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VII.
FRA CUGINI.
Alle cinque pomeridiane circa, sulla via principale, fra le capanne del villaggio si vedeva in lontananza un ombrellino da sole di seta azzurra, un cappellino giallo con nastro azzurro e un vestitino color mandorla, parimente guarnito d'azzurro.
Era la signorina Jadwiga, che, dopo pranzo, faceva la solita passeggiata, ed aveva al fianco il suo cugino Vittorio. Costei veramente era una bellissima fanciulla: aveva capelli neri, occhi cerulei, incarnato di latte, e con tutta questa grazia di Dio, un abbigliamento fino, grazioso, elegante, che ne faceva risaltare la venustà e la circondava d'una corona di raggi. La sua snella personcina si disegnava magicamente così, che non pareva camminasse, ma s'avanzasse leggiera nell'aria. Con una mano teneva l'ombrellino, con l'altra il vestito, sotto il quale si vedeva l'orlo trapunto d'una sottanina bianca e due piedini piccoli piccoli, stretti in certi stivalini all'ungherese, alti, allacciati fino al cominciare della polpa.
Il cugino Vittorio, che le camminava a lato, pareva una statua vivente, quantunque avesse un gran ciuffo di capelli increspati d'un biondo chiaro e una morbida lanugine dello stesso colore. Salute, giovinezza, serenità, felicità raggiavano da quella coppia, e spiccava oltre a ciò in tutt'e due l'impronta di quella vita elevata e solenne, che prende il suo volo, non soltanto per il mondo esteriore, ma anche in quello dei pensieri, delle aspirazioni, dell'infinito desìo, d'idee larghe, profonde, e talvolta anche in quello degli aurei e splendidi sogni. Fra quelle capanne, in mezzo a quei fanciulli ed ai contadini, in mezzo a quei dintorni popolosi, quei due sembravano abitatori d'un pianeta superiore.
Era proprio piacevole di pensare, che fra quella superba coppia, tanto superiormente e poeticamente sviluppata, e l'esistenza prosaica, quasi bestiale, satura di bassa e materiale realtà non esisteva alcun punto di contatto, per lo meno spirituale. Camminavano essi l'uno al fianco dell'altra, conversando fra loro di poesia, di letteratura, di arte, come si suole fra un cavaliere e una gentil damigella. Le persone del paese nelle loro casacche di grossolana tela, quei contadini e le loro mogli non ne capivano neppure il linguaggio.
È un pensiero, cotesto, che lusinga, non è vero? Confessatelo, signori!
Nella conversazione di quella superba coppia non c'era niente da ridire, che non lo avessimo udito cento volte. Essi passavano da un libro all'altro, come svolazza la farfalla da fiore a fiore. Ma una simile conversazione non è nè può sembrare vana e comune, quando un'anima s'intrattiene con un'altra che per sentirla affine e parente, le è cara. Quella conversazione non era che l'involucro che cingeva gli aurei fiori dei loro sentimenti e dei loro pensieri; un bianco bottoncino di rosa, che nascondeva il suo rubicondo seno. Infatti una conversazione, qual'era quella, s'inalza come un uccello di passo per l'aria fino alle sfere azzurre, si libra nel mondo dello spirito, ed ascende, gioconda spirale, in alto, come certe pianticine intorno al loro sostegno. Là, nella mescita, beveva la plebe e chiacchierava con parole volgari di cose plebee; mentre la nostra coppia veleggiava in un'altra regione, su d'una nave, la quale, come canta Gounod:
E qui bisogna aggiungere che la signorina Jadwiga, per esercitarsi, faceva girare il capo al cugino, ed in simili circostanze si parla, più volentieri che d'altro, di poesia.
- Signorina, ha letto l'ultima edizione dei versi di Ely? - domandò il cavaliere.
- Debbo dirle, Vittorio, - rispose la signorina - che egli è il mio debole. Quando lo leggo, mi par d'udire la musica delle sfere celesti, e involontariamente mi applico quei versi di Uieiski:
Su quella nuvoletta
Un mar circondami,
La tua nella mia mano
Ah! - s'interruppe a un tratto - se lo conoscessi, certo me ne innamorerei. E c'intenderemmo fra noi; son sicura che c'intenderemmo.
- Per fortuna, egli ha moglie!
- Per fortuna di tutti coloro, per i quali la vita non avrebbe più alcuna attrattiva. -
E don Vittorio proferì queste parole con aria ed accento tragico.
- Oh, ella adula.
- Ella è un angelo.... - rispose don Vittorio, passando dal tragico al lirico.
- Per carità.... parliamo di qualche cos'altro. Le piace Ely, sì o no.
- Da un momento in qua lo odio.
- Ella è un vero acchiappa citrulli. La prego di rasserenare la fronte e di nominarmi i suoi poeti favoriti.
- Sowinski - brontolò cupamente don Vittorio.
- Ed io, invece, lo temo, mi fa paura. Sempre ironie, sangue, incendi.... escandescenze, impeti brutali!
- A me tutto cotesto non fa paura. -
E ciò dicendo, don Vittorio aveva assunto un atteggiamento sì fiero e bellicoso, che un cane, il quale si era slanciato fuori d'una capanna, si mise la coda fra le gambe e si ritrasse impaurito. Frattanto erano giunti dinanzi a una casina, sulla cui finestra videro affacciarsi una barbetta da ariete, un naso camuso e una cravatta verde-chiaro. Ma questa apparizione non li trattenne punto, si avanzarono e si fermarono dinanzi ad un'altra graziosa casetta, alle cui mura s'arrampicavano dei tralci di vite selvatica, e le cui finestre posteriori davano sur una peschiera.
- Guardi un po' questa casina; è l'unico luogo poetico in tutto Schafskopf.
- E che casa è?
- Un tempo fu una specie di scuola froebelliana. Qui i fanciulli del villaggio si ricreavano ed imparavano a leggere, mentre i loro genitori erano a lavorare nei campi. Il babbo l'aveva fatta fabbricare a questo scopo.
Non seguiremo il corso delle loro idee, perchè erano appunto arrivati a una gran pozzanghera, in cui stavano sdraiati alcuni porci. Per girarla, dovettero passare davanti alla capanna della moglie di Rezepa, la quale era seduta presso la porta sopra un fastello di canapa, con le gomita appoggiate sulle ginocchia e la faccia appoggiata sopra una mano. Era pallida e come impietrita, gli occhi aveva rossi, lo sguardo velato dalle lacrime e fiso nel vuoto, senza coscienza di ciò che la circondava. Non udì neppure il rumore dei passi dei due che si erano avvicinati, ma la signorina la scòrse subito e disse:
Allora ella si alzò, si accostò e fece un profondo inchino alla signorina e al signor Vittorio, e, mentre s'inchinava, le lacrime le cadevano a quattro a quattro dagli occhi.
- Che cosa avete? - le domandò la signorina.
- Signorina mia, mia lucente aurora! Iddio, vi ha forse mandato! Deh, confortatemi, intercedete per me! -
E raccontò alla signorina ciò che le era accaduto, baciandole, durante il racconto, continuamente le mani, o per parlare con più esattezza, i guanti, che macchiò delle sue lacrime. La signorina rimase tanto confusa, che si poteva leggerle sul viso il suo grande imbarazzo. Ella non sapeva che fare, e finalmente dopo aver riflettuto disse:
- Che posso mai consigliarvi, mia cara! Mi rincresce profondamente di voi. Davvero.... non so che cosa potervi consigliare. Andate dal babbo.... forse lui.... addio, mia buona.... -
E ciò dicendo, la signorina Jadwiga si alzò più che mai il vestitino, in modo che le sue calze bianche, listate d'azzurro le spiccavano bene sugli stivaletti, e proseguì con Vittorio il suo cammino.
- Che Dio ti benedica, bellissimo fiorellino! - le gridò dietro la Rezepowa.
Intanto la signorina si era fatta mesta, e al signor Vittorio parve che le scappassero le lacrime. Quindi, per distrarla, cominciò a parlare di Kraszewski e d'altri pesci più piccoli del mare della letteratura, così che nel conversare, facendosi le loro discussioni, sempre più animate, dimenticarono lo «spiacevole incontro».
- Da suo padre? - disse intanto seco stessa la Rezepa. - Davvero! Da lui, dovevo andare prima, che altrove; che sciocca sono stata! -