Alessandro Giribaldi
I canti del prigioniero e altre liriche

NOTTURNO DISPERATO

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NOTTURNO DISPERATO

Meglio bruta quiete e albor di stelle

gelido e sonno immemore di vite

e freddi argenti di lune smarrite

e torpore di sensi, al cuor ribelle!

Ben io vorrei dormir lenti riposi

in questa notte, tragica, di lampi,

in questo tribolar d'alberi ai campi

e alle scogliere gemer di marosi.

C'è lividor di lampi, senza tuoni,

c'è rombo di tempesta, senza voci;

nell'urlo dei silenzii feroci

oh potessi goder lenti abbandoni...

Ma un'onda procellosa, ecco, d'ignota

musica l'ombre della notte frange

e l'ombre del mio spirito, che piange

su la più disperata e folle nota.

Chi suscita quest'eco dalla morte?

Chi diffonde quest'eco su la vita

dormente in grembo alla notte infinita?

Chi d'una tomba scardina le porte?

E sento chiavi strider nella toppa

d'un cervello che serra un cimitero,

e galoppar Walchirie nel pensiero

come il vento nei turbini galoppa.

Oh quel canto, già mai più atroce e bello,

che trema e vibra e incèndesi nell'aria!

Oh di un'anima grigia e solitaria,

a un dio vendicator, selvaggio appello!

Io ben l'ascolto e intendo - entro la danza

dei cirri - e meco il flutto e il vento rio,

onde col mio fervor trepido e il mio

grido di antica e nuova disperanza

che mi traggon dal cuor cilicî e spine,

rincorrono il tuo canto che dilegua

l'urlo di un vento che non ha mai tregua,

il singhiozzo di un mar senza confine!


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