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Tanto gli sarebbe costato cosi poco, che il priore glielo avrebbe potuto dire, quando Tonio il brutto presentò la bambina al fonte! «Perchè volete chiamarla Arcangeli? E se vi venisse su disgraziata come gli altri, che volete preparar da ridere alla gente? Arcangela! Non sentite che par di vedere il paradiso!» Ma egli non era di quei preti che studiano. Faceva il mestiere; e non aveva badato ai tre gozzi di Tonio, al grugno, alla voce belluina, a nulla: non s'era nemmen ricordato di quel ch'erano venuti gli agli quattro figliuoli di lui, che, morti nell'adolescenza, tutto il borgo aveva detto: Meglio; tanto parevano bestie! - Così quel po' di carne che vagiva avvolta nei cenci, portata dalla levatrice delle villane, fu Arcangela. In quanto a Tonio il brutto, egli co' suoi sessant'anni e con quella creaturina fatta cristiana, era uscito di chiesa felice. Se Dio glie la guardava, avrebbe saputo a chi lasciare il suo poderino con quella sua casetta nera; una povera casetta che, negli inverni, si vedeva dal borgo, laggiù a mezza collina, torva nella neve, come se vi fosse raggomitolata dal freddo, e avesse senso di poter patire. Ma nelle primavere i mandorli in fiore le davano una rallegratura che si godeva da lungi; e dei poveri cui paresse bella come una reggia ve n'erano tanti. Là dentro Tonio il brutto aveva vissuto, amato, goduto anche qualcosa del mondo, se non altrimenti lavorando molto; e l'ultimo suo scontento ch'era stato quello di dover, morendo, abbandonar il suo poderino a parenti di traverso; gli si era mutato in gioia per quella figliola, ch'egli aveva vista poi ancora per degli anni, crescere e razzolare intorno alla casa. Che ogni anno le avesse pur aggiunto un difetto, non gli aveva fatto nulla; dei gozzuti in casa sua ce ne erano sempre stati; se era divenuta guercia, pazienza! Gli avevano dato un po' di pena le gambe della figliola sottili sottili, le braccia lunghe, il muso sporto come di certe scimmie che aveva vedute sulle fiere; ma al Signore era piaciuto così, e il Signore fosse lodato; morta la moglie era poi morto anche lui; e pace.
Arcangela s'era trovata, a dieci anni, sola e brutta come il peccato. Compassione dal prossimo non le n'era mancata; che anzi una mezz'opra l'uno, un'altra mezza l'altro, i villani della valle avevano sempre mandato avanti il suo poderino ch'era da cento braccia in quadro, su per la ripa, tutto vigneto e mandorli, nel bell'occhio del sole. Ma non l'avevano aiutata i parenti! Anzi, i loro figlioli l'avevano sempre perseguitata, nell'andare in frotta a messa le domeniche o al catechismo; e per cagion loro era stara un po' di tempo chiamata la Piva, perchè quando parlava le si gonfiavano i gozzi venosi, e mandava fuori una voce fessa a singulti; un altro tempo l'Allocca, per gli occhi giallastri e fissi; poi nomignoli su nomignoli, ne aveva avuti tanti da non ricordarseli, sino ai cinquant'anni dell'età sua, che le rimase quello di Selvatica, da quelle parti come a dir bestia.
Eppure essa non se n'era lagnata mai. Solo le aveva fatto male l'accusa che desse il mal d'occhio ai bambini. Alla fine delle fini, se talvolta aveva delle mandorle in tasca, e ne dava ai fanciulli che non la tormentavano; proprio quelle mandorle erano tali e quali l'albero le aveva fatte. Eppoi, ipocriti! Non le davano mica di strega, quando arrivava a dar la sua mano d'aiuto negli incendi e nelle altre disgrazie! Se le era mai capitato di trovare qualcosa per la via, non aveva sempre portato tutto in chiesa, sulla piletta dell'acqua santa, che chi l'avesse smarrito se lo potesse pigliare? E quando raccattava per le strade il concio, la stipa, od altro, e v'erano dei ragazzi più poveri di lei, non aveva sempre lasciato che si servissero, tanto che arrivati a casa con le ceste vuote, non fossero bastonati? Che male c'era stato a sgridare quei monelli che avevano impalato quel povero pipistrello, e muovevano intorno al palo una ridda, come se fosse stata una bella cosa? Batteva le ali la povera bestia, e strideva con una voce da far pietà ai sassi. Ebbene, essa aveva urlato, aveva cacciati via i biricchini, aveva levato dal supplizio il misero animale, l'aveva messo in un buco delle mura del borgo. Ed esso sanguinoso, coi visceri fuori, s'era rintanato forse a morire. Ma da quella volta la gente le aveva dato di strega, perchè dicevano che faceva risuscitare le bestie. E le ne rincresceva da piangere, essa che aveva cinquant'anni! le ne rincresceva più che di veder sempre alla messa grande, volgersi la chiesa tutta a guardar lei, mentre che il parroco cantava Angeli ed Arcangeli nel prefazio.
Ne era morta della gente in quei cinquant'anni! Al mondo v'erano già i figli dei figli di quelli che erano stati battezzati nell'istesso anno suo; e nel cimitero nuovo ch'essa aveva visto a fabbricare, lì a pie della sua ripa, e vi si era buscato il primo pane a portar calce e mattoni, le ossa dei morti le avevano già tramestate tre volte. A quell'età ammalò. Passò una settimana, ne passarono due, Arcangela non s'era veduta.
- Che sia in casa morta? - disse Micco Griva, levandosi in piedi così di scatto, che fu per cadergli di mano la scodella in cui mangiava. E andò sulla porta, a guardare in su, nella ripa, la casa di Arcangela.
- Con questo caldo le finestre chiuse? Loccio, corri a vedere cosa è stato di quella bestiona. Bestiona io, però, e bestie voi!
- Sì, bestia anche tu, moglie, che sempre tra le avemarie del rosario ci ficchi: E chi avesse questo, e chi avesse quest'altro, e i soldi da comprare il solatio di Arcangela! È vecchia, può morir dall'oggi al domani, e di questi grulli, neppur uno ha pensato che una donna si sposa e che se muore rimane la dote. Sarete sempre spiantati! Va, Loccio; no, anzi vado io.
I quattro giovani figlioli di Micco Griva, rimasero a guardarsi fra loro; ed egli, in quattro salti, che pareva il lupo, fu sul dosso lassù.
- Arcangela!
- Oh! adesso? - rispose la vecchia, di dentro con una voce fioca, come se fosse venuta di sottoterra.
- Apritemi.
- Date uno spintone all'uscio.
Micco si avventò con la spalla, e poco meno che non andò ruzzoloni in mezzo alla stamberga, da tanto che l'uscio, mezzo schiantato, si spalancò.
- Nulla, nulla; uno de' miei figli è mezzo falegname e raccomoderà tutto. Che cosa avete Arcangela? Qui ci morite dall'odor di rinchiuso.
Affagottata nei cenci, che forse eran quelli ancora ne' quali sua madre l'aveva messa al mondo, Arcangela levò un poco la testa. Micco, tra pel tanfo e per la vista, quasi si sentiva mancare.
- Bei cristiani! Con tanti vicini, potevo morire come una cagna!
- Ora no.
- E chi lo sapeva che foste ammalata?
- L'ho saputo io! Ho avuto una febbre che manco i cavalli. Ma ora sono guarita.
- Un'altra volta pensateci, ditelo prima... chiamate. Volete che vi faccia venir qui Veronica a farvi qualcosa? Ha del caffè d'orzo e dello zucchero lei; lasciate fare a me; torno subito.
Arcangela non aveva ancora sentito il bene di quel po' d'aria viva, che le era entrata in casa dalla porta lasciata aperta; e già erano lì Micco e Veronica. Questa portava in mano, come una reliquia, certa sua cocomuccia fumante. All'odore dell'orzo, la vecchia si riebbe tutta, e si tirò su a sedere nel canile.
- Avete un gran rigoglio, Arcangela.
- Eh! se non fosse stato questo!
E bevve, e immollò della focaccia in quel beverone. Poi si volle vestire.
Fuori c'erano i figlioli di Micco che bisbigliavano, e si tenevano il ventre e il grugno, per non farsi sentire.
- Che c'è mezzo il mondo costì? - ringhiò Arcangela confondendosi.
- Ma, sono ragazzi - disse Micco, facendosi sulla porta a mandar via i quattro gallioni. - Date retta, Arcangela, ora che potete movervi, non vi fidate di star così qui sola: venitevene da noi laggiù, starete con noi come Dio vorrà.
- Non mi movo, Micco; ho soltanto bisogno d'una cosa. Se mai qualche mattino, levandovi, vedrete le finestre chiuse, correte subito; potrei essere ammalata, e aver da chiamare il prete.
- Oh! non siete mica a quei passi, no...! ma ve lo prometto.
E cosi Micco e Veronica partirono, e discendendo la ripa facevano i conti che, al vedere, Arcangela pareva donna da non campar più guari. Da quella volta non la persero più d'occhio. Ogni giorno qualche ora, saliva lassù Loccio, il primogenito di Micco; un giovinottaccio che portava i venticinque anni, con certa baldanza di contadino guasto.
- Tu, - gli aveva detto il padre - tu dal giorno della coscrizione, che hai bevuto e cantato briaco tutta la notte, con quelli che sono andati sotto le armi e tu eri salvo, tu non hai più voluto far nulla di bene. Lavori poco, giuochi, dai noia alle famiglie, hai già viziate sette ragazze, tutti si lamentano; qualche notte ti lasciano ammazzato sulla via. Fatti uomo, Loccio; non ti fa gola il solatìo di Arcangela?
E Loccio, che aveva anche da venti lire di debiti, si piegò. Ad Arcangela piaceva la compagnia, per un certo bene che le pareva di sentirsi volere da lui: egli se ne accorgeva, e misurava il tempo per trovare che gli venisse buono a un certo discorso.
Arcangela quando non roncava nella sua ripa, o non era fuori a fare un po' di legna per la campagna, se ne stava a filare sulla soglia del suo tugurio, guardando il cimitero nel piano lì a piè del colle. E col pensiero rimescolava, sotto le erbacce delle malve e dei cardi maledetti, il mondo di gente andata a finire tra quelle quattro mura.
- Come ci stai nella terra, o notaio birbone, che al mondo non facesti altro che far del male? Hai accanto quel sindaco cane che non mi volle mai scrivere nella lista dei poveri, e non mi lasciò dare le dieci libbre di farina che toccano a tutti i poveri del Comune, la festa di Pentecoste. Mangia lui la terra, adesso! E laggiù, sulla signora Gegia, com'è prosperosa l'erba! Ha scandalizzato tutti per quarant'anni lei, eppure è stata la donna più felice del mondo. Ha persino avuto la fortuna di capitare a esser sepolta vicino alla signora Camilla. Quella sì, che fu una santa...! quando fu quasi morta dalla fame e non potè più mangiare, allora le riempirono la casa di roba! tutti portavano! Che birbe!
E poi giovinotti, e poi ragazze oneste, libertine, tradite: Arcangela faceva tra sè la storia di tutto quel popolo morto, parlottando e tirando giù il filo dal pennecchio e l'ore dal tempo.
Un giorno che era di luglio, e il sole schiacciava, sedeva a quella sua maniera; e stanca di fantasticare, guai sbadigliando: Che, quest'oggi hanno spalancato l'inferno?
- Al caldo che fa, pare! - rispose Loccio girando improvviso dal canto della casa; e com'era solito si mise di faccia ad Arcangela.
- Sapete, Arcangela, che quella vostra malattia vi ha risanata?
- Così i miei parenti avranno voglia d'aspettare che crepi!
- Ma se voi foste una donna come io m'intendo...
- Ebbene?
- Io credevo che m'aveste già capito. Perchè non avete mai pensato a maritarvi?
- Dicono che a certe persone non ci dà dentro neppur il fulmine!
- Gli sciocchi, lo dicono! E se vi sposassi io?
- Ah! Loccio, badate a quel che dite! Sono una disgraziata, io.
- E perchè vi viene il singhiozzo ora? Non ve l'ho mica detto da celia, no. Via, non piangete: finalmente e poi non v'ho offesa. Non mi volete? Ebbene, ho detto tanto di cuore che non verrò a vedervi mai più.
E Loccio si levò per andarsene. Ma la vecchia, quello sgomento di vecchia, non pareva più quella. Tra il pianto e chi sa qual cosa che le si accendesse dentro, non era più così brutta, nè così schifa. Loccio stette lì fermo un pezzo, e tacevano. Ad Arcangela passavano per la mente le ragazze cui Loccio aveva parlato, e l'avrebbero tutte voluto. Godeva maligna.
- Dunque avete detto per davvero?
- Per davvero.
- Vi sposo. Ma presto, perchè io ho poco da vivere. Quel po' di roba sarà vostra. Fate venire il notaio, e dal priore andateci voi.
- Eppure se ne va malinconico, - disse Arcangela, guardando dietro al giovanottaccio che scendeva giù dal colle. - Sarà che Dio vorrà.
Poi lo vide entrare laggiù nella casa di Micco Griva; capì che si parlavano col padre sulla porta; da questo ricevè un saluto alla manieraccia campagnuola, ma amorevole; e un po' vergognosa si ritirò con certo senso d'allegrezza non mai provato. Le pareva d'entrare allora nella vita; per la prima volta sentì la voglia di dare un po' d'assetto al suo tugurio. Non v'era nulla, ma tanto quei quattro sgabelli volle ripulirli; a quei quattro piatti mise intorno del rosmarino. L'indomani, quando venne il notaio, per mettere in carta quella corbelleria che essa stava per fare, lui e i testimoni non sentirono che la tana puzzasse di bestia. Ma appena finito di scrivere se n'andarono frettolosi frettolosi, pieni di tanta pietà e di tanto scontento, che senza nessuna intesa tennero la cosa segreta, come se avesse fatto vergogna a loro. E anche il priore, quando la domenica dovè bandire dall'altare quel matrimonio, mugulò i nomi per modo che fin le pettegole più curiose, che pare vadano a messa non per altro che per sapere chi si sposa, non ne capirono nulla. Pareva un fatto così strano quel di Loccio e di Arcangela, che a parlarne o a mostrar di saperlo, c'era da toccare una parte della derisione del mondo.
Così venne, non saputa dalla gente, la sera stabilita pel matrimonio. Quella sera il priore stava giuocando a tarocchi insieme col medico del Comune, col farmacista, con un capitano invalido nel caffeuccio del borgo, pieno di signorelli sfaccendati e tediati. A ognuno che entrava il priore si voltava; e volta che ti volto, alfine vide comparire il sagrestano che gli fece cenno di sulla porta.
- Sono venuti?
- Sono già in canonica.
- Vengo subito.
- A maritare Arcangela - gli scappò detto al priore; e, piantati i tarocchi, corse.
- Arcangela? Ma che Arcangela? - dicevano quei signorelli, guardandosi tra loro. - Se d'Arcangele non ce n'è che una in tutta la popolazione! Che sia lei, la Selvatica?
- Ma sicuro! - entrò a dire uno venuto allora appunto, - sicuro, è quella bestia!
- Loccio, il figlio di Micco Griva, il massaro della Moscatella.
- Volete giuocare?
- Andiamo a vedere. Dio, che tabelle vogliamo fare! Fuori, fuori!
E tutta quella gente corse giù per la via grande alla canonica, allegra come se fosse andata a vedere la benedizione dei ciuchi il dì di sant'Antonio.
Dinanzi alla Canonica non c'era nessuno, salvo alcuni artigiani che, stanchi, pigliavano il fresco scamiciati sulla gradinata della chiesa.
- O voi costì, non sapete nulla?
- Nulla! Che c'è? - dissero gli artigiani, levandosi.
- Ma dentro si marita la Selvatica con Loccio! una commedia da morir dal ridere! non gli avete veduti? saranno passati dalla porta dell'orto.
- Ma possibile?
- Ma certo! Alle palette, alle molle, ai sonagli...
E chi di qua, chi di là andarono e tornarono con cento arnesi, fin coi corni marini e colle raganelle della settimana santa; furono in un momento una folla che parevano i giudici nel venerdì delle tenebre.
- Bisogna star zitti, aspettare che vengano fuori, e poi giù! daremo dentro.
E si scaldavano, bollivano, si aizzavano. Come pareva lungo il priore, a far dir di sì a quei due!
- Son qui. - No. - Sì.
- Eccoli. Si sentono venir giù dalla scala.
La porta si aperse, e a un raggio di lume che venne giù di striscio di sul pianerottolo, comparvero i due poveracci spinti alle spalle dal sagrestano.
Videro e vollero ritirarsi, ma la porta era già richiusa dietro di loro.
- Agli sposi, agli sposi! dàlli, dalli!
Tremarono i vetri delle finestre circostanti; da ogni finestra un lume, su ogni porta gente.
- Ah, signori! canaglia! - grugnì Loccio, che si trovò di schianto portato via come da un'ondata; e strinse i pugni, e si volle avventare. Ma gli urli, i fischi, il chiasso di tutti quegli strumenti, di tutte quelle voci sguaiate, gli fecero dar di volta al capo; gli parve di meritar quello scorno, perdè il lume degli occhi, e, fattosi un po' di largo, pigliò la rincorsa e fuggì.
Non cosi Arcangela. Perchè un birbone di fabbro, che avrebbe fatto le beffe a Cristo, se l'aveva già presa sulle spalle, e via gridando e dondolando la disgraziata che annaspava e strideva, seguito un tratto dai più vogliosi di ridere, poi alfine da solo, per crudele gusto continuando a correre, la buttò sulla proda d'un campo contro un mucchio di concio, gridandole in faccia: Ecco, va a letto!
La povera donna stette un po' come il riccio quando fa il morto, ma proprio perchè era più morta che viva. Le rincrebbe di sentirsi tornare il sangue, di rivedere il cielo pieno di stelle lontane, i profili dei colli muti nella notte, la pina del campanile, i tetti delle case di quel borgo maledetto. Meglio sarebbe stato esser morta davvero. Lo aveva conosciuto quel soggettaccio, che l'aveva portata fin lì: già da ragazzo l'aveva sempre tribolata, sfacciato come le scarpe del boia. Lo sentiva che si allontanava.
- Vai, vai, che tuo padre era un galeotto, tua madre, le tue sorelle, tua moglie, donne.... per esse sì, ci vorrebbe questo letto! Hai da finir sulla forca! Pazienza per me... ma quel povero Loccio! che l'abbiano ammazzato?... Oh! Dio, ritornano!
Udiva dei passi e delle voci molte di gente, che pareva venissero dal borgo alla sua volta. E una di quelle voci gridava:
Non era più tempo di star lì. Si levò e per i campi, camminando a salti, inciamponi, cascando a tratti, si allontanava e imprecava:
- Magari Dio, che domani il borgo fosse tutto un lago di zolfo ardente!
Tanti peccati di collera non gli aveva commessi in tutta la vita.
Eppure, se si fosse fermata, avrebbe vista quella stessa turba arrivar pentita, mortificata, afflitta. Avrebbe udito delle parole d'una pietà così vera, che n'avrebbe pianto.
- Ah! abbiamo fatto una bella prodezza! Andiamo, via! che più di così non fanno manco i Turchi. Perchè son poveri, perchè è brutta, disgraziata, ebbene? Ci si va a predica; ma d'esser buoni sappiam solo dirlo ai ragazzi!
- Anche il priore rideva da dietro alle persiane!
Eh! per codesto c'erano, e hanno riso anch'essi.
Cosi spicciolando il pentimento, a gruppi, a coppie, quella gente se ne andava com'era venuta; di qua, di là per le vie del borgo, ciascuno rincasava recando seco un disgusto di più.
Ma colui dalla mano più pronta, che s'era preso quel brutto spasso d'andar a scaricare Arcangela in quel campo, non dovè aver dormito tutta la notte, perchè di prima aurora era già fuori, forse per sentire se fosse seguito dell'altro. Andò sul ponte, accese la pipa, e facendo il viso di nulla come se avesse avuto cento testimoni a spiarlo, guardò la casupola d'Arcangela, su quella costa laggiù, se vi si vedesse gente. Nessuno. Diede un giro intorno al borgo, e vide di là dal torrente, un uomo che camminava rifinito e pareva Loccio. Pensò che il meglio era non farsi vedere, e se ne andò a bottega.
- Se è lui, da dove viene? - diceva tra sè, aprendo la porta; - forse ha passata la notte fuori? Ma! sono stato un bel grullo io! Per far ridere gli altri, ho fatto una cosa! Come se non ne avessi dei pensieri! Ho sempre fatto così.... il buffone! Prima che mi ci ripeschino!
- Sapete, maestro? - spifferò arrivando, allegro come una parussola, il suo garzoncello che era sempre quello delle cattive nuove: - a pie' delle mura lì fuori, c'è una pozza di sangue, come se v'avessero scannato un uomo. Dicono che ve l'ha vomitato Loccio, quando si gettò giù fuggendo. Deve aver dato del petto contro terra...
Il fabbro corse a vedere; e trovò che c'era già molta gente.
- Un bel fatto! Ecco come si fa a rovinare i poveri diavoli! Si vede che ha avuto un trabocco...
- E di là dall'acqua, sulla riva, ce n'è dell'altro del sangue; - disse una contadina, che passava coi secchi del latte: - e l'erba è tutta pesta come se vi fosse giaciuto un bove.
- Ho capito, - pensò tra sè il fabbro, - quello che ho visto era proprio Loccio!
Si grattò l'orecchio, sospirò e si mise a congetturare su quel che avrebbe fatto il misero, che in quel momento appunto, trascinandosi, giungeva alla casa del padre suo.
Micco non aveva per anche saputo nulla, e rigirando tranquillamente lo strame sotto le mucche, pensava come gli sposi dovevano essere contenti, se lassù nella casuccia nessuno si era ancor mosso. Sua moglie mungeva, e non voleva udire le grasse facezie che diceva il marito. Appena Loccio si presentò sulla porta della stalla fu un urlo. Gli corsero trasognati incontro.
- Cosa è stato, che tu sembri un morto?
- E muoio! - rispose il giovane con una voce che parve un soffio.
- Ma che è stata lei? - disse la madre con le mani nei capelli.
Micco Griva cominciò a sagratare, la moglie a piangere, perchè pensava che Arcangela aveva forse già stregato degli altri.
- Se è stata lei, la ammazzo! - tempestava Micco.
Loccio sorrise tentennando il capo e bisbigliò; - Andiamo a trovarla.
Su, su per la salita, a passi, a strappi, giunsero alla stamberga di Arcangela. Videro la donna seduta sulla soglia con la testa tra le mani, fissa a guardare il borgo. Era là dalla mezzanotte. Forse stava ruminando l'imprecazione lanciata parecchie ore prima, e vagheggiando il lago di zolfo acceso che avrebbe voluto vedervi. Alle pedate si volse.
- Oh! Loccio, che cosa abbiam fatto!
- Ma cosa è stato insomma, la saetta che ci schianti tutti? - gridò Micco, sempre più imbestialendo.
- Lo saprete anche troppo; - disse Loccio lasciandosi andare giù sulla soglia: - adesso lasciatemi morir qui.
- Morire! - strillò Arcangela, - morire voi? - E allora soltanto si accorse come il povero Loccio era disfatto. - Oh! ne dovran morir tanti altri se mai...!
Così esclamando e raccontando poi a pezzi e a bocconi la storia avvenuta; si mise intorno a Loccio, lo fece coricare, gli cavò che nella notte aveva dato via mezzo il sangue.
- Ma allora corro pel medico! - gridò Micco, e si lanciò fuori.
La moglie, come istupidita, voleva andar anche essa con lui. Egli la cacciava indietro a sassate, sfogando contro di lei la rapina che l'affogava.
- M'hanno da sentire, m'hanno! Vado dal sindaco, dal comandante, dal re, vado; ma voglio vendetta! L'hanno da pagar oro...
E camminava come un cavallo d'ambio, ansando e sclamando.
- Eh! cose che succedono! - belò con certa voce di pecora, una povera donna che stava a pascere le capre lungo il torrente.
Micco passò, tirando oltre infuriato.
- Dove vai, Micco? che ci vuoi fare? sono celie, che le fanno a tutti; - gli dissero dei lavoratori, che scapitozzavano certi gelsi.
Quando fu passato sentì che ridevano.
Più in su un pescatore, che tirava la rete dall'acqua col perticone:
- Ehi, Micco, ci si sono divertiti ieri sera! E tu dov'eri?
Così, più si avvicinava al borgo, più gli pareva di trovare che in quel fatto della sera avanti tutto era nulla.
- Eppure sono tutti poveri diavoli come noi! - mormorava scorato già un poco.
Ma come fu dentro al borgo, capì che la faccenda era addirittura come se avesse la barba d'un anno. Nessuno lo fermò per parlargliene. Dal medico voleva cominciare a farsi sentire; ma questo gli diede sulla voce, e poi lo quetò partendo subito con lui. A vederlo tornare col dottore, qualcuno dalle botteghe sporgeva il capo, e si facevano dei discorsi sotto voce.
- Oh! mondo cane! - sospirava Micco ogni tratto, andando in giù.
- Fa un bel tacere con un povero figliuolo assassinato a quel modo! chi me li paga i danni?
E quando il dottore vide Loccio, si fece scuro. Lo tastò, lo fece parlare, poi tirò in disparte Micco.
- Se n'avrà per qualche mese.
- Ma guarirà?
- Se Dio vorrà.
Loccio dal letto, Arcangela e Veronica giravano certi occhi. Capivano tutto. E Micco pensava: - Ancora assai che non mi si è messo a letto in casa! mi ci mangierebbe un paio di buoi.
Oh! se furono lunghi quei tre mesi, dal luglio ai Santi. Passavano i giorni, come in sogno, ruote di carro sul petto d'uno che giaccia male, pesanti, lenti, angosciosi.
Intorno al letto di Loccio, dopo un po' di tempo, non si vedeva più che Arcangela: ed egli scemava a occhiate. Sotto le coltri non c'erano omai che due stinchi, un po' di ventre, che nel respirar del malato dava su; pettorali Loccio non ne aveva più punto, sotto le clavicole sarebbero entrati i pugni; la testa, tutta occhi e naso, viveva ancora.
Allora sì, che il nome d'Arcangela, dato a quella vecchia, non sarebbe parso sciupato! Lo dicevano tutti.
- Chi l'avrebbe creduto; che cuore quella donna! Ma che padre. Micco Griva! Nemmeno un uovo ha voluto dare: e la Veronica non si fa più vedere. Ma Arcangela, lei, un po' ieri, un po' oggi, ha già da dare al medico più di quaranta scudi imprestati; mettili insieme colle visite, e i suoi quattro palmi di vigna, addio. Che cuore!
Loccio gli ultimi soli d'ottobre volle goderli stando all'aperto. Arcangela lo vestiva, lo reggeva finchè si fosse trascinato fuori della soglia: ivi lo metteva a sedere, e poi guardavano insieme il cielo, i monti, il borgo, il torrente che veniva, con larghe svolte dalla valle in giù, a lambire il prato lì sotto, dov'era il cimitero.
Stavano così il giorno dei morti, nell'ora che il cimitero cominciava a popolarsi di gente abbrunata, che veniva a portar le corone e le fiaccole sulle fosse, perchè doveva arrivare la processione.
- Arcangela, sarà un bel vedere di qui: ci verrà tutto il borgo, nevvero? Mi sento una voglia forte di lasciarmi andar laggiù rotoloni per la riva, e cascar nel cimitero quando ci saran tutti.
- E io vorrei già essere sottoterra!
- Fatevi vicina, Arcangela: è già andato sotto il sole?
- Perchè la processione tarda tanto a venire? Datemi il mio bastone, voglio andarle incontro.
Loccio fece l'atto di alzarsi; ma ricadde sulla sedia, e di sulla sedia per terra. Arcangela gli fu sopra a tirarlo su; egli con gli occhi stranulati tenne un po' le braccia sporte verso di lei... poi si allentò tutto e rimase disteso, morto.
Veniva in quel momento dal borgo la processione lunga lunga, i fanciulli, le figlie di Maria bianche, le umiliate, i battuti, poi i preti e la turba.
Le campane suonavano, che parevano sgomente; i versi del Miserere cantati da quella moltitudine empivano la campagna di pianto.
Arcangela, fuori di sè, gesticolava, gridava dal colle; scendeva un passo, dieci passi, di piaggia in piaggia, arrivò fin sopra le mura del cimitero, mentre v'entravano i preti e la folla.
- Venite a pigliarlo, voi che lo avete ammazzato... è lassù morto! Che cosa volete che io faccia? Che cosa ci ho potuto io?
Il fabbro, quel fabbro di quella notte c'era e s'andò a nascondere. Ma non ce n'era bisogno, perchè la povera donna non pensava più neppur a sè, e a lei pensavano poco tutti. Pure vi furono dei pietosi, che salirono in su e misero il morto in casa. Uno anzi andò in giro col berretto in mano, questuando pel morto e per la viva. Ma essa non v'era più, non fu vista più. Quella stessa notte passò i monti, calò nell'altra valle; ne passò altri, calò in un'altra; se ne seppe per un tempo per via dei sindaci che la cacciavano dai loro comuni, poi più nulla.
Una sera d'inverno dell'anno di poi, cominciò una nevicata, che fece tappar tutti in casa per tre giorni. Nel borgo qualcuno aveva visto passare di piena notte una vecchietta curva, che andava ciondolando per la via, e fra sè aveva pensato ad Arcangela. Oh sì! a quell'ora chi sapeva ove fosse?
Ma la prima volta che Belfiore dovè squarciare la neve, per andar nel cimitero a sotterrar un morto, trovò sulla porta un ingombro. Levò via un po' di neve, e vide dei cenci, poi un corpo di morta, bocconi. Arcangela!
- To! v'è giusto il medico lassù nel solatìo; sta uccellando alle paretelle, lui! e qui ci ha un'anitra bell'e presa: - disse il becchino - vado a dirgli che venga a vederla! Povera donna!
E mentre saliva, pensava ghignando che quella poca terra dove il dottore uccellava, era stata tanto cara a quella povera morta.
- Signoria, se vuol vedere la Selvatica, è laggiù bell'e fredda, sulla porta del cimitero.
- Morta? - rispose il dottore - vengo subito. Ma quanti uccelli, Belfiore! Dev'essere venuta della gran neve di là dai monti! Nevvero Belfiore?