Pietro Gori
Le basi morali dell'anarchia

III.

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III.

C'è un altro pregiudizio diffusissimo da distruggere, pregiudizio che inganna i denigratori e persino alcuni seguaci dell'idea anarchica. Perchè qualche ribelle, che si dichiarò anarchico, lanciò una bomba, o colpì di pugnale, o di rivoltella - non certo in nome di teorie astratte, ma travolto dall'ira fermentata nelle miserie lunghe, nelle persecuzioni poliziesche, nelle provocazioni di ogni maniera - si arrivò a concludere, che la dottrina anarchica non era che una scuola di complotti e di violenze una specie di cospirazione permanente, intenta a fabbricar bombe, e ad affilar pugnali. Così la dipinsero gli agenti delle polizie politiche - e certi gazzettieri caricarono le tinte, per aiutare la reazione a soffocarne la propaganda.

Dato anche che gli anarchici, per esasperazione e per temperamento, fossero tutti violenti - e non è vero - non sarebbe dimostrato affatto, che l'anarchia ha una morale di violenza.

Ma per ognuno di cotesti perseguitati, che esplode il lungo dolore compresso nell'attentato clamoroso, ve ne sono delle migliaia e migliaia, che da anni ed anni sopportano con eroica serenità asprezze senza nome, miserie senza tregua, amarezze senza conforto.

Ne ho conosciuti, nei miei esilî ormai periodici a traverso il mondo, una moltitudine, e di tutti i paesi, e di tutti i temperamenti - e la maggior parte di cotesti innamorati della libertà mi si è rivelata, quasi sempre, sotto il comune rapporto, di una morale superiore: uno slancio istintivo di altruismo e di bontà sotto la ruvidità popolana, un sentimento di gentilezza semplice e leale.

Che se nelle file dell'anarchismo vi fossero pure tutti i detriti delle cloache sociali (e non è vero) sarebbe il caso di ricordare con Renan e con lo Strauss, che la maggior parte di coloro, che seguivano Cristo nelle sue predicazioni, era composta di uomini e donne, già colpiti dalla legge, come delinguenti comuni: il che non impedì, che da cotesta gente, in cui s'infiltravano i principî di una morale superiore a quella allora dominante, uscisse la forza rivoluzionaria che rovesciò il mondo pagano. Perchè il sentimento rivoluzionano, come diceva Victor Hugo, è un sentimento morale.

E dopo (poichè i paladini di tutte le violenze, purchè sieno governative, e portino il bollo dello Stato, insistono sulla essenza violenta della dottrina anarchica) si compiacciano un po' di fare un bilancio delle prepotenze, delle sopraffazioni, delle crudeltà, dei delitti, freddamente meditati e voluti dai governi - e mettano pure sull'altra bilancia gli atti di violenza individuale commessi da anarchici o da ribelli dichiarantisi tali, e si vedrà quale è la scuola permanentemente organizzata per impiegare la violenza dell'uomo contro l'uomo, sino alla spogliazione, sino alla rapina, sino all'omicidio. Ma questo, secondo i difensori della violenza legale, non è il male. Questo non è il delitto, secondo la morale della civiltà Papua, giacchè ad essi non nuoce.

Perché, come rispondeva il selvaggio: «Il bene è quando io rubo la moglie di un altro, il male è quando un altro ruba la moglie mia.»

La violenza dunque non essendo sino ad oggi che una delle manifestazioni della lotta per la vita - e non certo gli anarchici inventarono questa legge crudele della storia - essa diventò lo strumento della oppressione, e per quell'istinto di imitazione e quel contagio dell'esempio, che dominano le azioni umane, divenne pur l'arma della rivolta dell'oppresso.

Con la frode e con la forza i vincitori, in questa spasmodica lotta millenaria, tennero il piede sui vinti ed i vinti, per diritto di rappresaglia, adoperarono di tanto in tanto, individualmente o collettivamente, la forza contro i dominatori.

Non è forse piena la letteratura classica, di cui sono imbevute le classi colte, di cotesta apologia aperta della violenza, quando questa serva di strumento a ciò che si crede il bene?

Gli omicidi politici, glorificati perfino nei libri per educare i fanciulli, ebbero apologisti feroci sin nella bibbia, ed il fatto di Giuditta, che con la frode e la violenza, giunse a trucidare Oleferne - combattente contro Betulia in guerra aperta - ha fatto lacrimare di commozione più di una monaca e di una educanda isterica.

Il mito di Roma si apre con un fratricidio e per qual causa commesso!... Eppure questo Romolo, che per una burla innocente, uccide il fratello Remo, è, nella preistoria della eterna città, il divo Quirino - il venerato nei secoli. Eppure le avventure di questo pazzo morale - realtà o leggenda che sieno - si insegnano come l'a b c della educazione del cuore, nelle scuole pubbliche d'Italia, e di molti altri paesi.

Il classicismo di Roma e di Grecia rigurgita di queste reminiscenze feroci - e Bruto, che per la cinica ragion di stato, ordina ed assiste tragicamente allo strazio dei figli giovinetti, è la espressione più classica ed atroce della violenza governativa.

Più ancora; tutta la tradizione e la educazione militare, che furono e sono purtroppo ancora, l'anima e la corazza delle organizzazioni politiche passate e presenti - che rappresentano, se non la scuola della prepotenza manesca e dell'omicidio collettivo?

Eppure un macello di creature umane, commesso in guerra - o magari in una repressione di moti popolari - si giudica dai più fatto glorioso, se rafforza (sia pure con torrenti di sangue e con cemento di dolori e di vite umane) quello schiacciante fortilizio, che è lo Stato.

Lo Stato, poi, nelle uniformi sue rappresentanze, si arroga il diritto di patentare quelle violenze, e di glorificare quei violenti, che incarnano il principio che a lui vita. Cosicchè in Italia, per esempio, dove pure non esiste ancora un monumento a Galileo - le piazze e le strade sono oramai tutte ingombre di statue, e di colonne dedicate a gente, la cui migliore abilità nella vita fu quella di saper ben menare le mani, e di esser riuscita ad ammazzare molte persone, in guerra leale.

Questa monumentomania, che riproduce nei marmi e nei bronzi la frenesia collettiva, ch'è nelle anime delle classi dirigenti per la forza armata, si riproduce sulle pagine delle infinite storie ad usum delfini, che ciascuno Stato bolla col dogma della sua infallibilità.

Infatti nella epopea patriottica d'Italia ormai tutte le violenze, individuali o collettive, contro i poteri allora dominanti (dall'attentato di Agesilao Milano a quello contro il Duca di Parma) sono state oramai, non solo giustificate, ma glorificate ufficialmente - perchè senza quella rivoluzione lo Stato Italiano non sarebbe sorto; così, per l'eterno avvicendarsi delle cose, divenne oggi gloria ciò che era delitto ieri. E nello stesso paese, dove i tribunali militari condannarono a secoli di reclusione dei ragazzi colpevoli di aver lanciato sassi, per protestare contro un governo di affamatori - un glorioso monello di Genova, Balilla, ha pure il suo monumento, per avere saputo lanciare il primo sasso contro gli oppressori stranieri. La sola differenza - meno la statua ed i secoli di reclusione - tra gli uni e l'altro, è: che questo si rivolta contro una tirannide straniera - quelli contro una prepotenza paesana. Il movente fu identico: lo sdegno contro l'ingiustizia.

Ma per i ragazzi d'Italia, come per i combattenti di ogni età, nulla apparve più vero della frase di Brenno: Guai ai vinti!

Oh, se invece d'essere uccisi e sconfitti, essi fossero stati vincitori forse gli stessi gazzettieri che oggi li cuoprono di fangose contumelie, si darebbero da torno, per innalzare anche a cotesti Gavroches del proletariato, il monumento della vittoria.

La violenza non può formare il substrato dottrinario di verun partito, e non fu nella storia se non un mezzo di soperchieria e di tirannide tra le classi e le dominazioni tra loro e sopra i dominati; essa fu adoperata anche come strumento di riscossa, come già si è detto, per parte degli oppressi, senza che per questo diventasse il principio teorico delle loro rivolte; giacchè quando gli schiavi antichi si ribellavano al gioco dei patrizi di Roma, la violenza che essi ritorcevano per necessità di lotta e di liberazione, non era il fine, bensì il mezzo: il fine restava sempre quello che è palpito invincibile dell'anima umana: la libertà.


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