Henryk Sienkiewicz
Natura e vita

NATURA E VITA

VIII. DAL PADRONE DELLA TENUTA.

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VIII.

DAL PADRONE DELLA TENUTA.

Nella villa il balcone era coperto di tralci di vitalba; di lassù si dominava il cortile e la via fiancheggiata da pioppi. Su quel balcone i padroni solevano dopo pranzo prendere il caffè. Infatti anche in quel giorno eran seduti a cotesto intento insieme col canonico Ulanowski, il vicario Czyzyk e il revisore Stolbicki. Il padrone della tenuta, don Shorabiewski, ben panciuto e con la faccia rubiconda, adorna di un bel paio di baffi, sedeva in una poltrona e fumava a pipa. La sua signora mesceva il caffè, e il revisore, che era scettico, dava la berta al vecchio canonico.

- Dunque, ci racconti un poco, signor canonico, della famosa battaglia.... - disse il revisore.

- Eh? - domandò il canonico, portandosi il cavo della mano all'orecchio.

- Della battaglia! - ripetè più forte il revisore.

- Ah, della battaglia? - domandò di nuovo il canonico, e cominciò come a meditare e mormorare fra , e a guardare in alto, nello sforzo di richiamarsi alla mente il fatto.

Il revisore poteva a stento trattenersi dal ridere, tutti stavano in ascolto per udire per la centesima volta il medesimo racconto, su cui ritornava sempre il reverendo vegliardo.

- Sicuro, - cominciò il canonico - allora io ero vicario, e il parroco era Gladyss.... precisamente. Fu lui che fece ristaurare ed abbellire tutta la sagrestia.... un monumento eterno.... Dunque, subito dopo la messa dissi: «Signor parroco!» Ed egli domandò: «Che c'è?» «Mi pare, dissi io, che fuori accada qualche cosa.» E lui: «Pare anche a me; ci dev'essere qualche cosa.» Ci affacciamo, ed eccoti di dietro al mulino a vento alcuni soldati a cavallo, della fanteria in marcia, e poi delle banderuole e dei cannoni. Allora dissi subito dentro di me: «E dall'altra parte, chi viene? Sono delle pecore? Ma no, non son pecore, è cavalleria.» Appena che furono a fronte, gridarono: «Alt!» E anche gli altri: «Alt!» Allora si slanciò fuori dal bosco la cavalleria, quelli a destra, questi a sinistra, e gli altri dietro a loro. Non l'avevano vista prima: era un affare serio! Avevano a momenti le lance alla gola. Allora cominciarono a sparare, e anche di dietro al monte cominciò a lampeggiare. «Vede, lei, signor parrocodomandai; e il parroco: « sicuro; tirano cannonate di , e colpi di carabina.» Gli uni volevano gettare gli altri nel fiume; gli altri ne li volevano tagliar fuori; da tutte le parti si menava le mani a corpo a corpo; ora avevano il sopravvento gli uni, ora gli altri! Mettono mano alle baionette! Allora mi parve che la parte di qua ne toccasse, e dissi: «Signor parroco, quegli altri le danno, e questi le pigliano». - «Pare anche a me». Non avevo finito di dirlo, che questi si raccomandarono alle gambe, e quelli gli corsero dietro a rotta di collo; e cominciò l'affogare, l'ammazzare, il fare prigionieri, così ch'io pensai che si fosse alla fine.... dico, insomma, che.... -

A questo punto il vecchio agitò il braccio, e piantandosi più saldamente a sedere, s'ingolfò nei suoi sogni, non dando altro segno di vita che il tremolare della testa e lo sporgere più che mai gli occhi fuori dell'orbita. Il revisore non ne poteva più dal ridere.

- Molto reverendo, - gli domandò - ma chi fu che si battè!

- Dove?

- Quando?

- Eh?

- Scoppio dalle risa, scoppio.... - assicurava il revisore.

- Vuole una sigaretta?

- Vuole un altro bicchierino?

- Grazie. Non ne posso più dal ridere. -

I padroni, per cortesia verso il revisore, ridevano insieme con lui, quantunque, come ho detto, ogni domenica dovessero udire il medesimo racconto della famosa battaglia anonima. Per conseguenza, a tavola in quel momento regnava una generale ilarità, che a un tratto fu interrotta da una voce lamentosa, che veniva dal di fuori.

- Sia lodato il Signore! -

Don Shorabiewski si alzò immediatamente, si affacciò e domandò:

- Chi è?

- Sono io, la Rezepowa.

- Che volete? -

La Rezepowa si chinò tanto profondamente, quanto glielo permetteva il bambino che aveva in braccio.

- Aiuto, illustrissimo, aiuto e consiglio.

- Ma, cara mia, almeno la domenica lasciatemi in pace! - la interruppe il padrone con una cera, come se tutti gli altri giorni della settimana fosse a di lei servizio. - Lo vedete, ci ho degli ospiti.... Non li posso lasciar qui soli per voi.

- Aspetterò....

- Gua', aspettate; io non mi posso dividere in due. -

Ciò detto, il corpulento signore si ritirò, la Rezepowa si strinse al cancello del giardino, e restò avvilita e paziente. Ella dovette aspettare un bel pezzo.

Quei signori chiacchieravano e ridevano sonoramente fra loro, e le risate giungevano strazianti alla poveretta, ch'era d'un umore da far proprio il senso contrario.

Più tardi tornarono anche il signor Vittorio e la signorina Jadwiga, e tutti quei signori passavano dal balcone nelle stanze interne.

Il sole lentamente calò dipoi verso il tramonto; il servitorino Jasink entrò a preparare la tavola per il thè; cambiò la tovaglia, mise al posto le tazze lasciandovi cadere i cucchiaini, che mettevano, cadendo, la loro nota argentina sul balcone.

La Rezepowa aspettava, aspettava, tanto che le venne persino il pensiero di tornarsene alla sua capanna e ripresentarsi in un'altr'ora; ma non lo fece per timore d'arrivar troppo tardi. Si sedette sull'erba accanto alla siepe e diede la poppa al bambino, il quale poppando si addormentò, ma d'un sonno piuttosto inquieto, poichè fino dalla mattina non si sentiva bene. La poveretta ora sentiva de' brividi di freddo, ora delle caldane che le scendevano dalla testa ai piedi; ma non vi badava, e continuava ad aspettare con pazienza.

Il thè era già servito; sulla tavola ardeva una lampada, ma i signori indugiavano a venire, perchè la signorina sonava al pianoforte. La Rezepowa intanto recitava dei paternostri e delle avemarie, pensando, che don Shorabiewski l'avrebbe salvata. Come avrebbe fatto non le era chiaro, ma capiva ch'egli aveva conoscenza col commissario e col presidente, e non aveva che a dire una parola, e semplicemente esporre com'era andata tutta quella storia, e poi con l'aiuto di Dio il suo caso avrebbe preso buona piega. Oltre a ciò, pensava: qualora lo Zolzikiewicz o il giudice vi si opponessero, l'illustrissimo signore saprebbe a chi ricorrere per ottenere ragione.

- L'illustrissimo è stato sempre un signore buono e caritatevole verso la gente, - pensava la misera e non mi abbandonerà. -

s'ingannava, poichè infatti il signor Shorabiewski era un uomo dabbene. Ella si ricordava altresì che era stato sempre benevolo verso il suo marito, che la sua povera mamma, buon'anima, era stata balia della signorina Jadwiga; tutto questo le istillava balsamo di consolazione e fiducia nel cuore. Le pareva naturale di dovere aspettare tanto tempo, per questo si sentiva menomamente crucciata.

Intanto i signori, uno dopo l'altro, erano rientrati sul balcone. La Rezepowa vedeva, a traverso ai tralci della vite selvatica, la signorina Jadwiga mescere il thè da una teiera d'argento, o come soleva dire sua madre, buon'anima, «mescere un liquidoodoroso, che ne rimaneva profumata tutta la bocca.» Indi tutti bevvero, e continuarono a conversare e ridere allegramente. Alla Rezepowa si affacciò allora il pensiero che la vita dei signori offriva maggior felicità che quella dei contadini, e senza sapere il perchè, cominciarono ad empirsele gli occhi di lacrime e scorrerle giù per le guance. Ma le lacrime cedettero il posto ad un altro sentimento, poichè in quel punto stesso il servitorino aveva portato in tavola un vassoio fumante.

Allora ella si rammentò d'aver fame: non aveva mangiato nulla in tutta la giornata, tranne quel poco di latte che aveva bevuto la mattina.

- Oh, se mi dessero anche un ossolino da rosicchiare! - pensò la Rezepowa, e sapeva che certo le avrebbero dato qualche cosa di più, ma non osò d'andare a chiederlo per non importunare, e poi dinanzi agli ospiti, sarebbe stata una cosa che avrebbe potuto fare andare in collera il padrone.

Finalmente anche la cena quella sera ebbe termine; il revisore se ne andò, e una mezz'ora dopo anche i due reverendi furono portati via da una carrozza padronale.

La Rezepowa aveva veduto il padrone aiutare il canonico a salire in carrozza, e giudicò che allora sarebbe stato tempo opportuno di presentarsi, e si avvicinò al balcone. La carrozza partì; il padrone gridò qualche avvertimento dietro al cocchiere, poi guardò il cielo per fare il pronostico del tempo e, abbassati gli occhi, scòrse qualche cosa di bianco.

- Chi è ? - domandò.

- Io.... sono la Rezepowa.

- Ah, siete voi!? Presto, che cosa volete? È già tardi. -

Raccontò essa la sua trista istoria; il signore l'ascoltò fino alla fine, fumando la pipa, e poi disse:

- Cara mia! Vorrei aiutarvi, se potessi, ma ho dato la mia parola d'onore di non volermi più occupare degli affari della Comune.

- Lo so, - rispose con voce tremante la Rezepowa - lo so, illustrissimo, ma ho pensato che vostra signoria illustrissima avrebbe avuta pietà di me.... -

E la voce le morì sulle labbra.

- Va benissimo, - disse il signor di Shorabiewski - ma che ci posso fare io? Non intendo di rompere per voi la parola data, e tanto meno di presentarmi per voi al presidente. D'avanzo egli va dicendo che lo annoio continuamente con tutti gli affari possibili e immaginabili!... Voi avete pure la vostra Comune, e se la Comune non vi consiglia che cosa dovete fare, la strada per andare dal presidente del distretto la sapete bene quanto me. Che potrei dirvi di più? Ora, mia cara, Dio sia con voi!

- Che Dio ve ne rimeriti - rispose cupa la donna, inchinandosi profondamente.


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