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VIAGCIO COMICO NEGLI STATI E IMPERI DELLA LUNA VI. | «» |
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VI.
Egli avrebbe continuato di questo passo; ma il vecchio ospite, che entrò in quel punto, ricordò al nostro filosofo che era tempo di ritirarsi. Egli portava alcuni globi di cristallo pieni di vermi luminosi, per rischiarare la sala. Ma siccome quei piccoli insetti di fuoco perdono gran parte del loro splendore quando non sono raccolti da poco, quelli, vecchi di dieci giorni, non illuminavano quasi per niente. Il mio Démone non attese che la comitiva ne fosse infastidita. Salì nel suo gabinetto e ritornò subito con due palle di fuoco così ardenti che ognuno si stupì come non gli bruciassero le dita.
«Queste fiaccole incombustibili - disse - vi serviranno meglio delle vostre boccie di vetro. Sono raggi di sole che ho purgati del loro calore, perchè altrimenti le qualità corrosive del loro fuoco avrebbero ferito il vostro sguardo, abbagliandolo. Io ne ho fissata la luce e l'ho rachiusa in questi globi trasparenti. Ciò non deve esser per voi oggetto di soverchia ammirazione; poichè è più facile per me, nato nel sole, condensarne i raggi che sono la sua polvere, di quel che non sia per voi ammucchiare polvere o atomi, cioè terra polverizzata di questo mondo.»
Dopo di che, essendo notte, il nostro ospite fece accompagnare i filosofi da un servo che aveva una dozzina di globi di vetro appesi alle quattro gambe. Quanto a noi (vale a dire: il mio precettore ed io) ci coricammo secondo gli ordini del fisionomo. Egli mi assegnò, quella volta, una camera di violette e di gigli e, come il solito, mi mandò a solleticare. Il giorno dopo, verso le nove, vidi entrare il mio Démone, il quale mi disse che veniva
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da palazzo,
dove una delle damigelle della Regina, l'aveva pregato di andare; ed
ella gli aveva chiesto di me, affermando che persisteva nel proposito
di mantenere la sua promessa: cioè, che se io avessi voluto
condurla con me nell'altro mondo, ella mi avrebbe seguito volentieri.
«Ciò che mi ha molto edificato - continuò il mio Démone - è che ho veduto come il principale scopo del suo viaggio sia quello di farsi cristiana. Le ho promesso quindi di assecondare con tutte le mie forze il suo disegno e di inventare, con questo intento, una macchina capace di portare tre o quattro persone, nella quale voi potrete salire insieme fin da oggi. Mi occuperò seriamente dell'esecuzione di quest'impresa: perciò, per distrarvi durante il tempo che non sarò con voi, eccovi un libro. L'ho portato dal mio paese natìo e s'intitola: Gli Stati e Imperi della Luna, con un'Aggiunta sulla Storia della Scintilla. Vi lascio anche quest'altro, che stimo molto più: è La grande opera dei Filosofi, scritta da uno dei più forti ingegni del Sole. Egli dimostra che tutte le cose sono vere, e spiega il modo di unire fisicamente le verità contenute in ogni contradizione, come, per esempio, che il bianco è nero e il nero è bianco; che si può, nello stesso tempo, essere e non essere; che può darsi una montagna senza valle, che il nulla è qualche cosa, e che le cose le quali esistono invece non esistono affatto. Ma notate che egli dimostra tutti questi inauditi paradossi senza nessun ragionamento capzioso o sofistico. Quando poi vi sarete annoiato di leggere, potrete passeggiare e conversare col figlio del nostro ospite. Il suo spirito è molto attraente; ciò che mi dispiace in lui è che sia empio. Se gli accade di scandalizzarvi o di far vacillare la vostra fede con qualcuno dei suoi ragionamenti, non tralasciate di venirmelo a riferire e io vi toglierò d'impaccio. Pensate a vivere liberamente.»
Egli mi lasciò con queste parole, con le quali si usa in quel paese accomiatarsi da qualcuno, così come il «buon giorno» o il «Servo vostro, Signore» s'esprime con questo complimento: «Amami, che io t'amo». Ma non appena egli fu uscito, io mi misi a considerare attentamente i miei libri, e le loro scatole, cioè le loro coperte, che mi sembravano mirabili per la loro ricchezza. L'una era tagliata in un solo diamante, senza confronto più brillante dei nostri; l'altra non sembrava se non una mostruosa perla spaccata in due. Il mio Démone aveva tradotti quei libri nella lingua di quel mondo; ma siccome non ho un campione della loro stampa, cercherò di spiegare come eran fatti quei due volumi.
All'apertura della scatola, io trovai un congegno metallico quasi simile ai nostri orologi, pieno di non so quali piccole molle e meccanismi impercettibili. È, in vero un libro; ma è un libro miracoloso che non ha nè fogli, nè caratteri; è, insomma, un libro per il quale gli occhi sono inutili: bastano le orecchie. Quando qualcuno desidera leggere, carica con gran numero di nervetti d'ogni specie questa macchina; poi gira l'ago sul capitolo che desidera ascoltare, e immediatamente escono dalla scatola, come dalla bocca di un uomo o da uno strumento musicale, tutti i suoni distinti e diversi che servono, fra i grandi Lunari, all'espressione del linguaggio.
Più tardi io me ne andai a passeggio per la città; ma non avevo ancora percorsa la strada di fronte a casa nostra che incontrai, dalla parte opposta, un corteo abbastanza numeroso di gente triste.
Quattro uomini portavano sulle spalle una specie di feretro coperto di nero. Domandai a un tale che stava guardando, che cosa significasse quel convoglio simile alle pompe funebri del mio paese; egli mi rispose che, il
giorno
innanzi, era morto quel famigerato 41
che era stato processato per invidia e ingratitudine, e che il Parlamento aveva condannato, da oltre vent'anni, a morire nel proprio letto e a esser sotterrato dopo la morte. A questa risposta io scoppiai in una risata. E siccome egli me ne domandò la ragione:
«Voi mi stupite, - soggiunsi - dicendo che ciò che nel nostro mondo è un segno di benedizione, come una vita lunga, una morte tranquilla e un'onorata sepoltura, costituisce in questo mondo una punizione esemplare.»
«Come! Voi credete che la sepoltura sia una cosa preziosa? - ribattè quell'uomo. - Eh, in fede vostra, potete voi concepire alcunchè di più spaventoso di un cadavere che si muova per i vermi di cui rigurgita, alla mercè dei rospi che gli rosicchiano le guance, insomma la peste rivestita del corpo di un uomo? Dio buono! Il solo pensiero di avere, benchè morto, il viso avvolto in un panno e sulla bocca un mucchio di terra mi toglie il respiro!...»
Troncai questo discorso e ripresi la mia passeggiata la quale fu così lunga che, quando ritornai a casa il pranzo era pronto da due ore. Mi fu chiesto perchè avessi ritardato tanto.
«Non è stata colpa mia, - risposi al cuoco che si lamentava. - Ho domandato più volte, per via, che ora fosse, ma non mi è stato risposto se non aprendo la bocca, serrando i denti e volgendo il viso di traverso.»
«Come! - gridò in coro tutta la comitiva. - Non sapete dunque che in questo modo vi mostravano l'ora?»
«In fede mia - risposi - essi potevano esporre finchè volevano i loro nasoni al sole senza che per questo io ne capissi niente.»
«È un mezzo comodo - mi dissero - per fare a meno dell'orologio. Con i loro denti essi formano un quadrante così esatto che, quando vogliono indicare l'ora a qualcuno, aprono le labbra; e l'ombra del naso, cadendo sui loro denti, segna come sopra un quadrante l'ora di cui il curioso va in cerca42. Inoltre, affinchè sappiate per quale, ragione in questo paese tutti hanno il naso grosso, vi dirò che non appena la donna ha partorito, la mammana porta il neonato al direttore del seminario. E, precisamente alla fine dell'anno, radunati i competenti, se il naso è trovato più corto d'una certa misura prescritta dal Sindaco, il bimbo è considerato camuso e messo nelle mani di coloro che hanno l'obbligo di castrarlo. Voi mi chiederete la ragione di una simile barbarie, e come mai noi, che stimiamo la verginità un delitto, decretiamo poi certe continenze forzate. Ma dovete sapere che dopo aver esperimentato, durante trenta secoli, che un naso grosso è il segno che distingue un uomo di spirito, cortese, affabile, generoso e liberale; e che un naso piccolo indica l'opposto; noi scegliamo gli eunuchi fra i camusi, perchè lo Stato preferisce non aver figli anzichè averne che rassomiglino a costoro.»
Egli stava ancora parlando quando vidi entrare un uomo ignudo. Subito mi sedetti e mi misi il cappello per fargli onore, essendo questi i segni del maggior rispetto che, in quel paese, si possa testimoniare a qualcuno.
«Il Regno desidera - disse egli - che, prima di ritornare nel vostro mondo, voi ne diate avviso ai magistrati; poichè un matematico ha testè promesso al Consiglio che se voi vorrete costruire, quando sarete ritornato sulla Terra, una macchina di sua invenzione, egli attirerà il vostro globo e lo congiungerà con questo.»
«Eh! vi prego! - dissi al mio ospite quando l'altro se ne fu andato. - Perchè quell'ambasciatore portava alla cintola una sfilza di membri di bronzo?»
Io avevo veduto più volte una cosa simile, quando ero in gabbia. Ma non avevo osato domandar spiegazioni perchè ero sempre contornato dalle damigelle della Regina e temevo di offenderle facendo cadere il discorso, in loro presenza, sopra un argomento così poco pulito.
«In questo paese le femmine, come i maschi, non sono tanto ingrate da arrossire alla vista di colui che le ha fatte. E le vergini non hanno vergogna di amare in noi, in memoria della loro madre natura, l'unica cosa che porti il suo nome. Sappiate dunque che la ciarpa di cui quest'uomo è adorno, alla quale pende una medaglia con l'immagine di un membro virile, è il simbolo del gentiluomo, il segno che distingue i nobili dai pezzenti.»
Questo paradosso mi sembrò così stravagante che non potei fare a meno di ridere.
«Un simile costume mi sembra straordinario - esclamai - perchè, nel nostro mondo, il distintivo della nobiltà è di portare una spada.»
«Ometto mio! - gridò - Come! I grandi del vostro paese sono così rabbiosi da far pompa di un grande stromento che serve a designare un carnefice, che non vale se non a distruggerci, che, infine, è il nemico giurato di tutto ciò che vive; e invece nascondono un membro senza di cui noi saremmo nel numero dei più, il Prometeo di ogni creatura, l'infaticabile rigeneratore delle debolezze della natura? Disgraziato paese, dove i simboli della generazione sono ignominiosi, e quelli della distruzione sono onorevoli! E voi chiamate quel membro parte vergognosa, come se ci fosse cosa più gloriosa del dare la vita e cosa più vergognosa del toglierla!»
Intanto, parlando, non tralasciavamo di pranzare. E non appena ci fummo alzati, andammo in giardino a prender aria e cominciammo a discutere della generazione e della concezione delle cose. Io stavo per ripetere al mio compagno ciò che il nostro maestro m'aveva insegnato quando sopravenne il fisionomo per condurci a letto.
All'indomani, appena desto, andai a svegliare il mio antagonista.
«Trovare un forte ingegno come il vostro immerso nel sonno, - gli dissi avvicinandomi a lui, - è un miracolo come vedere il fuoco senza azione.»
Questo cattivo complimento non gli fece piacere.
«Per dio! - gridò egli con collera appassionata d'amore. - Non vi libererete dunque mai di questi termini favolosi? Sappiate che tali epiteti sono indegni del nome di filosofo; e che come il saggio non vede nulla al mondo che egli non concepisca e non giudichi possa essere concepito, così deve odiare tutte le espressioni di prodigi e di avvenimenti simili, le quali furono inventate dagli stolti per nascondere la debolezza del loro intendimento.»
Io credetti allora mio dovere prender la parola per disingannarlo.
«Benchè voi non crediate ai miracoli, - replicai - pur tuttavia ne accadono, e molti. Io ne ho veduti coi miei occhi. Ho conosciuto più di venti ammalati, guariti miracolosamente.»
«Vi sembra! - continuò egli. - Ma voi ignorate che la forza dell'immaginazione è capace di guarire tutte le malattie che voi attribuite al soprannaturale, con un balsamo naturale il quale contiene tutte le qualità opposte a quelle di ogni malattia. Ciò avviene quando la nostra immaginazione, messa in guardia dal dolore, cerca in quel punto il rimedio specifico che essa apporta al veleno.»
«Ma, per lo meno, - replicai - se ciò che voi dite di questo balsamo è vero, è un segno della ragionevolezza della nostra anima; poichè, senza valersi degli strumenti della nostra ragione, senza cercare l'appoggio della nostra volontà, essa agisce come se, essendo fuori di noi, applicasse l'attivo al passivo. Ora, se, separata da noi, essa è ragionevole, bisogna necessariamente che sia spirituale. E se ammettete che sia spirituale, concludo che è immortale, poichè la morte non sopravviene nell'animale se non per il cambiamento delle forme di cui soltanto la materia è suscettibile.»
Allora quel giovanotto, dopo essersi seduto sul letto e avermi fatto sedere accanto a sè, parlò presso a poco così:
«E se quest'anima fosse spirituale e per sè stessa ragionevole tanto da essere anche capace d'intelligenza, sia quando è separata dal nostro corpo, sia quando ne è rivestita, perchè i ciechi nati, con tutti i bei privilegi di quest'anima intellettuale, non saprebbero immaginare che cosa significa vedere? Forse perchè non sono ancora privati dalla morte di tutti i loro sensi? Come? Io non potrò dunque servirmi della mia mano destra, perchè ne ho una sinistra?»
«È giusto! - gli risposi. - Ma se la nostra anima fosse mortale, come vedo che voi volete concludere, la resurrezione che noi aspettiamo sarebbe una chimera; poichè bisognerebbe che Iddio la creasse di nuovo, cioè non risorgerebbe.»
Egli m'interruppe scotendo il capo.
«Eh! Affè di Bacco! - gridò. - Chi vi ha cullato in questa Pelle d'Asino! Come! voi, io, la mia serva, risuscitare!?»
«Non è un racconto fatto per scherzo, - risposi - ma una verità inconfutabile che vi dimostrerò.»
«Ed io - disse egli - vi dimostrerò il contrario. Intanto, per cominciare, io suppongo che voi mangiate un maomettano. Voi lo convertite, per conseguenza, in sostanza vostra. Non è forse vero che questo maomettano, digerito, si cambierà parte in carne, parte in sangue e parte in sperma? Voi abbraccerete vostra moglie, e col seme interamente ricavato dal cadavere del maomettano fabbricherete un piccolo cristiano. Domando: il maomettano avrà il proprio corpo? Se la terra glielo rende, il piccolo cristiano non avrà più il suo. Dio toglierà dunque al maomettano ciò che il piccolo cristiano non ha ricevuto se non da lui. Così è necessario che o l'uno o l'altro manchi di corpo. Mi obbietterete forse che Iddio riprodurrà tanta materia quanta ne occorre a colui il quale non ne avrà abbastanza. Va bene. Ma a questo punto sorge un'altra difficoltà. Se il maomettano risuscita e Dio gli fornisce un nuovo corpo perchè il suo gli è stato rubato dal cristiano; dal momento che il corpo o l'anima, separati, non costituiscono l'uomo, ma l'uno e l'altra riuniti in un solo oggetto, e che il corpo e l'anima sono, tanto l'uno quanto l'altra, parti integrali dell'uomo: bisogna concludere che, quando Iddio avrà foggiato a questo maomettano un altro corpo che non sia il suo, egli non sarà lo stesso individuo. Così Iddio condanna un altr'uomo in vece di quello che aveva meritato l'inferno. Questo corpo s'è illibidinito, questo corpo ha continuamente abusato di tutti i suoi sensi e Iddio, per castigarlo, ne getta un altro nel fuoco, un altro che è vergine e puro, che non ha prestato mai i propri organi al compimento di nessun delitto. E, ciò che sarebbe anche più ridicolo, questo corpo avrebbe meritato insieme insieme inferno e paradiso, poichè, essendo maomettano, deve esser dannato, ed, essendo cristiano, deve esser salvato. Per maniera che Iddio non potrebbe mandarlo in Paradiso senza essere ingiusto, ricompensando con la gloria la condanna che meriterebbe come maomettano; e non potrebbe mandarlo all'Inferno senza essere egualmente ingiusto, ricompensando con la morte eterna la beatitudine che meriterebbe come cristiano. Bisogna dunque, se vuol essere equo, che Egli condanni e assolva eternamente queste uomo.»
«Io non saprei che cosa rispondere alle vostre sofistiche argomentazioni contro la resurrezione - soggiunsi allora - se non che Dio l'ha detto. Dio non può mentire.»
«Non correte tanto! - replicò egli. - Voi siete già arrivato al «Dio l'ha detto!» Bisogna innanzi tutto provare che c'è un Dio, poichè, per conto mio, lo nego apertamente.
Egli voleva continuare in ragionamenti tanto impertinenti, ma gli chiusi la bocca pregandolo di tacere. E così fece per paura di una lite, poichè vedeva che cominciavo a riscaldarmi. Poco dopo se ne andò e mi lasciò ammirato della gente di quel mondo la quale è naturalmente dotata, anche nelle classi più basse, di tanto spirito, mentre quella del nostro ne ha così poco e lo paga a così caro prezzo. Infine l'amore per il mio paese mi distolse a poco a poco dal desiderio e financo dall'idea che avevo avuto di rimanere in quello, e io non pensavo ormai se non alla mia partenza. Ma mi parve impresa così difficile che ne divenni tristissimo. Il mio Démone se ne avvide e, poichè mi domandò per quale ragione non fossi allegro come il solito, gli dissi francamente la causa della mia malinconia. Egli mi fece tante belle promesse circa il mio ritorno che io posi in lui tutte le mie speranze. Frattanto avvisai il Consiglio, il quale mi mandò a cercare e mi fece prestar giuramento che avrei raccontato nel nostro mondo le cose vedute in quello. Quindi mi rilasciarono i passaporti e il mio Démone, dopo essersi procurato quanto necessitava a un viaggio così lungo, mi chiese in qual parte della mia terra io volessi discendere. Gli dissi che siccome la maggior parte dei ricchi giovani di Parigi si propone un viaggio a Roma, (credendo che, all'infuori di ciò, non ci sia niente di bello da fare o da vedere), lo pregavo di permettere che io li imitassi.
«Ma - aggiunsi - in quale macchina compiremo noi questo viaggio e quali ordini credete mi voglia dare il matematico che, l'altro giorno, mi parlò di congiungere questo globo con il nostro?
«Quanto al matematico, - rispose - non vi preoccupate, perchè è un uomo che promette molto e non mantiene nulla. E circa la macchina che vi riporterà, sarà la medesima con la quale siete andato a Corte.»
«Come? - domandai. - Per sostenere i miei passi l'aria diventerà forse solida come la terra?»
«È una cosa strana - replicò il Démone - che voi siate eternamente dubbioso! Eh! Perchè dunque le streghe del vostro mondo, le quali camminano per aria e guidano da un luogo ad un altro eserciti di grandini, di nevi, di pioggie e d'altre simili meteore, sarebbero più potenti di noi? Siate, vi prego, siate più credulo quando io vi parlo.»
«È vero... - gli dissi. - Ho ricevuto da voi tanti benefici, come Socrate e gli altri per i quali avete nutrito tanta amicizia, che mi devo fidare di voi, come faccio, con tutta l'anima.»
Non avevo finito di parlare, che egli si sollevò come un turbine tenendomi fra le sue braccia. Mi fece attraversare così, senza incomodo, tutto il grande spazio che i nostri astronomi pongono fra noi e la luna. La qual cosa mi rivelò la menzogna di coloro i quali affermano che una mola di mulino impiegherebbe trecentosessanta e tanti anni a cadere dal cielo, mentre io impiegai pochissimo tempo a cadere dalla luna sulla terra. All'inizio della seconda giornata m'avvidi che m'avvicinavo al nostro mondo. Già distinguevo l'Europa dall'Africa, e ambedue dall'Asia, quando sentii l'odor dello zolfo che usciva da una montagna. Ciò mi infastidì a tal punto che svenni. Non posso dire che cosa m'accadde in seguito. Ma, riacquistati i sensi, mi trovai sul declivio d'una collina, in mezzo ad alcuni pastori che parlavano italiano. Non sapevo che cosa fosse avvenuto del mio Démone, e chiesi a quei pastori se per caso lo avessero veduto. A questa parola essi fecero il segno della croce, e mi guardarono come se io stesso fossi un demonio. Ma quando dissi che ero cristiano e che li pregavo di condurmi, per carità, in un luogo dove potessi riposare, essi mi guidarono ad un villaggio, un miglio lontano, dove, appena giunto, tutti i cani, dai cuccioli ai mastini, si scagliarono contro di me; e mi avrebbero divorato se non avessi trovato rifugio in una casa. Ma ciò non impedì che essi seguitassero il loro diavolerio, tanto che il padrone di casa mi guardava di mal occhio. E credo che, per il cattivo augurio che il popolo trae da questa specie di accidenti, quell'uomo sarebbe stato capace di abbandonarmi in preda a quegli animali, se io non mi fossi accorto che ciò che li accaniva tanto contro di me era il mondo dal quale venivo. Infatti, avendo l'abitudine di abbaiare alla luna, essi sentivano che io scendevo di lassù e che avevo addosso l'odore di quel mondo; come coloro i quali, dopo esser stati in mare, conservano per qualche tempo una specie di tanfo o di odore marino. Per purgarmi di queil puzzo mi distesi al sole, per tre o quattro ore, sopra una terrazza. Dopo di che io discesi, e i cani, non sentendo più l'influenza che m'aveva reso loro nemico, cessarono di abbaiare e se ne ritornarono alla caccia. All'indomani partii per Roma, dove vidi i residui dei trionfi di alcuni grandi uomini e di alcuni secoli. Ne ammirai le belle rovine e i bei restauri fatti dai moderni. Quindi, dopo esser rimasto quindici giorni in compagnia del Signor di Cirano, mio cugino, il quale mi prestò il denaro per il ritorno, andai a Civitavecchia e m'imbarcai sopra una galea che mi portò a Marsiglia.
Durante il viaggio non ebbi altro pensiero che quello delle mie imprese, di cui incominciai a scrivere le memorie. E una volta giunto in patria, le ordinai come me lo consentì la malattia che ora mi costringe in un letto. Ma, prevedendo la fine che attende i miei studi e i miei lavori, ho pregato il signor Lebret, il mio più caro ed inviolabile amico, di pubblicarli insieme con la Storia della Repubblica del Sole, con la Storia della Scintilla e con qualche altra opera dello stesso genere, se coloro i quali me le hanno rubate vorranno restituirgliele, come io li prego, con tutta l'anima, di fare.
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