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Presentazione di Adelchi Baratono
Da quali lontananze mi ritorna, Alessandro Giribaldi, con questo fascicoletto di malinconici versi? Via via che li leggo, la sua immagine sembra velocemente risalire il fiume del tempo, che precipita nel passato, come attratta dalla sua stessa voce: alla fine, ritrovo il Giribaldi de' miei vent'anni... O bella gioventù!
Lo riveggo benissimo, ora. Mi ritrovo in una stanza alta e nuda, con solo uno scrittoio coperto di fogli e giornali, sotto un finestrone, dal quale lo attendo. È la redazione dell'Endymion, la nostra prima rivista letteraria; siamo nel 1897, l'autentico «fin de siècle» del sensualismo romantico. E Giribaldi arriva, attraversando la piazzetta triangolare chiusa tra gli alti palazzi della vecchia Genova: è un giovanottone bruno, dal passo sicuro, dal sorriso un pò canzonatorio, bella fronte aperta, begli occhi sinceri. Egli guarda in su, di dietro le lenti, inclinando la testa da un lato, e mi saluta. Ha una voce cantante, che parla in ascesa, scandendo alla maniera dei rivieraschi di ponente. Anche il suo ingegno a lampi, il suo dialogo a scatti, il suo eterno motteggiare, mi facevan pensare, non so perchè, alla Provenza.
Appena su, in redazione, ci si metteva a legger manoscritti di versi articoli e novelle, pervenutici da noti e da ignoti. Che matte risate faceva, lui, non risparmiando nemmeno il più autorevole dei nostri collaboratori, Diego Garoglio, e il più «in soldi» dei fondatori, Achille Richard. Ma, sotto le risa, uno spirito serio, un rispetto dell'arte, un prender la poesia come la cosa più importante di questo mondo, uno stato continuo d'ebrietà letteraria, d'assoluto disinteresse, d'indifferenza assoluta per tutto ciò che non avesse valore spirituale; e, di vanità personale, nemmeno l'ombra. Lui studiava leggi ed io filosofia; ma che cosa saremmo stati «noi», che cosa avremmo fatto, non ci veniva neppur in mente. Quel che importava, era divorar libri, tener gli occhi e gli orecchi ben aperti a ogni forma d'arte, tesaurizzare. Non so più come conciliassimo il Poema paradisiaco o l'Isotteo con le odi civili di Carducci, ma eravamo dannunziani e carducciani ad un tempo. Egli si buttava sui parnassiani francesi, io sui simbolisti. A Torino vedemmo esposto Il riso di Maliavine; a Milano, l'ultimo Trittico di Segantini, che illuminava la stanza di luce propria. Alla Scala, udimmo il Tristano diretto da Toscanini, e alla fine eravamo tutti in piedi, piangendo di gioia... Come eravamo ricchi!
Intanto si stringevano amicizie, si formavan cenacoli. Ogni artista d'avanguardia - basterebbe ricordare, in quel tempo, a Genova, Plinio Nomellini ed Edoardo de Albertis - veniva accolto fra noi come un giovane iddio. I caffè della città, le osteriette al mare, le stradicciuole di Albaro serpeggianti fra muri grigi inghirlandati di lillà, conoscevan le nostre clamorose discussioni e sapevan a memoria i nomi dei nostri «assi». Il nostro «tifo» si chiamava «poesia». Il tempo ha dimostrato quanto avessimo torto. Però, a scanso di equivoci, dirò subito che, se di poesia si viveva, noi sapevamo benissimo di non esser, per questo, poeti, o d'esserlo soltanto occasionalmente; come sol occasionalmente lo furono quegli altri giovani letterati, il nome dei quali si trova spesso unito al nome di Giribaldi: Giovanni Bellotti, Alessandro Varaldo, Mario Malfettani, Pierangelo Baratono. L'unico vero poeta della scapigliatura genovese, lo capimmo subito, fu il più pazzo, il più frammentario e ineguale di tutti, Ceccardo (confronta il frammento A Ceccardo R. C.).
Per noi, scrivere era un modo di studiare e un modo di vivere, tentando di elevare a letteratura l'orgasmo della vita e la sensualità che ci bruciava. Del resto, tutto il parnassianismo di quei tempi, piuttosto che espressione di poesia «decadente», era disciplina, dettata dall'amore dell'arte e della cultura, di cui esclusivamente si nutrivano giovani poveri, spesso impiegatucci o giornalisti senza risorse, fuorché di fuggevoli «impressioni» subiettive: allorquando il malinteso fu dileguato, nella generazione immediatamente successiva, questo impressionismo trovò, più liberamente, il suo stile nella poesia dei «vociani», che, decadente o no, fu vera poesia (il nome di Sbarbaro, a Genova, basta a dir tutto).
Giribaldi e Pierangelo (il mio povero fratello), legati fra loro da una grande amicizia e da una lunga collaborazione, tanto simili nella profonda malinconia interiore e nella scapigliatura della lor vita d'artisti, morti ambedue precocemente, appartennero a quella generazione intermedia fra d'Annunzio e Gozzano, nella quale l'esigenza e l'ispirazione poetica superavan di gran lunga l'arte; ed è visibile in essi il punto di sutura fra il contenuto lirico e la ricerca estetica, che per Giribaldi dovette essere molte volte un vero tormento. Pierangelo si diede poi quasi esclusivamente a una prosa contenutista e sarcastica; ma Giribaldi, tutta la sua esistenza, si cimentò con la poesia, perché era il suo bisogno, battendo e limando verso su verso, facendo e rifacendo, mai contento di sé, e, alla fine, per sé solo scrivendo e lavorando, nel silenzio del carcere, e dopo il carcere, nella solitudine della sua vita appartata, spentasi dodici anni or sono, senza aver mai più pubblicato un sol verso dei mille e mille che aveva scritto.
Alessandro Giribaldi era nato a Porto Maurizio il 4 novembre 1874; e aveva compiuto i suoi studi classici tra Oneglia, Sanremo e Genova, seguendo il padre Raffaele, ufficiale nelle Capitanerie di Porto. Laureatosi, si mise anche lui nella medesima carriera, prestando servizio nelle Capitanerie di Genova (1896-'904), Santa Margherita (1905), Camogli (1907), Chiavari (1911); poi, fu comandante del Porto di Salerno (1919) e di Chioggia (1920). Con l'anima piena di tanto mare, di tanti colori; e con la sua adorante consorte, Attilia Rosso, sposata a Roma nel 1905, ben presto si ritirò (dal '25) a vivere a Chiavari, in questa quieta linda chiara cittadina, ove moriva il 13 gennaio 1928, nell'età di cinquantatre anni. Vita di silenzio, su porti luminosi, dopo un breve tumulto giovanile, troncato di colpo in quella funebre notte del 28 agosto 1903.
Da parecchi anni, io l'avevo quasi perduto di vista, vagando in lontane città, e il nostro Endimyon non era più che un giovanile ricordo. Giribaldi, in quegli anni, pubblicava un po' da per tutto: su L'Idea liberale di Milano, sulla Gazzetta del popolo della domenica, sulla Domenica letteraria pure di Torino, sulla Galleria lett. illustrata, ecc. Intanto aveva collaborato, con Alessandro Sacheri e Alessandro Varaldo, al Secolo XX (la «rivista dei tre Alessandri»), e poi aveva fondato e continuava a redigere, insieme con Pierangelo e con Angiolo Arecco, la Vita Nova, simpatica rivista di giovani. Sempre e dovunque, la collaborazione di Giribaldi fu esclusivamente poetica (salvo qualche critica, pure di poesia). Infine egli vinse anche una gara poetica indetta dalla Settimana di Matilde Serao, benché avesse concorso con uno pseudonimo.
Una sera d'estate, i redattori di Vita Nova, insieme con altri due amici e un pittore, si trovarono intorno a un tavolo dal «Pippo», nota trattoria di Genova, situata in fondo alla Galleria Mazzini, e passavan la mezzanotte in lieto simposio, ridendo e parlando più che mangiando, e spendendo assai più ingegno che denaro. Giribaldi, come al solito, era l'anima della compagnia, e ubriacava i suoi compagni con le sue trovate: quella sera si trattava d'inaugurare un «Club dei Nauseanti», di baudelairiana memoria... Al tavolo accanto cenava un'altra comitiva, più numerosa, ch'era l'antitesi della prima: piccoli commercianti e artigiani, fra i quali il materassaio Giuseppe Bonavera, giovane robusto e sportivo, amico delle allegre brigate, ma anche ottimo lavoratore.
Per uno dei soliti stupidissimi malintesi, tra le due comitive s'accese un alterco, e quella gente che non s'era mai né vista né conosciuta si trovò tutta in piedi, incrociando sguardi carichi d'odio e parole di sprezzo e di minaccia. La sventura, ancor più cieca della fortuna, metteva di fronte due gruppi d'uomini fatti per non comprendersi; dei giovani intellettuali che giungevano dal mondo dei sogni e della fantasia, facili ad offendersi perché si credevano i custodi della sacra fiamma, i «portatori di Dio»; e, di là, gente più rude, che veniva dal lavoro, e andava per le spiccie. I più belli e aitanti erano, Giribaldi fra gli uni, Bonavera fra gli altri: ambedue ventottenni, ambedue orfani di padre; il primo aveva lasciato a casa la mamma inferma, approfittando della venuta a Genova di sua sorella maritata; il secondo era atteso dalla matrigna e da tutta una famiglia di secondo letto, che suo padre gli aveva lasciato sulle spalle.
La lite, sopita in trattoria, si riaccese giù in Galleria Mazzini, dove il Bonavera con alcuni de' suoi aspettavan gl'intellettuali all'uscita; e in un attimo si trasformò in violenta zuffa. Giribaldi, raccontando poi il fatto durante il processo, disse che, a un certo punto, «non vide più altro che un volteggiar di forme e di fantasmi» (sembra l'epigrafe della sua propria vita!). Nella colluttazione (egli era molto miope) gli occhiali andarono in frantumi, e i colpi gli giungevano da tutte le parti. Sentendosi sopraffatto, e scorgendo il Bonavera che gli si avventava contro, trasse di tasca un grosso temperino che aveva sempre seco e lo puntò minacciando: «Chi s'avanza l'uccido!». Il Bonavera non diede retta; gli piombò sopra, e si piantò la lama nel cuore. Quando Giribaldi lo vide esanime a terra, scoppiò in singhiozzi invocando la madre.
Questo, il nudo evento, al quale non regge il cuore d'aggiungere esclamazioni letterarie. È vivo in me il ricordo di quei giorni listati a lutto; la disperazione di mio fratello, il compianto di tutti. Nessuno inveì contro il vivo, né contro il morto; a tutti, quello sembrò l'eguale strazio di due famiglie, l'ugual fine di due giovani speranze, di cui l'uno giaceva, muta spoglia, nella tomba dei morti, l'altro, invocante ogni dì la morte, nella tomba dei vivi:
che la porta è di ferro e ch'io non posso
aprirla mai, giammai?
Io vengo a liberarti.
Sono la Morte... La Morte lo può.
(«Incubo»)
Nondimeno, dopo dieci mesi di carcere preventivo, dopo un processo durato cinque giorni, nel quale era alla difesa, con Paolo Calegari ed altri penalisti insigni, Antonio Pellegrini - l'uomo più spiritoso d'Italia, ma anche l'avvocato più colto e la voce più profondamente umana delle nostre aule giudiziarie -, un verdetto d'incondizionata assoluzione restituiva Giribaldi a mille braccia protese ad attenderlo. Fu, per i suoi intimi, un delirio di gioia; per tutti, un respiro di sollievo. Pareva che la parentesi fosse chiusa, la tempesta passata, la vita, rinata. La gente spera sempre nel miracolo: «Lazare, exi foras!» Ma Lazzaro non era più che un corpo irrigidito e fasciato nelle sue bende, con l'occhio attonito sul mistero dell'al di là; i vivi della vita spensierata, i vivi dell'oggi fuggitivo, non lo potevano più comprendere.
Per esempio, ci fu un grande editore - questo mitico personaggio inafferrabile, che sta in cima ai pensieri di tutti i giovani autori -, il quale offerse a Giribaldi di pubblicare I Canti del Prigioniero. Si sapeva che in quei lunghi mesi il poeta aveva scritto fogli su fogli, ciascuno rigato dalle sue lacrime, ciascuno bollato col timbro del carcere. L'aspettazione, acutizzata dalla triste cronaca dei fatti ora narrati, era vivissima. Anche per conquistare la gloria bisogna esser tempisti e non lasciarsi sfuggire la buona occasione. Ora, c'era. La fortuna, per compensarlo di tanta sciagura sembrava che gli porgesse, schiava, le chiome, e tutti lo esortavan gridando: affèrrala!... Giribaldi rifiutò.
Or che poteva essere ascoltato, si chiuse nel silenzio. Come ho già detto, egli non tralasciò mai la poesia; ma non sentì più alcun bisogno di vedersi stampato. Neanche prima, del resto, pur con tanta collaborazione di poesia a fogli e riviste letterarie, Giribaldi aveva mai raccolto in volume i suoi versi. Giovanissimo, nel 1897, avendo composto, quasi per ischerzo, una serie di tredici sonetti su temi obbligati, convenuti fra lui e gli amici Varaldo e Malfettani, ognuno dei quali doveva svolgere gli stessi temi in altrettanti sonetti, aveva lasciato, è vero, che si pubblicasse questo curioso Libro dei trittici (il «Trittico della danza», il «Trittico della Pasqua» ecc.), non più che una bizzarria letteraria dei tre autori novizi. Ma qualche anno più tardi, un'altra collana più importante, di 33 sonetti, dedicata al Varaldo, sotto il titolo Animulae, già composta in bozze, e queste definitivamente corrette, venne da lui ritirata per un pentimento finale che c'illumina sulla sua inquieta esigenza d'artista.
Oggi, la pietà di Attilia Rosso Giribaldi ha finalmente permesso che sia congedata alle stampe, in decorosa edizione, questa scelta di versi, amorosamente curata da Angelo Barile, amico di Giribaldi ne' suoi ultimi anni e squisito poeta egli stesso. È dunque l'unico volume che ci resterà di Alessandro Giribaldi: ormai dedicato, purtroppo, non più alla gloria, ma alla memoria - erma dal volto mesto e dal capo alato, con le alette rivolte in senso contrario. Presentarlo ai lettori, è alto onore e breve còmpito; è come parlare, a testa scoperta e con voce fatta sorda dalla commozione, presso una bara incoronata di allori già macerati dal tempo. Ciò più non comporta discussioni critiche, ma un semplice rito, quasi l'appello d'un poeta morto, perché da queste pagine risponda.
In verità, noi chiamiamo il poeta, e dai Canti del prigioniero più spesso risponde l'uomo: questo è il solo rilievo da aggiungere, per mettere il libro nella sua giusta luce, nel caso che qualche critico emunctae naris facesse le smorfie a un verso o a una strofe. Chi volesse qui trovare, per riflessi ed accenti, la poesia pura, può cercarla fra quei Disiecta dell'ultima parte del volume, aggiunti per dar saggio di quello che fu (e che poteva diventare) Alessandro Giribaldi, quando non era che l'alfiere ridente e un pò spavaldo d'un cenacolo di letterati. Sembran ali d'una variopinta fantasia scivolanti sulla levità trasparente del verso: poeta puro, si direbbe oggi. Ma poeta minore. Ora, la poesia è arte, ma non soltanto arte; è un fiore che si nutre di sangue; le sue radici toccan la nostra umanità più profonda, le sue foglie respiran l'aere della nostra più alta eticità. Pertanto, fu maggior poeta, anche se artista men puro, il Giribaldi che dal pertugio della sua muda di Marassi, nella notte insonne, mirava lassù il castello dei Mackenzie scintillante di gioiosi festini.
Senonchè a lui accadde ciò che tante volte è avvenuto anche ai poeti più grandi (e basterebbe per tutti ricordare Carducci e la sua stessa confessione in proposito). Ispirando l'arte alla cocente vita del sentimento, impetuoso fonte di lirismo, può accadere che le vere lacrime non riescano a essere belle come le lacrime di glicerina... L'eterno conflitto fra realtà ed arte giunge al suo colmo, per esempio, nel frammento «Quando, giovine atleta, - contro me ti scagliasti», che tutti sentono quanto dolorosamente rispecchi il pensiero assillante del nostro povero amico. Partito da uno spunto lirico eticamente sublime («Io non ti, conoscevo, - io che vivea di canti», precipita poi in versi come questi:
Io non ti offesi mai.
Tu ti avventasti a me...
Ti avventasti; perché?
Perché, tu non lo sai!
e viene abbandonato dall'autore, ben conscio che l'espressione gl'indeboliva l'ispirazione.
Non è la sola volta che la forza del sentimento nuoce alla forma estetica e la poeticità, per così dire, non riesce più a porsi sul piano dell'arte poetica. Per cui, se confrontiamo le liriche dei tempi lieti con quelle del carcere, spesso troveremo un dislivello artistico, come ho detto, a tutto vantaggio delle prime. Per esempio, com'è leggiadra la Ballatetta dei Disiecta:
in confronto col Messaggio doloroso che ritorna a una forma più trita e vetusta; oppure quell'amabile poesia senza titolo (sempre dai Disiecta):
Sei tu, mia pensosa?
paragonata all'affannato «Picchia! picchia!» dell'Incubo sopra citato.
Ora, Giribaldi si rendeva perfettamente conto del perché, trovandosi così repentinamente e profondamente mutato nel contenuto della propria lirica, qualche volta non riuscisse a dargli la forma più seria, più classicamente austera (vorrei dire, più carducciana), di cui è visibile l'affannosa ricerca. Egli dovette vivere dolorosamente anche il problema della poesia, proprio quando si trovò poeta nell'anima. Sul dramma dell'uomo si sovrappose quest'altro dramma dell'arte. Ma nel più bello di questi canti, in quello cioè dove anche l'arte è raggiunta, egli ci vuole spiegare che cosa gl'impediva di raggiungerla. Com'è diverso, egli esclama in Sciame di lucciole, stillare versi di retorica melanconia quando tutto ci sorride intorno, dal soffrire la vera, cupa melanconia della prigione! «Prima, dice il poeta a sé stesso,
cantavi a freddo, come i barbagianni:
cantavi - ma per chi? perché? - di affanni
che non sentivi. E splendeva l'aurora.
Guarda, guarda qui dentro, a te dintorno,
su quei letti ove stanno i tuoi consorti
sciagurati... E cantavi i sogni morti,
nella gloria del sole, a mezzogiorno!
Codesto far si può quando la strada
ma quando più non c'è desio che vada
Perché, infatti, Giribaldi si rifiutò così ostinatamente di pubblicare i Canti del prigioniero? Senza dubbio, perché ripugnava al suo animo delicato di speculare sull'interesse suscitato dalla sua sventura, ch'era stata anche la sventura d'un'altra giovane esistenza. Egli stesso me lo ripeté più d'una volta. Ma, passati gli anni, vi si aggiunse, ne son certo, il disagio della sua coscienza poetica, parimenti delicata e incontentabile.
Oggi, noi possiamo fare violenza a quegli scrupoli e lacerare il silenzio al quale s'era condannato. Anzi vogliamo. Lo vogliamo, prima di tutto, in nome dell'amicizia: anche se da queste pagine più non uscisse che una voce d'umano pianto, sarebbe, è, la sua voce che, sfogliandole, ritorna, dopo tanti anni, nel vento della nostra vita... Nostalgica, cara voce generosa, piena di tutta la nostra giovinezza! E forse fu tale, per Attilia, il più segreto, ma il più sentito movente a questa raccolta: la quale incomincia col mesto saluto a Pierangelo, che fu il primo sonetto scritto in prigionia (mio fratello s'era rifugiato nella nostra campagna ad Ivrea, presso il lago Sirio, come dice il titolo); e termina col mestissimo congedo ad Attilia, presagio di morte:
Poi cenere su un tremito: per poco...
Poi cenere su cenere: per sempre.
Ma lo vogliamo, poi, anche in nome della poesia, perché, poste quelle riserve che avran dimostrato come l'affetto non abbia fatto velo al nostro giudizio, possiamo ormai liberamente affermare, che alcune di queste liriche non dovevano morire. Esse bastano da sole a dare un posto a Giribaldi nella letteratura del cinquantennio di pace. Fra le altre, accanto a Sciame di lucciole già citata, Rintocchi è una breve lirica superba, che potrebbe stare in ogni antologia:
Melanconico squillo di campana
quanta dolcezza nell'aria diffondi!
Come nuova mi giunge, come strana,
la nenia ch'entro un mar d'anime affondi!
Forti, impressionanti sono i tre sonetti di Tormento:
Insonne vipistrello che ti aggiri
davanti questa lugubre inferrata...
Bellissimo è l'altro sonetto Ad un piccolo cantore:
O variopinto augello che ti posi
da tre mattine su la mia finestra,
cantando, come il tuo vagar ti addestra,
inni di sole un poco sospirosi...
potessi anch'io covrir della mia voce
il pianto - che mi sta sempre vicino!
No, Giribaldi! lascia che il tuo pianto virile ritorni a scorrere, la tua fronte intelligente appoggiata sulla nostra spalla: ogni goccia che cade, alimenta il gran fiume dell'umano dolore, che scorre sotterraneo e irremeabile nel gorgo del passato. La tua voce non ne poteva covrire lo scroscio; però l'ha mutato in canto che vola sopra di noi e va col vento della vita. Nostalgica, cara voce generosa!
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