non ricadevo verso il nostro mondo, poichè, quantunque mi trovassi fra due lune e vedessi chiaramente che avvicinandomi all'una mi allontanavo dall'altra, ero sicuro che la più grande non fosse la terra. Già dai primi giorni di viaggio le rifrazioni lontane del sole, confondendo la varietà delle forme e dei climi, m'avevano fatto apparire la terra come una gran placca d'oro. Donde io arguii che stavo discendendo verso la luna. E quando mi risovvenni che non avevo cominciato a cadere se non dopo tre quarti di strada tale dubbio si mutò in certezza.

«Siccome il volume della luna, - dicevo fra me - è minore di quello del nostro globo, necessariamente anche la sfera della sua influenza deve essere meno estesa, e quindi è giusto che io abbia sentito più tardi l'attrazione del suo centro

Finalmente, dopo aver continuato a discendere per molto tempo (a quanto giudicai in seguito, poichè la violenza della caduta mi impedì, allora, di valutarne la durata), non mi ricordo se non di essermi trovato sotto un albero, impigliato in tre o quattro rami abbastanza grossi che avevo spezzati cadendo...35.





35    A questo punto incomincia nel testo una lunga confusa e quasi incomprensibile disgressione, la quale sembra si debba attribuire a un abbozzo giovanile del Viaggio negli Stati e Imperi della Luna, e, in ogni modo, escludere dalla versione definitivamente adottata dall'A.. E siccome è anche noiosa, noi crediamo opportuno sopprimerla, senza per ciò recare nessun danno all'opera e ai lettori. Riporteremo soltanto il seguente frammento di un dialogo fra Cirano ed Elia, in un ipotetico Paradiso Terrestre: «- Dimenticavo, figlio mio, di svelarvi un segreto che voi certamente ignorate. Dovete dunque sapere che dopo che Eva e il suo marito ebbero mangiato il frutto proibito, Iddio, per punire il serpente che li aveva indotti in tentazione, lo relegò nel corpo dell'uomo. Da allora non è nata nessuna creatura che, per castigo del delitto del primo padre, non nutra un serpente nel proprio ventre... - In realtà - gli dissi, interrompendolo - ho notato che, siccome questo serpente cerca sempre di fuggire dal corpo dell'uomo, si vede la sua testa e il suo collo che escono di sotto il ventre. Ma Iddio non ha permesso che soltanto l'uomo ne fosse tormentato: ha anzi voluto che egli si rizzasse contro la donna per inocularle il suo veleno, e che il suo morso le cagionasse un gonfiore che dura nove mesi...». Questo passo, omesso nelle vecchie edizioni di Cirano, è riportato da Remy de Gourmont in quella del Mercure de France, riveduta e corretta sui manoscritti della Bibliothéque nationale, che noi seguiamo nella nostra traduzione. Crediamo utile e onesto avvertire, una volta per sempre, che, ove ci sia parso di poterlo fare senza nuocere al racconto, ma anzi giovando alla sua speditezza e vivacità, abbiamo soppresso, in due o tre punti, alcune pagine in cui Cirano s'indugia in lunghe e tedianti disquisizioni filosofiche e morali che sono, per noi, prive di qualunque interesse, anche quando hanno un carattere polemico. Uomini, idee, problemi che senza dubbio appassionavano i contemporanei del nostro A., sono oggi quasi dimenticati e non appassionano più nessuno. Questa è dunque la parte caduca dell'opera che giova sacrificare alla sua parte ancor viva, cioè alla sua originale comicità.              N. del T.



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