Hector Savinien de Cyrano de Bergerac
Il pedante gabbato ed altri scritti comici

VIAGCIO COMICO NEGLI STATI E IMPERI DELLA LUNA

IV.

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IV.

I due professori che aspettavamo giunsero subito dopo; andammo dunque a sederci a tavola, nella sala dove era imbandita. Il giovane di cui m'aveva parlato stava già mangiando. Essi gli fecero una profonda riverenza e lo trattarono con tanto rispetto come da schiavo a signore. Ne domandai la ragione al mio Démone, il quale rispose che quegli ossequi erano tributati alla sua età, poichè in quel mondo i vecchi professano il massimo rispetto e la massima deferenza verso i giovani. Non solo: ma i padri ubbidiscono ai figli non appena essi abbiano raggiunto, previo parere del Senato de' Filosofi, l'età del giudizio.

«Forse vi stupirà un uso tanto diverso da quello del vostro paese - continuò. - Pure esso non ripugna alla retta ragione. Non è forse vero, in coscienza, che un uomo giovane e ardente, il quale è capace di pensare, di giudicare e di agire, deve esser anche capace di reggere una famiglia meglio di un infermo sessuagenario, povero rimbambito cui la neve dei sessanta inverni ha agghiacciato l'immaginazione, e che non è guidato nelle sue opere se non da quella che voi chiamate «esperienza dei buoni risultati», i quali sono, in sostanza, semplici prodotti del caso contro tutte le regole dell'economia della prudenza umana?

«Anche il senno dei vecchi è poca cosa, quantunque il volgo del vostro mondo ne faccia una prerogativa della vecchiaia. Per disingannarsi su questo punto, basta considerare come la prudenza non sia, nei vecchi, se non timor panico, paura rabbiosa di agire, dalla quale essi sono ossessionati. Così, se un vecchio ha saputo evitare il pericolo dove un giovane s'è rovinato, non significa che egli prevedesse la catastrofe, ma soltanto che non aveva abbastanza ardore per infiammarsi di quei nobili slanci che ci rendono audaci. Mentre invece l'audacia del giovane era come un pegno per l'attuazione del suo disegno; poichè l'ardore, da cui dipendono la prontezza e la facilità di un'impresa, era quello che lo spingeva ad agire.

«Farei d'altra parte un grave torto alla vostra intelligenza se mi sforzassi di dimostrarvi con esempi l'impotenza dei vecchi a compiere alcunchè di concreto. Soltanto i giovani sono capaci di azione. E se per caso non ne foste convinto, vorrei sapere da voi perchè dunque circondate di rispetto un uomo coraggioso se non perchè egli vi può difendere dai vostri nemici e oppressori. Ma quando un drappello di sessanta inverni ha gelato il suo sangue e ucciso col freddo tutti i nobili entusiasmi che infiammano la gioventù, soltanto l'abitudine può indurvi a rispettarlo ancora. Che cosa vi spinge a cedere al più forte, se non la speranza che egli vi sia grato di una vittoria che non avreste potuto contendergli? Perchè dunque vi sottomettereste a lui quando la fiacchezza ha liquefatto i suoi muscoli, indebolito le sue arterie, svaporato i suoi entusiasmi, e succhiato il midollo delle sue ossa?

«Una donna s'adora per la sua bellezza; ma nulla vi costringe a continuare le vostre genuflessioni quando la vecchiaia ne ha fatto uno spettro simile ad una laida immagine della morte. Così, se amavate un uomo perchè con la vivacità del suo ingegno penetrava ogni più imbrogliata questione e la chiariva; perchè sapeva interessare sommamente l'adunanza con il suo bell'eloquio; perchè con un solo pensiero abbracciava tutte quante le scienze; non c'è ragione che continuiate a onorarlo quando gli organi logori gli rendono la testa frolla, pesante e uggiosa alle belle comitive; quando rassomiglia a un Penate piuttosto che a un uomo ragionevole.

«Da tutto ciò bisogna concludere, figlio mio, che a nessuno, fuorchè ai giovani, spetta il governo della famiglia. Seguendo le vostre massime, Ercole, Achille, Epaminonda, Alessandro, Cesare, i quali morirono quasi tutti prima dei quarant'anni, non avrebbero meritato nessun onore, poichè, a sentir voi, sarebbero stati troppo giovani. Io dico invece che la giovinezza fu l'unica causa delle loro belle gesta; e che un'età più matura, privandoli dell'ardore e della prontezza cui debbono la loro gloria, le avrebbe rese pressochè vane.

«Ma, direte voi, tutte le leggi del nostro globo insegnano il rispetto dei vecchi. È vero. Bisogna tuttavia convenire che coloro i quali hanno emanato quelle leggi erano appunto vecchi, timorosi di vedersi spodestati, dai giovani, dell'autorità ch'eran riusciti a scroccare. Così, come i legislatori delle false religioni, essi hanno fondato i loro diritti, che altrimenti non avrebbero potuto dimostrare, sopra un mistero. Mi obbietterete inoltre che questo o quel vecchio è vostro padre, e che il cielo vi promette vita lunga se lo onorate. Sono d'accordo con voi, figlio mio, finchè vostro padre non vi ordina nulla che sia contrario alla volontà dell'Altissimo. Ma in ogni caso diverso, io dico che dovete passare sul ventre del padre dal quale foste generato e calpestare il seno della madre che vi concepì; poichè non vedo come il vile rispetto che genitori viziosi hanno strappato alla vostra debolezza, potrebbe esser tanto gradito al cielo da indurlo a prolungarvi la vita. Come! Questa scappellata con la quale voi lusingate e nutrite la superbia di vostro padre fa forse schiudere un ascesso, o ripara le conseguenze del vostro umido radicale, o rimargina la stoccata che vi attraversa lo stomaco, o vi guarisce dal mal della pietra? Se così fosse, i medici, invece delle pozioni infernali con cui appestano la vita dei mortali, dovrebbero ordinare, per il vaiolo, tre reverenze a digiuno, quattro ringraziamenti dopo pranzo, e dodici «bonasera papà e mammà» prima di prender sonno.

«Replicherete che senza vostro padre non sareste nato. Anche questo è vero. Ma nemmeno egli, senza vostro nonno, sarebbe nato mai, vostro nonno senza il bisnonno; e senza di voi vostro padre non avrebbe nipoti. La natura lo generò dunque a patto che egli le rendesse ciò che ella gli dava in prestito; e generandovi non fece se non pagare il suo debito. Inoltre vorrei sapere se i vostri genitori pensavano proprio a voi quando vi fecero. Evvia! Io dico di no. Eppure voi credete di dover esser loro grato di un dono fatto involontariamente. Vostro padre, che era un voluttuoso, non ebbe forza di resistere ai begli occhi di non so quale creatura; pattuì quindi il pegno per sodisfare la propria passione e voi foste il frutto delle loro porcherie. Dovrete voi venerarlo per questo come uno dei Sette Sapienti di Grecia? E se quell'altro, avaro, s'impadronì delle ricchezze della propria moglie con la scusa di un figlio, non dovrà il figlio parlargli se non stando in ginocchio? Così, vostro padre fece benone a essere un libertino, e quell'altro uno spilorcio, perchè al contrario voi Tizio sareste nati. Ma credo che egli non avrebbe tirato il colpo se fosse stato sicuro che la sua pistola avrebbe fatto cilecca. Giusto cielo! Quante bubbole si danno a bere al volgo del vostro mondo!

«Dunque, figlio mio, voi non avete ricevuto dal vostro terrestre architetto se non il corpo. L'anima scende dal cielo, il quale poteva benissimo infilarla in un altro fornello. Poteva accadere, per esempio, che vostro padre nascesse figlio vostro, come voi siete nato suo. Chi vi dice che egli non vi abbia per caso impedito di ereditare un trono? Forse il vostro spirito era partito dal cielo per animare il Re dei Romani nel ventre dell'Imperatrice. In viaggio, per una strana coincidenza, incontrò invece il vostro embrione e per risparmiare la strada vi si stabilì. No, no, Dio non vi avrebbe certamente cancellato dal suo bilancio degli uomini, ancorchè vostro padre fosse morto ragazzo: e forse voi sareste oggi il rampollo di qualche egregio capitano il quale vi avrebbe così associato alla sua gloria e alla sua fortuna.

«D'altronde vostro padre non consultò la vostra volontà quando era sul punto di abbracciare vostra madre; vi chiese se vi sembrasse più opportuno vedere questo secolo o aspettarne un altro; se eravate contento di esser figlio di uno scemo, o se invece avevate l'ambizione di nascere da un uomo illustre. Ahimè! Nessuno si è dato pensiero di voi cui solo la cosa interessava da vero. Probabilmente, se allora foste stato chiuso altrove, anzichè nella matrice delle idee naturali, e la nascita fosse dipesa dalla vostra scelta, voi avreste detto alla Praca: «Cara madamigella, prendi il fuso di un altro. È molto tempo che me ne sto nel nulla e preferisco rimanermene qui ancora cent'anni, piuttosto che uscirne e pentirmene subito dopo». Ciononostante bisognava passare per quella strada. Invano gridaste per ritornare nella lunga e nera casa dalla quale vi strappavano. Tutti fingevano di credere che voi domandaste da succhiare...»

A queste parole egli tacque, e il figlio del nostro ospite prese la parola così:

«Permettetemi; - disse - poichè io conosco, per bontà vostra, l'origine la storia i costumi e la filosofia del mondo di questo omicciattolo, ch'io aggiunga qualche parola a quanto voi avete detto, e che dimostri come i figli non debbano nessuna gratitudine ai padri loro per la semplice ragione che i loro padri erano, in coscienza, obbligati a generarli.

«La più angusta filosofia del loro mondo ammette che è meglio morire (poichè per morire bisogna aver vissuto) piuttosto che non esser nati affatto. Ora, dal momento che se non vita a questo nulla io lo pongo in condizione peggiore della morte, è chiaro che sono più colpevole se non lo genero che se lo uccido. Tu crederesti tuttavia, ometto mio, di aver commesso un delitto indegno di perdono se avessi sgozzato tuo figlio. Sarebbe, infatti, enorme. Ma è più esecrabile ancora lasciar senza vita chi può riceverla. Questo bambino, al quale neghi la luce, avrebbe avuto almeno la soddisfazione di gioirne per qualche tempo. E quantunque noi sappiamo che egli non ne sarà privato se non per un dato numero di secoli, tu impedisci intanto maliziosamente a questi quaranta piccoli nulla, di cui avresti potuto fare quaranta buoni soldati per il tuo re, di venire al mondo, lasciandoteli imputridire nelle reni col rischio di esser soffocato da un colpo apopletico.

«Non mi si obbiettino i soliti elogi della verginità. La verginità non che un fumo e, in fin dei conti, tutto il rispetto che essa ispira al volgo non significa niente. Mi meraviglio anzi moltissimo, poichè nel mondo donde venite la continenza è stimata più della propagazione carnale, che Iddio non vi abbia fatto nascere dalla rugiada di maggio, come i funghi, o, almeno, dalla melma grassa della terra riscaldata dal sole, come i coccodrilli. Invece Egli non manda fra voi eunuchi se non per accidente, e non strappa sonagli ai vostri frati, preti e cardinali. Voi direte che i sonagli sono un dono della natura. D'accordo, ma Iddio è il padrone della natura, e se avesse riconosciuto che questi arnesi potevano esser nocivi alla loro salute avrebbe ordinato di tagliarli, come il prepuzio degli ebrei nell'antica legge. So benissimo che idee simili sembrano ridicole alla vostra fede. Vi sono forse nel vostro corpo parti sacre e parti maledette? Perchè dunque commetterei un peccato toccando la parte che sta in mezzo, e non toccando una delle mie orecchie o uno dei miei calcagni? Forse perchè sento solletico? Non dovrò dunque andare al cesso perchè ciò non avviene senza una specie di voluttà; i devoti debbono elevarsi alla contemplazione di Dio, perchè essi vi trovano un gran diletto della fantasia. In verità mi stupisco, dato che la religione del vostro mondo è contro natura e gelosa d'ogni piacere umano, che i preti non abbiano proclamato un delitto il grattarsi, per il gradevole dolore che il grattarsi produce.

«Tuttavia ho notato che la previdente natura ha dato a tutti i grandi uomini, ai più valorosi, ai più arguti, una forte inclinazione alle gentilezze dell'amore: testimoni Sansone, Davide, Ercole, Cesare, Annibale, Carlomagno. Forse perchè essi si falciassero, con un colpo di roncola, l'organo di questo piacere? Ahimè! Essa, la natura, andò perfino a scovare sotto una tinozza Diogene, magro, brutto, pidocchioso, per costringerlo a comporre, col fiato che soffiava sulle carote, sospiri per Laide. Senza dubbio essa se ne valse per conservare al mondo la razza degli onesti.

«Concluderemo dunque che vostro padre era in dovere di generarvi. E, generandovi, non solo non vi ha fatto un gran dono, ma vi ha dato appena appena ciò che un volgare toro, per sollazzarsi, ai vitelli dieci volte al giorno

«Avete torto - interruppe allora il mio Démone - di voler soverchiare la saggezza di Dio. Può darsi infatti che egli ci abbia vietato di abusar del piacere, affinchè noi, combattendo contro questa difficile passione, meritiamo la gloria che Egli ci prepara. D'altra parte non potrebbe anche aver preveduto che abbandonando la gioventù agli impeti della carne il suo seme si sarebbe indebolito con il coito troppo frequente e che questo indebolimento avrebbe segnato per i pronipoti del primo uomo la fine del mondo? Che cosa v'induce a credere che egli non abbia voluto impedire che la fertilità della terra fallisse ai bisogni di tanti affamati? E, infine, perchè non potrebbe egli avere, contro ogni logica apparente, disposto così per ricompensare appunto coloro i quali, contro ogni logica apparente, si sarebbero fidati del suo verbo

Questa risposta non sodisfece, a quanto io credo, il piccolo ospite; poichè due o tre volte scosse il capo. Ma il nostro comune precettore tacque, vedendo che il pranzo stava svaporando. Ci stendemmo dunque su materassi assai larghi, coperti di grandi tappeti, e un giovane servitore condusse il più vecchio dei nostri filosofi in un gabinetto riservato. Il mio Démone gli gridò di ritornare subito dopo aver mangiato. Quest'idea di mangiare a parte suscitò in me la curiosità di domandarne la ragione.

«Egli non assaggia odore di carne - mi disse - e nemmeno di erbe, se esse non sono morte naturalmente, poichè le crede suscettibili di dolore

«Non mi stupisce affatto - risposi - che egli si astenga dalla carne e da tutte le cose che hanno una vita sensitiva; anche nel nostro mondo i Pitagorici e taluni santi anacoreti seguono quest'abitudine. Ma non osar tagliare un cavolo per paura di ferirlo, mi sembra oltremodo ridicolo

«E io, invece, - rispose il mio Démone - trovo che la sua idea è in gran parte giusta. Questo cavolo di cui mi parlate non è forse un essere esistente in natura? E la natura non è forse la vostra madre comune? Inoltre pare che essa abbia provveduto meglio all'esistenza dei vegetali che a quella degli animali ragionevoli, affidando la procreazione di un uomo ai capricci di suo padre, che può, a piacer suo, generarlo o non generarlo, e trattando con assai maggior benevolenza il cavolo. Poichè, invece di affidare alla discrezione del padre la nascita del figlio, quasi paventasse che la razza dei cavoli fosse per perire più facilmente di quella degli uomini, li ha costretti, volenti o nolenti, a darsi la vita l'un l'altro. Con la differenza che gli uomini prolificano secondo i loro capricci e non possono, in vita loro, generare se non una ventina di figli, mentre i cavoli possono produrne quattrocentomila a testa. Dire che la natura ha amato maggiormente l'uomo dal cavolo significa quindi volersi solleticare per ridere. Essendo incapace di passione, la natura non saprebbe amare odiare alcuno; e, se fosse suscettibile d'amore, propenderebbe per il cavolo, il quale non sarebbe capace di offenderla, piuttosto che per quest'uomo che vorrebbe, potendo, distruggerla.

«È vero che noi nascemmo per primi: ma nella famiglia di Dio non c'è diritto d'anzianità. Se dunque i cavoli non ebbero, come noi, il privilegio dell'immortalità, ebbero senza dubbio qualche altro beneficio la cui brevità deve esser compensata dalla sua grandezza. Può darsi che ciò consista in un'intelletto universale, oppure in una perfetta conoscenza di tutte le cose nelle cause loro. Ed è questa la ragione per cui l'Onnisapiente non li ha forniti di organi simili ai nostri, i quali non sono dotati se non di una capacità di raziocinio debole e spesso ingannevole, ma di altri più ingegnosamente congegnati, più forti e numerosi che servono alle loro speculazioni. Mi domanderete voi che cosa ci abbiano essi comunicato dei loro grandi pensieri? Ditemi dunque: che cosa ci hanno insegnato certe creature che noi poniamo al di sopra di noi stessi, con le quali non abbiamo rapporti e corrispondenze di nessuna specie, e la cui esistenza ci è difficilmente comprensibile, come è poco comprensibile l'intelligenza e le maniere che usano i cavoli per esprimersi fra di loro e che i nostri sensi imperfetti ci impediscono di penetrare?

«Mosè, il maggiore di tutti i filosofi, il quale attingeva la conoscenza della natura alla sorgente medesima della natura, esprimeva tale verità quando parlava dell'albero della scienza; e voleva, senza dubbio, insegnarci, sotto quest'enigma, che soltanto le piante possiedono il segreto della perfetta filosofia. Ricordatevi dunque, o animali più superbi di tutti gli altri, che se un cavolo non fiata quando voi lo tagliate, non è detto che non pensi. Il povero vegetale manca di organi che gli permettano di gridare come voi; non ne ha per agitarsi per piangere; ma ne possiede certamente alcuni con i quali si lamenta dell'offesa che gli arrecate e attira sul vostro capo la vendetta del cielo. E se voi v'ostinate a domandare come io faccia a sapere che i cavoli sono capaci di così bei pensieri vi domanderò a mia volta come fate voi a sapere che ne sieno invece incapaci, e che qualcuno fra essi, imitandovi, non dica ogni sera, mentre si chiude: «Io sono, signor Cavalo Riccio, il vostro umile servo, Cavolo Cappuccio


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