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X.
Allora cercò l'ufficio del distretto di Eselsfeld, e finalmente lo trovò; ma la Rezepowa credette che quello fosse un grande deposito di merci.
- Dov'è il distretto? - domandò a un signore, inchinandosegli fino a piedi.
- Ci sei dinanzi, buona donna; eccolo qui - le rispose.
Si fece coraggio, entrò nel palazzo; si guardò intorno: vide una sfilata di corridoi; porte a destra, porte a sinistra, e così via, e sulle porte delle parole di cui ella non capiva il significato.
Fattasi il segno della croce, aprì timidamente e pian piano la prima porta. Si trovò allora in una grande sala, con un cancello a graticola come in una chiesa; al di là della graticola c'era un signore in frac e bottoni dorati e una penna sull'orecchio, e al di qua della graticola vi erano diversi signori. Costoro contavano e contavano; quello in frac fumava delle sigarette e scriveva quetanze, e poi le porgeva a quei signori. Quello di loro che ne aveva ricevuta una o più, usciva dalla sala. Allora la Rezepowa pensò, che quello doveva essere il luogo dove si pagava; e le rincrebbe d'aver dato via il suo pezzo da sei grossi. Quindi si avvicinò timida e trepidante alla graticola; ma nessuno le rivolse uno sguardo. La Rezepowa stette lì un pezzo: era già passata un'ora bona. Chi andava, chi veniva, il tempo volava, e la poveretta era sempre lì. Finalmente la gente se n'andò tutta; l'impiegato si mise a tavolino e cominciò a scrivere, e allora la Rezepowa ardì proferire:
- Che c'è?
- Illustrissimo signor presidente!
- E il signor presidente?
- È là! - disse l'impiegato indicando con la penna una porta.
La Rezepowa rientrò nel corridoio.... Là? Ma dove? Tutte le porte erano senza numero! In quale doveva entrare?... Finalmente fra tante persone che da tutte le parti entravano e uscivano, scòrse un contadino con la frusta in mano e si voltò a lui.
- Compare!
- Che volete?
- Di dove siete?
- Di Schweinshard, ebbene?
- Dov'è il presidente?
- Che ne so io?
Allora ne domandò a un signore coi bottoni dorati, ma non in frac e con le gomita logore; questo non le diede ascolto; le rispose soltanto:
- Non ho tempo. -
La Rezepowa rientrò nella prima porta che le capitò innanzi; la poveretta non sapeva che vi era scritto:
«È proibito l'ingresso a chi non è addetto all'amministrazione.»
Ella non vi apparteneva dicerto, ma non fece neppure nessuna attenzione allo scritto. Aprì pian piano la porta e si guardò intorno: la stanza era vuota; presso la finestra c'era una panca e sovra di essa qualcuno a sedere che sonnecchiava. Una seconda porta metteva in una stanza, nella quale e dalla quale entravano ed uscivano persone in frac e in uniforme.
La povera donna si avvicinò timidamente all'uomo che sonnecchiava sulla panca, di cui non ebbe gran paura, perchè vide che era sbricio ed aveva persino infilati nelle gambe, stese quanto eran lunghe, un paio di stivalacci sdruciti. Lo toccò leggermente sulla spalla, ed egli si destò, la guardò con gli occhi ancora sonnolenti e le gridò
La Rezepowa non se lo fece ripetere, uscì ratta e richiuse con rumore la porta.
Per la terza volta si ritrovò nel corridoio; si mise accanto a un uscio, e risolse, con la pazienza che hanno soltanto i contadini, d'aspettar lì anche fino al giorno del giudizio.
- Qualcuno mi domanderà, che cosa cerco qua - pensò.
Non piangeva; si stropicciava gli occhi, che le prudevano, e le pareva che il corridoio, insieme con tutte le porte, le girasse intorno.
Intanto la porta andava e veniva, sbatacchiata a destra, a sinistra; i cardini stridevano, ed era un brusio come su una pubblica piazza. Alla fine Iddio ebbe pietà di lei. Dalla porta accanto a cui ella sedeva, uscì un maestoso signore, ch'ella aveva qualche volta veduto nella chiesa della sua parrocchia; nel passare le inciampò fra' piedi e le domandò:
- Che ci fate a sedere qui, voi? Ditemi, che cosa volete?
- Vorrei parlare al presidente....
- Qui ci sta il camarlingo e non il presidente, - le additò una porta in fondo al corridoio - là dove c'è sopra quel quadro verde; lo vedete? Ma non entrate, perchè è occupato, mi capite? Aspettatelo qui; deve passar di qui. -
E quel signore si allontanò. La Rezepowa lo seguì con lo sguardo, finchè lo potè scorgere, considerandolo, come il suo angelo tutelare. Intanto ella dovette aspettare ancor lungo tempo, ma alla fine la porta del quadro verde si aperse, e ne uscì un ufficiale, piuttosto attempato, che si avanzava frettoloso nel corridoio. Si conosceva a prima vista, che quello era il presidente; poichè verso di lui accorrevano delle persone esclamando, e il saluto giungeva fino alla Rezepowa.
- Eccellenza! Illustrissimo signor presidente! Una parolina sola sola, signor presidente! - implorò la poveretta.
Ma egli non dava ascolto e tirava dritto. Alla misera si ottenebrarono gli occhi, e all'avvicinarsi di quell'uomo fu presa da una vertigine.
- Sia fatta la volontà di Dio! - le balenò nel pensiero.
E si precipitò in ginocchio in mezzo al corridoio, a mani giunte.
Il presidente alzò gli occhi e si fermò: tutto il seguito circondò la donna.
- Che c'è? - domandò il magistrato.
- Eccellentissimo signor.... pre.... -
Ma non potè proseguire; era sì spaventata, che la voce le restò strozzata in gola, e la lingua non le rendeva più il solito ufficio.
- Che cosa c'è?
- Per causa dell'arruolamento....
- Ebbene? Vi vogliono arruolare? Ah? - domandò il presidente.
Le persone che lo avevano seguito, risero in coro, per mantenere l'illustrissimo nel suo buon umore, ma egli si voltò subito verso di loro, e disse:
- Prego, prego,... facciano silenzio! -
Indi si volse di nuovo, cominciando ad impazientirsi, alla Rezepowa.
- Presto, che cosa c'è? Di che si tratta? Non ho tempo. -
Ma la poveretta alla risata del presidente aveva perduto affatto la testa, e cominciò a balbettare parole sconnesse:
- Burak! Rezepa! Rezepa! Burak! Oh!
- Dev'essere ubriaca! - osservò uno degli astanti.
- Ha lasciato la lingua a casa! - aggiunse un altro.
- Ma che cosa volete finalmente? - ripete con maggior impazienza il presidente. - Voi siete ubriaca!
- Oh, Gesummaria! - gridò la Rezepowa, sentendo che l'ultima àncora di salvezza le sfuggiva. - Eccellentissimo signor presidente... -
Egli aveva infatti di molto da fare, essendo già cominciato lo spoglio dei ruoli delle reclute, e nel distretto molti erano gl'interessi da sistemare. Del resto, non potendo da quella donna ricavare nulla, si strinse nelle spalle ed esclamò:
- Ah, l'acquavite! Fa de' brutti scherzi l'acquavite! E dire che costei è bella e giovine!... -
Indi si volse alla Rezepowa con una voce, a cui ell'avrebbe voluto nascondersi sotto terra:
- Se non sei ubriaca, vai alla Comune, esponi il tuo caso, e la Comune lo esporrà a me! -
Quindi si allontanò in fretta, seguito dalle persone che avevano bisogno di parlargli e gli andavano dicendo dietro:
- Illustrissimo signor presidente, una parolina, una sola.... -
Il corridoio era rimasto vuoto, vi regnava un profondo silenzio, interrotto soltanto dal piagnucolare del bambino della Rezepowa. Ella si svegliò come da un sogno, s'alzò, sollevò in alto il figliuolo e lo cullò per addormentarlo, ma con una voce che sembrò strana a lei stessa:
- Ah! Ah! Ah! - urlò.
Il cielo fuori erasi rannuvolato, lampeggiava all'estremo confine dell'orizzonte. L'aria era afosa.
Non mi proverò a descrivere tutto quello che si agitava nell'animo della povera donna, quando al suo ritorno a Schafskopf passò di nuovo dinanzi alla chiesa dei Riformati. Ah! se la signorina Jadwiga si fosse trovata in quello stato, avrebbe scritto un romanzo à sensation, in cui avrebbe cercato di superare i più esagerati realisti, e convincerli che ci sono ancora sulla terra delle creature ideali.
Ma nella signorina Jadwiga ogni impressione sarebbe diventata coscienza, e lo stato di disperazione dell'animo avrebbe trovato la sua espressione in idee e in parole non meno disperate e drammatiche. Questo labirinto, questo profondo doloroso sentimento della inconciliabilità, del contrasto fra la impotenza e la prepotenza, questa foglia spazzata via dalla bufera, il sapere, purtroppo, che in nessun luogo la misera donna poteva trovar salvezza, nè sulla terra nè in cielo;... tutto quest'insieme avrebbe senza dubbio ispirato alla signorina Jadwiga un esaltato monologo, da non aver bisogno che d'esser trascritto tale e quale, per crearsi una bella riputazione.