Henryk Sienkiewicz
Natura e vita

NATURA E VITA

VI. LE TENEREZZE DEL CANCELLIERE E IL CONSIGLIO DI UN MOLTO REVERENDO.

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VI.

LE TENEREZZE DEL CANCELLIERE

E IL CONSIGLIO DI UN MOLTO REVERENDO.

Io spero che il lettore avrà apprezzato, non che compreso, il piano del mio simpatico eroe.

Don Zolzikiewicz aveva dato, come si suol dire, più meno che scaccomatto ai coniugi Rezepa.

L'inserire il Rezepa nella lista delle reclute, non avrebbe approdato a niente; ma ubriacarlo, accalappiarlo in modo, che lui stesso sottoscrivesse il contratto e ricevesse il danaro, imbrogliava assai la faccenda, e lo scaltro intrigo aveva offerta la prova palmare, che don Zolzikiewicz, dato un concorso di favorevoli circostanze, era ancora capace di rappresentare una gran parte.

Il giudice, che era pronto a pagare per il figlio l'intero cambio in ottocento rubli, fu anco pronto ad accettare questo piano, poichè Zolzikiewicz, moderato e geniale, per l'intero affare non pretendeva per che venticinque rubli. Egli poi non prendeva questa somma per cupidigia di denaro, come non per cupidigia divideva gl'incassi a titolo di spese cancelleresche con Burak.

Era notorio che don Zolzikiewicz doveva più d'una sommerella al sarto Grul d'Eselsfeld, il quale provvedeva tutto il circondario delle ultime «mode parigine». Ebbene, poichè sono sulla via delle confessioni, non nasconderò perchè don Zolzikiewicz si vestiva così accuratamente. Questo, a buon conto rispondeva al suo gusto estetico da una parte, e dall'altra c'era un secondo motivo, il più importante di tutti.

Don Zolzikiewicz amava, ma non crediate che amasse la moglie di Rezepa. Quanto a Rezepowa, egli aveva per lei un «capriccetto», come si esprimeva, e gli sembrava appetitosa e basta! Ma il nostro eroe era capace di sentimenti più elevati e più ideali.

Se non i miei lettori, le mie amabili lettrici indovinano certo, che l'oggetto di questi eletti sentimenti, non poteva essere che la signorina Jadwiga Shorabiewska. Più d'una volta, nell'ora che l'argentea luna ascendeva su per la curva del cielo, il romantico cancelliere prendeva l'armonica, strumento ch'egli sonava a perfezione, si adagiava sopra il praticello dinanzi alla sua casina, mirava la signoril corte vicina, e cantava a bassa voce sulle note melanconiche e qua e un po' sbuffanti dell'istrumento:

Vivo il giorno di desìo,

Ah! non vedi il pianto mio?

E la notte, ahi! nel dolore,

Mi si strugge ed arde il core!

La sua voce risonava nel poetico silenzio della notte estiva, e don Zolzikiewicz, aggiungeva poi dopo una pausa:

Deh, perchè, deh, perchè, gente spietata,

Le rose della vita al giovinetto

Strappaste dalla chioma inghirlandata?

Del resto, a chi volesse accusare il cancelliere di sentimentalismo, io dirò francamente, ch'egli è in errore. Troppo apatico era lo spirito di questo grand'uomo per poter essere sentimentale; ma fra le immagini della di lui fantasia soltanto la signorina Jadwiga rappresentava «Isabella», e lui o «Serrano», o «Marfori». Se non che, non corrispondendo la realtà ai sogni e alle visioni dell'innamorato, quest'uomo di ferro una volta si tradì, e fu, quando una sera, vide, accanto alla stanza delle legne, appese ad asciugare delle sottane con le cifre J. S. e una corona sull'orlo, dal che riconobbe che appartenevano alla signorina Jadwiga.

Chi avrebbe avuta la forza di resistere? E difatti non resistè, s'avvicinò e cominciò a baciare con veemenza una di quelle sottane. Per caso fu visto dalla Malgossia, la guardiana del cortile, la quale volò dai padroni e raccontò loro che il cancelliere s'era soffiato il naso alla sottana della signorina....

Ma per buona fortuna essa non fu creduta, e così il sentimento del signor cancelliere non fu rivelato a nessuno.

Ora si domanda: Nutriva egli qualche speranza? Non sappiategliene male.... sperava! Tutte le volte che si recava da quei signori, una interna, sebbene debole voce gli bisbigliava incessantemente:

- E se la signorina Jadwiga oggi, durante il pranzo, col suo piedino sotto la tavola pestasse il tuo?...

- Uhm! Non m'importerebbe nulla dello stivaletto di pelle inverniciata - soggiungeva con la magnanimità propria delle anime grandi.

La lettura delle pubblicazioni del signor Breslauer gl'ispirò la fede nella possibilità di diverse pestatine di piedi. Ma la signorina Jadwiga non solo non gli si avvicinava ai piedi, ma neppure.... chi comprende le donne?... ella lo guardava con la stessa indifferenza, con la quale avrebbe guardato la siepe, il gatto, la scodella o qualunque altra cosa.

Il disgraziato si martoriava per attirare l'attenzione della fanciulla; ora si metteva una cravatta di colori smaglianti, ora s'infilava un paio di pantaloni a lunghe strisce, e pensava:

- Adesso si degnerà di rivolgere uno sguardo verso di me! -

Lo stesso Grul soleva dire, quando gli portava un paio di pantaloni nuovi:

- Vede! Con simili calzoni uno può annunziarsi anche a una contessina. -

Tutto, invano. Andava a pranzo, e la signorina Jadwiga incedeva superba come una regina, inappuntabile, virginea; la sua veste insiem con ogni volante possibile frusciava, si metteva a sedere, prendeva coi suoi ditini affusolati il cucchiaio, ma non dava l'occhiatina furtiva al cancelliere di Schafskopf.

- Ella non capisce quanto mi costa tutto questo! - pensava don Zolzikiewiez al colmo della disperazione.

Tuttavia non aveva perduto ogni speranza.

- Se diventassi almeno sottorevisore! - pensava. - Quando si occupa una carica simile, si ha sempre che fare con la nobiltà. Da sottorevisore poi a revisore non c'è che un passo! Allora possederei la mia brava britscka, una bella pariglia, e allora, oh, allora ella mi stringerebbe la mano di sotto la tavola.... -

Don Zolzikiewicz s'ingolfò in un'infinità d'altre conseguenze di tali pestatine e strette di mani; ma noi, siccome questi sono segreti d'un cuore, rispetteremo i suoi pensieri. Se non che qual ricca dote possedeva questo don Zolzikiewicz, lo dimostra la leggerezza, con la quale accanto al sentimento ideale per la signorina Jadwiga, sentimento che del resto corrispondeva alla sua natura aristocratica, trovava in pari tempo il cosiddetto sentimento di concupiscenza per la moglie di Rezepa. Era innegabile che costei fosse una bellissima donna; ciò nondimeno il don Giovanni della Comune di Schafskopf non avrebbe dicerto durato tanta fatica e sacrificato tanto tempo, se la caparbia resistenza, strana e degna d'esser punita, non lo avesse irritato.

L'ostinata resistenza d'una donna volgare, contro di lui, sembrò al signor cancellierescellerata ed inaudita, che non solo ella a' suoi occhi acquistava l'attrattiva d'un frutto proibito, ma prese oltre a ciò la risoluzione di darle una ben meritata lezione. L'accidente di Rezepa lo fortificò nel suo proponimento. Egli sapeva, che la sua vittima si sarebbe difesa, e perciò aveva escogitato quel volontario contratto di Rezepa col giudice, che, almeno apparentemente, gli dava a discrezione nelle mani Rezepa, la moglie e il bambino.

Ma la moglie di Rezepa dopo ciò che era accaduto in Comunità, non aveva data la sua causa per vinta. Il giorno seguente era una domenica, ed ella, come di consueto, risolse d'andare alla messa a Türckette, e consigliarsi con un sacerdote. Vi erano a Türckette due sacerdoti: il parroco, canonico Ulanowski vecchio decrepito, tanto che dalla debolezza della senilità, gli uscivan persino gli occhi dalle orbite, e gli dondolava sempre la testa; perciò ella si decise di non presentarsi a lui, ma al vicario Czyzyk. Questo era un sant'uomo, pieno di saviezza, e poteva darle un buon consiglio e consolarla. Voleva andarvi per tempo e parlargli prima della messa; e doveva lavorare per e per suo marito, perchè quest'ultimo era rinchiuso nel porcile.

Prima che ella avesse posta in ordine la capanna e dato da mangiare al cavallo, ai maiali e alla vacca; prima che avesse preparata la colazione e l'avesse portata in un tegame al marito in carcere, il sole era già alto sull'orizzonte, ed ella calcolò che non avrebbe potuto parlare al vicario prima della messa. Infatti le divozioni, al suo arrivo, erano già incominciate. Le  donne, co' loro giubbetti verdi, erano già sulla piazzetta della chiesa, e si mettevano in fretta le scarpe, che fino allora avevano tenute in mano. Lo stesso fece la moglie Rezepa, ed entrò in chiesa.

Il vicario predicava e il canonico sedeva colla sua berretta in capo, su una sedia a bracciuoli accanto all'altare, aveva gli occhi spalancati e fissi, e tentennava al suo solito la testa. Il vicario, non so per qual motivo, parlava della eresia medioevale e spiegava ai parrocchiani, da qual punto di vista dovevasi risguardare questa eresia, come pure la bolla lanciata contro la medesima.

Poi il prete ammoniva molto eloquentemente e con grave prevenzione le sue pecorelle come semplici e povere di spirito, come care al Signore Iddio, celesti augellini, di non dare ascolto ai molti e vari falsi sapienti, e principalmente, a quelli posseduti da superbia satanica, poichè costoro seminavano erbacce nocenti, ed avrebbero raccolto lacrime e peccati. E nominò allora Condillac, Voltaire, Rousseau e Ochorowicz, senza fare differenza alcuna fra questi uomini. Alla fine passò a una minuta descrizione delle molteplici pene alle quali saranno sottoposti nel mondo di i dannati.

La moglie di Rezepa sembrava animata da un altro spirito, perchè quantunque non intendesse ciò che il reverendo diceva, pensava: «Certo deve dire qualche cosa di bello, se grida in modo da esser madido di sudore, e se gli ascoltanti gemonoprofondamente, come se emettessero il loro ultimo anelito.» La predica finì e cominciò la messa.

Oh, con quanta devozione la povera donna pregava; non aveva mai in vita sua pregatofervidamente, e si sentiva intanto il cuore sempre più leggiero. Giunse il momento solenne. Candido come una colomba, il canonico si alzò, prese il Santissimo Sacramento dal ciborio, si voltò ai fedeli con le mani tremanti, tenendo il calice che raggiava come il sole, vicinissimo al viso, stette per un momento così ad occhi chiusi e a capo chino, in profondo raccoglimento, e finalmente intonò:

Tantum ergo Sacramentum

Veneremur cernui....

e centinaia di voci risposero in coro. Il sacro inno risuonò per l'aere così, che ne tremarono le vetrate della chiesa, l'organo accompagnava, le campane sonavano a doppio; fuori della chiesa rullava il tamburo; dal turribolo s'inalzarono nubi di fumo azzurrognolo, il sole brillava passando per le finestre e irradiava dei colori dell'iride le nuvolette, che prendevano forma d'anelli. In mezzo a questo rumoreggiare, al canto, al doppio delle campane, al rullo del tamburo, al fumo dell'incenso, ai raggi del sole, risplendè per un istante in alto il Santissimo Sacramento, che il sacerdote ora abbassava, ora elevava.

Quel canuto vegliardo pareva nella elevazione una visione celestiale, i cui raggi mezzo velati spargevano beatitudine e fiducia in Dio, che si versavano in tutti i cuori di Lui timorati.

La pace dei beati veniva soffiata dalle ali degli angeli, anche nel cuore della moglie di Rezepa:

- O Gesù, che ti ascondi nel Santissimo Sacramento! O Gesù, - esclamava la infelice - non abbandonare questa derelitta! -

E le scaturivano dagli occhi le lacrime, non di quelle che aveva versate al cospetto del giudice, ma di quelle dolci, grosse come perle, che le rendevano la pace perduta.

Ella cadde in ginocchio dinanzi alla maestà di Dio, e si chinò col viso fino al suolo, seppe più quel che accadesse di lei e a intorno. Le parve che alcuni angeli, calati dal cielo, la portassero, leggiera come una foglia, al Cielo, all'eterna felicità, dove non c'erano cancellieri, giudici, ruoli di reclute; solo una radiosa aurora e in mezzo a quella il trono di Dio, e intorno al trono una luce abbagliante, e schiere d'angeli con le ali bianche.

Così giacque la Rezepowa per alquanto, e quando si alzò, la messa era finita, la chiesa si era vuotata, le nuvole dell'incenso ondeggiavano increspandosi su per la vôlta, gli ultimi devoti tuffavano le dita nella pila dell'acqua benedetta, e il vecchio sagrestano spengeva i ceri. Allora la Rezepowa si recò nella canonica, e fece pregare il vicario di consentirle un breve colloquio. Egli sedeva già a tavola, ma si alzò e corse subito, quando gli fu detto che una donna con le lacrime agli occhi desiderava di parlargli.

Il vicario era un sacerdote ancor giovine, col volto pallido ma sereno, la fronte candida ed alta, e la bocca atteggiata ad un mite sorriso.

- Che cosa desiderate, buona donna? - le domandò con la sua armoniosa voce.

La Rezepowa s'inchinò profondamente dinanzi a lui, e cominciò a raccontargli, piangendo e singhiozzando, tutto il suo affare per filo e per segno, e finalmente, alzando verso di lui in profondo scoramento i suoi grandi occhi neri, esclamò:

- Ahimè! Vengo a cercar consiglio da lei, molto reverendo! Oh, mi consigli, mi consoli, reverendo signore!

- E non avete sbagliato; - rispose placidamente il sacerdote - ma per voi non ho che un solo consiglio. Offrite tutti i vostri patimenti al Signore Iddio buono. Iddio visita i suoi devoti, e manda loro anche gravi tribolazioni come a Giobbe, le cui dolorose piaghe leccavano i cani, o come Azaria, ch'Ei colpì di cecità. Ma Iddio sa quel che fa, e sa anche ricompensare e premiare i suoi fedeli. Considerate la disgrazia che ha colpito il vostro marito come un castigo d'Iddio per il suo grave peccato della ubriachezza, e ringraziate Iddio che, castigandolo in vita, forse gli perdonerà dopo morto i suoi peccati. -

La Rezepowa lo guardò per un momento coi suoi grandi occhi neri, s'inchinò profondamente, ed uscì pian piano senza fiatare. Per la strada soltanto sentì che le si stringeva il cuore; voleva piangere e non poteva.


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