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XI.
Quando la persona volgare soffre, soffre così e basta! La misera si trovava in balìa della sventura, come un uccellino tormentato da un ragazzaccio di cuor cattivo. Ella camminava innanzi con lo sguardo fisso nel vuoto; il vento la investiva alle spalle, dalla fronte le grondava il sudore, ecco tutto.
Di quando in quando il bambino, malaticcio com'era, apriva le labbra e respirava rantolando, come se stesse per ispengersi in quel momento, ed ella gli diceva:
- Jasko! cuore mio! amor mio! - ed imprimeva le materne labbra sull'infocata fronte del piccino.
Intanto si era lasciata alle spalle la città e si trovava in mezzo all'aperta campagna, quando a un tratto si fermò, avendo scorto un contadino ubriaco che le veniva incontro. Le nuvole si erano chiuse dappertutto, e l'aria bigia faceva presentire la tempesta. Ma il contadino non se ne occupava; egli aveva abbandonato al vento le ribalte del suo casaccone, e col berretto in isbieco sul capo, barcollando ora a destra ora a sinistra, canticchiava:
Quante ancor ne raccorrà.
Sul più bello ecco il padrone,
Fra le gambe ci ha il bastone,
Quando l'ubriaco vide la Rezepowa, si fermò, aprì le braccia e disse
Vieni a me, tesoro mio,
Dammi un bacio, e prendi il mio!
E fece l'atto d'abbracciarla. Ella, impaurita non tanto per sè quanto per il suo bambino, fece un salto di fianco; il contadino le si slanciò dietro, ma per lo stato in cui era, fece un bel capitombolo.
Si drizzò subito, ma non le diede più dietro; afferrò un sasso e glielo scagliò contro con tanta veemenza, che l'aria ne sibilò.
L'infelice, tutta impaurita, sentì subito un gran dolore al capo, perdè il lume degli occhi e cadde in ginocchio. Ma anche in quel momento non pensò che al suo bambino e riprese la fuga. Giunta a una croce, che sorgeva lungo la via, si fermò, si guardò indietro e vide che il contadino era assai lontano e che continuava, barcollando, ad avanzarsi in direzione opposta. Allora sentì un calore speciale giù per il collo, si tastò e vide, ritirando la mano, che era tinta di sangue. Le si offuscarono gli occhi e cadde svenuta. Dopo alquanto riprese i sensi, si mise a sedere in terra ed appoggiò le spalle alla croce.
In quel momento appunto s'avanzava verso di lei una carrozza, in cui c'era seduto un signorino con la governante di casa. Egli non conosceva la Rezepowa, ma lei conosceva lui, per averlo incontrato talvolta in chiesa. Allora pensò d'avvicinarsi alla carrozza e pregarlo che avesse pietà di lei per l'amor d'Iddio, o per lo meno di prenderle il bambino e ripararlo dal turbine che stava per iscoppiare; tentò d'alzarsi, ma non potè fare neppure un passo.
Il signorino era giunto intanto più dappresso, e vedendo quella donna appoggiata alla croce, le gridò:
- Ehi, quella donna! Accomodatevi!
- Che Dio ve ne....
Costui era conosciuto per tutto il paese come un burlone, e quando poteva, dava la baia a chiunque. Perciò anche con la Rezepowa aveva voluto lasciare andare la sua facezia ed era passato oltre ridendo.
Alle orecchie della misera sonavano ancora le risate del signorino e della governante; vide la bella coppia baciarsi, e finalmente la carrozza sparì nel buio.
La misera era rimasta sola sola; ma, come si suol dire: «Donne e gatti, se non battono il naso non crepano.»
Dopo un'ora circa riprese, strascinandosi, il cammino, a malgrado che le vacillassero sotto le gambe.
- Dio mio, Dio mio! che ha mai fatto questa innocente creatura! - andava ripetendo, stringendosi al petto il bambino febbricitante.
Ma ben presto anche lei si sentì correr per le vene i brividi della febbre, e cominciò come in delirio a mormorare:
- La cullina là nella capanna è vuota, e il mio tesoro con la carabina in spalla è ito alla guerra. -
Il vento le strappò via dal capo la pezzuola, e i suoi magnifici capelli sciolti le svolazzavano di qua e di là giù per le spalle. A un tratto lampeggiò, scoppiò il tuono e sì vicino, che riempì l'aere d'odore di zolfo; la misera dovette sedersi.
Riacquistò allora pienamente coscienza di sè e gridò:
- Verbum caro factum est! - guardò il cielo tempestoso, spietato, furibondo e con voce tremante cominciò a esclamare:
Un sinistro riflesso color di rame piovve dal cielo sulla terra.
La misera donna entrò allora in un bosco, dove le tenebre erano più profonde e terribili. A brevi intervalli s'udiva un sussurro, un mormorìo, come se i pini bisbigliassero l'un l'altro: «Ah, che mai sarà, che mai sarà, Dio, Dio!» E regnava subito dopo un profondo silenzio, finchè le parve di nuovo che dal fondo della selva risonasse una voce.
Un brivido di terrore corse per le ossa e le midolla della misera; ella credette d'udire parole di scherno dello spirito malo, e le si drizzarono i capelli dalla paura di vedere a momenti la ridda dei demoni.
- Oh, se fossi alla fine di questo bosco! - pensò sospirando - al di là c'è il mulino e la capanna del mugnaio. -
Raccolte tutte le forze, si diede a correre innanzi, tenendo chiusa la inaridita bocca per non mandar fuori il fiato.
Frattanto le cateratte del cielo si schiusero sul suo capo, e una fitta pioggia mista a grandine si precipitò a rovesci sul bosco; il vento soffiava con tal violenza, che gli abeti curvavansi fino al suolo; la selva era ricinta di nebbia e allagata dagli scrosci della pioggia.
Da nessuna parte la misera scorgeva un sentiero, e gli alberi piegavansi urlando e schiantandosi nella tenebrosa notte!
La disgraziata si sentì mancare le forze e le parve d'esser vicina a perdere i sensi.
- Salvatemi! Aiuto! - gridò con fioca voce, ma nessuno la udì.
La bufera disperdeva la sua voce e le impediva il respiro.
Allora capì che le era assolutamente impossibile d'andare innanzi. Si levò lo scialle, il giubbino, il grembiule, si spogliò insomma fin quasi alla camicia e involtò ne' suoi panni la diletta creatura; poi, scorto vicino un salice piangente, vi si trascinò carpone, adagiò il bambino in mezzo al cespuglio e cadde essa stessa riversa al suolo accanto a lui.
- Chiama, o Dio, l'anima mia a te! - bisbigliava sommessa.
Chiuse gli occhi; la tempesta continuò ancora per qualche tempo ad infuriare, e finalmente si calmò.
Intanto s'era fatta notte; le stelle cominciarono a una a una a brillare a traverso alle nuvole, e sotto il salice piangente giaceva immobile la giovine donna.
- Là! via! - senti gridare nel buio.
Dopo un momento si udì il rumore d'un baroccio e lo scalpitare di cavalli.
Era Herschko, il lattaio, il quale, dopo aver venduto le sue oche in Eselsfeld, se ne tornava a casa. Vide qualche cosa di bianco si avvicinò, riconobbe nella donna giacente la Rezepowa e saltò giù dal carro.