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Meglio bruta quiete e albor di stelle
gelido e sonno immemore di vite
e freddi argenti di lune smarrite
e torpore di sensi, al cuor ribelle!
Ben io vorrei dormir lenti riposi
in questa notte, tragica, di lampi,
in questo tribolar d'alberi ai campi
e alle scogliere gemer di marosi.
C'è lividor di lampi, senza tuoni,
c'è rombo di tempesta, senza voci;
oh potessi goder lenti abbandoni...
Ma un'onda procellosa, ecco, d'ignota
musica l'ombre della notte frange
e l'ombre del mio spirito, che piange
su la più disperata e folle nota.
Chi suscita quest'eco dalla morte?
Chi diffonde quest'eco su la vita
dormente in grembo alla notte infinita?
Chi d'una tomba scardina le porte?
E sento chiavi strider nella toppa
d'un cervello che serra un cimitero,
e galoppar Walchirie nel pensiero
come il vento nei turbini galoppa.
Oh quel canto, già mai più atroce e bello,
che trema e vibra e incèndesi nell'aria!
Oh di un'anima grigia e solitaria,
a un dio vendicator, selvaggio appello!
Io ben l'ascolto e intendo - entro la danza
dei cirri - e meco il flutto e il vento rio,
onde col mio fervor trepido e il mio
grido di antica e nuova disperanza
che mi traggon dal cuor cilicî e spine,
rincorrono il tuo canto che dilegua
l'urlo di un vento che non ha mai tregua,
il singhiozzo di un mar senza confine!