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XII.
Herschko aveva raccolto di sotto al salice la Rezepowa e il bambino, e li aveva portati a Schafskopf. Per la via trovò Rezepa, il quale, visto che si avvicinava il temporale, aveva attaccato il cavallo al baroccio ed era andato incontro alla moglie.
La poveretta giacque inferma tutta quella notte e il giorno seguente, ma poi si alzò, perchè il bambino era malato.
Andarono a fargli visita le comari delle vicine capanne, e con suffumigi di corone benedette in loro modo lo curarono; la moglie del maniscalco, una vecchia superstiziosa, scongiurò la malattia, tenendo, mentre proferiva le formule del caso, una gallina nera sotto uno staccio. Il bambino migliorò e guarì facilmente; ma le cose andavano pessimamente riguardo al Rezepa, il quale tutt'i giorni si metteva in corpo dell'acquavite senza misurarla; con lui, l'affare era serio.
Strana cosa!
Quando la sua povera moglie, dopo quel faticoso e pericoloso viaggio, tornò in sè e domandò del bambino, egli proruppe in un cruccioso brontolìo, invece di mostrarle qualche premura.
- Tu corri in città, e intanto il diavolo si porta il bambino.... Se accadeva al bambino una cosa più che un'altra, - rincalzò - bada, erano tue, e delle belle!... -
Dopo questa po' po' d'ingratitudine, ella provò una vera amarezza, e stava per fargli un rimprovero con una voce, che le partiva dal cuore vivamente commosso, ma non potè che esclamare:
- Ah, Rezepa!! - e lo guardò, con gli occhi pieni di lacrime.
Quella esclamazione e quegli occhi inondati di lacrime bastarono per farlo balzare su dalla cassa, in cui sedeva. Per alquanto tacque; indi parlò con tutt'altra voce:
- Marietta mia, perdonami ciò che ho detto; vedo che ti ho offesa! -
E cominciò a mugliare, a singhiozzare, a baciarle i piedi, ed ella intanto piangeva e singhiozzava con lui. Egli sentiva di non esser degno di una tal donna. Questa concordia non durò molto. La preoccupazione crebbe come una piaga incancrenita, e cagionò nuova discordia fra i due.
Quando Rezepa entrava nella capanna, sano o ubriaco, non faceva una parola alla moglie; si metteva a sedere sulla cassa, fissava come un lupo lo sguardo a terra, e così restava per ore e ore come pietrificato. Ella lavorava nella capanna, sfaccendava, ma anch'essa taceva. E così seguitando, anche quando uno voleva dire qualche cosa all'altra, non sapeva come cominciare. E vivevano a quel modo come se fossero in collera e avessero del rancore l'uno contro l'altra, e nella loro capanna regnava un silenzio di tomba. Del resto, di che avrebbero mai parlato? Tutt'e due sapevano che consigli e rimedi non ve n'erano, che la loro sorte era suggellata.
Per alcuni giorni passarono a lui cattivi pensieri per la mente. Andò a confessarsi dal vicario, ma questi non gli diede l'assoluzione, e gl'ingiunse di ritornare il giorno seguente. Ma il giorno seguente Rezepa andò alla mescita dei liquori, invece che in chiesa, e la gente l'aveva sentito dire che se non voleva aiutarlo Iddio, avrebbe venduto l'anima al diavolo.
Tutti allora cominciarono a scansarlo, e intorno alla sua capanna fu tracciato come un cerchio magico, che nessuno osava più di varcare. Tutte le male lingue si scatenarono contro di lui; si andava dicendo che tanto il giudice, quanto il cancelliere avevano agito benissimo, poichè un eretico come quello avrebbe attirato la vendetta di Dio su tutta Schafskopf.
Le buone comari cominciarono a dirne anche della moglie di tutte le sorta e ad inventarne delle cotte e delle crude. Si era dato il caso che il pozzo di lei si era seccato, ed ella per attingere acqua passò dalla mescita.
Allora sentì che alcuni giovinotti si dicevano fra loro:
- Ecco la moglie del soldato! -
E un altro diceva:
- Ma che moglie del soldato?! quella è una diavolessa! -
La disgraziata non rispose, seguitò la sua strada, ma non le sfuggì che costoro, mentre passava, si erano fatto il segno della croce. Ella attinse l'acqua e se ne andò a casa.
Sulla porta della mescita c'era appunto Schmul. Appena egli vide la Rezepowa, si tolse di bocca la pipa di porcellana, che gli pendeva giù lungo la barba e disse:
- Oh, Rezepowa!
- Che volete? - gli dimandò ella fermandosi.
- Andaste poi al tribunale? - le chiese.
- Sì, ci andai.
- Ci sono stata.
- Vi presentaste all'illustrissimo signore?
- Sì.
- E al distretto?
- Anche là.
- E, dite.... non avete ottenuto nulla? -
La disgraziata non rispose che con un sospiro, e Schmul riprese:
- Ebbene! Mi pare che siate tanto stupida, come non ve n'è un'altra simile in tutto il paese! A che fare siete andata in tutti cotesti luoghi?
- Dove dovevo andare? - domandò la misera.
- Dove? - replicò l'ebreo. - Ditemi un po' dov'è il contratto? È scritto sulla carta, non è vero? Ebbene, in tutti cotesti luoghi, il contratto non v'era.... Si straccia quella carta, e basta!
- Che bella ragione! - disse ella - se avessi quel foglio, sarebbe stato fatto a pezzi da molto tempo!
- Sta bene! Ma non lo sapete, voi, che il foglio l'ha il cancelliere?... Via, via.... io so che potete molto su di lui; me l'ha detto con la sua propria bocca: «Purchè venga lei, la Rezepowa, e mi preghi di stracciare il contratto, lo straccio subito e basta!» -
La Rezepowa non fiatò; infilò rapidamente la secchia nel braccio, e corse difilato all'abitazione del cancelliere. Cominciava a farsi buio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .