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A questo punto il ragazzo che aveva condotto via il nostro filosofo lo ricondusse nella sala.
«Come! Già finito?» - gli domandò il mio Démone.
Egli rispose di sì, e che il fisionomo, al dessert, gli aveva permesso di assaggiare il nostro pranzo. Il giovine ospite non attese che io gli chiedessi la spiegazione di questo mistero.
«Vedo bene - mi disse - che questo modo di vivere vi stupisce. Sappiate dunque che quantunque nel vostro mondo la salute sia curata con minor diligenza, il nostro regime non è disprezzabile. In ogni casa, noi abbiamo un fisionomo, stipendiato dallo Stato, il quale è, all'incirca, quello che da voi si chiamerebbe un medico; con la differenza che egli non regola se non i nostri sensi e non giudica le diverse maniere della nostra vita se non dalla proporzione, dall'aspetto e dalla simmetria delle nostre membra, dai lineamenti del nostro volto, dal colorito della carnagione, dalla delicatezza della pelle, dall'agilità del corpo, dal suono della voce, dal colore, dalla forza e dalla durezza del pelo. Non avete notato poco fa un uomo di bassa statura che vi osservava? Era il nostro fisionomo. Potete star sicuro che, secondo la vostra costituzione, egli ha variato l'esalazione del vostro pranzo. Guardate come il materasso nel quale vi hanno fatto coricare è lontano da quello degli altri commensali; senza dubbio vi ha giudicato d'un temperamento assai diverso dal nostro, perchè ha temuto che l'odore che emana da questi rubinetti aperti sotto il nostro naso si spandesse fino a voi, e che il vostro giungesse fino a noi. Vedrete che questa sera egli sceglierà con la stessa circospezione i fiori per il vostro letto.»
Durante tutto questo discorso io facevo cenno al mio ospite di indurre i filosofi a parlare intorno qualche punto della scienza che essi professavano. Egli mi era troppo amico per non far nascere subito l'occasione desiderata. Non vi dirò i discorsi e le preghiere che costituirono la base di questo accordo, anche perchè la sfumatura dal ridicolo al serio fu troppo impercettibile per essere ora imitata. Fatto sta, o lettore, che l'ultimo venuto di quei dottori, dopo molte altre cose, disse ciò che segue:
«Mi rimane da dimostrare che ci sono mondi infiniti in un mondo infinito: che le stelle, le quali sono altrettanti mondi, sono in questo grande animale come altri grandi animali che servono reciprocamente di mondi ad altri popoli, come noi, i nostri cavalli e così via; e che anche noi, a nostra volta, siamo mondi rispetto a certi animali senza confronto più piccoli di noi, come alcune specie di vermi, le pulci, gli acori; e questi, a loro volta, sono altrettante terre per altri animali ancor più impercettibili. Così che, come ciascuno di noi sembra un gran mondo a questo piccolo popolo, può darsi che la nostra carne, il nostro sangue, i nostri spiriti, non sieno se non il contesto di piccoli animali che vivono, ci prestano il loro movimento e, lasciandosi ciecamente guidare dalla nostra volontà che serve loro da cocchiere, conducono noi e producono, tutt'insieme, quell'azione che chiamiamo vita. Perchè, ditemi, è forse impossibile che un pidocchio scambi il vostro corpo per un mondo e che, quando qualcuno di essi viaggia dall'una all'altra delle vostre orecchie, i suoi compagni dicano che è stato ai due capi del mondo o che è andato dall'uno all'altro polo? Senza dubbio questo piccolo popolo scambia il vostro pelo per foreste, i pori pieni di siero per fontane, i bubboni per laghi e stagni, le pustole per mari, i deflussi per diluvi. E quando vi pettinate avanti e indietro essi scambiano quest'agitazione per il flusso e riflusso dell'Oceano.
«E per dimostrare questa cironite37 universale, basterà considerare come il sangue accorra verso la piaga quando siete ferito. I vostri dottori affermano che esso è spinto dalla previdente natura la quale vuol soccorrere le parti indebolite; il che farebbe pensare che, oltre all'anima e allo spirito, esista in noi una terza sostanza intellettuale con funzioni e organi suoi proprii. Perciò a me sembra più probabile che questi piccoli animali, sentendosi assaliti, mandino a chieder soccorso ai loro vicini; e che, giungendone da ogni parte e non essendo capace il paese di tanta gente, in parte muoiano di fame e in parte restino soffocati nella ressa. Questa mortalità avviene quando l'ascesso è maturo. Poichè, a testimoniare che allora quegli animaletti sono soffocati, la carne marcita diventa insensibile. E se spessissimo il salasso, che viene ordinato dal medico per allontanare la flussione, è utile, dipende dal fatto che essendosi perduto molto sangue dal varco che quei piccoli animali cercavano d'aprire, essi si rifiutano di aiutare i loro alleati perchè hanno appena la potenza necessaria per difendersi ciascheduno a casa propria.»
Egli così concluse, allorchè il secondo filosofo si avvide che i nostri occhi, fissi sopra di lui, lo esortavano a prendere, a sua volta, la parola.
«Signori, - diss'egli - poichè vedo che siete desiderosi di insegnare a questa piccola bestia, nostro simile, un po' della scienza che noi professiamo, vi dirò che io sto dettando un trattato di cui volentieri gli farò dono per la luce che esso proietta sull'intelligenza del nostro fisico, cioè sulla spiegazione dell'eterna origine del mondo. Ma siccome ho premura di far lavorare intorno ai miei mantici (poichè domani, senza fallo, la città parte) voi mi scuserete per il momento. E io prometto che, non appena la città sarà giunta là dove deve andare, sodisferò il vostro desiderio.»
A queste parole, il figlio dell'ospite chiamò suo padre per saper che ora fosse; ma avendo questi risposto che erano le otto sonate, egli gli domandò, incollerito, perchè dunque non lo avesse chiamato alle sette, come gli era stato ordinato; tanto più sapendo che le case sareb-bero partite il giorno seguente e che le mura della città già se ne erano andate.
«Figlio mio, - rispose il buon uomo - dopo che voi vi siete messo a tavola hanno pubblicato un divieto di partire prima di dopo domani.»
«Non importa, - replicò il giovanotto. - Voi dovete ubbidire ciecamente, senza penetrare lo spirito dei miei ordini, e ricordarvi soltanto di ciò che vi ho comandato. Presto! Andate a prendere la vostra effige.»
E quando l'effige fu portata egli l'afferrò per le braccia e per un buon quarto d'ora la sferzò.
«Orsù, gaglioffo! - continuò. - Per punirvi della vostra disobbidienza, io voglio che voi siate oggi lo zimbello di tutti, e per ciò vi ordino di camminare, per il resto della giornata, su due sole gambe.»
Il pover uomo se ne andò assai addolorato e suo figlio ci domandò scusa della propria collera.
Io dovevo compiere un certo sforzo e mordermi le labbra per non ridere d'una punizione così buffa. Quindi, per interrompere questa burlesca pedagogia, che senza dubbio m'avrebbe fatto scoppiare, lo supplicai di dirmi che cosa fosse questo viaggio della città di cui allora aveva parlato, e se le case e le mura camminassero davvero. Egli mi rispose:
«Le nostre città, caro straniero, sono mobili o sedentarie; le mobili, come, per esempio, quella che noi ora abitiamo, sono fabbricate in questo modo. L'architetto costruisce ogni palazzo, come vedete, con legno molto leggero e lo munisce, sotto, di quattro ruote. Poi, nello spessore dei muri, pone dieci grossi mantici, i cui tubi passano orizzontalmente attraverso l'ultimo piano da una facciata all'altra, di modo che, quando si vogliono trasportare le città in un altro luogo, (poichè si cambia aria ogni stagione) ognuno spiega, sopra una parte della propria casa, un certo numero di vele, proprio dinnanzi ai mantici. Quindi, avendo teso un elastico per farli agire, con il soffio continuo che tali pompe a vento vomitano, le case possono esser trasportate in otto giorni a più di cento leghe lontano. Quanto alle città che chiamiamo sedentarie, vi dirò che sono composte di case presso a poco simili alle vostre torri; salvo che sono di legno e munite, al centro, di una grossa vite la quale consente di alzarle e abbassarle a piacimento. La terra, sotto queste torri, è scavata fino a una profondità che corrisponde alla loro altezza; e il tutto è costruito in modo che non appena l'inverno incomincia ad assiderare l'aria gli abitanti delle città sedentarie possono far discendere le case sotto terra, dove stanno al riparo da ogni intemperia; e quando i dolci aliti della primavera vengono ad attenuare il freddo, per mezzo delle grosse viti di cui vi parlai, risalgono alla luce.»
Allora, poichè egli era stato tanto gentile con me, e la città sarebbe partita l'indomani, lo pregai di dirmi qualchecosa circa l'origine eterna del mondo, cui aveva accennato poco prima.
«Vi prometto - gli dissi - che, in compenso, quando sarò di ritorno nella mia luna, dalla quale la mia guida (e indicai il Démone) vi dirà che io sono venuto, seminerò la vostra gloria, narrando le belle cose che ascolterò da voi. Vedo bene che questa promessa vi fa ridere, perchè non credete che la luna di cui parlo sia un mondo e io sia uno dei suoi abitanti. Eppure vi posso garantire che anche i popoli di quel mondo, i quali scambiano questo per una luna, si prenderanno beffe di me quando dirò che la vostra luna è un mondo dove ci sono campagne e abitanti.»
Egli non mi rispose che con un sorriso e prese a parlare così:
«Poichè ogni qualvolta noi vogliamo risalire all'origine di questo gran Tutto, siamo costretti a cadere in tre o quattro assurdità, mi sembra molto giusto scegliere la via che presenta minor numero d'inciampi. Dico dunque che il primo ostacolo che ci arresta è l'eternità del mondo. Siccome la mente umana non è abbastanza forte per concepirla, e nemmeno per immaginare che questo grande universo così bello, così bene ordinato, possa essersi formato da sè, gli uomini hanno ricorso alla creazione. Ma, come colui il quale si tuffasse in un fiume per non essere bagnato dalla pioggia, essi si sono afferrati con braccia di nani alla misericordia di un gigante, senza tuttavia riuscire a salvarsi. Infatti l'eternità che essi negano al mondo per non averla potuta comprendere, l'attribuiscono invece a Dio, come se Dio avesse bisogno di un regalo simile e come se fosse più agevole concepire l'eternità dell'uno piuttosto che quella dell'altro. C'è stato mai chi abbia pensato che si possa trarre qualchecosa dal nulla? Ahime! Fra un atomo e il nulla corre una tale differenza che nemmeno il più acuto di tutti i cervelli saprebbe definire. L'unico modo di uscire da questo labirinto è ammettere con l'eternità di Dio l'eternità della materia. Ma quand'anche ammettessi - mi direte - che la materia sia eterna, come potrebbe il caos essersi ordinato da sè? Ah! Ora ve lo spiego in due parole.
«È necessario, mio piccolo animale, dopo aver suddiviso mentalmente ogni corpuscolo visibile in un'infinità di corpuscoli invisibili, immaginare che l'universo infinito non sia composto se non di questi infiniti atomi, molto solidi, molto incorruttibili e semplici, di cui alcuni hanno forma di cubi, altri di parallelogrammi, altri ancora sono angolari, altri rotondi, aguzzi, piramidali, esagonali, ovali, e tutti agiscono diversamente, ciascuno secondo la sua propria figura. E, per sincerarvene, ponete una biglia di avorio, rotonda, sopra un piano molto unito: alla minima spinta che voi le darete essa starà un mezzo quarto d'ora senza fermarsi. Ora, io aggiungo che se essa fosse rotonda quanto alcuni degli atomi di cui vi parlo, e se la superficie sulla quale è posata fosse perfettamente unita, questa biglia non si fermerebbe mai. Se dunque è possibile imprimere artificiosamente a un corpo un movimento perpetuo, come non credere che ciò possa avvenire naturalmente? Così accade per le altre figure, di cui alcune, essendo quadrate, richiedono il perpetuo riposo; altre un movimento laterale; altre un mezzo movimento, come di oscillazione; e la rotonda, il cui compito è di muoversi, congiungendosi con la piramidale, viene a formare quello che noi chiamiamo fuoco poichè non solo il fuoco si agita continuamente, ma facilmente buca e penetra. Inoltre il fuoco ha effetti diversi a seconda dell'apertura e della qualità degli angoli nel punto in cui la figura rotonda si congiunge con l'altra. Così, per esempio, il fuoco del pepe è diverso dal fuoco dello zucchero, il fuoco dello zucchero da quello della cannella, quello della cannella da quello del garofano, e questo da quello della fascina. Ora, il fuoco, che è il costruttore delle parti e del tutto dell'universo, ha spinto e radunato in una quercia il numero di figure necessario per formare la quercia. Prevedo la vostra obbiezione: come mai può il caso aver riunito nello stesso luogo tutte le cose necessarie a formare una quercia? Vi risponderò che non c'è niente di meraviglioso nel fatto che la materia, disposta in tal modo, abbia formato una quercia; ma che la meraviglia sarebbe di gran lunga maggiore se la materia, ordinata in tal modo, non avesse formato la quercia. Una dose minore di certe figure, e sarebbe nato un olmo, un pioppio, un salice. Una dose maggiore di certe altre, e sarebbe nata una pianta sensitiva, un'ostrica, un verme, una mosca, una rana, un passero, una scimmia, un uomo. Quando gettando tre dadi sopra un tavolo, viene pari di due o tre, quattro e cinque, oppure due, sei e uno: «Che miracolo! - direte voi. - Ogni dado s'è fermato in modo da formare questo numero mentre c'erano tante altre combinazioni possibili! Oh! Che miracolo! Sono usciti tre numeri successivi! Sono usciti per l'appunto due gettoni e il rovescio dell'altro!» Via! Son certo che se non siete uno stupido non vi abbandonerete mai a simili meraviglie, poichè i dadi non hanno se non una quantità limitata di numeri e quindi è inevitabile che si arrestino su qualcuno di essi. Tuttavia vi pare strano che questa materia, mescolata a vanvera secondo il capriccio del caso, possa aver prodotto un uomo, per il fatto che alla sua costruzione erano necessarie tante cose. Non sapete dunque che questa materia, pur accingendosi alla creazione di un uomo, si è fermata almeno un milione di volte a formare ora una pietra e ora piombo, ora corallo e ora un fiore o una cometa, e tutto ciò per la scarsità o la sovrabbondanza di certe figure che occorrevano o non occorrevano per costituire un uomo? Così non deve destar meraviglia, che tante materie, le quali cambiano e si muovono incessantemente, abbiano finito per produrre gli animali i vegetali e i minerali che noi vediamo. Nè più nè meno come non deve destar meraviglia il fatto che in cento colpi di dadi esca un pari.
«Se
il fiume 38 mette in moto un mulino o regola gli
ingranaggi di un orologio, mentre invece il piccolo ruscello
39 non fa che scorrere e, talvolta, straripare, voi non
direte che questo fiume è molto intelligente per la semplice
ragione che sapete come esso abbia trovato sul proprio corso le cose
disposte in modo da poter compiere tanti bei capolavori. Infatti se
il mulino non si fosse trovato sul suo corso, il fiume non avrebbe
macinato il frumento; e se non avesse incontrato l'orologio non
avrebbe segnato le ore. E se il ruscello di cui ho parlato si fosse
imbattuto nelle stesse cose, avrebbe operato gli stessi miracoli.
Così accade per questo fuoco che si muove da sè: quando
ha trovato organi adatti al movimento necessario per ragionare, ha
ragionato; quando ne ha incontrati altri capaci soltanto di sentire o
di vegetare, ha sentito e vegetato. E se ciò non vi sembra
verosimile, si provi a bucare gli occhi di quest'uomo, cui il fuoco
dell'anima dà luce, ed egli cesserà di vedere, nè
più nè meno come il nostro grande orologio cesserà
di segnare le ore se si spezza il suo ingranaggio...»