Pietro Gori
Le basi morali dell'anarchia

II.

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II.

Il concetto della libertà, nella sfera delle attività sociali più complicate e più raffinate, è andato sempre più rapidamente trasformandosi. Come non esiste nel mondo morale il libero arbitrio, se non come illusione ereditaria dei nostri sensi, così in senso assoluto, non esiste autonomia completa dell'individuo nella società. L'istinto di socievolezza, sviluppatosi man mano nell'uomo con l'incalzare della civiltà, è divenuto bisogno fondamentale della specie, nel suo ulteriore sviluppo, e riconosce ormai nel principio di associazione la leva più salda e pronta che per gli sforzi di ciascuno e di tutti possa sospingere l'umanità sul cammino ascendente dei suoi destini migliori.

Donde la concezione tutta moderna e sociologica della libertà, che se trova nella mutua dipendenza dei rapporti tra individuo e individuo, una piccola limitazione alla indipendenza assoluta di ciascuno di essi, nel tempo medesimo trova nella rafforzata e vieppiù complessa solidarietà sociale, la sua difesa e la sua guarentigia - per modo che invece d'essere sminuita, essa sentesi accresciuta.

Se l'uomo selvaggio, nello stato antisociale pare a prima vista più libero, è incomparabilmente più schiavo delle forze brute dell'ambiente che lo circonda, di quello che non sia l'uomo associato, che nell'appoggio del proprio simile trova la salvaguardia dei suoi diritti.

Ma l'associazione, nel senso di aggruppamento organico delle varie molecole sociali, non esiste ancora. Poichè nell'attuale società non c'è fusione spontanea di elementi omogenei, ma amalgama incomposta di principii e di interessi contradditorii.

Al principio della egocrazia, nel campo economico e politico (giacchè lo sfruttamento e il dominio di classe non ne sono che la conseguenza, per solidarietà istintiva delle due forze dominatrici: il danaro e il potere) sta subentrando, nella elaborazione lenta e sotterranea della nuova forma e della nuova anima sociale, il principio del mutuo appoggio, più conforme allo sviluppo della evoluzione progredita, che rimase apparentemente interrotta da questa parentesi, fosca e splendida ad un tempo, che fu il diciannovesimo secolo.

Splendida perchè la stessa sfrenata concorrenza tra gli individui e le classi, che rappresentò - sul terreno economico - un vero e proprio ritorno al selvaggio individualismo primitivo, creò i miracoli della meccanica, dell'industria, della ingegneria moderna. Fosca, perchè le opere gigantesche di questa lotta, a di miliardi contro la natura resistente, costò milioni di vite umane, di nobili esistenze oscure, spente dopo stenti inenarrabili, coi muscoli spremuti d'ogni forza, e d'ogni vitalità sotto la strettoia del salariato. Cosicchè può dirsi , che il colossale edificio della civiltà borghese, il quale avrà pure un posto cospicuo nella storia del progresso materiale e scientifico dell'umanità, è stato costruito con cotesto cemento di vite operaie, e la grande anima collettiva delle classi laboriose palpita nell'organismo infinito di tutta la moderna produzione, come se la forza animatrice di quelle vite spente sul lavoro, o per il lavoro, fosse trasfusa nelle cose dal lavoro create.

Da questa condizione nuova di operosità e di sforzi associati, per i mutati mezzi di produzione, in cui dominano sovrane la grande macchina e la grande officina sorge trionfale il principiò giuridico nuovo di un diritto sociale sul prodotto dovuto al lavoro collettivo.

Non sono più le lamentele sentimentali dei santi padri della chiesa contro la iniquità, che calpestando i più divide gli uni dagli altri, i figli di dio, come diceva Giovanni Crisostomo. E neppure sono le dichiarazioni naturiane dei preraffaeliti del socialismo semplicista reclamanti per ciascuna la sua parte di terra, di pane e di sale - a tutti in comune elargito dalla natura madre. Non sono le invettive ascetiche dei vecchi comunisti, innanzi alle paure del millennio; non le dichiarazioni filosofiche ed astratte degli enciclopedisti sui diritti dell'uomo, dinanzi alla rossa alba dell'89. È qualche cosa di più, e di meglio: la maturità di certi fatti, e la compiuta evoluzione di certe forme.

Mai come adesso, per le necessità della divisione del lavoro nella grande industria e nell'opificio meccanico, l'operaio si trovòstrettamente legato all'operaio, i mestieri ai mestieri, le arti alle arti, mercè la mutua dipendenza e lo studio combinato degli sforzi da cui si sviluppa una resultante assai maggiore della semplice somma delle forze singole. L'associazione di cotesti sforzi per accrescere la produzione, è andata, man mano, creando, oltre che i legami materiali, che ormai allacciano indissolubilmente i lavoratori tra loro anche quei legami morali, da prima inavvertiti, e poi, di volta in volta più saldi, perchè più coscienti.

E poichè le idee e i sentimenti non sono che la immagine riflessa dei fatti del mondo esterno e delle sensazioni ricevute al contatto con essi, questa coscienza del proletariato - che sorge dalla quotidiana esperienza e dalla diuturna constatazione, essere esso soltanto il produttore d'ogni ricchezza, e le sorti di ciascun operaio risultare strettamente legate alle sorti di tutti gli altri suoi compagni - non fa che fondere ognor più le forze e le anime operaie ad un fine ben chiaro e determinato: liberare il lavoro del parassitismo padronale, affrancandolo da questa ultima forma di schiavitù economica che prende il nome di salariato.

E poichè la rivoluzione ormai completa apportata dalla meccanica in tutte le arti ed in tutti i mestieri col socializzare nella fatica le braccia operaie, lavoranti prima isolate, ha già elaborato lo scheletro di un mondo nuovo, nel quale la socializzazione della fatica senza il godimento del prodotto, per parte di chi si affaticò, sia completato dalla socializzazione dei godimenti del prodotto medesimo, dichiarato di diritto e di fatto patrimonio comune alla intera società, una corrispondente rivoluzione delle coscienze e delle forze proletarie compirà il lento lavorìo di cotesta trasformazione dei rapporti economici e morali tra gli uomini, integrando la struttura sociale tipica, che rappresenti l'oasi di riposo ove l'umanità dopo i millennii di travaglio e di dolore, possa riprender lena dal faticoso cammino - ed ove i due istinti fondamentali dell'uomo: conservazione dell'individuo, e conservazione della specie - trovino alfine il modo di conciliarsi dopo il lungo dissidio; dove l'uomo, per conquistare il suo benessere non debba passare - come i prepotenti dell'oggi e dell'ieri - sul corpo dei propri simili; giacchè questa non sarebbe la libertà - bensì il perpetuamento della tirannide, sotto altra forma. Alla violenza dei governi subentrerebbe la violenza dell'individuo - espressioni brutali, l'una e l'altra, della autorità dell'uomo sull'uomo. La libertà di ciascuno non è possibile che nella libertà di tutti - come la salute di ogni cellula non può essere che nella salute dell'intero organismo. E la società non è un organismo? Una sola parte d'esso ammalata, tutto il corpo sociale ne risente e ne soffre.

Solo un selvaggio della Papuasia, che ricorda innanzi ai trionfi della scienza l'animalità primitiva dell'uomo, può negare coscientemente cotesta verità.

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Si è detto, e ripetuto a sazietà, dai denigratori in buona e in mala fede delle dottrine anarchiche, che l'anarchia non può aver morale.

Ed anche parecchi seguaci del nome, non già dell'essenza etico-sociale che la parola anarchia contiene, ribadirono lo stolto pregiudizio.

Certo che la morale della libertà non ha nulla di comune con quella della tirannide, sotto qualunque nome questa si ammanti.

Per quanto si dica il contrario, la morale ufficiale dell'individualismo borghese è ancora un po' quella dei Papui, ricordata dal Ferrero. - Che cosa è il male, e che cosa è il bene ? chiedeva un viaggiatore europeo ad uno di cotesti selvaggi. Ed il selvaggio rispondeva con convinzione: «il bene è quando io rubo la moglie di un altro - il male è quando un altro ruba la moglie mia.»

La stessa cosa non è per la morale ortodossa ed ipocrita, che oggi impera, buona o cattiva, intrinsecamente ed oggettivamente, per il bene od il male che essa reca ad uno o più individui od a tutta la società - ma viene considerata virtuosa o malvagia a seconda dell'utilità o del danno che ne risente l'individuo o la classe, che soggettivamente la giudica.

Cosicchè, per cotesta morale caotica, la medesima azione può essere giudicata dagli uni eroismo, dagli altri follìa, da quelli gloria, da questi infamia. Un massacro di popolo, una strage di vecchi, di donne, di bambini inermi, trucidati freddamente in nome di un principio astratto ed il più delle volte bugiardo, l'ordine pubblico, possono procacciare galloni ed onorificenze a colui, che ha comandato ai fucilatori, od agli sciabolatori. La storia è piena dei nomi di codesti capi briganti illustri, disposti a passare con grande disinvoltura - come i capitani del medio evo - dall'una all'altra dominazione, purchè si trovino mantenuti nell'ozio lussuoso ed improduttivo. Solo i calpestati, gli oppressi, i superstiti dei trucidati, maledicono, in cuor loro gli impennacchiati assassini. Ma quando un esasperato dalla lotta spaventevole per la vita, in una società imprevidente, che a ben pochi assicura - e non certo ai più laboriosi ed ai più meritevoli - un comodo posto al banchetto dell'esistenza, quando uno sconfitto da queste crudeli battaglie di tutti i giorni, per il pane, si rivolta e colpisce - nel delirio di un odio che non perdona - un potente, cui egli creda felice, anche se nella sua potenza si dibatte il dolore (questo pallido compagno dell'uomo) allora il giudizio sarà, per l'atto di costui, ben diversamente spietato. Quelli cui l'atto nuoce o minaccia saranno i più inesorabili verso di lui quanto più avranno tuffate le mani nel sangue del loro simile. E non solo contro di lui si griderà crucifige; ma contro tutti coloro che professano le idee, che esso dice di professare - non importa poi se egli li abbia mai conosciuti, o se costoro abbiano o no mai approvato la loro azione. Essi saranno perseguitati, imprigionati, torturati in massa - compiendo contro tutto un partito, o meglio contro una corrente vastissima e irresistibile di principî e di idee una vera e propria vendetta trasversale per il fatto di un solo - e risuscitando le forme più crudeli e scellerate di inquisizione al pensiero.

E giacchè si insinua dagli uni, e si afferma dagli altri, che la morale anarchica proclama la violenza dell'uomo contro l'uomo - attendano gli avversari di mala fede, o di crassa ignoranza, e gli anarchici non coscienti, ch'io provi matematicamente, che la morale anarchica è la negazione completa della violenza.


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