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L’ASSEMBLEA LEGISLATIVA DI SCHAFSKOPF
Il giorno dopo vi fu seduta in Comune.
Si adunarono tutti gli assessori eccetto i signori Szlachta, alcuni dei quali, membri del distretto, erano nel numero degli assessori. Questi si erano astenuti per solidarietà con la politica inglese, tanto decantata dal celebre uomo di Stato John Bright, la politica, cioè, basata sul principio del non intervento. Tuttavia ciò non escludeva la indiretta influenza della cosiddetta «intelligenza» sugli affari della Comune. Se qualcuno, degli appartenenti alla «intelligenza» vo' dire, aveva qualche interesse da tutelare, alla vigilia della seduta, invitava la sera don Zolzikiewicz. Nello studio del rappresentante veniva servita dell'acquavite, erano offerti dei sigari e poi si procedeva alla discussione dell'affare. Talvolta accadeva anche che don Zolzikiewicz veniva affabilmente pregato, dicendogli:
- Via, cancelliere, accomodati, mettiti a tavola con noi! -
E don Zolzikiewicz pranzava col signore, e il giorno dopo si lasciava sfuggir detto in presenza del giudice:
- Ieri fui invitato a pranzo dal tale o tal altro signore. Uhm! C'è una ragazza in quella casa.... ho mangiato la foglia.... so quel che significa questo invito....
A tavola don Zolzikiewicz si dava naturalmente premura di mettere sempre in evidenza le sue eleganti maniere: mangiava le svariate pietanze che venivano servite, nel modo col quale le mangiavano gli altri, senza farsi scorgere, nè lasciare scorgere agli altri che la intimità del signore lo lusingava oltremodo. Era un uomo di tatto, lui, che dovunque fosse sapeva trovarsi al suo posto; quindi in simili occasioni non si perdeva di coraggio, anzi prendeva parte alla conversazione, e coglieva la palla al balzo per far menzione del «bravo commissario» o «dell'egregio presidente» coi quali ieri o poco tempo prima aveva giocato qualche partita a un copek al punto.
In una parola, Zolzikiewicz mirava a far capire che era nella più cordiale familiarità e confidenza con le più importanti persone del distretto. Certo non gli sfuggiva che i signori e le dame fissavano stranamente gli occhi sul loro piatto, mentre narrava le sue fandonie, ma pensava, che il fare a quel modo fosse nelle buone usanze. Dopo pranzo non di rado rimaneva sorpreso che il gentiluomo che lo aveva invitato, senz'aspettare che si accomiatasse, gli dava confidenzialmente un colpettino sulla spalla dicendogli:
- Dunque addio, don Zolzikiewicz! - e lo congedava.
Ma egli pensava che fosse uso di far così nell'alta società. Oltre a ciò, quando stringeva al padrone la mano nell'accomiatarsi, sentiva quasi sempre mettere nella sua qualche cosa che scricchiolava, e allora stringeva insieme le dita, senza tralasciare di dire:
- Ma, illustrissimo, non c'era bisogno fra noi!... Quanto al suo affare, stia pur tranquillo, sa! -
Con un'amministrazione sì energica e coll'innato talento d'un don Zolzikiewicz, gli affari della Comune sarebbero andati a meraviglia, se il cancelliere, disgraziatamente, non vi avesse fatto sentire in certi e singoli casi la sua voce, e avesse spiegato sotto qual punto di vista giuridico sarebbe stato bene di considerare il tale o tal altro affare.
Ma tutti gli altri, purtroppo, non preceduti da quelle strette di mano, che lasciavano nella sua qualche cosa che scricchiolava, erano abbandonati al criterio e al giudizio del tribunale, e il cancelliere, durante tutta la discussione, sedeva supinamente passivo, con non poca inquietudine degli assessori, che in certi momenti si trovavano come mosche senza capo.
Fra gli Szlachta, o per esprimermi più chiaramente, fra i signori, soltanto il signor Floss, l'affittaiuolo di Kleinfortschritt, assisteva come assessore alle adunanze comunali, ed esternava la sua convinzione, che l'«intelligenza» dovesse prendervi parte; ma gliela interpetravano in mala parte. Gli Szlachta affermavano, che il signor Floss doveva essere un «Rother», espressione, del resto, che denotava troppo bene il suo nome tedesco. Anche i contadini, nella democratica coscienza della loro special condizione, erano d'avviso che non convenisse a un signore di sedere sulla medesima panca coi contadini, e ne adducevano la più esauriente prova col fatto «che gli altri signori non lo facevano.»
In generale i contadini rimproveravano a Floss che non era nobile nel vero senso della parola, e che neppure don Zolzikiewicz lo poteva soffrire. Ma bisogna osservare che il signor Floss non aveva mai cercato di cattivarsi l'amicizia del cancelliere, stringendogli nella mano qualche cosa che scricchiolasse, e si era persino permesso in una seduta di togliergli come assessore, a lui semplice cancelliere, la parola.
Così il signor Floss era antipatico a tutti, e un giorno, ahimè! dovette persino sentir dire da un assessore che gli sedeva accanto, che l'illustrissimo signor Floss non era veramente un nobile genuino come gli altri illustrissimi signori proprietari di terre, ma un semplice fittaiuolo, e in questa qualità nient'altro che un esercente un mestiere!...
Il signor Floss aveva appunto, in quel tempo, comprato un fondo; quindi, a una simile osservazione, crollò con disprezzo le spalle, cessò d'assistere alle adunanze comunali e abbandonò i contadini alla loro intelligenza di rustici e alla savia direzione del loro cancelliere. Allora i suoi avversari dal canto loro dissero di lui, profittando d'un loro proverbio: «Li ha finiti!» Volendo significare che un contadino non poteva far di meglio.
La Comune deliberò, per conseguenza, non curandosi dell'allontanamento della «intelligenza» di trattare e discutere gli affari suoi senza l'aiuto del succitato elemento, affermando di bastare a sè stessa, nello stesso modo che i parigini affermano bastare per Parigi la intelligenza parigina. Era del resto provato, senza bisogno di dimostrazione, che il senso pratico della cosiddetta «sana intelligenza dei contadini» era qualche cosa di superiore all'elemento a loro estraneo della «intelligenza» che le stava a fronte, poichè il buon senso stava per lo più dalla loro parte. Ciò venne chiaramente in luce nella seduta di cui qui si parla.
Fu letta una interrogazione dei magistrati, per sapere se la Comune avesse o no l'intendimento di riparare a proprie spese la strada, che traversando il suo territorio conduceva a Eselsfeld. Ai padri conscripti adunati dispiacque moltissimo questa proposta, e uno dell'ordine dei senatori espresse l'opinione che quella strada non dovesse essere assolutamente riparata, e che si sarebbe potuto passare per il prato di don Shorabiewski.
Se questo signore fosse stato presente, forse avrebbe sollevato qualche obbiezione pro publico bono; ma invece egli era assente, essendo uno fra quelli che rendevano omaggio al principio del non intervento. La proposta del savio senatore sarebbe passata senza obiezioni, se don Zolzikiewicz in casa del proprietario del prato non avesse parlato, a tavola, del prato in questione. Egli aveva narrato appunto alla signorina Jadwiga, la scena dello strangolamento di due generali spagnuoli a Madrid, scena ch'egli aveva letta nella Isabella di Spagna, edita dal signor Breslauer. Dopo pranzo il signor cancelliere aveva sentito nella stretta di mano di commiato col padron di casa, il noto scricchiolare di qualche cosa nella sua. In seguito di ciò, egli invece di mettere in carta la proposta, aveva deposto la penna, atto che voleva dire nè più nè meno, ch'egli avrebbe desiderato di prendere la parola.
- Il signor cancelliere vuol dire qualche cosa! - esclamarono diverse voci.
- Volevo osservare solamente, che siete tanti asini - disse flemmaticamente il cancelliere.
La forza del discorso veramente parlamentare, quand'anche tenuto nella forma più concisa, fu tale, che dopo questa bellissima espressione, lanciata là contro la proposta fatta, come in generale contro l'amministrazione politica, i membri del detto corpo si guardarono scambievolmente impauriti, e cominciarono a grattarsi la nobile scatola del pensiero, cosa che in quel consesso era segno evidente di penetrazione profonda nell'oggetto.
Dopo un lungo silenzio, uno dei rappresentanti finalmente cominciò in tono interrogativo:
- E perchè?...
- Infatti dev'esser così! - disse un altro, alzando la voce.
- Un prato è sempre un prato - osservò un altro.
- E poi nella primavera non è praticabile - aggiunse una terza voce.
In seguito di che, fu proposto che il prato continuasse per ora a servire di transito, ma poi fu accettato il progetto governativo, e si cominciò il reparto delle spese, basandolo sul bilancio preventivo di quanto ci sarebbe voluto per la riparazione. Il senso del diritto era già radicato nell'organo del pensiero del corpo legislativo di Schafskopf in un grado tale, che a nessuno riuscì di sottrarsi al proprio riparto, ad eccezione del giudice e dell'assessore Gamula, i quali in compenso s'incaricarono della ispezione e della vigilanza, acciocchè tutto procedesse in modo rapido.
Bisogna per altro confessare che questa disinteressata abnegazione del giudice e dell'assessore, come ogni virtù che sorpassa l'orizzonte dei fatti quotidiani, destò in certo qual modo l'invidia degli altri assessori, e vi fu persino una voce che si elevò a protestare, esclamando con accento di cruccio:
- E perchè voi due non dovreste pagare?
- E perchè, - fu risposto da Gamula - dovremmo pagare il superfluo, dal momento che le spese bilanciate e ripartite sono coperte? -
Questo era un argomento, a cui, spero, non solo il sano criterio della Comune di Schafskopf, ma anche qualche altro non avrebbe potuto trovare la risposta. Perciò la voce di protesta si tacque, e dopo una breve pausa si udì pronunziare da qualcuno con accento di convinzione:
- Questo è verissimo! -
La faccenda era stata così sistemata, e sarebbero senz'altro passati immediatamente agli altri affari posto all'ordine del giorno, se l'improvvisa ed inaspettata comparsa di due porcelli nella sala delle adunanze, non avesse recato uno spiacevole disturbo.
I non chiamati visitatori si precipitarono come tanti pazzi dalla porta aperta della sala, e cominciarono senz'alcun ragionevole motivo a correre intorno, a passare di fra le gambe dei legislatori e a grugnire sonoramente. Le discussioni furono interrotte, tutto quanto il corpo legislativo si diede a cacciar via gl'intrusi, e i deputati spiegarono l'eloquenza consueta in simili occasioni ed a loro sì ovvia, con la massima concordia.
I porcellini intanto si erano rifugiati fra le gambe di don Zolzikiewicz e gli insudiciarono un paio di pantaloni d'una certa materia verde, che disgraziatamente non fu possibile mandar via con nessuna lavanda, nonostante che il signor cancelliere vi adoperasse schietto sapone di glicerina e perfino lo spazzolino da denti.
Tuttavia, in grazia della pertinacia e della energia, che come dappertutto neanche qui venne meno ai rappresentanti della Comune di Schafskopf, i porcellini furono afferrati per le zampe posteriori, e nonostante le loro più strepitose proteste, furono gittati fuor della porta; dopo di che si potè riprendere il corso delle discussioni.
Era appunto all'ordine del giorno la querela d'un agricoltore, di nome Sroda, contro il sunnominato signor Floss. Si era dato il caso, che i bovi dello Sroda, erano entrati nottetempo nel trifoglio del signor Floss, e ne avevano fatta tale scorpacciata, che la mattina dopo i poveri cornuti eran morti.
Lo Sroda, disperato, portò il suo piato innanzi al Consiglio, implorando giustizia e indennità.
Il Consiglio, entrando nella essenza della cosa, giunse alla convinzione, che quantunque lo Sroda potesse aver lasciati entrare a bella posta nel campo del signor Floss i suoi giovenchi, se in quel campo vi fosse stata, per esempio, della vena o dell'orzo, e non di quell'indigesto trifoglio che vi avevano trovato, sarebbero rimasti in ottima salute e non avrebbero sofferto i tristi accessi della fiera timpanitide, de' quali erano stati vittima.
Tenuto conto di queste logiche premesse, il Consiglio concluse, che la causa della morte dei bovi non era stato in nessun modo lo Sroda, ma il signor Floss, e che per conseguenza quest'ultimo dovea pagare allo Sroda la valuta dei bovi, e a titolo d'avvertimento per l'avvenire, dovea pagare alla cassa del Comune per spese di cancelleria cinque rubli. Detta somma poi, nel caso che l'accusato si rifiutasse di pagare, si doveva esigere dal suo affittuario del latte.
Furono quindi sbrigati e risoluti altri piati giuridici, che non toccavano nè da vicino nè da lontano il genial cancelliere, pesati con perfetta imparzialità ed indipendenza sulla bilancia della giustizia pura, oscillante sul fulcro della sana intelligenza della Comune di Schafskopf.
In grazia del principio inglese del non intervento, da cui la «intelligenza» sunnominata si lasciava guidare, la concordia e la unanimità di rado furono turbate da parziali osservazioni e dispareri, che le parti contendenti come anche i giudici si ricambiavano, augurandosi scambievolmente peste, ulcere, lebbra e bubboni d'ogni sorta come si augurano le buone feste per le loro ricorrenze; sempre in grazia dello inestimabile principio del non intervento tutte le liti giuridiche potevano essere bene sistemate in modo che tanto la parte vittoriosa quanto la perdente dovesse sborsare una somma abbastanza discreta, a titolo di «spese di cancelleria». Non contando che questo sistema poneva in sicuro la preziosa indipendenza del giudice e del cancelliere, poteva anche servire a guarir la gente del prurito di leticare, e nello stesso tempo ad elevare la moralità della Comune di Schafskopf ad un'altezza, di cui i filosofi del secolo decimottavo avevano tanto sognato e parlato invano.
Quantunque noi ci asteniamo dal pronunziare un voto d'approvazione o di biasimo, è degno di esser notato che delle penali e multe decretate, don Zolzikiewicz non ne registrava sul libro amministrativo che la metà, riserbando l'altra per i «casi imprevisti», ne' quali potessero trovarsi il cancelliere, il giudice, o l'assessore Gamula.
Finalmente il Consiglio passò alla discussione delle cause penali, e l'usciere ebbe l'incarico di far uscir di carcere i prigionieri ed introdurli al cospetto dei giudici.
Ora è qui necessario di aggiungere che nella Comune di Schafskopf era stato introdotto, in omaggio alle esigenze della civiltà, il sistema cellulare, e questo fatto non è soggetto per nulla alle male lingue, che non possono metterlo in dubbio. Anche oggi, chiunque voglia, può da sè stesso convincersi, che nei porcili del giudice di Schafskopf non si trovano meno di quattro stabbioli, così che vengono ad essere formate quattro celle. I prigionieri vi stavano in compagnia degli animali, de' quali la zoologia ad uso della gioventù dice che il porco è un animale, meritamente così chiamato per la sua immondizia, ec. ec. I prigionieri stavano quindi in certe stanzine, veramente celle, in una compagnia, che, com'è noto, non poteva fare a meno di abbandonarsi a riflessioni sui misfatti consumati, e fare lodevoli proponimenti per l'avvenire.
L'usciere si recò dunque immediatamente al carcere cellulare, e condusse fuori del medesimo propriamente non due, ma una coppia, nel senso genuino della parola, di malfattori al cospetto dell'autorità giudiziaria, della qual cosa il lettore facilmente potrà dedurre, quale e quanta abbondanza di materia delicata, profondamente psicologica ed imbrogliata, l'autorità giudiziaria aveva da districare e decidere.
Infatti la cosa era delicatissima.
Un certo Romeo, chiamato comunemente Wach Rechino, e una certa Giulietta, il cui vero nome era Baska Zabia, servivano insieme in casa d'un fattore, lui come garzone, lei come fantesca. Perchè non dovremmo dirlo? essi si amavano e non potevano vivere l'uno senza l'altra, precisamente come l'eroe e l'eroina nella tragedia shakesperiana, ma con una piccola differenza, in quanto che fra Romeo e Giulietta si era insinuata la gelosia, perchè Giulietta aveva sorpreso il suo Romeo in un intimo colloquio con la guardiana della corte, un'appetitosa ragazza di nome Jaga. Da quella volta in poi l'infelice Giulietta cercava un'occasione per dare sfogo alla sua bile. Un bel giorno, essendo Romeo tornato troppo presto, al parere di Giulietta, dal campo, e chiedendo bruscamente da mangiare, scoppiò fra loro la discordia, si venne a reciproche dichiarazioni, e vi fu un vivace scambio di pugni da una parte, e di colpi di cucchiaione dall'altra. Naturalmente sull'ideal volto di Giulietta erano rimaste visibili tracce in forma di lividi e di contusioni di quel combattimento, com'eran rimaste sull'austera faccia virile di Romeo, e precisamente sulla di lui fronte spaccata.
L'autorità giudiziaria era ora chiamata a decidere da qual parte stesse la ragione, e qual dei due, sia per l'amor tradito, sia per le conseguenze dello scoppio della gelosia, fosse tenuto a pagare all'altro cinque fiorini polacchi, o, per esprimerci burocraticamente, settantacinque copechi d'argento.
Il sano spirito del tribunale non era stato ancora corrotto dal soffio deleterio dell'Occidente, ed aveva per conseguenza un sacro orrore, che lo faceva rabbrividire fino nel fondo dell'anima, per l'emancipazione della donna, la quale è in aperto contrasto con le idilliche affezioni e simpatie degli slavi. Il tribunale, per conseguenza, diede, per primo, la parola a Romeo, il quale cominciò, recandosi la mano alla fronte ferita, a parlare, dicendo:
- Eccellentissimi giudici! Questa cialtrona da lungo tempo non mi dava pace nè bene. Una sera tornavo, di ragione, a cena, e mi si fece incontro come una furia gridando: «Ah, canaglia, mascalzone, il fattore è ancora nel campo, e tu sei già tornato a casa? E poi ti metterai dietro il forno a canzonarmi!» Io non l'ho mai beffata, ma dacchè ella mi vide un giorno aiutare Jaga a tirar su delle secchie d'acqua dal pozzo, mi è sempre alle spalle. Per farla finita, scaraventò la scodella piena di minestra sulla tavola, così che il contenuto schizzò da tutte le parti, poi non mi lasciò mangiare un boccone in pace e mi chiamò figlio d'un pagano, malcreato, e persino suffraganeo! A sentirmi chiamar «suffraganeo» non mi potei più tenere, le diedi uno schiaffo, e lei mi percosse sulla fronte col cucchiaione.... -
A questo punto, la ideal Giulietta, non potendo più frenarsi, agglomerò il pugno, lo cacciò sotto il naso a Romeo, e gridò con voce strillante:
- Bugiardo! bugiardo! Abbai, come un cane! -
E detto questo, diede in un dirotto pianto a sfogo del suo cuore oppresso; indi si volse al tribunale e disse:
- Eccellentissimi giudici! Oh, me disgraziata e derelitta! Dio mio! Non fu al pozzo che lo vidi con la Jaga, che Dio li faccia accecare tutt'e due! Quante volte, straccione ridicolo, non mi hai detto, che mi amavi, che mi avresti mangiato dal bene! Potesse crepare! Potessi io torcergli e fargli girare la lingua come un arcolaio! Non lo percossi col cucchiaione, no, ma con un razzo di ruota del carro. Guardatelo un poco! Era ancora alto il sole, ed eccotelo a casa; voleva subito mangiare! Io gli dissi con le buone e garbatamente: «Pezzo di briccone! Il fattore è ancora nel campo, e tu sei già tornato a casa?» Ma «suffraganeo» non gliel'ho detto, no; non l'ho chiamato «suffraganeo», com'è vero, Dio! Che gli venga.... -
Allora il giudice richiamò all'ordine l'imputata, rivolgendole questa domanda:
- Vuoi tener la lingua a te, strega maledetta? -
Vi fu una breve pausa; i magistrati cominciarono a riflettere sulla sentenza che doveva essere pronunziata, con assai delicato senso della situazione. Nessuno pensò a condannarli al pagamento di cinque fiorini polacchi, ma per mantenere alto il prestigio della propria autorità, come per ammonire tutte le coppie coniugali di Schafskopf, il tribunale condannò gli accusati a ventiquattro ore d'arresto nel cellulare, e al pagamento, a favore della cancelleria, della multa d'un rublo di argento a testa. S'intende da sè, che Zolzikiewicz non registrò nel libro che cinquanta copechi a testa.
Così fu tolta la seduta, e Zolzikiewicz si alzò, tirandosi su i calzoni color della sabbia e tirandosi giù la sottoveste color violetto.
Gli adunati si disponevano già ad andarsene, quando fu spalancata la porta, ch'era stata chiusa dopo la invasione dei porcellini, e si presentò Rezepa, tetro come la notte, e dietro a lui la moglie accompagnata da Raberl. La moglie di Rezepa era bianca come un panno lavato; i suoi lineamenti, belli e delicati, esprimevano dolore ed umiliazione, e nei grandi occhi neri si formavano già delle grosse stille, che scorrevano giù per le gote.
Rezepa era entrato a testa alta, pieno di sdegno, ma alla vista del tribunale adunato perdè il coraggio e disse con voce assai sommessa:
- Per tutta l'eternità! - risposero in coro gli assessori.
- Che cosa volete voi qui? domandò con piglio severo il giudice, che lì per lì s'era trovato un po' confuso da prima, ma subito si era rimesso. - Qual è il vostro affare? Avete fatto alle bastonate, o qualche altra cosa simile? -
Contro ogni aspettativa, intervenne il cancelliere:
- Eccellentissimi giudici,... - cominciò Rezepa - illustrissimi....
- Silenzio! Taci! - lo interruppe la moglie - lascia parlar me, e tu non aprir bocca. -
Dopo queste parole, ella si asciugò col grembo gli occhi ed il naso, e con voce tremante raccontò tutto l'accaduto.
Ah, dov'è mai andata a riuscire! Ella accusa nientemeno che il giudice e il cancelliere, innanzi al giudice stesso, al cancelliere!
- Lo subornarono, gli promisero il bosco, purchè firmasse, ed egli firmò. Gli diedero cinquanta rubli, egli era ubriaco, nè sapeva assolutamente nulla, che in quel momento vendeva la sua sorte, la mia, e quella del nostro bambino. Era ubriaco! Eccellentissimi magistrati; era ubriaco, come una bestia! - continuò la povera donna singhiozzando. - L'ubriaco non sa quel che fa, e anche in tribunale, quando qualcuno ha commesso qualche cosa in istato d'ubriachezza, la gli vien perdonata, perchè si suol dire: «egli non sapeva, quel che faceva.» Per la misericordia di Dio, dunque! Un uomo che è in sè, non vende la sua sorte e de' suoi per cinquanta rubli. Abbiate compassione, abbiate misericordia di me, di lui, dell'innocente nostra creatura! Dove mi volgerei, infelice, sola, abbandonata nel mondo, senza aiuto, senza il mio adorato uomo! Oh, Iddio ve ne rimeriterà con ogni bene, ve ne rimeriterà centuplicatamente per noi poveretti! -
E il singhiozzo interruppe il discorso.
Rezepa anch'esso piangeva e si soffiava ad ogni momento il naso con le dita. Gli assessori si movevano di qua e di là, e si guardavano l'un l'altro, e poi guardavano il giudice e il cancelliere, non sapendo che dovessero fare.
Intanto la moglie di Rezepa si era calmata e ricominciò:
- Il poveretto andava intorno come attossicato. Ti ammazzo, ti ammazzo, mi diceva, ammazzo il bambino, incendio la nostra capanna, ma soldato non ci vado, no e poi no. Che cosa ho mai fatto io? Che cosa ha fatto la mia creatura? Egli non è buono a nulla, non può maneggiare la falce nè la scure, non può che stare in casa a piangere; ma vi aspetto il giorno del giudizio; avete pure un Dio nel cuore, e non permetterete che sia commesso un sì gran torto. Gesù Nazzareno, Madre di Dio, siate i nostri intercessori! -
E non si udì per alquanto che il singhiozzare della Rezepowa, finchè finalmente un vecchio assessore brontolò:
- È orribile, è proprio orribile, quella di ubriacare un uomo e poi venderlo!
- Certo, è orribile! - assentirono alcuni altri.
- Che Iddio e la Santissima Madre Sua vi benedicano! - esclamò la moglie di Rezepa, inginocchiandosi sulla soglia della porta.
Il giudice rimase a sedere alquanto vergognoso; l'assessore Gamula aveva l'aspetto non meno costernato, e ambedue guardavano il cancelliere. Questi taceva; ma quando finalmente la Rezepowa ebbe cessato di parlare, disse laconicamente ai consiglieri adunati, che brontolavano fra loro:
- Siete asini! -
Si fece un silenzio sì profondo, che uno avrebbe potuto sentir crescere l'erba, e il cancelliere continuò:
- Sta scritto chiaro e tondo nella legge che chi consente e si libera volontariamente a un contratto e lo sottoscrive, vien condannato dal tribunale marittimo.... Ma lo sapete voi, che cos'è un tribunale marittimo?... -
Tirò fuori il fazzoletto da naso, si soffiò, e poi con voce fredda continuò la sua perorazione:
- Qualunque minchione voglia sapere che cosa vuol dire tribunale marittimo, non ha che a ficcare il naso in un vaso altrui, e lo sentirà fino alla settima costola. Quando uno si è volontariamente arruolato, Dio vi guardi dal dirvi su una parola. Il patto è sottoscritto, i testimoni ci sono, scimunito! Così è stabilito dalla giurisprudenza, e se non lo credi, guarda un po' nel Codice di procedura. Poniamo che uno fosse stato ubriaco; ebbene, che ne segue? Come se voi, asini che siete, non beviate sempre e dovunque! -
Se la giustizia in persona con la bilancia nella sinistra e la spada nuda nella destra fosse sbucata di dietro alla stufa e si fosse a un tratto presentata dinanzi agli assessori, non si sarebbero spaventati più di quel che furono dalle parole «tribunale marittimo, giurisprudenza e Codice di procedura.»
Regnò per alquanto un cupo silenzio, e solo dopo qualche tempo Gamula cominciò sommesso a parlare, mentre tutti gli altri, sorpresi di tanto ardire, stupefatti ascoltavano:
- Verissimo! Tizio vende il cavallo e se lo beve; Caio vende il suo bove o il porco, e se lo tracanna. Tutti, tutti bevono; questa è l'usanza qui.
- Sicuro, ma non beviamo che secondo l'antica usanza però.... - osservò il giudice.
Allora gli assessori si volsero a Rezepa con più coraggio:
- Che hai da dire altro? Tu ti sei fermentata la birra, e ora bevitela.
- Sei forse un ragazzo? Non sai dunque quello che fai?
- Non ti si mozza già la testa....
- E quando sarai richiamato, prenderai un garzone per badare a casa e per farti rappresentare e sostituire nel tuo mestiere e presso tua moglie. -
A queste parole la ilarità si diffuse per tutta l'adunanza. Quindi il cancelliere si accinse di nuovo a parlare, e tutti fecero silenzio.
- Voi non sapete fin dove siete autorizzati ad intervenire - diss'egli - e dove non potete toccare. In quanto il Rezepa ha minacciato di bruciare la capanna e di ammazzare la moglie e il figliuolo, voi avete pieno diritto d'intervenire, poichè simili cose non possono essere di leggieri trascurate; in quanto poi a sua moglie, che è venuta qui a querelarsene, ella non può lasciar l'ufficio senza giustizia.
- Non è vero! Non è vero! - gridò ella disperatamente - io non ho fatto querela, io non ho mai ricevuto un torto da lui. O Gesù, o piaghe santissime del Dio vivente, è dunque venuta la fine del mondo?! -
Ma il tribunale si adunò di nuovo, e il risultamento immediato fu che i coniugi Rezepa non solo non ottennero nulla, ma di più l'autorità, in legittima apprensione e provvidenza per la incolumità della Rezepowa, deliberò di chiudere per due giorni Rezepa nel porcile. Oltre a ciò egli fu condannato, perchè in avvenire non gli si affacciassero più alla mente simili pensieri, alla multa di due rubli e cinquanta copechi per spese di cancelleria. Rezepa non si acconciò a sì mite sentenza, diede in escandescenze, e gridò che nel porcile non ci voleva andare; per ciò che riguardava la multa, egli gittò in terra, non due, ma i cinquanta rubli ricevuti la sera innanzi dal giudice e gridò:
- Questi se li prenda chi vuole! -
Allora cominciò un tumulto indiavolato. L'usciere voleva trascinar via Rezepa; Rezepa gli assestò un pugno in un occhio; il percosso acciuffò Rezepa per i capelli; la moglie del Rezepa cominciò a urlare, tanto che uno degli assessori l'agguantò per il petto e la scaraventò fuori della porta, non senza affibbiarle un pugno sulla testa; gli altri venerandi magistrati prestarono man forte all'usciere nel trascinare per i capelli il Rezepa al porcile. Nel frattempo il cancelliere portò nella rispettiva rubrica in conto: «Dal Rezepa un rublo e venticinque copechi per spese di cancelleria.»
La moglie del Rezepa, quasi fuor di sè, tornò nella sua deserta capanna, a occhi chiusi, inciampando in ogni passo, torcendosi disperatamente le mani, e gemendo:
Il giudice con l'assessore Gamula s'avviò a lenti passi verso la mescita. Il capo della Comune di Schafskopf aveva buon cuore, e per conseguenza osservò:
- Ah, m'ha fatto male, molto male e ne soffro! Devo forse dargli un quarto di piselli per giunta? -