Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

VIAGCIO COMICO NEGLI STATI E IMPERI DELLA LUNA

II.

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II.

Fui non poco meravigliato di vedere ch'io ero solo in un paese perfettamente sconosciuto. Per quanto volgessi intorno gli occhi sulla campagna, nessuna creatura appariva per consolarli. Così che io risolvetti di camminare fino al momento in cui la fortuna si fosse decisa a farmi incontrare la compagnia di un animale qualsiasi, oppure quella della morte.

Essa infatti m'esaudì. Dopo un mezzo quarto di lega m'imbattei in due grossissimi animali; di cui uno si fermò dinnanzi a me, e l'altro se ne fuggì velocemente nella tana. Almeno io pensai così, poichè, poco dopo, lo vidi ritornare seguìto da sette o otto cento dei suoi simili, i quali mi circondarono. Quando potei discernerli da vicino, constatai che molto ci assomigliavano nella conformazione e nell'aspetto, e questa coincidenza mi richiamò alla memoria i racconti di sirene di fauni e di satiri che avevo udito dalla mia balia. Ogni tanto essi levavano grida così furiose, provocate certamente dalla meraviglia di vedermi, che io quasi credevo d'essere diventato un mostro. Poi una di quelle bestie umane, afferrandomi per la cuticagna, come fanno i lupi quando rapiscono gli agnelli, mi scaraventò sulle proprie spalle e mi portò nella loro città; dove, non appena riconobbi che, in vero, essi erano uomini, fui ancor più stupito di non incontrarne nessuno che camminasse su due gambe.

Quando costoro videro che io ero tanto piccino (perchè, in maggioranza, essi sono lunghi dodici braccia) e che mi reggevo su due piedi soltanto, non poterono capacitarsi che anch'io fossi un uomo; perchè stimavano che gli uomini, avendo ricevuto dalla natura due gambe e due braccia, a somiglianza delle bestie, dovessero anche servirsene come appunto essi facevano. E, in verità, ritornandoci sopra più tardi, ho pensato che la loro posizione orizzontale non era affatto stravagante, se si considera che i bambini, quando non sono ancora istruiti se non dalla natura, camminano a quattro gambe; e che non si sollevano su due se non per le pazienti cure delle loro balie, le quali li infilano nel cestino e li reggono con le dande affinchè non ricadano su quattro gambe seguendo l'inclinazione naturale del nostro corpo.

Essi dicevano dunque (come seppi poi) che senza alcun dubbio io ero la femmina del piccolo animale della Regina. Sì che, in qualità di tale o di tal altra cosa, fui condotto difilato al Municipio, dove compresi, dal chiacchierio e dai gesti della folla e de' magistrati, che cercavano di spiegarsi che cosa diamine io fossi. E dopo aver conferito a lungo, un borghese, il quale vigilava sulle bestie rare, pregò gli scabini di affidarmi alla sua sorveglianza, nell'attesa che la Regina mi mandasse a cercare per unirmi al mio maschio. Nessuno si oppose; e quel ciarlatano mi condusse a casa sua, dove mi insegnò a fare il buffone, con capriole, smorfie e sberleffi; e ogni dopo pranzo esigeva l'ingresso da quelli che mi volevano vedere. Ma il cielo, impietosito dei miei dolori e afflitto nel vedere profanato in tal modo il tempio del suo Dio, volle che un giorno, mentre stavo attaccato ad una corda con la quale il cialtrone mi faceva saltare per sollazzare il pubblico, udissi la voce di un uomo, che, in greco, m'interrogava sull'esser mio. Rimasi stupefatto udendo parlare in quel paese come nel nostro mondo. Egli mi rivolse parecchie domande alle quali risposi, narrandogli poi, per sommi capi, la mia impresa e le vicende del mio viaggio. Egli mi confortò, e ricordo che mi disse:

«Ebbene, figlio mio, voi sopportate, in fin dei conti, la pena delle debolezze del vostro mondo. C'è della gente volgare, qui come , che non può sopportare l'idea delle cose alle quali non è abituata. Ma tenete per certo che il trattamento di cui vi lamentate è equo: poichè se qualcuno di questa terra fosse salito nella vostra, affermando arditamente d'essere uomo, i vostri sapienti l'avrebbero fatto strangolare come un mostro

Egli mi promise quindi d'informare la Corte della mia disavventura; e aggiunse che quando aveva udito le voci che correvano sul mio conto, era corso per vedermi e mi aveva riconosciuto per un uomo del mio mondo, poichè egli, in altri tempi, aveva molto viaggiato ed era stato in Grecia, dove lo chiamavano «il Demone di Socrate». Dopo la morte di quel filosofo, aveva guidato e istruito, a Tebe, Epaminonda. In seguito, essendo emigrato presso i Romani, per amore della giustizia aveva aderito al partito del giovane Catone, e, dopo la sua morte, s'era dato a Bruto. Ma questi grandi personaggi non avevano lasciato al mondo se non il fantasma delle loro virtù, e perciò egli, con i suoi compagni, s'era ritirato nei templi e nei luoghi solitari. «Insomma, - aggiunge egli - il popolo della vostra terra diventò così stupido e grossolano, che i miei compagni ed io perdemmo tutto il piacere che avevano avuto un tempo ad ammaestrarlo. Non è vero che voi non abbiate mai inteso parlare di noi. Ci chiamavano Oracoli, Ninfe, Geni, Fate, Penati, Lemuri, Larve, Lamie, Folletti, Naiadi, Incubi, Ombre, Spettri e Fantasmi. Noi abbandonammo il vostro mondo sotto l'impero di Augusto, poco tempo dopo che io ero apparso a Druso, figlio di Lidia, (il quale guerreggiava in Germania), vietandogli di andare innanzi. Non è molto che io sono ritornato di laggiù la seconda volta. Cent'anni fa, ebbi l'incarico di compiere un viaggio e ho gironzolato molto per l'Europa, conversando con persone che forse conoscerete. Un giorno, fra l'altro, apparvi a Cardano mentre stava studiando; gli insegnai molte cose e, in compenso, egli mi promise di testimoniare alla posterità da chi avesse avuto notizia delle meraviglie che si riprometteva di scrivere. Vidi Agrippa, l'abate Trithème, il dottor Faust, La Brosse, Cesare Nostradamus e' una combriccola di giovanotti, comunemente noti sotto il nome di «Chevaliers de la Rose-Croix», ai quali insegnai un mondo di gherminelle e di segreti naturali, che, senza dubbio, debbono aver loro procacciata fama di grandi maghi. Ho conosciuto Campanella: fui io, anzi, a consigliargli, mentre era all'Inquisizione, di addestrare il proprio viso e il proprio corpo agli atteggiamenti ordinari di coloro i quali egli voleva penetrare pur ne' segreti pensieri; perchè così, eccitando in stesso, mediante tali atteggiamenti, uno stato d'animo identico a quello dei suoi avversari, egli avrebbe conosciute e quindi rintuzzate più facilmente le loro armi. Egli cominciò anche, in seguito alle mie insistenze, a scrivere un libro che intitolammo De sensu rerum. Del resto io non sono originario della vostra di questa terra. Io sono nato nel Sole. Ma siccome il nostro mondo, per la longevità dei suoi abitanti e perchè è immune da guerre e da pestilenze, spesso sovrabbonda di uomini, i nostri magistrati mandano, di quando in quando, colonie nei mondi circostanti. Quanto a me, fui condannato ad emigrare nel vostro, a capo di una colonia che vi si doveva trasferire. Poi, per le ragioni cui ho accennato, sono passato in questo. E ciò che mi induce a rimanervi è che qui non s'incontra nemmeno un pedante, e gli uomini sono amanti della verità; i filosofi non si lasciano persuadere se non dalla ragione; e l'autorità di un professore, o quella della maggioranza, non soverchia affatto l'opinione di un trebbiatore, qualora pensi fortemente. In breve: in questo paese soltanto i sofisti e gli oratori hanno fama di insensati

Tante belle cose, dette da lui, suscitarono in me la curiosità di interrogarlo sulla sua nascita e sulla sua morte; se nel paese del Sole l'individuo nascesse per le vie della generazione e se morisse per il disordine della propria salute o per la rottura degli organi.

«C'è un rapporto troppo scarso - egli disse - fra i vostri sensi e la spiegazione di questi misteri. Voi immaginate, infatti, che ciò che sfugge alla vostra comprensione sia spirituale, oppure non esista affatto. Ma questo ragionamento è falsissimo e dimostra appunto che esistono nell'universo forse un milione di cose, le quali, per essere conosciute da voi, richiederebbero un milione di organi diversi. Io, per esempio, mediante i miei sensi, posso conoscere la causa della simpatia che attrae la calamita verso il polo, del riflusso del mare, e che cosa l'anima diventi dopo la morte; mentre voi non sapreste giungere a concezioni così alte se non con l'aiuto della fede, per la semplice ragione che vi manca la possibilità di valutare questi miracoli, così come un cieco non saprebbe figurarsi la bellezza di un paesaggio, il colore di un quadro e le sfumature dell'iride, senza immaginare alcunchè di tangibile, il mangiare, un suono, un odore. Quindi se io volessi spiegare ciò che discerno coi sensi che a voi mancano, voi sareste tratti a immaginarvelo come un che di uditivo, di visibile, di tangibile, di odorifero, di saporoso, mentre invece è tutt'altra cosa.»

Era giunto a questo punto quando il mio ciarlatano si accorse che il colto pubblico cominciava ad annoiarsi delle mie chiacchiere che non capiva e che scambiava per un bofonchiamento inarticolato. Egli si mise a tirare la mia corda, per farmi saltare; finchè gli spettatori, sazi di ridere e di constatare che io avevo quasi tanto talento quanto le bestie del loro paese, se ne andarono per i fatti loro.

Addolcivo così la durezza dei maltrattamenti del mio padrone con le visite di quel cortese Démone; poichè quanto a intrattenermi con quelli che mi venivano a vedere, a parte il fatto che mi giudicavano un animale fra i più radicati alla categoria de' bruti, io sapevo la loro lingua, essi la mia. Giudicate dunque se era possibile intenderci! Perchè vi sarà certamente noto che in quel paese s'usano due sole forme di linguaggio: una propria de' nobili e l'altra del popolo.

Il linguaggio dei nobili non è costituito se non da una serie di suoni inarticolati, quasi simili alla nostra musica quando non s'uniscono le parole alle note. E, in fondo, rappresenta un'invenzione insieme insieme utile e divertente; poichè quando essi sono stanchi di parlare, o quando non vogliono prostituire la loro gola a quest'uso, prendono un liuto, o un altro strumento qualsiasi, e se ne servono bene quanto della voce per esprimere i loro pensieri. Di modo che è facile incontrarne talvolta quindici o venti, i quali stiano discutendo insieme, con il più armonioso dei concerti, una questione teologica o le controversie di un processo.

L'altro, usato dal popolo, s'esprime agitando le membra; ma non forse come si suppone, poichè certe parti del corpo significano un intero discorso. Per esempio, i movimenti di un dito, di una mano, d'un orecchio, di un labbro, di un braccio, di un occhio, di una gota, possono costituire, ciascuno per proprio conto, un'orazione o un periodo completo in tutte le sue parti. Altri, invece, non servono se non a significare parole: una piega della fronte, le diverse contrazioni dei muscoli, rovesciare una mano, pestare i piedi, torcere un braccio. Così che, quando parlano, data l'abitudine che hanno presa d'andar nudi, le loro membra s'agitano con tanta vivacità per gestire i loro pensieri, che non sembra di vedere un uomo che parli, ma un corpo che tremi.

Il Démone mi veniva a trovare quasi ogni giorno e i suoi meravigliosi discorsi facevano sì che io sopportassi senza troppa noia le violenze della mia prigionia. Finalmente, un mattino, vidi entrare nella mia cella uno sconosciuto il quale, dopo avermi leccato ben bene, mi addentò sotto l'ascella e, sostenendomi con una delle zampe per paura che io mi facessi male, mi prese in spalla. E quantunque fossi afflitto di vedermi trattato come una bestia, non pensai di fuggirgli: non solo perchè mi trovai comodissimo sul suo dorso, ma anche perchè quegli uomini, camminando a quattro gambe, sono tanto più veloci di noi che, i più pesanti, raggiungono i cervi alla corsa.

Ero tuttavia molto addolorato di non aver notizia alcuna del mio cortese Démone, quando la sera della prima tappa, mentre, arrivato all'albergo, stavo passeggiando nel cortile in attesa della cena, un uomo giovanissimo venne a ridermi sotto il naso e a gettarmi al collo i suoi due piedi anteriori. Dopo ch'io l'ebbi osservato a lungo:

«Come? - mi disse in francese. - Non riconoscete dunque più il vostro amico

Vi lascio pensare che cosa provassi allora. Certo il mio stupore fu così grande che per un momento immaginai che il globo della luna, e tutto ciò che m'era accaduto lassù, e tutto ciò ch'io vedevo, non fosse che un incantesimo. Ma quell'uomo bestia, il quale era poi lo stesso che m'aveva servito da cavalcatura, continuò a parlare così:

«Voi m'avevate promesso che non vi sareste mai dimenticato dei miei buoni servigi!... Eppure si direbbe che mi vediate ora per la prima volta!...»

Ma osservando che io non uscivo dal mio stupore:

«Su via! - esclamò - Sono il Démone di Socrate!...».

Queste parole accrebbero la mia meraviglia, e, per scotermi, egli soggiunse:

«Sono il Démone di Socrate, quello stesso che vi ha svagato durante la vostra prigionia e che, per continuare a servirvi, si è rivestito del corpo col quale ieri vi ha portato

«Ma, - lo interruppi - com'è possibile tutto ciò, visto e considerato che ieri eravate di una corporatura straordinariamente lunga, e oggi invece siete cortissimo? Che ieri avevate una voce fioca e rotta, e oggi una voce limpida e vigorosa? Che ieri, infine, eravate un vecchio canuto, e oggi siete un giovanotto? Diamine! Invece di andare dalla nascita verso la morte, come accade fra noi, gli animali di questo paese vanno dalla morte verso la nascita, e invecchiando ringiovaniscono

«Sùbito dopo aver parlato col Principe - diss'egli - e aver ricevuto l'incarico di condurvi a Corte, venni a prendervi dove eravate. Ma giunto qui, ho sentito il corpo, del quale avevo assunto la forma, così estenuato, che tutti gli organi si rifiutavano di compiere le loro ordinarie funzioni. Allora m'informai della strada dell'ospedale. Vi andai, e, proprio mentre io entravo nella prima stanza, trovai il corpo di un giovane che aveva appena resa l'anima a Dio. M'accostai a lui e fingendo di credere che si movesse ancora, cominciai a gridare agli astanti che egli non era morto e che la sua malattia non era nemmeno pericolosa. In guisa che, senza esser veduto accostai la mia bocca alla sua, per la quale entrai come un soffio. Contemporaneamente la mia vecchia carcassa è caduta a rovescio e, come s'io fossi stato quel giovane, mi sono alzato e sono venuto a cercarvi, lasciando gli astanti che gridavano al miracolo».

In quel mentre vennero a chiamarci per andare a tavola e io seguii la mia guida in una sala sontuosamente arredata, dove però non vidi niente di pronto per mangiare. Quell'assoluta assenza di vivande, mentre io morivo di fame, mi spinse a domandare come diavolo avessero apparecchiata la tavola. Ma prima che io potessi avere una risposta, tre o quattro lacchè dell'albergo si avvicinarono a me e con molta grazia mi spogliarono fino alla camicia. Questa nuova cerimonia mi stupì talmente che non ebbi nemmeno il coraggio di chiederne la ragione ai miei bei camerieri; e non so come la mia guida, la quale mi domandava da che cosa volessi cominciare, potè trarmi fuori queste due parole: Una minestra. Non le avevo ancora pronunciate, che sentii l'odore del più succolento manicaretto che abbia mai solleticato il naso di un ricco epulone. Volli alzarmi dal mio posto per rintracciare la sorgente di quel gradevole vapore. Ma la mia guida me lo impedì.

«Dove volete andare? - esclamò. - Fra poco ce ne andremo a spasso, ma ora è tempo di mangiare. Terminate la vostra zuppa e poi faremo portare qualche altra cosa...»

«E dove diavolo è questa zuppa? - gli risposi quasi incollerito. - Avete giurato forse di burlarvi di me, quest'oggi

«Io credevo - replicò egli - che nella città dalla quale veniamo, voi aveste veduto il vostro padrone, o qualche altro, mentre mangiava. Per questa ragione io non vi avevo detto in che modo ci si nutrisca qui. Dal momento che lo ignorate ancora, sappiate che qui non si vive se non di fumo. L'arte della cucina consiste nel racchiudere in grandi vasi, appositamente costruiti, le esalazioni delle vivande che stanno cuocendo; e, quando se ne sono raccolte di molte specie e di sapori diversi, secondo l'appetito di chi deve mangiare, si stura il vaso dove questo odore è condensato. Dopo se ne apre un altro, e così via, finchè la comitiva non sia sazia. A meno che voi non abbiate già vissuto in questo modo, non crederete che il naso, senza denti e senza gorgozzule, serva a nutrir l'uomo quanto la bocca. Ma voglio che ne facciate voi stesso l'esperimento

Non aveva finito di parlare, che si diffusero per la sala, uno dopo l'altro, vapori così gradevoli e nutrienti, che in meno di un mezzo quarto d'ora mi sentii completamente rifocillato. Quando ci fummo alzati:

« Questo - diss'egli - non è tal fatto che vi debba eccessivamente meravigliare; poichè non è possibile che voi siate giunto fino a questa età senza osservare che nel vostro mondo i cuochi, i pasticceri, i rosticceri, i quali mangiano meno delle persone che fanno un altro mestiere, sono tuttavia molto più grassi. Qual'è la causa della loro floridezza, secondo voi, se non il fumo da cui essi sono senza tregua circondati e che penetra nel loro corpo e lo nutrisce? Così le persone di questo mondo godono una salute meno variabile e più vigorosa appunto perchè il loro nutrimento produce quasi niente escrementi, che sono poi l'origine di quasi tutti i malanni. Vi siete forse stupito quando, prima del pranzo, vi hanno spogliato? Quest'uso infatti non esiste nel vostro paese; ma è una moda di qui, e si segue per rendere il corpo più accessibile al fumo

«Signore, - gli risposi - tutto ciò che voi mi dite è verosimile, e io stesso sto facendone l'esperienza. Ma vi confesso che, non potendo sbestiarmi tutto in un tratto, ora sarei molto contento di masticare un boccone

Egli me lo promise, ma per il giorno appresso; perchè, disse, mangiando súbito dopo il pranzo avrei potuto fare un'indigestione. Noi conversammo ancora un poco e quindi salimmo in camera per andare a letto. Un uomo, in cima alla scala, si presentò a noi e, dopo averci osservati attentamente, condusse me in un gabinetto il cui pavimento era coperto da uno strato di fiori d'arancio alto circa tre piedi; e il mio Démone in un altro pieno di garofani e di gelsomini. Egli mi disse, vedendo che ero stupefatto di tanta magnificenza, che quelli erano i letti del paese. Finalmente ci coricammo, ogniuno nella nostra cella. E quando fui disteso sui fiori, scorsi, alla luce di una trentina di grosse lucciole chiuse in un cristallo, (poichè non si usano affatto le candele), quei tre o quattro giovanotti che m'avevano spogliato prima di cena, i quali cominciarono a solleticarmi l'uno i piedi, l'altro le cosce, l'altro i fianchi, l'altro le braccia, con tanta grazia e delicatezza, che in meno di un minuto mi assopii.

Il giorno seguente, col primo sole, vidi entrare il mio Démone.

«Voglio mantenere la promessa. - disse - Farete una colazione più solida della cena di ieri

Io dunque m'alzai ed egli mi condusse per mano dietro il giardino della casa, dove uno dei figli dell'oste ci aspettava con un'arma quasi simile ai nostri fucili. Egli domandò alla mia guida se io desiderassi una dozzina di allodole; poichè egli credeva che io fossi un babbuino e i babbuini sono appunto ghiottissimi di questo cibo. Risposi di sì e immediatamente il cacciatore scaricò una schioppettata e venti o trenta allodole caddero, belle arrostite, ai nostri piedi. «Ecco - pensai súbito io - ciò che si dice fra noi, in proverbio, di un paese dove le allodole cadono belle arrostite!» Senza dubbio qualcuno era già ritornato di lassù.

«Non vi resta che mangiare! - disse il mio Démone. - Costoro hanno l'abilità di mescolare nella loro polvere e nel loro piombo una certa composizione che uccide spiuma arrostisce e ammannisce la selvaggina

Io ne raccolsi qualcuna e ne mangiai stando alla sua parola. A dire il vero, non ricordo, in vita mia, di aver mangiato allodole più deliziose di quelle. Dopo questa colezione ci apparecchiammo a partire e, con mille smorfie, con cui gli abitanti della luna sogliono testimoniare il loro affetto, l'oste ricevette dal mio Démone un pezzo di carta. Gli domandai se fosse un'obbligazione per il valore dello scotto. Mi rispose di no: che egli non doveva niente a nessuno e che quelli erano versi.

«Versi? E come?! - replicai - I tavernieri di qui sono dunque amanti della poesia

«È - mi disse - la moneta del paese, e la spesa che noi abbiamo fatta qua dentro, e che gli ho pagata or ora, ammonta a una sestina. Io non avevo nessun timore di rimanere all'asciutto; poichè, quand'anche avessimo fatto bisboccia per otto giorni di seguito, non avremmo saputo spendere un sonetto. Io ne ho quattro con me, più due epigrammi, due odi e un'ecloga

«Piacesse a Dio che fosse così anche da noi! - risposi. - Conosco tanti onesti poeti, io, che muoiono di fame, e che se la passerebbero bene se si pagassero i trattori con questa specie di moneta

Gli domandai se quei versi servissero sempre, purchè si avesse cura di ricopiarli. Mi rispose di no e soggiunse:

«Quando sono composti, l'autore li porta alla Zecca, dove i poeti giurati del regno tengono le loro riunioni. questi verificatori ufficiali mettono in prova le poesie e, se sono giudicate di buona lega, le tassano; non già secondo il loro genere (cioè non è detto che un sonetto valga sempre un sonetto), ma secondo il merito della poesia. Così se c'è qualcuno che muore di fame, è certamente un bue; mentre le persone di spirito vivono lautamente

Io ammiravo, estasiato, il giudizioso ordinamento di quel paese ed egli diceva:

«Ce ne sono poi altri che tengono osteria in un modo assai diverso. Quando il cliente se ne va, essi chiedono, in proporzione alle spese, una quietanza per l'altro mondo. E quando s'è data, essi scrivono sopra un grosso registro che chiamano Conti del Gran Giorno presso a poco quanto segue: «Item, il valore di tanti versi, consegnato al tele il tal giorno, di cui mi deve essere rimborsata la quietanza non appena si troverà in quattrini». E allorchè si sentono in punto di morire, fanno lacerare a pezzi quei registri e li inghiottiscono, poichè credono che se non fossero digeriti così non servirebbero a niente.»

Questa conversazione non c'impediva di continuare a camminare; cioè la mia cavalcatura a quattro gambe sotto di me, e io a cavalcioni sulla sua schiena. Non mi soffermerò a raccontare le avventure che incontrammo lungo il viaggio, e come giungemmo alla città nella quale risiede il Re. Appena arrivato, fui condotto a Palazzo, dove i grandi mi accolsero con stupore più moderato di quel che non avesse fatto il popolo vedendomi passare per le strade. Ma la conclusione, tanto per i grandi quanto per la plebe, fu che io ero la femmina del piccolo animale della Regina. Il mio Démone mi diceva così, senza tuttavia comprendere questo enigma, e senza sapere che cosa diavol fosse il piccolo animale della Regina. Ma il mistero si chiarì ben presto. Il Re, poi che m'ebbe osservato per qualche tempo, ordinò che l'animale fosse condotto in mia presenza; e, dopo una mezz'ora, vidi entrare, fra un codazzo di scimmie in brachetta e collarino, un omicciattolo costruito presso a poco come me che camminava su due gambe. Quando mi scorse, egli mi affrontò con un: Criado, vuestra merced -; io gli risposi all'incirca negli stessi termini. Ma, ohimè!, vedendo che parlavamo insieme, gli astanti cominciarono a credere vere le loro supposizioni; e questa congettura non tardò a produrre un nuovo effetto, perchè chi parteggiava per noi con maggior fervore, assicurava che la nostra conversazione non era se non un brontolio cagionato, per naturale istinto, dalla gioia di trovarci riuniti. L'ometto frattanto mi raccontò che egli era Europeo, nativo della Vecchia Castiglia; che facendosi portare da uno sciame d'uccelli era riuscito ad arrivar nella Luna, dove appunto ci trovavamo; che essendo caduto nelle mani della Regina, ella lo aveva scambiato per una scimmia, per la strana coincidenza che gli abitanti di quel paese vestono le scimmie alla spagnola. Perciò, avendolo trovato, al suo arrivo, vestito in quella foggia, ella non aveva dubitato neppure un momento che egli non fosse della specie.

«Bisogna dire - risposi - che dopo aver provato ogni sorta di abiti, essi non ne abbiano trovato uno più ridicolo; se, dal momento che tengono questi animali per divertirsi, hanno poi finito per vestirli alla spagnola

«Questo significa misconoscere la dignità della nostra nazione - soggiunse egli - in favore della quale l'universo produce uomini soltanto perchè non le manchino schiavi, e per cui la natura non saprebbe generare se non creature che sieno materia di riso

Egli mi supplicò quindi di dirgli come avessi osato salir nella Luna con la macchina di cui gli avevo parlato. Gli risposi che non avrei potuto fare altrimenti, poi che egli s'era portato via tutti gli uccelli che dovevano servire per la mia ascensione. Egli rise di questa celia, e, circa un quarto d'ora dopo, il Re comandò ai guardiani delle scimmie di condurci via, con l'espresso ordine di farci dormire insieme, io e lo Spagnolo, affinchè la nostra razza si propagasse nel regno. La volontà del principe fu seguita scrupolosamente; della qual cosa fui contentissimo non per altro che per il piacere di avere qualcuno col quale intrattenermi durante la solitudine del mio abbrutimento. Un giorno il mio maschio (poichè credevano che io fossi la femmina) mi raccontò che la ragione vera per cui s'era deciso a percorrere tutta quanta la terra e, infine, ad emigrar nella Luna, era che egli non aveva potuto trovare un solo paese dove almeno l'immaginazione fosse libera.

«Vedete: - mi disse - a meno che non siate laureato, qualunque cosa diciate di bello, se è contraria ai principî degli accademici, siete un idiota, un pazzo o peggio. Nel mio paese m'hanno voluto sottoporre all'Inquisizione perchè avevo sostenuto, in barba a tutti i pedanti, che il vuoto esiste e che non conoscevo al mondo una materia più pesante di un'altra.»

Un altra volta, mentre stavamo filosofando (poichè a nessuno dei due piaceva parlare di cose volgari): «Io sono molto scontento - mi disse - di vedere uno spirito della vostra tempra intaccato dagli errori del volgo. Bisogna dunque convincersi, nonostante il pedantismo aristotelico che trionfa oggi nelle scuole di Francia, che tutto è in tutto, e che quindi nell'acqua, per esempio, c'è anche fuoco; nell'aria c'è un po' di terra e nella terra un po' d'aria... Parimenti si può dire che l'uomo contenga quanto occorre per costituire un albero, e un albero quanto occorre per formare un uomo. Procedendo di questo passo ogni cosa si trova in ogni cosa. Soltanto ci manca Prometeo che tragga dal seno della natura e ci renda sensibile questa che io chiamerò: la materia prima


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