Pietro Gori
Le basi morali dell'anarchia

IV.

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IV.

Così pure quando contro il vecchio regime, scricchiolante sui cardini arrugginiti, si rovesciarono le bufere rivoluzionarie che chiusero convulsivamente il secolo passato - i partiti d'azione, da quelli politici dei Cordiglieri e dei Giacobini, a quello economico di Babeuf, organizzato nella lega degli uguali, predicavano le necessità di contrapporre la violenza alla violenza - lanciando contro la forza coalizzata dei tiranni paesani e stranieri la forza armata del popolo, non consideravano certo coteste violenze permanenti, che come il mezzo spietato, ma necessario di schiacciare per sempre il dispotismo.

Certamente che il 14 luglio e il 10 agosto furono il corollario storico ineluttabile della proclamazione dei diritti dell'uomo, ma innanzi alla filosofia della storia le due memorabili giornate non rimangono se non come la conflagrazione suprema tra due evi diversi.

L'anima della rivoluzione da anni alitava sobillatrice nelle menti - ruggiva con rombo ammonitore, nelle viscere stesse delle decrepite istituzioni, nella eloquenza muta delle cose, che annunziavano lo sfacelo di un mondo - splendeva nelle pagine chiaroveggenti degli enciclopedisti, nelle ardenti visioni di Condorcet, nelle calme profezie di Diderot.

Era pur necessario proclamare i diritti con la forza, quando la forza contrastava loro il passo, in nome dei privilegi. Ma il fine era, o doveva essere, ben altro: la libertà - e quindi l'amore; giacchè nessun altro contenuto morale può esservi in cotesta parola.

E quando, in nome della rivoluzione, Robespierre volle organizzare la violenza permanente, di governo, facendo del boja il primo funzionario dello Stato, sia pure contro i nemici del popolo o contro i sospetti di realismo, scambiando così i mezzi con i fini di una rivoluzione liberatrice - come se una volta scacciati i tiranni, la libertà potesse ai cittadini imporsi con la forza - il nuovo stato di cose sebbene fosse passato fieramente sopra tante vite umane, cadde nello stesso errore, e nella medesima odiosità, per la quale si era sorti in armi contro l'antico regime, e preparò il terreno per la dittatura militare del primo Bonaparte.

Ora la filosofia dell'anarchia, fatta forte di tutte queste esperienze del passato, e senza stabilire canoni assoluti, - giacchè nulla di assoluto esiste - parte da questo principio fondamentale, che forma tutta la sua base morale: «la libertà è incompatibile con la violenza; e siccome lo Stato, come organo centrale di coazione e di spogliazione a vantaggio di alcune classi ed a danno di altre, costituisce una forma organizzata e permanente di violenza non necessaria, la libertà è incompatibile con lo Stato

Da questa premessa scaturisce una serie di principii, e di argomenti irrefutabili.

Non c'è bisogno di spendere molte parole per dimostrare ai nemici dell'anarchia - tanto a quelli di destra come a quelli di sinistra, a quelli che non vogliono ed a quelli che non possono capirla - che la violenza è la naturale nemica della libertà - e che solo la violenza necessaria è legittima.

Infatti non è del pari nemico della libertà chi imprigiona un uomo, per punirlo di pensare in un modo piuttosto che in un altro, come chi lo ferisce o lo uccide per obbligarlo a pensare come lui?

Non ci può essere libertà, socialmente intesa, se questa non finisce dove incomincia la libertà di un altro. Che uno mi metta t piedi sul petto, in nome dello Stato o del suo capriccio individuale; è la stessa cosa, essi violano del pari il mio diritto ed io debbo considerarli tiranni tutti e due, perchè non è la veste che fa la tirannide; tirannide è ogni atto che calpesta la libertà altrui.

La violenza sia essa compiuta su di me da un agente governativo o da un altro prepotente qualsiasi fa nascere dal mio lato il diritto di legittima difesa. Ed ecco sorgere il concetto morale della violenza necessaria.

Io respingo legittimamente una ingiusta aggressione, come ribatto ogni grave provocazione, come sento del pari il diritto di ribellarmi alla oppressione, che è una libertà più lesiva di qualsiasi altra forma di violenza brutale.

Il diritto di legittima difesa che rende necessaria la violenza nell'individuo e nella società, è il fondamento morale delle rivoluzioni contro qualsiasi forma di tirannia.

Base morale dell'anarchia è dunque la libertà, e la rivoluzione, nel senso vasto e scientifico della parola, non è che il mezzo per farla trionfare contro le resistenze che la comprimono. La violenza non potrà mai essere il contenuto filosofico dell'anarchia, intesa questa parola non nel significato odioso che le danno le spie e i gazzettieri prezzolati, appunto perchè la violenza è il substrato morale di ogni potere politico, il quale sotto qualsiasi forma venga larvato, resta sempre tirannide dell'uomo sull'uomo: nelle monarchie, violenza permanente di uno su tutti, nelle oligarchie dei pochi su molti, nelle democrazie delle maggioranze sulle minoranze. In tutti cotesti ed in qualsiasi altro accentramento autoritario, che si arroghi il diritto di governare la società, la coazione è il solo argomento persuasivo che l'autorità adopri verso i governati! Coazione nel chiedere il concorso dei cittadini alle spese pubbliche, coazione nell'imporre ad essi il tributo di sangue, che è la leva militare, coazione nell'impartire la scienza e l'insegnamento patentati dallo Stato, coazione infine nel dichiarare ortodosse od eretiche le opinioni dei diversi partiti politici.

Lo Stato padre, lo Stato-protettore dei deboli, tutelatore dei diritti, difensore geloso di tutte le libertà non è che una fiaba secolare, smentita dall'esperienza di tutti i tempi, in tutti i luoghi, sotto tutte le forme.

È quindi naturale che contro questo concetto, maturato nella prova dei millennii, sull'indole dello Stato, che Bovio ben dice di sua natura spogliatore e violento, sia sorto al di sopra e a dispetto della significazione volgare, il concetto di anarchia, come antitesi politica dello Stato, a significare che se questo accentra, comprime, calpesta, violenta, incatena, taglieggia ed uccide, col pretesto dell'ordine e del bene pubblico - quella invece vuole che l'ordine ed il bene pubblico non sieno che il risultato spontaneo di tutte le forze produttive associate, di tutte le libertà cooperanti, di tutte le sovranità intelligentemente esercitate nell'interesse comune, di tutte le iniziative armonizzate dal trionfo di questa magnifica certezza: che il bene di ciascuno non potrà trovarsi che nel bene di tutti.

Lo Stato si regge con violenza - e dalla violenza sarà vinto - qui gladio ferit, gladio perit. Al disordine delle classi sociali, tra loro cozzanti per interessi contrari, al caos dei privilegi sopraffacenti i diritti, alla imposizione di penosi doveri a cui non viene riconosciuto nessun corrispondente diritto - subentrerà l'ordine, l'ordine vero, risultante armonica della libera federazione delle intelligenze e delle forze umane come l'ordine cosmico è il prodotto spontaneo delle forze naturali, vincenti gli ostacoli, che si frappongono alla eterna evoluzione dei fenomeni e delle forme.

La evoluzione sociale sta corrodendo le ultime fondamenta dello Stato, fosco fortilizio innalzato lungo i secoli con tanto cemento di vite e di libertà umane.

Quando la corrosione sotterranea sarà compiuta, come avviene degli isolotti vulcanici e madreporici della Polinesia che la marea assidua rode da migliaia di anni, e che ad un tratto sprofondano, come inghiottiti dalle immense fauci dell'oceano, lo Stato scomparirà con l'agonizzare della economia capitalistica, una volta che cessi la principale delle sue funzioni, che è quella di fare da can da guardia del parassitismo di classe.

Alla morale stataria, che corrisponde alla violenza di ogni spirito e di ogni organismo autoritario, subentrerà irresistibilmente - come il soffio rianimatore delle stagioni nuove - la morale anarchica (che in queste epoche buie fu creduta morale di sangue e di vendetta da nemici e da ciechi amici suoi) subentrerà, vincendo le ultime asprezze degli animi, addolcendo le ereditarie ferinità degli istinti, conciliando le avversioni e le impulsività primitive nell'amplesso pacificatore degli interessi armonizzanti, delle miserie redente, del benessere diffuso, delle menti illuminate, dei cuori tornanti all'amore, alla serenità, alla pace.

Si vedrà allora, dopo che il meriggio dei fatti compiuti illuminerà gli errori del passato, che la scuola politica dell'autorità da Aristotele a Bismarck, era la vera scuola della violenza, per quanto commessa in nome ora della potestà divina, ora del diritto militare; ora dell'ordine pubblico, o della legge - e scuola di libertà, scuola di ordine vero apparirà invece quella che fu giudicata setta di sanguinarie utopie, perchè qualcuno dei suoi, rispose dal basso con la violenza alla violenza trionfante, in alto, col piede sugli umani diritti schiacciati.

Il principio della solidarietà, passato a traverso le epoche di assidua e mutua prepotenza economica e politica, avrà vinto del tutto i primitivi istinti di lotta intersociale tra gli individui, le classi, le nazioni e le razze - e sui ruderi sulle macerie della antica mischia umana - tragedia di secoli che insanguinò il mondo - rinverdiranno nella realtà le giovinezze dell'utopia - la eterna calunniata, la perennemente derisa.

Si comprenderà alfine - dopo un combattimento intellettuale meraviglioso di sconfitte e di audacie da Platone a Kropotkine - che il disordine sociale soltanto ed il principio della lotta hanno bisogno di uno strumento di difesa, per sua natura violento, e lo trovano nello Stato-Governo; che quando alla lotta di ciascuno contro tutti, la quale fu l'anima di tutte le società sinora succedutesi nella storia, subentri la solidarietà di tutti nella lotta da impegnarsi contro la natura, onde strapparle i segreti ed i benefizi a vantaggio universale, la causa dell'ordine trionferà senza coazione di sorta, giacchè gli interessi ed i sentimenti di ciascuno, conciliati nell'armonia del benessere e della libertà di tutti graviteranno intorno al bene collettivo, come nei sistemi stellari i pianeti intorno all'astro centrale, che diffonde sopra essi la luce, il calore, la vita.

Pietro Gori.


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