Giuseppe Cesare Abba
Cose vedute

PRIMI DUOLI

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PRIMI DUOLI

Al tocco d'un giorno d'agosto, Foresto Teodorani, giovinetto di quattordici anni, girava stretto stretto la cantonata della canonica di C..., e, camminando muro muro, entrava in quella bella chiesa parrocchiale del quattrocento, che, anche sotto la gran luce del sole è sempre mesta, come vivesse in qualche suo segreto cordoglio.

Foresto lo aveva sperato, e in chiesa non ci pareva nessuno. Si fermò per segnarsi alla piletta dell'acqua santa; poi, piano piano, quasi in punta di piedi, andò in su, verso la balaustrata, a sedersi su una panca, nella cui spalliera si leggeva il nome della sua famiglia. Ivi stette un poco a guardare qua e , ficcando gli occhi negli angoli oscuri delle cappelle: non v'era proprio nessuno. E così doveva essere, perchè a quell'ora la chiesa era sempre deserta.

Nessuno dunque e nessun rumore, neppur nell'alto delle impalcature fatte per il pittore forestiero, che da mesi lavorava a frescare, nella volta sopra l'abside. Maria Vergine Assunta al cielo. Ma se ci fosse anche stato, Foresto sapeva che il pittore, quando lavorava, non sentiva più nemmeno d'essere in questo mondo.

Lo conosceva bene, aveva persino ottenuto da lui di poter salire a vederlo dipingere; e del resto sapeva pure che l'artista, dopo desinare, soleva andar a dormire sotto i salici, lungo il fiume, o a girar per le vie del borgo per trovare visi di bambini e di giovini, che schizzava su certi suoi foglietti: e, secondo che la gente diceva, li rendeva poi in grande nei gruppi di angeli del paradiso che frescava lassù. Per questo le fanciulle si lasciavano guardar volentieri.

Dunque in chiesa non c'era di vivo che la fiammella della lampada ferma nell'aria, sopra l'altar maggiore, fissa come un occhio che guardasse dall'eternità e vegliasse per tutti, ammonendo che c'è qualcuno che vive sempre, mentre gli uomini a uno a uno se ne vanno. E l'ora era buona per chi avesse voluto pregar da solo. Ma Foresto non era per pregare; si era seduto pensoso, si faceva piccino in quella sua panca; adesso aveva quasi paura di quel silenzio, di quella solitudine che aveva tanto desiderata.

Ogni tantino guardava il pavimento della chiesa, quasi tutto fatto di coperchi di tombe antiche; e gli pareva che proprio non ci fosse verso di scansarla, e che , su quelle ardesie, su quei marmi freddi, scarpicciati dai contadini l'ultima domenica, doveva alla fine inginocchiarsi a fare quella penitenza che don Giosafatte gli aveva data. Aveva avuto un bello sperare qualche grazia: ma la Madonna addolorata, che dalla sua nicchia guardava in su, con negli occhi tutto lo spasimo delle sette lance che aveva in petto, non si curava di lui: san Luigi, protettore degli adolescenti, se ne stava indifferente nella sua cappella: l'Angelo che guidò il fanciullo Tobia e lo salvò dai mostri non aveva cuore: solo santa Teresa, di Gesù, ardente d'amore in quel quadro sotto quell'arcata, sembrava fissa a guardar lui, ma era una Santa fatta dipingere dai Ruzzanti, famiglia nemica alla sua, e Foresto ne aveva quasi soggezione.

Vagabondava così col pensiero e col sentimento, ma insomma non gli sorgeva dal core neppur una voce che gli dicesse d'aspettare ancora, che forse don Giosafatte gli avrebbe cambiato la penitenza. Ed erano già passati tre giorni dacchè si era confessato! Alla fine delle fini la più spiccia era farsi animo, inginocchiarsi, patire, levarsi quel peso dalla coscienza.

Allora il giovinetto si levò dalla panca, diede ancora un'occhiata intorno, andò in mezzo alla navata, s'inginocchiò, si chinò con la faccia quasi sul pavimento, fece una prima croce con la lingua su quelle lastre, e dopo quella una seconda, una terza, e via dell'altre, strisciandosi sulle ginocchia in su, e provando tale compassione di stesso che se ne sentiva struggere il cuore. Ma nondimeno continuando, una dopo l'altra delle croci ne aveva già fatte venti, quando si trovò sotto gli occhi le occhiaie vuote d'un teschio, scolpito a bassissimo rilievo, nella lapide della tomba d'un antico parroco morto in concetto di santo. A quel punto si fermò preso da un brivido, non tanto per la cosa che aveva sotto, quanto per un sommesso scricchiolar di scarpe, che veniva di lassù, dalla parte dell'altar maggiore. Qualcuno lo doveva vedere! Egli osò guardare appena di striscio, senza alzar la fronte, e vide due piedini che si muovevano adagio adagio, discendevano dai gradini della balaustrata, e passo passo venivano verso lui. Oh se in quel momento avesse potuto sparire! Adesso quei due piedini erano li a due passi, e Nerina, la nipote di monsignore l'Arciprete, con la sua vocina melodiosa, parlò:

- Perchè fai codeste croci?

- Per penitenza - rispose Foresto, sempre con la fronte quasi sul pavimento.

- E chi te l'ha data?

- Don Giosafatte.

- Oh Signore! - disse Nerina, - lascia un po' stare; vieni qua.

E andò a sedere su una panca presso. Foresto si levò e a testa bassa le tenne dietro.

- Siedi qui, così: - continuò Nerina, - e perchè don Giosafatte ti diede una penitenza così brutta?

- Perchè ho bestemmiato.

- Come! bestemmiato? Raccontami tutto.

- Tornavamo con mio padre dalla nostra campagna, e io lo faceva camminare lesto lesto, perchè a casa ci avevo una nidiata di passeri che temeva mi morissero di fame. A un certo punto raggiungemmo il signor Albano, e mio padre e lui cominciarono a discorrere; e, sai come fa il signor Albano, parlando, si piantavano in mezzo alla via e stavano ogni volta fermi dieci minuti a chiacchierare. Io mi sentiva venir la stizza; pensava ai miei passeri, mormorava, mi sfogava a dar delle mazzate alle siepi; essi invece sempre più adagio, se ne venivano sempre più discosti da me. Alla fine mi fermai ad aspettarli, e udii che il signor Albano diceva a mio padre: «Ma guarda come cresce il tuo figliolo! E cosa ne dici? Studia? Studia?».

- Ah! - rispondeva mio padre, - se studia! Il suo maestro non sa quasi più cosa insegnargli. È una testa, una testa, mio caro, che se campo mi farà onore.

- E così giù lodi che mi facevano struggere dalla vergogna. Alla fine, non potendo più tenermi, dissi a denti stretti sagr...

- Taci! - interruppe Nerina, quasi mettendo la sua manina sulla bocca di Foresto: - ora non bestemmiare anche qui. Hai fatto male, sai, molto male! Ma insomma poi, quella penitenza!... Quante ne hai già fatte delle croci?

- Venti.

- E quante ne devi fare ancora?

- Trenta.

- Lascia stare, don Giosafatte ha del buon tempo.

Foresto guardò Nerina in faccia, stupefatto, quasi impaurito. Come? Quella fanciulla appena un po' più grande di lui, ch'egli aveva sempre veduta nella canonica e che gli pareva una cosa sola con l'arciprete, la chiesa e la religione, gli diceva di non fare una penitenza che gli era stata data al confessionale?

- Perchè mi guardi cosi? - disse Nerina sorridendo: - ti pare che t'abbia detta una cosa cattiva? E allora fa quel che vuoi. Ma sentimi: don Giosafatte è un ignorante, e se io fossi mio zio, gli leverei la messa, confessione e tutto. Alle volte mi vergogno perfino d'averlo in canonica. Non fa che dire delle sciocchezze, e poi ride; anche se non ridono gli altri, ride lui e basta. Anche la domenica, quando la gente è già stipata in chiesa, ad aspettare la spiegazione, Bibiana gli dice che è tempo di andare. Ed egli ride, e se lo fa dire due o tre volte, poi si muove, stirandosi tutto, e sbuffa; «Oh! andiamo a far quattro chiacchiere!». Le chiama chiacchiere, e va brontolando. Domandalo un po' a Bibiana. Essa che ne ha veduti tanti dei curati, lo guarda e gli fa dei gesti dietro le spalle. A proposito... quant'è che non vedi Bibiana? Mi dice sempre se so perchè non servi più alla benedizione. Una volta, a prendere il foco nel turibolo ci venivi sempre tu...

- Mio padre non mi vuol più vedere vestito da chierico.

- E così ci viene sempre quel Vanni!

Foresto si sentì una puntura al cuore. Nerina lo guardò.

- Viene, ma il fuoco glielo sempre Bibiana, sai; io sto di , non mi lascio neppur vedere. Di' a tuo padre che ti lasci tornare...

- Non vuole è inutile...

- E allora come faccio io, che ogni giorno viene la sera, e mi pare di non aver nemmeno vissuto? Ti ricordi dell'ultima domenica delle Palme? La mia contentezza cominciò allora, quando dal balcone di mio zio buttavamo i rami d'olivo alla gente giù nel piazzale. Io buttai una treccia di palma, e tu ti lanciasti in mezzo a tutti quei che la volevano pigliare, e la pigliasti tu; mi parve di essere io stessa quella treccia, e da allora ho sempre pensato a te...

Essi non sentivano, ma intanto che le loro teste chinate l'una verso l'altra venivano quasi a toccarsi, lenta, lenta, con passi da ombra, facendo la calza, come una persona che capita a caso, girò la panca e comparve dinanzi ad essi la signora Emerenziana, che, stando nella sua bottega di merciaiola in faccia alla chiesa, aveva veduto Foresto entrarvi, trattenersi, e subito era corsa dentro a spiare. Non per nulla la gente la chiamava l'Angoscia.

- Che cosa vuole? - disse Nerina levandosi in piedi crucciata ed altera, mentre Foresto stette con gli occhi bassi.

- Che cosa voglio? Nulla. È il Signore che non vuole che veniate a fare queste cose in casa sua. Guardatela la nipote del signor Arciprete! Bell'onore per vostro zio!

- Cagna! - tonò una voce tonda e solenne che dall'alto empì la chiesa: - va via, cagna, che al primo inferno che faccio ti ci metto dentro con le corna e tutto!...

La signora Emerenziana tirò la testa tra le spalle, ondeggiò, urtò confusa nella panca, ma riescì a fuggire, non ben certa se quelle voci fossero d'un vivo: però dal fondo della chiesa, lanciò un'occhiata indietro, e vedendo che i due giovinetti non s'erano mossi, stizzita d'aver avuto paura, tese la mano che voleva dire: Vendetta.

Veramente Foresto e Nerina erano rimasti ancora perchè colpiti da qualcos'altro. Di lassù, dall'impalcatura, li mirava il pittore barbuto e bianco. Egli s'era affacciato fin dal principio, aveva veduto Foresto fare le croci, e Nerina venire, e parlargli, e farselo seder vicino. Ora sorrideva loro come un padre, e pareva volesse dire: «L'ho fatta correre io? Discorrete pure». Ma i due giovinetti, senza dirsi altro, se ne andarono, lei verso il coro, lui verso la porta maggiore. E il pittore si rimise a lavorare, cantando a mezza voce dell'arie da passero solitario che fa le sue prove e s'ascolta; e con l'arie gli venivano dati dei tocchi di pennello, che alle teste degli angeli mettevano delle aureole come sprazzi di sole.

Così, pieno di quel soffio primaverile, salito da quei due giovinetti sino a lui, egli non udì i passi di Foresto, il quale, giunto alla porta della chiesa, s'era trovato come a dar del petto nel muro, e gli era parso di non potersene andare. Combattuto da passioni diverse, il giovinetto si ripiegò dentro stesso, su quella più facile a sfogar subito, e tornò risoluto in mezzo alla chiesa. E , con certo amaro piacere, si rimise ginocchioni a fare sul pavimento le dieci croci che doveva ancora. Avrebbe voluto che vi fosse stata a vederlo tutta la parocchia. E dicesse pure Nerina! Egli non s'era potuto persuadere di troncar a mezzo la sua penitenza: e cosi, quand'ebbe fatta l'ultima croce, si levò altero e contento! Non avrebbe saputo spiegare il suo sentimento, ma sentiva che se don Giosafatte l'avesse veduto, e non si fosse sentito umiliato in vece sua, peggio per lui.

Uscito di chiesa, Foresto attraversò la piazza, ma adesso con passo fermo e senza riguardi; perchè, fossero pure state aperte tutte le finestre che vi davano, e a ogni finestra affacciato un curioso, non ci avrebbe badato. Aveva l'anima tutta piena d'un dolce mistero nuovo. Passando dinanzi la bottega della signora Emerenziana, vide quella faccia falsa pel vano dell'uscio appena accostato, ma non pensò al male che quella trista studiava di fare a lui e a Nerina; anzi di tutto quel che era stato in quell'ora, non gli tornavano a mente che le parole della fanciulla: «Ora a prendere il fuoco nel turibolo ci viene sempre quel Vanni».

Pigliò una viuzza, senza badare come guardavan lui le donne che cucivano al fresco, sugli usci delle casette, o colpeggiavano cantando al telaio; e sempre cacciato da quelle parole, giunse alla casa di Vanni. Non era casa d'amici, lo sapeva; ma sentiva di non poter vivere senza parlare subito con colui, giovinetto della sua età; in vero non sapeva di che gli avrebbe parlato; solo dava retta al cuore che voleva così. Non lo trovò in casa. Una fantesca, con cert'aria sorpresa di veder lui in casa di nemici, gli disse che Vanni era andato al monte alla tesa; e allora egli, senza pensare alla lontananza, a casa, ad altro, s'incamminò per la campagna a trovarlo lassù.

Arrivò al torrente. E all'amaro sentimento che aveva nel core, si mescolò una dolcezza mesta di ricordi infantili. A quel guado che stava per passare sui pietroni sporgenti dell'acqua, veniva Tecla quand'era viva, la lavandaia di casa sua, che una sera ci aveva trovato lui nato appena, sotto una di quelle pietre che servivano alle donne per lavarvi i panni. Così gli aveva narrato sua madre, una volta ch'egli aveva voluto sapere dove lo avevano trovato. Ed egli, a otto anni, roso dalla curiosità, essendo potuto alla fine scappar di casa non visto, era venuto una volta a quel guado, dove entrato nell'acqua a frugar sotto quelle pietre, aveva sentito scivolar via qualcosa di vivo che s'era messo a guizzar nella corrente, e andato a posarsi sull'altra sponda, di s'era volto a guardar lui boccheggiando. Allora aveva veramente creduto che quell'animaletto fosse un bambino, e si era spinto di per pigliarlo; ma quello con un tuffo si era dileguato via sott'acqua, e addio.

Ricordava le risa piene ed alte di sua madre, cui era tornato a raccontar la cosa; povera madre felice d'allora! Poi era morta, e quand'egli pensava a lei gli pareva che tutto intorno gli dicesse: Mai più!

Passò il torrente, pigliò la viottola tra l'ortaglie, s'inoltrò, e a una svolta, dove le siepi erano alte e fitte, ricordò con una soavità ineffabile, che una volta, passando per quella via con suo padre, ci avevano veduti fermi a parlarsi due giovini, che adesso erano marito e moglie contenti e già con bambini. Gli parve di rivederli ancora com'erano divenuti rossi e confusi; e ripensava come suo padre aveva tirato via con lui, facendo finta di non averli veduti. Ora a quel ricordo faceva contrasto odioso la figura di quella signora Emerenziana, che poco prima era venuta addosso a lui e Nerina, insidiosa e beffarda.

Più oltre, salito il primo colle, lo sguardo gli sfuggì via bramoso alle più alte vette dei monti; e con un senso di giocondità crescente ripensò una sua bizzarria di quando, fanciullo e ammalato, aveva dovuto mandar giù un beverone, che gli era parso il torto più fiero che si potesse far patire a un innocente. Si sentiva come se fosse ancora stato nel suo lettuccio, di faccia alla finestra aperta, dalla quale si scoprivano appunto quelle vette che ora aveva dinanzi. In quel lettuccio si era sfogato a meditare una vendetta grande come il suo sdegno. Sì: su quei monti che contornavano il suo paese, come parevagli allora, doveva posarsi la gran volta del cielo, proprio come la campana di vetro che copriva l'orologio sul caminetto della sua camera. Appena si fosse potuto reggere, sarebbe uscito di nascosto, avrebbe infilata la via, e giunto su uno di quei monti, o con sasso o con bastone avrebbe menato un colpo contro quella volta azzurra, che sarebbe di certo rovinata giù in pezzi, con immenso fracasso. Egli di lassù si sarebbe volto a guardar il mondo oppresso sotto quei pezzi di cielo.

Tocca e va, tra queste ed altre memorie che gli davano un sentimento d'aver già vissuto molto, sempre tornavano quelle parole di Nerina, il fuoco nel turibolo e quel Vanni. Che cosa credeva quel suo compagno di scuola? Che se egli non poteva più andare a servire in chiesa, Nerina fosse divenuta sua? E col soliloquio si accompagnava la visione della chiesa piena di gente inginocchiata nel buio a cantar le litanie, alternando i versetti con gli accordi che dall'organo spaziavano a riempire i cuori di religione. Intanto il sagrestano accendeva i ceri, uno, un altro, un altro; la chiesa lassù nell'abside si inondava di luce; nella sagrestia i preti si paravano in fretta chiacchierando tra loro; e su per la scaletta che metteva nella canonica, Vanni saliva con la sua bella cotta indosso e col turibolo tra le mani, infilava il corridoio stretto e oscuro, voltava a destra, spingeva l'uscio, eccola! Sotto la cappa del camino, ampia come un baldacchino, con un piede sullo scalino del focolare e con le molle in mano per dar le brace, bionda, rosea sorridente, Nerina appariva come quando aspettava lui. Ah!

Appunto con quella visione guadagnava il ciglio dell'ultima vetta. , in mezzo a una spianata verde, che destava un senso delizioso di pace e di contentezza, sorgeva la tesa di Vanni. Foresto spuntò tra i cespugli. E proprio in quel momento i richiami, che mentr'egli saliva mandavano appena qualche verso stanco, si misero a fare un chiasso vivissimo; ed ecco uno stormo grande d'uccelli voltar da dietro una distesa di faggi, venir di lancio per posarsi, toccar appena, ondeggiare, e via, come fossero uno solo, rialzare il volo e sparire. Allora il capanno si scosse tutto e ne saltò fuori, sfolgorante di collera, come se avesse avuto in mano tutte le saette del cielo, quel Vanni odiato, il quale colto un sasso, con tutta la forza che aveva nel braccio lo scagliò urlando contro Foresto. Questi potè appena scansarlo chinandosi, ma pel rombo che se ne sentì sulla fronte, infuriò, squarciò la siepe, lacerandosi, insanguinandosi, e si lanciò. Vanni si vide perduto e fuggì. Fuggì dove potè; e Foresto dietro, volando e gridando: Tanto t'arrivo!

La distanza spariva; non c'erano più che pochi passi e poi, giù, la mano nei capelli, una stretta da schiantargli la testa, e a terra! che quel tristo domandasse pietà: sapore acre della vendetta! Ma no. D'un tratto Foresto si fermò. Dinanzi, laggiù, lontano, traverso una foce di monte, vide un piano azzurro, infinito, tranquillo, che doveva essere il mare. Gli parve di sentirsi rapire. E allora il suo cuore si sciolse, s'allargò, provò un senso di abbandono divino, un desiderio di aver l'ali, lanciarsi, empire di tutto quello spazio, o essere su quella nave di cui si vedeva appena il bianco della vela, laggiù, laggiù; e andare, andare, sempre più in , e aver Nerina con ; che dolce smarrirsi!

E che Vanni continuasse pure a fuggire! Fosse anche tornato, Foresto non avrebbe più badato a lui; o forse gli avrebbe stesa la mano, in faccia a quel mare, sotto quei faggi che facevano delle ombre, come navate d'una chiesa sterminata, e mettevano in quel gran silenzio la loro gran pace.

Quella pace discese anche nel cor di Foresto, il quale sentiva come un'onda deliziosa per tutta la vita solo a pensare che, al primo incontro, avrebbe detto a Nerina che aveva veduto il bel mare sulle cui rive era nata.

Ma la sera, quando tornò nel borgo, trovò che nel piazzale della canonica c'era la cavalla di Monsignore attaccata al calesse. Da quel che provò gli parve di aver capito subito tutto, perchè si sentì far dentro un buio di morte. Tuttavia si sforzò di sperare, e stette a vedere in distanza.

Eccoli: essa dinanzi e Monsignore, suo zio, dietro di lei, uscirono dalla canonica; e Nerina faceva i passi come una sonnambula.

Montarono nel calesse. Monsignore frustò, e la cavalla partì; Oh Dio, Dio, Nerina se n'andava, e veniva la notte! Perchè il Signore permetteva che ci fossero nel mondo dei dolori di quella sorte?

Povero Foresto! Non seppe neppur pensare che la signora Emerenziana aveva parlato, che Monsignore aveva creduto, e che questi, menando via Nerina, credeva di salvar lui e lei dall'ultima perdizione.


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