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I. | «» |
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I.
Due istinti fondamentali sono nell'uomo: l'istinto di conservazione - l'istinto di procreazione.
Il primo ha la sua sede nei bisogni fisiologici, che mirano alla preservazione dell'individuo: alimentazione, respirazione, moto, ecc. - il secondo nei bisogni sessuali, che tendono, a traverso gli stimoli dell'incosciente, alla conservazione della specie.
All'azione benefica del primo si deve, se l'individuo vive, si sviluppa, e progredisce nella parabola della sua particolare esistenza; dai risultati organici del secondo deriva al genere umano la conservazione e la espansione nella sua vita collettiva.
Su questi due istinti si incardinano due bisogni primordiali ed imprescindibili, a pena di morte per l'individuo e per la specie: il bisogno di alimentarsi, ed il bisogno di procreare. La insoddisfazione del primo istinto vuol dire cessazione di vita per la monade individuale; la rinunzia o l'impedimento assoluto al secondo, significherebbe scomparsa della specie come comunità vivente.
Sono queste due sanzioni fondamentali delle leggi biologiche che legano indissolubilmente la esistenza dell'individuo a quella dell'intiera specie - giacchè è per l'una che l'uomo vive, per l'altra che l'umanità rinasce e si perpetua.
Su queste basi naturali si adagia una morale positiva, che fondata su gli stessi bisogni dell'individuo, dà all'uomo cosciente la nozione esatta della sua posizione nei rapporti col consorzio dei suoi simili, e forma già nelle menti precorritrici, in questo ultimo stadio di barbarie decorata, la concezione di nuove e più sane norme di condotta e di vita.
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Da questa premessa derivano i due primitivi diritti umani; il diritto di vivere e il diritto di amare.
Ma sinchè il diritto rimane come astrazione giuridica non ha nessun significato concreto e reale. Ogni individuo, per il solo fatto della sua nascita, ha il diritto alla vita, da esercitare - prima di ogni altro; e chiunque si oppone in un modo o nell'altro all'esercizio pratico di questo naturale diritto, viola nel proprio simile, le ragioni ed i fondamenti dell'esistenza propria.
Giacchè la vita sociale non può essere solidalmente fondata che su questo reciproco riconoscimento, che ognuno ha diritto di attingere il necessario dei bisogni propri nel serbatoio delle ricchezze, che la natura madre e la operosità collettiva delle generazioni precedenti crearono a vantaggio della umana famiglia.
Nessuna dichiarazione di diritti umani può aver quindi valore per l'individuo, se non nella espressa sanzione sociale, che riconosca in ogni uomo la facoltà di disporre di quanto esiste per le utilità di lui, in ragione dei bisogni suoi, col solo limite delle possibilità collettive.
La soluzione del problema, nei rapporti tra l'individuo e l'aggregato di individui che si chiama società, deve contemporaneamente avvenire, e nel campo economico ed in quello politico.
Essendo la base morale e giuridica dell'economia individualista, oggi dominante un principio diametralmente opposto a quello che impera nelle leggi biologiche degli aggregati animali superiori, come la specie umana - la rivoluzione che or si presenta fatale nella storia, non può essere che un risorgimento profondo di codeste fondamenta morali della società moderna, che dopo un secolo di sfrenata concorrenza dell'individuo nella lotta vitale, ha ormai esaurito tutta la parabola ascendente e discendente delle sue forze, per dar vita a forme nuove di convivenza, nelle quali l'uomo invece di conquistare il benessere lottando contro i proprii simili, miri ad assicurarsi la felicità col concorso di loro, e nella stabile garanzia del benessere a tutti rivendicato.
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Se si osservano le fasi di sviluppo della società umana, dalle epoche primitive ai nostri giorni, è giuocoforza convenire che la evoluzione procede dalle forme più brutali di lotta alle tendenze più alte e miti di solidarietà.
L'istinto di conservazione si manifestava, primitivamente, nella forma più bestiale di guerra tra l'individuo e gli altri suoi simili.
Si può dire, senza tema di esagerare, che il primo stimolo all'omicidio, ch'è la genesi e il protoplasma della guerra, presso i cannibali antropomorfi, venisse dall'appetito di poter divorare il proprio simile, vinto ed ucciso.
L'uomo era allora veramente lupo all'uomo - perchè nel proprio somigliante, come in qualsiasi altro animale, non vedeva altra utilità, che quella di una sostanza alimentare di cui poteva cibarsi.
L'altro istinto fondamentale della procreazione si manifestava allora in un modo altrettanto bestiale.
Come per la conquista degli alimenti, così per la conquista della femmina, la lotta, nelle sue forme più feroci, dominava tra gli uomini, che si trovavano ancora sulle soglie del mondo animalesco, ed affermavano tutti i loro appetiti nella forma più violenta.
Gli stimoli sessuali, come quelli dello stomaco agivano con prepotenza - e l'individuo per soddisfarli trovavasi in continuo ed aperto contrasto con tutti gli altri. Non scambio di servigi, allora, non comunanza di lavori e di interessi, non mutua dipendenza di rapporti economici e morali facevano per anche parlare i sentimenti di benevolenza e di simpatia per gli altri individui, in quello stato iniziale di disgregazione selvaggia. Fu solo dopo le prime esperienze che l'istinto di conservazione, nella lotta con gli altri, fece comprendere all'individuo isolato la necessità di associare le proprie forze a quelle di altri per difendere sè ed i suoi dalle aggressioni esterne, o per vincere più facilmente, con forze associate, contro forze associate, le prime rudi lotte per la esistenza sociale.
Così fu, che per un bisogno di offesa e di difesa, onde conservare la vita o conquistare i mezzi atti a mantenerla, per la prima volta vagì in fondo alle rozze anime primitive il sentimento di solidarietà.
D'allora in poi ogni progresso, ogni tappa decisiva nel cammino della civiltà fu contrassegnata da uno sviluppo, sempre maggiore, di cotesto sentimento, che allaccia le forze e gli spiriti umani nella lotta, su terreno sempre più vasto - dalla tribù alla città, dalla città alla regione, dalla regione alla nazione: e da questa, in un domani irrevocabile, all'umanità intera.
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Similmente, nel seno stesso di ogni aggregato di individui: tribù, città, regione, nazione - il duplice istinto di conservazione dell'individuo e della specie andò determinando tendenze e bisogni ognor più sviluppati e capaci di considerare i propri simili come un complemento necessario ed integrante della esistenza individuale, e di non immaginare l'io concreto, se non come un atomo inseparabile dalla vita e dall'anima della intera società.
Fu per sentimento di constatata utilità da prima, di ragionata simpatia di poi, che l'individuo cessò di mangiare il suo nemico vinto - quando si accorse che avrebbe potuto ricavarne un profitto maggiore facendolo lavorare per lui.
Fu in questo secondo stadio della lotta intersociale, che nacque la schiavitù che era una forma addolcita di antropofagia. L'uomo non mangiava più l'uomo: solo se ne serviva come di una bestia, utile con il suo lavoro a mantenere il vincitore nell'ozio.
La seconda fase di antropofagia economica, mitigata ancora, fu la servitù della gleba, nell'epoca di mezzo; quando i vincitori riconobbero che era più utile rinunziare alla padronanza diretta sui vinti, potendoli spogliare lo stesso dei loro prodotti, in virtù d'un privilegio di nascita o di gerarchia, senza l'obbligo di mantenerli, come è necessario fare con dei capi di bestiame.
Con la rivoluzione politica, che abolì i privilegi feudali, lasciando solo il denaro dominatore del mondo - la classe vittoriosa nella lotta, giacchè si era accaparrata tutte le risorse della vita dal capitale alle ricchezze naturali, trovò che bastava la semplice dipendenza economica dei lavoratori, per farne degli strumenti docili e delle macchine di produzione così feconde di ricchezza per la classe parassitaria, come produttrici di miseria per sè medesime.
Malgrado le nostre giuste ed acerbe critiche alla presente organizzazione sociale - la marcia è stata gigantesca dell'antropofagia primitiva alle attuali forme di sfruttamento economico e di dominazione politica.
I vinti di oggi, nella guerra economica non possono dar la battaglia campale agli ultimi dominatori, se non in nome di una morale, opposta a quella delle epoche primitive e di quella attuale e più conforme agli istinti di conservazione dell'individuo e della specie modernamente e scientificamente intesi. Agli ultimi ruderi della antropofagia, nel campo economico e politico il proletariato combattente non può logicamente contrapporre che il principio della solidarietà.
Dalla rivoluzione del 1789 in poi il principio individualista, dal campo economico a quello morale, ebbe il suo più vasto trionfo in tutte le manifestazioni dell'attività umana.
E mentre, per lo sviluppo della grande industria, per l'allargarsi sempre maggiore dei mezzi di comunicazione, per l'intrecciarsi vieppiù complicato delle relazioni materiali ed intellettuali tra individui ed individui, andavano di volta in volta aumentando i rapporti di mutua dipendenza tra loro , e conseguentemente i legami di affettività e di interesse comune - da un lato l'economia politica, dall'altro la filosofia metafisica della libertà in urto con le scoperte delle scienze naturali, avevano portato l'ente individuale all'esagerazione della sua personalità - come se questa fosse separata di diritto e di fatto da quella dei simili cooperanti nel comune ambiente di lotta, e come se l'individuo non rappresentasse, in ultima analisi, l'atomo vivente nella e per l'associazione con gli altri atomi umani, formanti l'organismo sociale.
La dichiarazione dei diritti dell'uomo, che aveva proclamato in astratto il diritto dell'individuo alla vita, alla scienza, alla libertà, si dimenticò di collocare la garanzia di coteste rivendicazioni civili sulle granitiche fondamenta di una solidarietà di interessi, da cui scaturisse, per la forza stessa delle cose, la sicurezza positiva che le ragioni di ciascuno trovassero la difesa loro naturale nell'appoggio di tutti gli altri consociati.
Ma se la trasformazione della proprietà da feudale a industriale-capitalista, non passava dal dominio privato a quello pubblico, come piattaforma di un nuovo ordinamento economico a base di uguaglianza di fatto - bensì, restando patrimonio individuale le ricchezze naturali o quelle prodotte dall'altrui lavoro - non fu grandemente spostata la serie dei rapporti tra società e individuo: che anzi, con la sfrenata concorrenza nel campo industriale e commerciale e con la egocrazia trionfante, la lotta fra l'uomo e l'uomo e l'antagonismo più aspro tra le classi, anzichè avere una tregua, ebbero una esasperazione acutissima; e forse mai nella storia si ebbe l'esempio di così sterminate ricchezze a lato di miserie così spaventose, come quelle che ora formano il contrasto più aperto con la pacificazione teorica dei diritti civili e politici.
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