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I.
Il prigioniero conta le farfalle
dalla sua gabbia, nel cortile in fiore,
passano i giorni e i mesi e gli anni: e poi?...
poi, tutto passa e passiamo anche noi,
ché grazie al ciel - si muore...
Ma passa invece accanto alla sua gabbia
un secondino, con lo sguardo fosco,
quale di fiera, che strappata al bosco,
è condannata a struggersi di rabbia
presso un armento che non può sbranare.
Il prigionier lo chiama: Signor mio,
arrestatevi un poco!
L'altro non ode e se ne va col fuoco
negli occhi. Il prigionier mormora: anch'io
ebbi negli occhi un fuoco in altri tempi,
che pareva le gote illuminare!
Ora è spento; su gli occhi, ora, c'è un velo
simile a nebbia su due laghi morti,
e sul cuore che invan spera conforti
gravano l'ombre; c'è nel cuore un gelo
che non l'uccide, ma lo vuol ghiacciare.
Povero cuore! Come gli occhi, un giorno,
te pur nutriva d'indomabil fuoco
Or, cenere ti nutre! D'ogn'intorno
la tenebra si addensa, il lume fioco
che ardevi ancora, te lo spense il vento.
II.
Dall'inferrata che non può smurare,
Dice: lo vidi per l'ultima volta
- O rondinelle brune, i miei capelli
son diventati grigi; e i miei pensieri
son diventati grigi come quelli! -
molto sommessamente nei verzieri,
Io piangeva con loro: autunno muore;
Parea che tutto velasse, il dolore,
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
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