Alessandro Giribaldi
I canti del prigioniero e altre liriche

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NOTE

I CANTI DEL PRIGIONIERO furono interamente composti nel periodo in cui il poeta fu nelle carceri giudiziarie di Marassi, in attesa del processo che doveva mandarlo pienamente assolto (29 agosto 1903 - 28 giugno 1904).

Allo stesso tempo va riferito il Quaderno dei FRAMMENTI di cui son pubblicate qui solo poche pagine.

Le liriche ora riunite sotto il titolo DISIECTA non son date in ordine nemmeno approssimativo di tempo. Appartengono a periodi diversi della vita del poeta, ma sono, la massima parte, anteriori alla prigionia. È degli ultimi anni il sonetto Ad Attilia con cui termina il libro.

A Giovanni Bellotti - pag. 751 - Pubblicato dagli amici del poeta col titolo «Sonetto dal carcere» nel num. del 16 ottobre 1903 di Vita Nova, la rivista genovese di letteratura e d'arte diretta da Angiolo Arecco, della quale erano redattori Giribaldi e P. Baratono. Nel numero seguente della rivista ( nov. 1903) rispondeva FRANCESCO PASTONCHI al poeta prigioniero, inviandogli questo sonetto:

AD ALESSANDRO GIRIBALDI

Sì: qualche ignota verità si avanza

Esitando alle soglie del mistero;

Ma quegli non la scorge, che leggero

Tra gaudi va pel mondo come a danza.

Raggiar Tu la vedesti, oltre la stanza

Oscura dove langui prigioniero,

Tu che soffri prostrato sotto un fiero

Peso e disperi d'ogni tua speranza.

Il monte che ti apparve è il tuo dolore

Che ascender devi... tutto... in fino al segno

Che fiammeggia, se in te l'animo è forte;

E liberato allor, fatto signore

Di te stesso, potrai col tuo disdegno

Gridare al mondo: «Io vinsi la mia sorte».

Quando, giovine atleta... - pag. 82 - Il povero Giuseppe Bonavera, rimasto ucciso nella tragica rissa, era giovane aitante e gagliardo, che aveva fatto parte delle maggiori società ginnastiche fiorenti in quel tempo a Genova.

Confidenze all'amico - pag. 93 - Già licenziata dall'autore, questa fantasiosa e giocante poesia comparve in Vita Nova il sett. 1903, tre giorni dopo la sciagura di Galleria Mazzini (avvenuta nella notte sul 29 agosto). In quello stesso numero Pierangelo Baratono scriveva per lo sventurato amico parole piene di smarrimento e di strazio: «Abbiam passate tre ore insieme, le ultime per chi sa quanto, tre ore di agonia, tra il silenzio pauroso del corpo di guardia. Egli piangeva ed io urlavo. Egli piangeva il povero morto e le due famiglie rovinate e la mamma, adorata sovra ogni cosa. Io non vedevo che lui, non pensavo che a lui, non sentivo che il suo pianto disperato...».

 


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