Alessandro Giribaldi
I canti del prigioniero e altre liriche

MESSAGGIO DOLOROSO

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MESSAGGIO DOLOROSO

Foglia sperduta, battuta dal vento,

qual fato vïolento or sì ti incalza?

Vien' tu di forra o balza

lontana? E lunge vai?

Veh, come l'etra è di nubi dipinta!

Simile a questa fronte, ch'arde e suda

per legge ignota e cruda!

Così tu pure: flagellata e vinta,

povera foglia nuda

da torbid'euro spinta,

il tuo destin non sai...

Se non vai morta, passa da colei

che mi fu cara, e mi credette buono.

Chiedile tu perdono

d'ogni mio fallo, sì com'io vorrei.

Poi dille i casi miei

funesti, e l'abbandono

in che mi struggo, e i lai.

Querula foglia, da' nembi cacciata,

cui danna ignota colpa a ignoto esilio,

bene a te m'assomiglio,

ché ben presso alle tue son le mie fata!

Tu cerchi invan consiglio

contro questa ventata,

com'io contro miei guai.

Però, se m'ami, dille: un fratel mio

a voi mi manda con molta temenza,

ma senza orgoglio e senza

speranza; onde per lui vi dica: addio.

(Benchè suo van disio,

pari a cupa demenza,

non poserà giammai!)

Querula foglia, che nel turbo stridi,

ben'io comprendo tuo doglioso appello!

Va, dille: un mio fratello

guardar la morte sospirando, vidi.

(Ei custodiva il Bello,

ed io vegliava i nidi...

Ma il giorno è antico, omai!)

Perché dunque ristai muta, tremante?

Ti punge qualche infäusto ricordo?

Qualche ribelle accordo

di canti, or desta un'eco singhiozzante?

Piccola foglia errante,

il cuor del Nume è sordo

per chi fu altero assai.

Superba figlia d'una quercia antica,

a intendere gorgheggi e canti nata,

ed a sognar, beata,

con l'ombre il sole e al sol la notte amica;

or, dal ramo strappata

chi ti culla e nutrica?

Or dove - ahimé - n'andrai?

Anch'io, superbo figlio del pensiero,

mi spinsi incontro al sole ed alla luna,

chiamando la fortuna,

e tentando dell'arte il magistero!

Or mi seduce un nero

spetro, e una falce bruna...

Ma tu - se m'ami - vai!

Effloruit tanquam precox uva.

(Eccl. Li. 1, 19)

* * *

Oh cuor mio fervido e puro!

Quante volte, a un sogno scuro,

ti raccolsi, o cuore strano,

nella palma della mano,

per veder s'eri maturo!

Ma il tuo vivo sangue ardea;

ma nel sole diffondea

l'ansia della gioventù.

Nel mio petto un , nutrito

di bellezza e d'infinito,

tu fremevi, tu balzavi,

onde i miei spiriti ignavi

io scotea con un ruggito.

E guardavo, in te, fiammare,

e sentivo, in me, pugnare

una indomita virtù.

Ne' tuoi baratri profondi

quanti amori vagabondi,

quanti sogni raccogliesti!

Sul mio cielo diffondesti

nuove luci, nuovi mondi,

quando, a nostra dilettanza,

canti pieni di speranza

mi dettavi, o cuore, tu.

Ora giaci. Non dal fuoco

tuo domato, sì dal gioco

ingannevole del fato,

e dal livido peccato

che ti uccise a poco a poco.

Tu, già ricco d'ideale,

mendicasti, inconscio, il male,

ch'or ti chiude in servitù.

Ben tu fosti puro, o cuore!

Io conobbi il tuo fervore:

che nel pianto ancor m'infiamma;

so la storia del tuo dramma

lacrimoso e il tuo dolore.

Ma pur giaci. E invan ricordo

a te, fatto muto e sordo,

quel che nostra gloria fu.

Quando, di', risorgerai,

col tuo sogno? Quando? Mai?

Ecco, alfin tu sei maturo,

cuor che fosti grande e puro;

e sei spento, e non lo sai!

Ché se interrogo ciel, onde,

fiumi: quando? - ahimé, risponde

l'eco: quando?, e il ciel: mai più!


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