Alessandro Giribaldi
I canti del prigioniero e altre liriche

TORMENTO

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TORMENTO

I

Insonne vipistrello che ti aggiri

davanti questa lugubre inferrata,

nell'ora d'ombre vane tenebrata,

in cui per me s'addoppiano i martiri,

vuoi tu spiar s'io pianga o s'io deliri?

O stimi giunto il fin di mia giornata

e vuoi ghermire l'anima cruciata?

O deliziarti vuoi de' miei sospiri?

Forse tu sei di qualche mal concetto

spirto, l'immonda veste funerale;

forse tu sei di Morte il reo valletto.

Entra qui dunque, e succhiami dal petto

il sangue che nudrì l'alto ideale

di gloria e di grandezza, o maledetto!

II.

O maledetto insonne vipistrello,

della tenebra figlio e dell'orrore,

se tu guardar potessi entro il mio cuore,

se potessi guardar nel mio cervello,

vi troveresti un lago di squallore

dietro una porta chiusa, ed un suggello

ribadito con ferreo martello

che infrangere non sa gioia o dolore;

vi troveresti il regno tuo: l'abisso;

l'oscurità perenne, cui non schiara

luce di sole, scintillio di stelle;

e su la porta il mio destino affisso;

e sui gradini Morte, che prepara

lentamente una bara e un sogno svelle.

III.

Disvelle, s'anco più - fier - non si aderge,

Morte, di larve pallide vestita,

il sogno della mia povera vita,

grande come il destin che lo sommerge.

Morte, dalla mia fronte non deterge

l'anima (né risana altra ferita)

ma di venen l'imbeve e d'infinita

melanconia, tentandola, l'asperge.

Morte, che si compiace di cantare

sua funebre canzon dietro la porta,

eco fa d'un cachinno al mio pregare.

Morte che sta del cuor sovra l'altare,

che mi segue per via come una scorta,

del suo regno mi vieta il limitare.

LE MOSCHE

Oh le mosche! Non sanno di essere vive, eppure

fan come fanno gli uomini: si tormentan fra loro!

S'amano un poco al sole; bevono un raggio d'oro,

nel sole; ma più godono di mille cose impure.

Oh le mosche! le mosche! Che folli creature!

Non han discernimento e non hanno decoro;

su i fiori e su le piaghe fan lo stesso lavoro;

per le cagne e le dame hanno le stesse cure.

Ma qui dentro, nel carcere, divengono importune;

qui t'insozzano il pane, minuscole arpie brune;

ti punzecchiano, e pare si ridano di te.

Par ti dicano: siamo le padrone del mondo;

voliamo da una culla sul capo a un moribondo,

da una sala anatomica alla mensa del re!


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